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San Sabba: una fullonica romana

In tempi recenti sono stati scoperti i primi insediamenti dei legionari romani sul colle San Rocco e sui forti inferiori di Grociana piccola e Montedoro che durante le sanguinose guerre con gli Istri, svoltesi tra il 178 e il 177 a.C., furono dei strategici punti di difesa e di presidio sul porto naturale di Stramare dove venivano attraccate le navi.
Con le più innovative ricerche del LiDAR, l’archeologo Federico Bernardini (1) è riuscito a individuare antichissimi reperti anche sotto terreni coperti da fitte vegetazioni che per l’imperversare dei freddi venti di Bora furono così risparmiate dalle costruzioni di case e campi coltivati.
Fu dunque qui che s’insidiò il primo nucleo della Tergeste romana come venne già descritto da Tito Livio nelle sue cronache Ab Urbe Condita. (2)
Solamente verso la metà del I° secolo a.C. la colonia si stanziò sul colle capitolino (3) e tra gli anni 33 e 32 a.C. eresse le mura difensive con le torri di controllo stabilendo il centro politico, amministrativo e religioso sulla sommità, le abitazioni lungo il declivio e le strutture commerciali vicino al porto.

Con la crescita dell’Agro romano e la necessità delle vie di comunicazione l’imperatore Vespasiano (4) tra il 78 e il 70 d.C. allestì una strada che iniziando dai tracciati a est delle zone costiere (5) (6) attraversasse il territorio raggiungendo la Tergeste sul colle capitolino per proseguire lungo le coste del golfo verso la Val Rosandra e l’Istria prolungandosi sino a Pola. (7) (8)img774

Foto Wikipedia: l’imperatore Vespasiano, Palazzo Massimo di Roma 

Wikipedia (vedi targa)

Foto Wikimedia: moneta con l’effigie di Vespasiano vesp wiki

Sorse così l’importante e lunghissima via Flavia dove si stabilirono ville residenziali, officine, laboratori artigianali e nell’insenatura nei pressi di San Sabba anche un piccolo porto commerciale.

Foto da istrianet.org – Archeology – Giorgio Gerometisrianet.org

Fu proprio qui che Alberto Puschi (9) effettuò degli scavi riportando alla luce alcuni interessanti reperti di epoca romana.
Nei parziali scavi eseguiti sul versante sud-orientale del colle San Pantaleone tra il 1884 e 1885 il professore rinvenne un grande ambiente pavimentato con mattonelle a spina di pesce, diversi cocci di vasi e delle basi circolari provviste di supporti che presumibilmente reggevano le condutture d’acqua. I numerosi frammenti di gusci riconducibili a dei murici e gli avanzi di carbone e cenere scoperti in un’altra stanza lo convinsero che la struttura fosse stata una fullonica di epoca romana. (10)

Murex brandaris (murici, garuse, garusole)VitAntica garuse

Foto da paduaresearch: dal disegno della fullonica di Alberto Puschi  

studi padova pdf

Ricostruzione della fullonica in un disegno di Giusto Almerigogna (dal libro Servolaimg771Foto da Mediterraneo antico: la vasca di una fullonica a Pompei  Mediterraneo Antico
Presi degli appunti ed eseguiti alcuni disegni il Puschi fu però intimato dal proprietario del fondo a interrompere gli scavi e quando 6 anni dopo vennero costruiti gli edifici per la raffineria di olii minerali, trovò solo un ammasso di macerie.

Foto collezione di Andrea Dia: la raffineria di oli minerali, inaugurata nel 1892 e collocabile alla fine di via Rio Primario  andrea Dia
Sebbene alcuni studiosi abbiano messo in dubbio che l’edificio rinvenuto dal professor Puschi fosse una fullonica ritenendola invece un’officina per la lavorazione dell’olio o del pesce, la presenza dei gusci di murici potrebbero effettivamente suggerirne la funzione di tintoria in quanto proprio da quei molluschi si ricavava una preziosissima sostanza per creare la porpora, prediletto colore-simbolo del popolo romano.

Da un dipinto di Lionel-Noel RoyerporporaCome testimonianza che l’edificio scoperto del Puschi fosse effettivamente una fullonica potrebbe essere il rinvenimento alcuni anni dopo di una stele con l’epigrafe sepolcrale degli Hostilii della dinastia chiamata giulio-claudia, risalente a Ottaviano Augusto della gens Julia e a  Tiberio Claudio Cesare Germanico della gens Claudia, imperatori romani tra il 27 a.C. e il 68 d.C.
Alla base di detta stele appariva infatti una fornace fornita di caldaia con accanto dei cavalletti-stenditoi sui quali erano appese delle stoffe.

Foto Civici Musei di Storia e Arteimg776

Seppure si rimanda la querelle agli archeologi e ricercatori storici, vorremmo qui riferirci sia al rinvenimento nell’officina dei frammenti dei murici che alle lavorazioni dei tessuti.
Dai gusci delle murex brandaris, garuse nella terminologia triestina e garusole in quella veneta, venivano estratte le ghiandole ipobrachiali che esposte all’aria e alla luce assumevano una forte colorazione violacea; con alcuni particolari trattamenti si trasformavano nella preziosissima porpora con la quale venivano poi tinti i mantelli e gli abiti dell’élite romana.
Complessivamente il lavoro dei fullones doveva essere molto maleodorante in quanto non solo c’erano i miasmi di tutti i murici sgusciati ma anche quelle di urina umana da cui si ricavava l’ammoniaca necessaria per lo sgrassamento dei tessuti.
Considerando la grande richiesta della sostanza organica, usata anche da conciatori, agricoltori e persino dai medici, l’oculatissimo imperatore Vespasiano decise così di tassarla con la centesima venalium, una vera e propria tassa sul recupero dello sgradevole ma prezioso “oro giallo”.
Fu così che nacque il famoso detto “Pecunia non olet

Foto Wikipedia: un vespasiano romano a Ostia antica

orinatoi wiki
(continua con la seconda parte)

NOTE
1. A capo del team interdisciplinare coordinato dal Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam, dall’Università di Trieste e dal Centro di studi Enrico Fermi di Roma
2. Dai materiali archeologicci rinvenuti venne dedotto che il Castrum principale fosse rimasto in uso almeno fino alla metà del I° secolo a.C.
3. Fu ritenuto che sul colle fosse esistita una precedente rocca difensiva (Monte Muliano per Kandler)  
4. Tito Flavio Vespasiano (9 a.C.- 79 d.C.) imperatore dal 69 al 79 d.C. fu un ottimo amministratore per le disastrate finanze del governo romano
5. Nel testo Servola, i nostri rioni,  Antonio Sancin sostenne risalisse al 33 a.C. come prolungamento della strada di Lisert (tracciata nel 178 a.C. da Aulo Manlio Vulsone) per proseguire sino a Pola nel 78 d.C.
6. Secondo fonti storiche riportate anche da Wikipedia, l’antica via iniziava da Aquileia e veniva chiamata Gemina, o come gemellaggio della via Postumia oppure perché fu costruita dalla Legio Gemina nel 14 a.C. allora presente nella Venetia et Histria
7. La cosiddetta via costiera o litoranea collegava Tergeste all’Histria lungo il tracciato via dell’Istria – via Flavia attraversando il rione di San Giacomo e proseguendo verso la vallata di Zaule (da Atti e Memorie della Società istriana di Archeologia e Storia patria)
8. A testimonianza che esistesse una strada a valle del colle capitolino verso San Giacomo, oggi via Bramante, furono gli scavi effettuati nel 1908 nel bosco Pontini che portarono alla luce delle officine per la lavorazione del ferro, un granaio con le macine e un forno per la cottura del pane. Nei primi mesi del 2019, durante l’allestimento di tubature in via Montecucco, sono state scoperte le tracce di una strada databile a un’epoca altoimperiale che potrebbe ricollegarsi all’asse di via Bramante – San Giacomo-via Flavia.
Vedere anche su: https://quitrieste.it/2014/07/bosco-pontini-e-via-bramante/ 
9. Alberto Puschi (Trieste 1853 – 1922) fu numismatico, archeologo e direttore del Museo Civico d’Antichità dal 1884 al 1919 dove riordinò l’Orto Lapidario
10. Nelle fulloniche venivano lavate sia le vesti usate che quelle nuove per essere poi vendute nei mercati; con speciali procedure venivano anche tinte

Fonti:
Alberto Puschi, Relazione intorno alle scoperte archeologiche di San Sabba presso Trieste, 1886 (Civici Musei di Storia e Arte)
Adriano Sancin, Servola, Edizioni Moderna, Trieste, 1985
Consultazioni:
Paola Ventura, Tergeste romana: elementi per la forma Urbis, estratto dall’ “Archeografo Triestino”, Serie IV, 1996, Vol. LVI
nationalgeographic.it – archeocartafvg. – Ilfattostorico-com – paduaresearch

L’Hotel de la Ville

Litografia da un disegno di M. Moro del 1854img643
Oltre al nuovo nome l’Hotel mutò anche nell’aspetto: sulla facciata principale vennero postati dei bassorilievi, fu tolta la pesante tettoia dell’ingresso per permettere la sosta dei nuovi Omnibus diretti in Stazione e nel 1884 fu installato all’interno un ascensore “Stieger” che trasportava sino a 4 clienti per volta.

Foto CMSA anno 1880 img609Un menù del 1887img610

Nella foto CMSA 1895 la Riva allargata con il tram a cavalliimg706

Nel 1901 tutti i locali vennero rinnovati e 9 anni dopo fu introdotto il riscaldamento centrale.

Sul fronte mare scomparvero il bagno galleggiante Maria, attivo dal 1858 al 1911, e le barche a disposizione dei clienti, via via sostituite con i primi motoscafi che nel 1932 troveranno una collocazione nel vicino Idroscalo.

Al Grand Hotel sostarono illustri personaggi delle Case Regnanti, del Governo, l’èlite del commercio, dell’industria, della finanza, famosi musicisti e attori. Rimase nelle cronache di città il soggiorno del 1902 di Eleonora Duse, impegnata con le recite al teatro Verdi, e di Gabriele D’Annunzio che vennero festeggiati con un sontuoso banchetto di artisti organizzato da Attilio Hortis, Riccardo Pitteri e Giulio Caprin seguito da un discorso del Vate riportato entusiasticamente da “Il Piccolo”.

Nel 1913, tra una folla incredibilmente entusiasta, sul lato sinistro della facciata dell’Hotel fu posta una lapide commemorativa per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi, che qui soggiornò nel 1850 presentando per la prima volta la sua opera “Stiffelio”.
Temendo subbugli l’avvenimento fu presidiato dalla polizia che infatti eseguì degli arresti ma non riuscì a evitare le grida di “Viva Verdi” le cui lettere, come riporta la storia cittadina, inneggiavano a Vittorio Emanuele Re d’ Italia.biancoenero

Dopo gli anni di guerra e la requisizione militare l’albergo venne completamente revisionato nei sistemi idrico-sanitari e di ventilazione aggiungendo alle camere, riarredate con mobili nuovi e carte da parati assortite, antibagni, spogliatoi, armadi a muro e apparecchi telefonici; gli ascensori furono restaurati con l’aggiunta di montacarichi su tutti i piani.
Nell’ammezzato, ma con un ingresso indipendente dall’albergo, fu allestito un raffinatissimo ristorante aperto al pubblico come il Caffè – Sala da thè predisposto sul lato di via Mazzini.

Nella foto C. Wernigg 1935 img613
Passato in proprietà dell’ Unione Austriaca di Navigazione ancora nel 1911, l’edificio venne ristrutturato nel 1932 e ancora nel 1955 rimanendo in attività sino al 1975.

Foto del 1955img614
Dopo ulteriori modifiche, lo storico albergo dal 1985 al 2004 fu acquisito dalla Banca Popolare per passare poi alla direzione della Fincantieri.

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, l’Hotel de la Ville a Trieste, Arti grafiche Smolars, Trieste, 1955

Da Casa Rossetti all’Hotel Metternich

Dopo gli editti emanati dall’imperatore Carlo VI d’Austria nella sua storica visita in città nel settembre del 1728, iniziarono i lavori di smantellamento delle saline per ampliare le zone dove sarebbe sorto il grande porto di Trieste.

Intorno alla metà del Settecento le zone limitrofe al mare divennero dunque molto appetibili per gli uomini d’affari che miravano ai traffici portuali e commerciali con l’espansione del borgo retrostante previsto nei piani urbanistici: il Canal Grande avrebbe accolto i velieri con i loro carichi di mercanzie e una lunga strada parallela chiamata Via Nuova avrebbe collegato le Rive con la piazza della Legna dove si svolgeva un affollato mercato.
Qui, di fronte al mare, il ricchissimo commerciante di origini veneziane Antonio Rossetti (1), padre di 12 figli tra cui il più celebre Domenico (2), decise di costruire sia la sua residenza cittadina che un edificio confinante adibito a magazzino per le merci prodotte nelle sue fabbriche e destinate alle esportazioni (3).
Il Rossetti volle anche destinare una parte delle strutture (4) a una Cappella dedicata alla Visitazione della Vergine, dal nome del quadro acquistato dal pittore veneziano Alessandro Longhi postato su un’altare ligneo.
quadroConsacrata nel 1772 dal Vescovo Ferdinando Conte de Herbestein, nonostante le sue piccole dimensioni fu aperta al pubblico e le messe, comprese quelle solenni, venivano regolarmente officiate tutte le domeniche.

Nel 1784, a seguito delle disposizioni dell’imperatore Giuseppe II, le funzioni liturgiche saranno sospese e l’organo verrà venduto al Governo e assegnato alla Chiesa dei Gesuiti.
Dopo qualche anno le fortune del conte Rossetti avranno un tracollo e in poco tempo tutte le sue fabbriche verranno dichiarate fallite e chiuse.

Nel 1795 la casa sulla via Nuova passò in proprietà del negoziante Antonio Lazovich e quella di fronte alle rive sarà acquistata dall’imprenditore e commerciante di Borsa Pietro Sartorio (5) il capostipite dell’illustre famiglia.
La cappella annessa alla casa di Sartorio venne ristrutturata nel 1818 e con una lapide commemorativa dell’anno della sua consacrazione fu aperta al pubblico proseguendo con le funzioni liturgiche fino al 1840, anno della sua definitiva demolizione. L’altare, gli arredi e la pala con il quadro della Visitazione della Vergine saranno destinati alla chiesa di Sant’Antonio  ancora in via di completamento (6) mentre l’epigrafe della cappella verrà gettata nel campanile fra le macerie.Iscrizione antonio rossetti

Durante la sua visita a Trieste nel 1838 il potente cancelliere principe di Metternich si lamentò per la scarsa offerta di alberghi al centro di una città in espansione e interessato alla residenza Sartorio per la sua posizione privilegiata, tramò per costruirvi un grande albergo.

Abbattuta la casa nel 1840, su una superficie di 1300 mq. fu iniziata la costruzione di un nuovo edificio a 4 piani e dopo soli 20 mesi, il 1° giugno 1841 venne inaugurato il lussuoso Hotel Metternich. 
Sul lato esterno del pianterreno, rivestito in pietra del Carso e decorato con i bassorilievi in stile neoclassico dello scultore veneziano Pietro Zandomeneghi, si trovavano le botteghe di sarte, modiste e parrucchiere per le esigenze delle dame mentre ai lati si aprivano le entrate della carrozze che immettevano nelle scuderie e ai locali di deposito.
Oltre l’ingresso principale una grande scalinata a doppio ramo tra marmi, specchiere e pareti dipinte a olio saliva fino al quarto piano dove troneggiava lo stemma dei nobili Metternich.
Il ristorante provvisto di servizi da tavola in argento berlinese e porcellane viennesi era collocato nel mezzanino dove di trovavano anche gli uffici amministrativi e nove stanze da bagno dotate di acqua dolce o di mare e sia calda che fredda.
Le camere e gli appartamenti per gli ospiti, tutti dotati di stufe o caminetti, erano arredate con eleganza con letti di ottone o ferro lavorato e biancherie di lino svizzero e distribuite su tre piani mentre i locali della servitù erano collocati nelle soffitte.

Quadro di Tommaso Viola dipinto nel 1845img607

Quando però nel marzo del 1848 esplosero i moti rivoluzionari a Vienna seguiti da quelli di Milano e Venezia, il cancellierato del Metternich (7) giunse al suo epilogo e il nome del suo albergo fu ribattezzato Hotel Nazionale e poco tempo dopo Hotel de la Ville.

Note:
1. Figlio del capitano mercantile Giovanni Battista, Antonio nacque a Fiume nel 1722; trasferitosi a Trieste nel 1745 oltre alle attività industriali e commerciali divenne anche armatore trafficando con le sue stesse navi in Inghilterra, Olanda ed Egitto. Divenuto deputato e direttore di Borsa nel 1775 gli fu aggiunto il titolo nobiliare de Scander dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria e nel 1779 fu insignito della qualifica di conte, titolo esteso anche ai suoi discendenti. Dopo aver perso tutte le sue fortune, morì a Trieste nel 1812. de tomassini2. Domenico Rossetti de Scander (1774-1842) fu un noto avvocato e letterato
3. Nelle fabbriche venivano prodotti il rosolio, la potassa, la frutta candita e distillati diversi liquori.
4. Oggi corrispondenti a via Mazzini 4 e 6 
5. Pietro Sartorio nacque a Sanremo nel 1754, morì a Fiume nel 1820
6. La sua consacrazione avverrà nel 1848
7. Rassegnate le dimissioni da cancelliere e trasferitosi in Gran Bretagna, il principe von Metternich rientrerà alla corte di Vienna tre anni dopo ma senza ricevere incarichi di fiducia alla corte di Vienna; qui morirà nel 1859.

Notizie e consultazioni tratte da:
Pietro Tomasin, Reminiscenze storiche di Trieste dal secolo IV al secolo XIX, Tip. Balestra, Trieste, 1900
Silvio Rutteri, l’Hotel de la Ville a Trieste, Arti grafiche Smolars, Trieste, 1955 – Trieste Storia ed Arte tra vie e piazze – da San Giusto ai Borghi nuovi, Edizioni LINT, Trieste, 1983
Sergio degli Ivanissevich, Descrizione storico-statistica della città di Trieste e del suo territorio 1782, Edizioni Svevo, Trieste, 1992

Scoperte e studi della fregata “Novara” nel suo giro del mondo

Una delle più famose spedizioni della Marina austriaca fu compiuta dalla fregata Novara, una nave da guerra entrata nella leggenda per le straordinarie ricerche scientifiche effettuate durante il giro del mondo tra il 1857 e il 1859.
Nel corso del viaggio si sarebbe svolto un continuo addestramento nautico di ufficiali, cadetti e marinai per potenziare lo sviluppo della navigazione dell’Impero, promuovere la bandiera austriaca e i rapporti commerciali con le più lontane terre ma soprattutto per attuare ricerche e approfonditi studi di quanto scoperto.

Nel nastro che incornicia la più nota immagine della Novara vengono menzionate le principali tappe del viaggio attorno al globo (1)novara tappe su nastro
Per volere dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo con la concessione dell’imperatore Francesco Giuseppe, la Novara (2) fu portata al cantiere di Pola per essere sottoposta ad adeguamenti interni per ospitare uno staff di scienziati specializzati in fisica, in geo-etno e antropologia unitamente al giardiniere Jellinek ed al pittore J. Selleny mentre al dottor Karl Ritter von Scherzer in qualità di storiografo ufficiale della spedizione venne affidato l’incarico di compilare i diari di bordo.

A bordo della navea bordo della Novara

Tolti 12 cannoni e gran parte di munizioni per ottimizzare il bilanciamento, la fregata fu dotata di ventilazione sottocoperta, di un impianto di distillazione nella stiva per rendere potabile l’acqua marina, di docce interne ed esterne, di una sala lettura con oltre 100 volumi e una serie di strumenti speciali.

La sala letturasala lettura novara
Sotto il comando del commodoro Bernhard von Wüllerstorf-Urbair, con 345 uomini tra ufficiali ed equipaggio più sette scienziati, la Novara salpò da Trieste accompagnata dalla corvetta Carolina il 30 aprile 1857 iniziando il lunghissimo viaggio in cui avrebbe percorso 51.686 miglia marine in 551 giorni di navigazione, sostando in 22 porti tra l’India, l’Indonesia, la Cina, l’Australia, la Nuova Zelanda e la circumnavigazione dell’Africa; dopo la traversata dell’oceano Pacifico verso il Sud America sarebbe risalita per l’Atlantico fino a raggiungere il Mediterraneo.

Durante una tempesta in pieno Oceano Atlantico la Novara dimostrò la sua eccezionale solidità ma nel mar della Cina fu colta da un uragano con onde alte 10 metri d’altezza perdendo il piccolo zoo raccolto a bordo e riportando dei seri danni allo scafo.
novata tempestaSolo nel porto di Sidney vennero effettuate le necessarie riparazioni e nel contempo eseguite ricerche sia sugli indigeni che sulle vegetazioni del posto.

Nella Nuova Zelanda, raggiunta nel dicembre 1858, furono scoperte foreste vergini e redatte delle mappe geologiche; puntando poi la rotta per Thaiti nel gennaio 1859, la Novara fu accolta con entusiasmo dal protettorato francese di Papeete.
Procedendo verso la piccola isola di Pitcairn vennero raccolte notizie sulla comunità di Pitcairn fondata nel 1798 dagli ammutinati della nave inglese Bounty.
Nel porto cileno di Valparaiso, dove in aprile la nave giunse con il pennone di maestra spezzato, il comandante apprese l’incombente pericolo di guerra tra Francia e Austria decidendo un veloce rientro in patria. Solo il dottor Karl Ritter von Scherzer, come storiografo ufficiale della spedizione ottenne il permesso di fermarsi per continuare gli studi sulle popolazioni del Perù, sugli effetti della cocaina e raccogliere reperti mentre la Novara superò capo Horn, il canale delle Azzorre raggiungendo Gibilterra e il 18 agosto lo stretto di Messina.Cattura

capo buona speranza

Qui fu raggiunto dalla corvetta Dandolo  e lo yacht Fantasia  dove si trovavano gli arciduchi Massimiliano e Carlotta per complimentarsi e conferire onorificenze a tutto l’equipaggio della straordinaria spedizione.
Risalendo la Dalmazia la Novara passò davanti Miramar salutata dal rombo dei cannoni per giungere a Trieste alle ore 11 del 26 agosto 1859 accolta dalla banda e dai maggiori rappresentanti della città.

Complessivamente furono sbarcate numerosissime raccolte di minerali e pietre paleontologiche, collezioni zoologiche di 26.000 capi, assortimenti botanici di erbari, semi, frutti, fiori, piante tropicali, droghe indiane, cinesi e cilene.
Come reperti etnografici furono consegnati armi, attrezzi di lavoro, suppellettili, maschere, tessuti, strumenti musicali e manoscritti, tra quelli antropologici crani e scheletri di diverse razze.
Dopo un’ estenuante catalogazione, nel 1861 furono stampati i 3 volumi dei diari di viaggio compilati dal dott. Carlo Scherzer con 224 incisioni ricavate da quadri e acquerelli di Selleny (3);  nel corso di oltre 15 anni tempo vennero pubblicati numerosissimi saggi delle vari sezioni giungendo ai 21 volumi dell’edizione scientifica.

Concluso lo straordinario viaggio la Novara fu portata al Cantiere San Rocco e trasformata in nave a vapore continuando la sua storia leggendaria fino al 1899, anno della sua distruzione.

Note:
1. Le principali tappe della fregata “Novara” nella circumnavigazione del globoimg620

2. Costruita a Venezia nel 1843 con il nome originario di “Minerva”, nel 1848 la fregata venne rinominata “Italia” dai rivoluzionari veneziani e ribattezzata “Novara” quando passò agli austriaci che vollero commemorare la vincita sui piemontesi nel 1849. Il varo avvenne nel 1850.

3. I disegni e gli acquerelli sono conservati a Vienna. 

Notizie e foto tratte da: Viaggio intorno al globo della fregata austriaca Novara negli anni 1957, 1958, 1959, Tipografia di Corte e di Stato, 1863
Massimiliano da Trieste al Messico, Edizioni LINT, Trieste, 1986

Sissi a Miramare

Dopo i soggiorni e le cure termali Elisabetta ritrovò un po’ di salute e di serenità per riprendere gli impegni alla corte di Vienna. Risalgono al marzo del 1865 i suoi più celebri ritratti realizzati da Franz Winterhalter che la immortalò con lo splendido abito di gala bianco e quello in veste da camera con i lunghi capelli annodati sul petto destinato allo studio privato dell’Imperatore nella Hofburg.
1864 - 1865franz
Incoronata nel marzo del 1867 regina di Ungheria, Elisabetta soggiornerà spesso a Palazzo Gödöllő, ma per ben 14 volte anche al castello di Miramare rimasto a disposizione dell’Impero con una parte della servitù. Le permanenze saranno però tutte abbastanza brevi in quanto rappresentavano una sosta prime di imbarcarsi su una delle navi attraccate al porticciolo del parco per raggiungere le mete predilette nei mari del Sud.sepia

Passeranno così gli anni tra Vienna, l’Ungheria e i soggiorni alle terme di Baden-Baden e Bad-Ischl per alleviare i frequenti dolori nevritici e ossei, ma i primi segni dell’età e le fatiche dei continui allenamenti del suo esile fisico iniziavano a essere evidenti.

Sissi ritornerà a Trieste a fianco di Francesco Giuseppe il 16 settembre 1882 per partecipare all’Esposizione Industriale – Agricola allestita a Sant’Andrea e a una grande festa sulla nave Berenice ma il loro soggiorno sarà funestato dalla notizia di una sventata offensiva e dalle piogge battenti. (1) 

Nella foto (Biblioteca Civica) il Padiglione imperiale al centro del complesso espositivo a Sant’Andreaesposizione

Durante la permanenza in città l’imperatore commissionerà alla “Eastern Telegraph Company” un lunghissimo cavo sottomarino che nei pressi del castello di Miramare avrebbe raggiunto Corfù (2) permettendogli di ricevere notizie telegrafiche dell’inquieta consorte durante i suoi frequenti soggiorni nell’isola greca. (3)

Sei anni dopo, nel dicembre del 1888, gli imperatori d’Austria s’incontreranno ancora a Miramare per trascorrervi il Natale e fu allora che Sissi otterrà il permesso di acquistare e ristrutturare una villa nel borgo Gasturi di Corfù, chiamata poi l’ Achilleion, in omaggio al suo prediletto personaggio omerico.
Dopo l’entusiasmo dei progetti, nel gennaio del 1889 la sua vita sarà sconvolta dalla tragica morte di Rodolfo a Mayerling; rinchiusasi per mesi nelle stanze della Hofburg, Elisabetta sceglierà di indossare per sempre gli abiti a lutto.sissssi

Ma la rincorsa verso i suoi sogni la porteranno ancora a Miramare dove trascorrerà il Natale del 1889 raggiungendo poi Corfù per sorvegliare i lavori nella villa e nel parco circostante.

Decisa a intraprendere lo studio del greco antico e moderno, nel 1891 accoglierà a corte il giovanissimo insegnante ateniese Constantin Christomanos, che immediatamente rapito dalla sua figura alta e sottile, dal suo incedere leggero, dalla sua voce lenta e sommessa scriverà in un diario i ricordi di quell’anno trascorso con lei. (4)

Il giovane insegnante di greco Costantin Christomanos (Atene 1867 – 1911) costantin

Attraverso le pagine del libro saranno così svelati i pensieri più segreti dell’inquieta Imperatrice, l’instabilità dei suoi umori e a tratti persino la sua stessa anima che si svelerà nelle conversazioni letterarie tra le stanze dei castelli o le passeggiate tra parchi e boschi ma soprattutto veleggiando sul Miramar dove Elisabetta, rapita dal fascino del mare e dei venti, amava stazionare in uno spazio allestito sul ponte posteriore e protetto dai teli.

Il Miramar nelle foto di CMSA ssss

eeeeIl salotto e la camera da letto del Miramar (foto CMSA) Csalotto letto

Sono un gabbiano, volo di onda in onda” diceva nei momenti sereni, ma all’ improvviso sopraggiungevano anche pensieri di morte: “ Quando c’è tempesta e siamo in alto mare, mi faccio legare a questa sedia. Come Odisseo, perché le onde mi tentano”.

Constantin racconterà che passeggiando tra i boschi di ulivi e aranceti nell’amata isola greca di Corfù, Elisabetta veniva attratta da una piccola isola abbandonata e coperta di cipressi che le ricordava l’ Isola dei morti raffigurata nel famoso dipinto di Böcklin: “Se non dovessi annegare in mare vorrei essere sepolta qui, dove avrò sopra di me soltanto le stelle” gli confidava pensierosa.
Sopraggiungeva però sempre la voglia di ripartire: “Le mete di un viaggio sono desiderabili soltanto perché tra noi e loro si frappone il viaggio. Se arrivassi in un posto e sapessi di non potermene più allontanare, foss’anche il paradiso, mi parrebbe di essere all’inferno… Sapere che devo presto ripartire mi emoziona e mi fa amare qualsiasi luogo” rivelando così la sua insopprimibile inquietudine.

Villa Acheillon a CorfùAchilleionL’immagine di Miramare nella villa di Corfù (foto di Claudio Balconi) claudio BalconiElisabetta continuerà a inseguire i suoi sogni e a viaggiare verso il suo destino per ancora sei anni. Al giovane Constantin, accomiatato dopo un solo anno dal loro primo incontro, rimarrà il dono di una preziosa spilla di brillanti sormontata da una corona e il ricordo di quegli indimenticabili mesi vissuti tra mare e terra.

Note:
1. Guglielmo Oberdan sarà arrestato a Monfalcone lo stesso giorno dell’arrivo della coppia imperiale
2. Il primo ufficio telegrafico aperto al pubblico fu quello di Trieste che nel 1849 si collegava a Vienna via Lubiana
3. Claudio Pristavec ha confermato che il cavo partiva da un piccolo edificio dipinto di blu ed esistente fino agli anni Sessanta quando fu abbattuto per costruire una villa sul cui muro del garage fu conservata una targa che menzionava l’uso telegrafico.cavo sottomarino4. Il libro, pubblicato dopo la morte dell’imperatrice nel 1898, avrà un grande successo di pubblicoimg556

Notizie tratte da:
Elisabetta d’Austria, Trieste e l’Italia, catalogo a cura di Marina Bressan, Ed. della Laguna, Mariano del Friuli, 2000;
Elisabetta d’Austria nei fogli di diario di Constantin Christomanos, Adelphi Edizioni, Milano, 1989.
Consultazioni: Sissi, Elisabetta d’Austria, l’impossibile altrove, Silvana editoriale, Milano 2000 –  Collegamento esterno su Cinquantamila.it Cronologia di Sissi 

Massimiliano e Sissi (seconda parte)

Dopo il soggiorno di quasi 6 mesi a Madera,  Elisabetta si rimise in salute ma prima di ritornare a corte con la nave Victoria and Albert decise di navigare verso Cadice, Siviglia, Maiorca, Gibilterra, Malta, arrivando nel maggio 1861 a Corfù, la mitica isola degli eroi greci di cui s’innamorò immediatamente. (1)
Deciso di riportare a corte l’inquieta consorte e stabilita la data del suo arrivo nel golfo di Trieste, il 18 giugno 1861 Francesco Giuseppe la raggiunse assieme a Massimiliano sullo yacht Fantasia mentre l’arciduchessa Carlotta era in attesa sul porticciolo.
La scena dell’arrivo a Miramare sulla scialuppa della nave inglese fu immortalato in un celebre quadro di Cesare dell’Acqua dove sono raffigurati i fratelli d’Asburgo in uniforme della Marina che in procinto di scendere assistono all’incontro di Sissi e Carlotta tra ufficiali gallonati e la servitù del castello.

Nella foto il quadro di Cesare dell’Acqua del 1865 esposto in una sala del castello.Dell'acqua
L’incontro tra le due giovani cognate fu apparentemente molto affettuoso ma non appena entrati al castello l’Imperatrice Elisabetta lasciò libero il cane pastore portato da Madera che improvvisamente si avventò sul maltese di Carlotta (2) sbranandolo orribilmente. (3)

con caneDetestando i cagnolini Sissi non si preoccupò né ritenne di doversi scusare provocando un’inaspettata reazione di Carlotta che ripresasi dalla disperazione e giudicando molto preoccupante il comportamento della cognata, espresse la sua perplessità all’Imperatore.

La coppia imperiale parti molto presto per Vienna ma sorprendentemente Massimiliano li raggiunse pochi giorni dopo, quando Sissi si riammalò. Diagnosticata una tisi galoppante, il medico le consigliò un lungo soggiorno in un clima caldo e asciutto.
Le cronache dell’Impero non riferirono nulla sulle trattative avvenute nella Hofburg, ma di fatto l’Imperatrice decise di partire per Corfù con l’arciduca.
Se Francesco Giuseppe acconsentì controvoglia, Carlotta rimase esterrefatta di quella discutibile scelta, ma consapevole delle complesse dinamiche familiari e disposta ad accondiscendere sempre a tutte le velleità del marito, non sollevò ulteriori questioni.
In tutta la planetaria bibliografia degli Asburgo non fu mai menzionata una possibile liason tra Elisabetta e Massimiliano, anche se fu constatata la loro affettuosa intesa, ma ci permettiamo riportare quarto scritto sull’argomento dal principe Michele di Grecia di cui sono note le conoscenze nel Gotha europeo e le documentatissime fonti del suo famoso libro su Carlotta:
Elisabetta, con la sua straordinaria capacità di far sempre ciò che vuole senza tenere minimamente presenti gli altri, non deve essersi fatta nessun scrupolo a circuire il cognato e Max si è lasciato affascinare dalla sirena.”
Pur ritenendo poco probabile un rapporto fisico tra di loro, il nobile scrittore ritenne quindi possibile che Massimiliano fosse stato attratto dalla bellezza e dalla personalità di Elisabetta e che persino l’avesse considerata un’impossibile amore, come fu quello con la sua promessa sposa principessa Amelia di Braganza, soprannominata “A Princesa Flor“, morta a soli 22 anni nel 1853.

(foto Wikipedia) WikipediaDi certo il 27 giugno 1861 i giovani cognati sbarcarono nell’isola greca dove si trattennero fino all’arrivo del 13 ottobre dell’Imperatore che si dimostrò comunque felicissimo di trovare l’amata consorte guarita e in piena forma.

Conclusa la romantica vacanza di Sissi e Max non finirono del tutto i malumori di Francesco Giuseppe verso il fratello né quelli di Carlotta, delusa dalla Corte imperiale che non offriva nuovi incarichi per l’arciduca.

Nel successivo lungo soggiorno degli Imperatori d’Austria a Venezia, il clima umido e freddo della laguna dopo i giorni felici a Corfù provocarono in Elisabetta una tale sorta di malinconia e inquietudine che nell’aprile dell’anno successivo il suo ricorrente male si ripresentò.
Intervenne allora la madre principessa Ludovica che la convinse a recarsi a Kissingen, in Baviera, per seguire una cura termale e una dieta sana.

Mentre Sissi si ristabiliva riprendendo alcuni impegni alla Corte di Vienna e lo studio dell’ungherese, il ministro degli Esteri austriaco propose a Massimiliano la corona del futuro Impero del Messico sollevando una complicata sequelle di trattative tra Austria, Francia e Spagna fino alla formale offerta della delegazione spagnola nell’ottobre del 1863.

Il 1864 sarà l’anno dei commiati del biondo arciduca che con la moglie Carlotta e  i titoli di Imperatori del Messico si appresteranno alla partenza verso le lontane terre dell’America.
Nell’ultimo viaggio in Europa porgeranno i loro saluti alla corte di Napoleone III viaggiando poi verso Vienna, accolti con tutti gli onori da Francesco Giuseppe e soprattutto da Elisabetta. Il clima affettuosamente festoso sarà però presto interrotto quando Max rifiuterà sdegnosamente di firmare la rinuncia a tutti di diritti della corona d’Austria impostagli dall’ Imperatore (4). A nulla serviranno le suppliche di Carlotta e persino dell’arciduchessa madre Sofia mentre Sissi, resasi conto di non poter cambiare le decisioni del suo potente marito, si limiterà ad esprimere il suo immutabile affetto verso i cognati.

Ritornati a Trieste in preda alla collera, dopo una serie di inutili contatti con i reali di Francia e Belgio, Massimiliano riuscirà ad ottenere solamente alcuni favori da parte di Vienna e il 9 aprile 1864, in presenza di Francesco Giuseppe arrivato appositamente a Miramare, sarà costretto a firmare la sua rinuncia a ogni pretesa successoria dell’Impero austriaco (5).
Dopo l’incoronazione del 10 aprile la partenza per il Messico sarà fissata per il giorno 14, tra le navi imbandierate e una folla commossa.

L’imperatore del Messico andrà così verso il suo tragico destino mentre l’Imperatrice d’Austria riprenderà i suoi viaggi tra i castelli e le residenze di Corte, i soggiorni termali e quelli in villa Achilleion di Corfù tra malesseri, inquietudini, lunghe navigazioni nel Mediterraneo alla ricerca di una pace che non troverà mai.
Ho amato, ho vissuto, ho peregrinato attraverso il mondo ma mai ho raggiunto quello che cercavo” scriverà nei suoi diari.

Nella foto l’affettuosa lettera di Natale che Elisabetta, firmandosi Sisi, scrisse a Carlotta, già chiusa nel castelletto in preda alle crisi paranoiche, assicurandola delle sue preghiere per lei e il suo Max.Sisi due

sisiDopo la morte di Massimiliano e il rientro di Carlotta in Belgio, Elisabetta ritornerà ancora molte volte nel Castello di Miramare dove avrà sempre a disposizione una delle navi imperiali pronte a salpare.

Raggiungerà il cognato Massimiliano nella cripta dei Cappuccini di Vienna dove nel settembre del 1898 sarà deposto il suo sarcofago tra Francesco Giuseppe e il figlio Rodolfo.tomba tAdtripAdvisor

Note:

  1. Anni dopo Elisabetta si farà costruire la grande villa chiamata “Achilleion”
  2. Il piccolo maltese le fu regalato dalla regina Vittoria
  3. L’episodio è riferito nel libro L’Imperatrice degli addii di Michele di Grecia
  4. Se Massimiliano non avesse firmato Francesco Giuseppe gli avrebbe negato il consenso alla partenza per il Messico. 
  5. La successione era destinata al Principe ereditario Rodolfo d’Asburgo-Lorena

Notizie e consultazioni:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Elisabetta d’Austria, Trieste e l’Italia, Ed. Laguna – Ed. Generali, Monfalcone, 2000
Michele di Grecia, L’Imperatrice degli addii, A. Mondadori Editore, Milano, 2000

La Passio di San Giusto

In un articolo pubblicato nel 1972 sull’ “Archeografo Triestino” il professor Giuseppe Cuscito riporta i suoi studi sulle origini cristiane di Trieste asserendo che i primi cristiani della colonia tergestina non fossero affatto soliti a radunarsi all’interno delle mura cittadine in quella casa di Eufemia e Tecla dove in seguito al loro martirio sorse l’oratorio e poi la chiesa di San Silvestro come venne sempre riportato nella storiografia.
Secondo il testo Tergeste, scritto nel 1951 dallo storico V. Scrinari, fu supposto che i primi devoti al cristianesimo usassero invece raccogliersi e pregare in luoghi esterni alle mura, lì dove avvenivano i supplizi e le sepolture dei martiri e dove in seguito sarebbero sorte le prime chiese.
Le notizie riguardanti il processo e la morte di Justus, il Patrono di Trieste San Giusto, furono riportate nella Passio, la più importante documentazione dell’epoca raccolta in 3 manoscritti medievali (1), senza però specificare l’anno (2) e il posto preciso in cui il corpo sarebbe stato tumulato.
Nonostante un errore sulle datazioni relative agli imperi romani, venne in seguito accertato che l’anno di riferimento del martirio fosse il 303, coincidente con quello dell’editto per la persecuzione dei cristiani emanato dall’imperatore Massimiano a cui seguì l’uccisione in terre siriane di San Sergio come riportato nel precedente articolo.
Nella Tergeste del III secolo D.C. l’esecuzione del decreto fu affidata al prefectus Mannacius che dando seguito alle denunce di alcuni cittadini fedeli all’Impero romano, convocò il giovane Giusto, reo di aver palesato il segno della croce, imponendogli di abiurare la sua fede cristiana e di offrire dei sacrifici agli dei pagani.
Dopo un deciso rifiuto e secondo l’osservanza delle procedure, Giusto fu rinchiuso in carcere per indurlo alla riflessione ma poiché continuò a ignorare le proposte del magistrato romano, fu flagellato e alla fine condannato a morte per annegamento (3). Avvolto dalle corde e con il cappio al collo fissato da una pietra fu gettato in mare al largo della costa.

Nella foto il Martirio di San Giusto dipinto nel 1900 da Carlo Wostry e conservato in Cattedrale nella navata della Pietà.img383La notte stessa in cui il suo destino fu compiuto il martire apparve in sogno al presbitero Sebastiano e rivelando il luogo dove giaceva il suo corpo gli chiese che quando fosse riemerso dalle profondità del mare di seppellirlo in un luogo nascosto dalle pubbliche autorità. (4)
I fedeli cristiani si recarono così verso quel tratto di costa e rinvenuto il corpo prodigiosamente libero da corde e piombi lo cosparsero di aromi avvolgendolo in tele pregiate.
La Passio riportò solo che i fedeli lo seppellirono non lontano dal luogo del ritrovamento (5) ma tutti gli studi successivi identificarono nell’antica area cimiteriale che si trovava tra l’attuale riva Grumula e il palazzo Revoltella nella zona identificabile dei SS. Martiri.

Trascorsero però molti secoli trascorsero prima di avere un riscontro di quanto riportato sulla Passio poiché solo nel 1963 in seguito agli scavi sulla via Madonna del Mare fu rinvenuta una Basilica Paleocristiana dalla pianta a forma di croce contenente delle iscrizioni databili tra la fine del IV secolo e l’inizio del VI e che di fatto costituirono i primi documenti della più antica comunità cristiana.
Sul presbiterio elevato rispetto all’aula e sotto il piano dell’altare venne scoperto un loculo in pietra per le reliquie che si ritenne avesse contenuto le ossa di San Giusto dopo la sua prima sepoltura.

Foto da Atlante dei Beni CulturaliPresbiterio Madonna del Mare
Dopo l’editto di Costantino del 313 si estese la libertà di culto che sotto la “Sancta Ecclesia Tergestina” proseguì fino all’epoca delle invasioni barbariche quando per il pericolo delle loro razzie profanatrici fu necessario trasferire i beni sacri entro le mura della città.
Nel V° secolo il culto cristiano si trasferì così sulla sommità del colle dove vicino alle rovine dei tempi pagani di Giove, Giunone e Minerva sorse la Basilica di Santa Maria Assunta.

Le reliquie di San Giusto vennero traslate nel IX secolo nella chiesa adiacente (6) dove rimasero fino agli inizi del Milletrecento quando per volere del vescovo Rodolfo Pedrazzani i due edifici vennero uniti in unica chiesa a 5 navate (7) con successivi adattamenti eseguiti dal vescovo Enrico von Wildenstein che nel 1385 la consacrò con un nuovo altare maggiore.
La preziosa urna in lamina d’argento sbalzato e dorato (8) sarà rinvenuta dopo la ricognizione sotto l’altare effettuata nel 1624 dal vescovo Rinaldo Scarlicchio; lo splendido dipinto del Santo con la simbolica palma del martirio sarà invece rinvenuta assieme le reliquie di San Servolo nel luglio del 1825.

Nella foto (di Marino Jerman) la capsella di San Giusto istoriata con girali di vite e un piccolo crocifisso risalente al Milleduecentoimg389

L’immagine del giovane Justus con il prezioso velo in seta di reminiscenza bizantina datato alla metà del Trecento e attribuito a un pittore itinerante tra Creta e Venezia. (foto M. Jerman) img388

Nel 1650 la custodia delle reliquie dette il Tesoro del Santo furono sistemate dietro una splendida cancellata nella cappella di Sant’Antonio Abate, eretta nel 1364, in seguito dotata di un grande armadio ligneo a 18 nicchie sovrapposto a un altare commissionato dal vescovo Pompeo Coronini.

Foto CMSAimg391

 

I bellissimi affreschi affreschi del XIV secolo con le Storie di San Giusto saranno apposti sulla parete della Cappella di San Giovanni con l’antico Battistero del IX secolo.img390
Come scritto alla fine della Passio il martirio di San Giusto e il ringraziamento per il ritrovamento del suo corpo sarà ricordato il 2 novembre di tutti gli anni, data che dal 1931 sarà spostata al giorno successivo per consentire la Commemorazione di tutti i Defunti.

Note:
1. La Passio, che comprende anche quelli scritti su Vienna e Venezia, fu editata da G. Van Hooff nel 1879;
2. Venne invece stabilita la data del 2 novembre;
3. Per le crudeli imposizioni delle leggi romane di allora i credenti cristiani venivano in massa bruciati vivi ma per evitare che fossero venerate le loro ceneri, erano legati con corde e pietre e gettati in mare.
4. Recollige et sepeli me cum diligentia in occulto loco propter tyrannorum illusionem ut decendit in profundum maris, mox funes ipsi cum plumbo dirupti sunt ad litius huius tergestinae civitatis, priusquam in occasum sol declinaret”
5. “Sepelierunt eum (Justum) non longe ad eodem litore, ubi inventum est sancti martyris corpus”
6. Nell’architettura cristiana la chiesetta o cappella costruita con particolari caratteristiche e destinazioni devote era chiamata “Sacello”.
7. Tra il 1302 e il 1320;
8. Il reliquiario ad urna di bottega cividalese fu ritenuto risalire al XIII secolo.

Notizie tratte da:
Giuseppe Cuscito, San Giusto e le origini cristiane a Trieste, estratto dall’Archeografo Triestino Serie IV, 1969-70
Marzia Vidulli Torlo, SAN GIUSTO Ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003

San Sergio, guerriero e martire

Al tempo dell’ Impero di Diocleziano e Massimiano, tra il III e IV secolo d.C., il giovane cristiano Sergio insignito del grado di tribuno militare giunse nella romana Tergeste stringendo sincere amicizie con i correligionari cittadini.

Richiamato a Roma e consapevole di poter essere martirizzato per la sua fede cristiana, promise di dare un segno alla città nel momento della sua morte.
Giunto all’Urbe fu accolto dagli imperatori e nominato primicerio con un’importante carica all’interno delle gerarchie militari ma condividendo nel contempo la sua devozione a Cristo con il soldato Bacco a cui fu poi legato da profonda amicizia.

Inviati entrambi in Oriente per affrontare la riscossa di Valerio Galerio Massimiano dopo la sconfitta con i persiani, Sergio e Bacco contribuirono a ottenere la vittoria romana, ma la loro gloria fu di breve durata. A seguito dell’emanazione di un decreto per la persecuzione dei cristiani, alcuni vili legionari che aspiravano ai loro prestigiosi ruoli, li denunciarono alle autorità. Convocati al cospetto dell’imperatore, Massimiano Sergio e Bacco rifiutarono l’adorazione degli dei pagani riaffermando l’appartenenza alla fede cristiana.
Degradati come militari e in sprezzo alla loro virilità i due amici furono vestiti con abiti femminili e costretti a percorrere incatenati le strade più frequentate tra lo scherno della popolazione. Portati nella provincia dell’Eufrate al cospetto del prefetto Antioco, ricusarono l’abiura riaffermando ancora la loro cristianità. Il giovane Bacco venne immediatamente flagellato a morte mentre Sergio fu legato al cocchio dello stesso Antioco e trascinato per miglia e miglia nel deserto siriano con calzari foderati di aculei fino alla città di Resafa (1) dove il 7 ottobre dell’anno 303 gli fu mozzata la testa.
Fu allora che secondo la leggenda tramandata a Trieste sul piazzale del Foro romano a San Giusto cadde dal cielo la lancia alabardata di San Sergio come segno della sua morte.

Il martirio fu dunque sicuramente dovuto alla tremenda persecuzione anticristiana scatenata dagli imperatori romani ma sorprende che la storica leggenda abbia tramandato il particolare degli abiti femminili con cui i due guerrieri vennero vestiti.
Per quanto nell’antica Roma i costumi sessuali fossero liberamente praticati e accettati quello che veniva invece schernito era la palese caduta del mito virile dell’uomo soprattutto quando avesse riguardato un soldato di alte cariche.

Se fino al VII secolo Sergio e Bacco venivano ancora rappresentati uniti dalle fede cristiana nei secoli successivi l’immagine con le aureole compenetranti voleva forse suggerire la loro componente omosessuale.

Nella foto un’icona del VII secolo con Sergio e Baccoicona VII secolo

In un dipinto del XIII secolo con un’immagine femminile e le aureole unite  anno
In tempi più recenti i due guerrieri romani divennero un simbolo per le comunità cristiane omosex e negli anni Novanta la loro icona dipinta dall’artista francescano Robert Lenz’s fu addirittura portata alla sfilata del Gay Pride di Chicago, dimostrando ancora una volta come le leggende storiche possano essere riadattate nel corso dei secoli.Gay Pride

Nota 1. Resafa, in aramico Ruṣāfa, si trovava a 35 km da sud dell’Eufrate, lungo la “strada lastricata” costruita da Costantino, fu un centro di controllo delle carovaniere verso Aleppo. Chiamata Sergiopoli dopo il martirio del santo a cui venne dedicata una basilica divenne una meta di pellegrinaggi cristiani e in seguito un luogo di transito dei Cavalieri del Tempio verso le Crociate. Dopo la seconda metà del Milleduecento l’invasione dei Mongoli prima e dei Turchi poi la cittadina cadde in rovina e divenne terra di pastori nomadi.

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste, spunti dal suo passato, Edizioni LINT, Trieste, 1971 – Progetto Gionata

San Sergio: una chiesa, una via

Le prime tracce di una chiesa intitolata a San Sergio appare su un documento del 1278 dove il vescovo Arlongo concesse la sua costruzione in contrada Caboro. (1) (2)
Nel 1338 l’edificio risultò distrutto ma otto anni dopo fu trovata la notizia del ricevimento di un vessillo donato dalla chiesa di San Giusto e negli anni 1351-52 ebbero luogo 2 processioni.
Il 7 ottobre 1366 fu segnalata per la prima volta una festa con canti e musiche per celebrare la ricorrenza della condanna a morte del Santo, avvenuta in questo giorno d’ottobre dell’AD 303, tradizione rimasta nella Sancta Ecclesia Tergestina e rispettata ancora nei nostri giorni. (3)
La chiesa ubicata in Caboro (4) venne ancora menzionata in documenti del Codice Diplomatico Istriano datati 1414 e risultò ancora esistente nel 1494 (5) ma in seguito non vennero riportate altre notizie in merito.

Nella foto un settore dell’affresco di G.G. Cosattini (1678) conservato nel Battistero della Cattedrale di San Giusto (Cappella di San Giovanni)  con la mano di San Giusto sulla Tergeste medievaleimg320

Nel 1442 fu invece attestata la costruzione di un’altra chiesa dedicata al Santo in una zona ben lontana dalle mura che rinchiudevano la città e a quei tempi ricoperta dai boschi che dal colle di San Giusto si estendevano sino alle future vie del Bosco e Madonnina.
In quell’anno infatti fu depositato alla Sede vescovile di via Castello un atto testamentario sul quale per volontà del defunto signor Andrea Covaz venivano donate le sue 2 vigne proprio alla nuova chiesa di San Sergio, che sarebbe stata terminata 2 anni dopo.
Altre documentazioni sull’edificio proseguirono fino al 1494 ma ancora due secoli dopo i campi vicini venivano identificati con il nome del Martire come fu attestato su una pergamena conservata negli archivi comunali. (6)

La memoria storica venne comunque conservata mantenendo il nome come indicazione della zona dove si trovava l’antica chiesa e quando furono tracciate le nuove strade, nel 1835 fu deciso di intitolare al santo il tratto di congiunzione tra le vie del Bosco e Madonnina.

Un settore di una stampa ottocentesca dove si notano le zone verdi sotto il castello di San Giusto con la via Mulino a Vento in primo piano – sotto una mappa del 1850 stampa 1850

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Un tempo nella Cattedrale di San Giusto esisteva la Cappella di San Sergio con una mensa risalente al 1731 e in parte modificata nel 1769.

Nel 1835 venne inserita una pala di Giovanni Kandler (7) raffigurante il martire davanti all’imperatore Massimiano, opera in seguito perduta e documentata in un bozzetto presso i Civici Musei. (8)
Durante i lavori strutturali effettuati nella Cattedrale negli anni Venti l’altare fu però smantellato e portato nella chiesa di Lanischie (oggi Lanišće in Croazia).

Nella foto CMSA del luglio 1928 la cappella e l’altare di San Sergio prima della demolizioneimg319
Come dedica a San Sergio, nell’anticappella del Tesoro sulla navata sinistra di San Giusto, appare il grande dipinto di Carlo Wostry raffigurante il giovane santo e la scena della caduta dell’alabarda sul piazzale davanti il Propileo romano narrata nell’antica leggenda.

Nella foto (GA) il grande pannello di Carlo Wostry corr. 2

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Sulla parete sinistra della navata dell’Addolorata, limitrofa alla cappella di San Giovanni, è appeso il bel quadro di Benedetto Carpaccio (9) Madonna che allatta il Figlio tra San Giusto e San Sergio risalente al 1540 e sottoposto a un restauro nel 1913.  (10) Il nostro comprotettore appare qui vestito da soldato con in mano la lancia-alabarda riportata anche sul fondo rosso dello scudo.Madonna
Una statua di San Sergio in corazza con l’alabarda in pugno si trova anche in un camminamento del castellosss ss
Un altro San Sergio fu invece scolpito da Francesco Bosa nel 1842 ed è collocata tra gli altri cinque protettori di Trieste nell’attico della Chiesa di Sant’Antonio Nuovo. (11)trip advisor
In uno dei medaglioni appesi sulla navata della chiesa di Montuzza è custodito invece un dipinto di Pompeo Randi (Forlì 1827 – 1880). L’immagine di questo San Sergio guerriero è molto bella e mi ha colpito per un particolare ben visibile nell’ingrandimento e che, se mi si scuserà per l’ignoranza, non mi sarei proprio aspettata.sergio

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Così questo personaggio combattente ma così tanto devoto cristiano da divenire un martire e per di più un nostro protettore, mi ha incuriosito e ho cercato la sua storia che riproporrò in sintesi nel prossimo articolo.

Note:
1. Notizia tratta da triestestoria.altervista
2. Secondo Silvio Rutteri su carte del Quattrocento il luogo indicato come “soto Sancti Serci” sarebbe collocabile tra la via Rota e la via dell’Ospitale dove un certo Paris Pellegrini possedeva dei fondi
3. Da Diocesi di Trieste
4. Il Caboro fu anche identificato come la zona sul fianco sottostante al Castello, nome che poi rimase sulla via lungo la collinetta di Montuzza
5. Notizia riportata da Luigi de Jenner
6. Notizia riferita da Silvio Rutteri
7. Soprannominato Nane, fu fratello dello storico-letterato Pietro Kandler, Trieste 1805-1865
8. Da Atlante dei Beni Culturali
9. Figlio del più famoso Vittore, Venezia 1500 – Capodistria 1560
10. Il dipinto fu realizzato per la sala del Consiglio Maggiore di Trieste, esposto sotto il portico della Torre del Porto, in seguito nella chiesa San Pietro di piazza Grande e dopo la sua demolizione nel 1870 affidato alla Cattedrale di San Giusto
11. La statua di San Sergio, caduta durante il terremoto del 1976, venne restaurata nel 1988

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste Storia e Arte tra vie e piazze, Ed. LINT, Trieste, 1981 – Trieste – Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1971;
Marzia Vidulli Torlo, San Giusto, ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003;
Articolo sulla Rivista “la Bora”, 1979 – Triestestoria.altervista – Wikipedia – Wikisource

Ricordo di Giulio Perotti

Perotti è un nome che a Trieste viene ricordato per il raffinato e purtroppo non più esistente negozio di fiori presso Palazzo Modello con le sue belle vetrine in Capo di Piazza e via del Teatro (1)Palazzo Modello
L’attività commerciale iniziò nel lontano anno 1879 in via San Nicolò 28 riscuotendo gli apprezzamenti della clientela che ordinava e acquistava i suoi freschissimi fiori importati dall’estero e in parte forniti dai giardini di villa Perotti nel rione di Chiadino. (2)

Il cartellone pubblicitario dipinto da Ugo FlumianiPerotti

Il titolare Giulio Perotti, nato 1841 a Ueckermünde (3) come Julius Prott, fu infatti talmente ammaliato dalle bellezze di Trieste che decise di acquistare una casa in un colle di periferia e di trasferirsi qui.
JuliusIl nostro concittadino aveva intrapreso sin da giovane degli studi musicali a Berlino, Firenze e Parigi e nel 1863 iniziò una sfolgorante carriera di tenore e con il nome d’arte Giulio Perotti si esibì in numerosi repertori operistici nei più grandi teatri nazionali e internazionali.
TeatroNonostante gli impegni artistici, il Perotti trovò il tempo di ristrutturare la sua villa arredandola con preziosi libri, quadri e oggetti d’arte dedicandosi anche all’allestimento dei giardini che dotò di una decina di pozzi per le irrorazioni e di una serie di serre per la coltivazioni di pregiate piante provenienti da Brasile, Giappone, Egitto e Indie.

Foto collezione Sergio Traccanelli sepiaGli ospiti rimanevano stupefatti dallo spettacolare panorama che si godeva dallo spazioso terrazzamento della residenza, dalle rigogliose vegetazione e dalle varietà floristiche nelle serre.
Nelle note biografiche di Giulio Perotti reperibili sul Web viene riportata la sua particolare passione per le rose che nel 1892 lo indusse a creare con una serie di innesti e riproduzioni una nuova rosa dai petali bianchi e dall’intenso profumo.

Dopo più di un secolo il professor Vladimir Vremec, l’ideatore dello splendido Roseto di San Giovanni (4) ricercando delle specie antiche per arricchire le collezioni del parco, scoprì che in un catalogo della rivista Rosenzeitung pubblicata nel 1893 era inserita la Rosa Emlékezés Deák Ferencz (5) nome attribuito come ricordo dell’illustre politico ungherese ma specificando la proprietà di Giulio Perotti.Catalogo rosa deak

Traducendo dal tedesco la presentazione sulla rivista si apprende che si trattava di una magnifica ibridazione di una Rosa Thea che riuscì a conservarsi perfetta dopo tutto il lungo viaggio da Trieste a Budapest  permettendo di essere copiata in un acquerello.  La vera rosa perottiSulla didascalia della Deák Ferencz venne descritta come un fiore grande con una ricca e durevole fioritura con un profumo intenso  simile al thè bianco.Rozsa

Con il sorprendente nome di “Souvenir de Francois Deak” questa rosa bianca fu presente anche sul catalogo relativo alla Esposizione Agricola-Forestale della Ditta di floricultura di Antonio Ferrant tenutasi a Gorizia nel 1891 e premiata con una medaglia d’oro.32684101_2062362537311725_3709348359161511936_ndeak
Secondo un articolo della giornalista Ivana Suhadolc pubblicato su “Il Piccolo” in data 2 luglio 2016 la Rosa bianca Ferencz Deák – Perotti  sarebbe sopravvissuta a più di 120 anni di storia continuando a fiorire in una corte di una casa di Pregara in Istria e adesso anche nel Roseto di San Giovanni.

Il nostro celebre concittadino Giulio Perotti concluse la sua carriera operistica nel 1900 e la sua vita a Milano il 21 febbraio del 1902; nella sua città d’origine sul Mar Baltico, al confine con l’attuale Polonia, si tiene ancora oggi un concorso di canto lirico a lui intitolato.

La bella villa di Chiadino fu venduta e l’ultimo proprietario, un principe del Foro romano, la rinvedette intorno agli Sessanta e dopo il suo abbattimento sorsero dei moderni condomini; l’attività floristica della Ditta Perotti continuò invece fino ai primi anni del XXI secolo.Perotti 2

Note:
1. Oggi sostituito da una frequentata Caffetteria
2. Villa Perotti aveva l’ingresso principale in vicolo degli Scaglioni 30 e uno secondario in via dei Porta 55
3. Sul mar Baltico, al confine dell’attuale Polonia
4. Il Roseto nel Parco di San Giovanni fu creato nel 2009 e oggi accoglie ben 3.000 varietà di rose
5. Ferenc Deák (1803 – 1876) in Italia noto anche come Francesco Deak, lottò per l’autonomia del paese all’interno dell’Impero che fu ottenuta con il Compromesso austro-ungarico del 1867

Fonti tratte da:
Un articolo di Ivana Suhadolc pubblicato il 2 luglio 2016 su “Il Piccolo” – Alessandro Goracuchi, Attrattive di Trieste, Ed Svevo, Trieste, 1977 – internationaler-perotti-gesangswettbewerb.de – Wikipedia

Lampiere, ferai e lampioni

Al calar del sole la piccola città di Trieste, rinchiusa tra le mura fino al XVI secolo, veniva avvolta dall’oscurità e le poche migliaia di abitanti si tappavano nelle case alla luce dei focolari e delle candele.
Solo nel 1551 nei punti di maggior passaggio furono installate le prime 6 lampiere a olio mentre le strade limitrofe erano parzialmente illuminate dai fanaletti delle guardie civiche che giravano in ronda. Le fiammelle dei soprannominati “lampareti” erano molto flebili e tremolanti ma davano un senso di sicurezza ai pur pochi avventori che transitavano nella cittadella ancora medievale.fanale gas

Due secoli dopo, nelle piazze e negli angoli delle strade di una Trieste ormai allargata verso il Porto e il Borgo Teresiano, vennero posti dei treppiedi in legno o in pietra sui quali si appoggiavano le lanterne. Nel 1793 se ne contavano un centinaio e la loro manutenzione, pagata dai proprietari delle case, prevedeva il riempimento dei ferali con un olio di buona qualità e lo spegnimento alle prime luci dell’alba e nelle notti di luna piena. (1) 

Mezzo secolo dopo l’inglese Guglielmo Murdoc e il francese Philippe Lebon fondarono una società che diretta dal francese Pietro Prix Franquet sfruttava il carbone per ricavarne il gas illuminante.
Le prime strade dotate dei nuovi lampioni furono il Corso e la via Nuova (l’attuale via Mazzini) e in poco tempo i nuovi “ferai” sostituirono quelli a olio estendendosi in tutto il centro città; nel 1864 se ne contarono più di 1900 gestiti da un’azienda municipalizzata. Aumentò così il numero dei cosiddetti “impizaferai” impegnati ad accenderli dopo il tramonto e spegnerli all’alba.

Nella foto un braccio di sostegno per il fanale a gasimg280FeraiNel 1870 fu posto un grande candeliere a 8 fiamme in piazza Grande e sei anni dopo il Municipio venne illuminato dalle mitiche Tinza e Marianza. Tuttavia le luci diffuse dai coreografici lampioni erano ancora troppo deboli.UnitàLuciano Emili
I bellissimi fanali a gas in fiamma libera sul Belvedere di passaggio Sant’andrea img281

Piazza Giuseppina

ridottaLa prima illuminazione elettrica apparve ventotto anni dopo e quel primo Novembre 1898 fu un grande giorno per Trieste: nonostante il freddo e la pioggia la gente si riversò sulle strade dimostrando l’orgoglio di abitare nella seconda città europea dotata di un impianto a vapore che generava una corrente trifasica. Le prime cabine di distribuzione, collocate tra piazza della Borsa e l’Acquedotto, erano costruite in ferro con elementi decorativi e decorazioni floreali; i nuovi lampioni in ghisa, chiamati “pastorali” per la loro caratteristica sagoma, sostituirono i fanali a retina. Le installazioni avvennero però con molta lentezza.

Nella foto l’ultima cabina elettrica conservata in piazza della Borsa img287
Sul molo San Carlo i fanali elettrici detti “pastorali” vennero inseriti tra i preesistenti fanali a gasMolo
Alla vigilia della Grande Guerra infatti le nuove lampade non superavano le 150 unità e fuori dal centro, oltre la Portizza e in tutta Cittavecchia continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.città vecchia
Per ordine del comando austriaco durante il conflitto tutti i fanali rimasero spenti per timore di bombardamenti o incursioni aeree e si riaccesero dopo il crollo dell’Impero.
Dopo il 1923 la distribuzione di energia elettrica venne erogata dall’ “Azienda Comunale Elettricità e Gas
A Barcola, Grignano, Prosecco e Contovello, Santa Croce e Opicina la luce elettrica arrivò appena nel 1925 ma in città ardevano ancora 1463 fanali e non si contavano più di 1555 lampioni.
Quando il 28 ottobre 1931 fu solennemente acceso il Faro della Vittoria, tra Cittavecchia e le vie periferiche si aggiravano ancora gli “impizaferai” che accendevano e spegnevano le misere fiammelle a gas  e molto tempo doveva passare ancora prima di essere spente per sempre.

Sui lampioni in ghisa risalenti alla fine dell’Ottocento e ancora presenti in piazza Unità, si trova ancora lo stemma di Trieste austriaca. img288

Sulle vie e piazze centrali di Trieste come anche in zone più periferiche, sopravvivono ancora diverse strutture in ferro di vecchie lampiere, di fanali e lampioni. In piazza Perugino sono sono stati persino conservati 3 originali fanali in ghisa con un piacevolissimo riadattamento in fontanelle.Perugino

Lo storicissimo fanale sul Canal GrandeSilvio Mase

Così Trieste conserva ancora i ricordi del suo passato imperiale assumendo quella certa aria retrò che piace tanto sia a noi che la viviamo che ai numerosi turisti che la scoprono.

(1) Nel breve dominio di Napoleone l’illuminazione fu estesa anche sul molo San Carlo e in piazza Ponterosso.

 

Carrozze e tram

Con il progressivo allargamento della città fu necessario ampliare l’offerta dei trasporti urbani rendendoli fruibili da tutta la popolazione.

Nella foto d’epoca (da “Il Piccolo”) le carrozze attendono i clienti in piazza della Borsaimg264
Già intorno al 1860 cominciavano a circolare i primi Omnibus ma solo dopo il 1875 l’impresa Cimadori & Vitturelli organizzò un servizio più esteso e confortevole con vetture aperte in estate e chiuse d’inverno. Inizialmente il metodo per segnalare le fermate richieste dei clienti era per così dire un po’ grezzo basandosi sullo strappone di una corda in dotazione del bigliettaio e collegata al braccio del guidatore, ma insomma le prestazioni erano comunque assicurate.
Ancora nel 1874 fu proprio la ditta Cimadori a proporre delle linee di trasporto su rotaia e dopo i primi rifiuti del Comune che non voleva “rovinare le strade” il progetto venne attuato e il 30 marzo del 1876 fu inaugurata la prima linea di tram a cavalli seppure limitata dal Boschetto ai Portici di Chiozza.

Foto Franco Dilica (da Trieste che non c’è più)Tram

 

Trieste ne fu orgogliosissima in quanto la tramvia cittadina seguiva di un solo anno la linea di Parigi e anticipava di ben sei anni quella di Milano.
Altri impresari si aggiunsero alla ditta Cimadori e nell’arco di un decennio divennero raggiungibili i rioni periferici di Barcola e Sant’Andrea.

Alla fine del secolo l’arrivo della corrente elettrica trasformò rapidamente l’aspetto della città con l’illuminazione delle strade e un innovativo metodo di trasporto urbano approntato dalle officine della Grazen Union Fabrik che riuscirono ad alimentare i motori delle vetture mediante un’asta collegata con una rotella ai fili aerei su cui veniva propagata l’elettricità.
Il 2 ottobre del 1900 apparve così il primo tram elettrico con rimorchio che dalla Rotonda del Boschetto marciando alla velocità di ben 30 km. percorreva le vie Giulia, Stadion, Torrente alla volta di Barcola tra gli applausi dei cittadini.

Passaggio del tram in via Giulia (foto “Il Piccolo”) img265
In pochi anni la Società triestina Tramway estese la rete dei trasporti verso San Sabba, Servola e Roiano crescendo ulteriormente dopo il 1909.

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Il 9 gennaio 1901 venne approvato il progetto della Società elettrica Union di Vienna per l’allestimento di una funicolare che collegasse il centro città con Opicina
La linea tramviaria a un unico binario, che diveniva doppio solo in 7 punti di incrocio, venne terminata nell’aprile del 1902 e inaugurata il 9 settembre tra l’entusiasmo dei cittadini.

Nella foto (collezione Di Matteo) le maestranze davanti alla carrozza in partenza; vicino al palo l’ideatore ingegner Eugenio Geiringer, scomparso 2 anni dopoimg270
Il deposito del tram in via Nazionale a Opicina nei primi anni del Novecento (foto collezione Ancona)img269

Notizie tratte da:
Silvio Rutteri, Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1975
Il Piccolo, Sull’orlo dell’abisso, Finegil Ed., Trieste, 2014

Collegamento esterno: https://triestesegreta.blogspot.com/2015/08/cucer.html