Sissi a Miramare

Dopo i soggiorni e le cure termali Elisabetta ritrovò un po’ di salute e di serenità per riprendere gli impegni alla corte di Vienna. Risalgono al marzo del 1865 i suoi più celebri ritratti realizzati da Franz Winterhalter che la immortalò con lo splendido abito di gala bianco e quello in veste da camera con i lunghi capelli annodati sul petto destinato allo studio privato dell’Imperatore nella Hofburg.
1864 - 1865franz
Incoronata nel marzo del 1867 regina di Ungheria, Elisabetta soggiornerà spesso a Palazzo Gödöllő, ma per ben 14 volte anche al castello di Miramare rimasto a disposizione dell’Impero con una parte della servitù. Le permanenze saranno però tutte abbastanza brevi in quanto rappresentavano una sosta prime di imbarcarsi su una delle navi attraccate al porticciolo del parco per raggiungere le mete predilette nei mari del Sud.sepia

Passeranno così gli anni tra Vienna, l’Ungheria e i soggiorni alle terme di Baden-Baden e Bad-Ischl per alleviare i frequenti dolori nevritici e ossei, ma i primi segni dell’età e le fatiche dei continui allenamenti del suo esile fisico iniziavano a essere evidenti.

Sissi ritornerà a Trieste a fianco di Francesco Giuseppe il 16 settembre 1882 per partecipare all’Esposizione Industriale – Agricola allestita a Sant’Andrea e a una grande festa sulla nave Berenice ma il loro soggiorno sarà funestato dalla notizia di una sventata offensiva e dalle piogge battenti. (1) 

Nella foto (Biblioteca Civica) il Padiglione imperiale al centro del complesso espositivo a Sant’Andreaesposizione

Durante la permanenza in città l’imperatore commissionerà alla “Eastern Telegraph Company” un lunghissimo cavo sottomarino che nei pressi del castello di Miramare avrebbe raggiunto Corfù (2) permettendogli di ricevere notizie telegrafiche dell’inquieta consorte durante i suoi frequenti soggiorni nell’isola greca. (3)

Sei anni dopo, nel dicembre del 1888, gli imperatori d’Austria s’incontreranno ancora a Miramare per trascorrervi il Natale e fu allora che Sissi otterrà il permesso di acquistare e ristrutturare una villa nel borgo Gasturi di Corfù, chiamata poi l’ Achilleion, in omaggio al suo prediletto personaggio omerico.
Dopo l’entusiasmo dei progetti, nel gennaio del 1889 la sua vita sarà sconvolta dalla tragica morte di Rodolfo a Mayerling; rinchiusasi per mesi nelle stanze della Hofburg, Elisabetta sceglierà di indossare per sempre gli abiti a lutto.sissssi

Ma la rincorsa verso i suoi sogni la porteranno ancora a Miramare dove trascorrerà il Natale del 1889 raggiungendo poi Corfù per sorvegliare i lavori nella villa e nel parco circostante.

Decisa a intraprendere lo studio del greco antico e moderno, nel 1891 accoglierà a corte il giovanissimo insegnante ateniese Constantin Christomanos, che immediatamente rapito dalla sua figura alta e sottile, dal suo incedere leggero, dalla sua voce lenta e sommessa scriverà in un diario i ricordi di quell’anno trascorso con lei. (4)

Il giovane insegnante di greco Costantin Christomanos (Atene 1867 – 1911) costantin

Attraverso le pagine del libro saranno così svelati i pensieri più segreti dell’inquieta Imperatrice, l’instabilità dei suoi umori e a tratti persino la sua stessa anima che si svelerà nelle conversazioni letterarie tra le stanze dei castelli o le passeggiate tra parchi e boschi ma soprattutto veleggiando sul Miramar dove Elisabetta, rapita dal fascino del mare e dei venti, amava stazionare in uno spazio allestito sul ponte posteriore e protetto dai teli.

Il Miramar nelle foto di CMSA ssss

eeeeIl salotto e la camera da letto del Miramar (foto CMSA) Csalotto letto

Sono un gabbiano, volo di onda in onda” diceva nei momenti sereni, ma all’ improvviso sopraggiungevano anche pensieri di morte: “ Quando c’è tempesta e siamo in alto mare, mi faccio legare a questa sedia. Come Odisseo, perché le onde mi tentano”.

Constantin racconterà che passeggiando tra i boschi di ulivi e aranceti nell’amata isola greca di Corfù, Elisabetta veniva attratta da una piccola isola abbandonata e coperta di cipressi che le ricordava l’ Isola dei morti raffigurata nel famoso dipinto di Böcklin: “Se non dovessi annegare in mare vorrei essere sepolta qui, dove avrò sopra di me soltanto le stelle” gli confidava pensierosa.
Sopraggiungeva però sempre la voglia di ripartire: “Le mete di un viaggio sono desiderabili soltanto perché tra noi e loro si frappone il viaggio. Se arrivassi in un posto e sapessi di non potermene più allontanare, foss’anche il paradiso, mi parrebbe di essere all’inferno… Sapere che devo presto ripartire mi emoziona e mi fa amare qualsiasi luogo” rivelando così la sua insopprimibile inquietudine.

Villa Acheillon a CorfùAchilleionL’immagine di Miramare nella villa di Corfù (foto di Claudio Balconi) claudio BalconiElisabetta continuerà a inseguire i suoi sogni e a viaggiare verso il suo destino per ancora sei anni. Al giovane Constantin, accomiatato dopo un solo anno dal loro primo incontro, rimarrà il dono di una preziosa spilla di brillanti sormontata da una corona e il ricordo di quegli indimenticabili mesi vissuti tra mare e terra.

Note:
1. Guglielmo Oberdan sarà arrestato a Monfalcone lo stesso giorno dell’arrivo della coppia imperiale
2. Il primo ufficio telegrafico aperto al pubblico fu quello di Trieste che nel 1849 si collegava a Vienna via Lubiana
3. Claudio Pristavec ha confermato che il cavo partiva da un piccolo edificio dipinto di blu ed esistente fino agli anni Sessanta quando fu abbattuto per costruire una villa sul cui muro del garage fu conservata una targa che menzionava l’uso telegrafico.cavo sottomarino4. Il libro, pubblicato dopo la morte dell’imperatrice nel 1898, avrà un grande successo di pubblicoimg556

Notizie tratte da:
Elisabetta d’Austria, Trieste e l’Italia, catalogo a cura di Marina Bressan, Ed. della Laguna, Mariano del Friuli, 2000;
Elisabetta d’Austria nei fogli di diario di Constantin Christomanos, Adelphi Edizioni, Milano, 1989.
Consultazioni: Sissi, Elisabetta d’Austria, l’impossibile altrove, Silvana editoriale, Milano 2000 –  Collegamento esterno su Cinquantamila.it Cronologia di Sissi 

Massimiliano e Sissi (seconda parte)

Dopo il soggiorno di quasi 6 mesi a Madera,  Elisabetta si rimise in salute ma prima di ritornare a corte con la nave Victoria and Albert decise di navigare verso Cadice, Siviglia, Maiorca, Gibilterra, Malta, arrivando nel maggio 1861 a Corfù, la mitica isola degli eroi greci di cui s’innamorò immediatamente. (1)
Deciso di riportare a corte l’inquieta consorte e stabilita la data del suo arrivo nel golfo di Trieste, il 18 giugno 1861 Francesco Giuseppe la raggiunse assieme a Massimiliano sullo yacht Fantasia mentre l’arciduchessa Carlotta era in attesa sul porticciolo.
La scena dell’arrivo a Miramare sulla scialuppa della nave inglese fu immortalato in un celebre quadro di Cesare dell’Acqua dove sono raffigurati i fratelli d’Asburgo in uniforme della Marina che in procinto di scendere assistono all’incontro di Sissi e Carlotta tra ufficiali gallonati e la servitù del castello.

Nella foto il quadro di Cesare dell’Acqua del 1865 esposto in una sala del castello.Dell'acqua
L’incontro tra le due giovani cognate fu apparentemente molto affettuoso ma non appena entrati al castello l’Imperatrice Elisabetta lasciò libero il cane pastore portato da Madera che improvvisamente si avventò sul maltese di Carlotta (2) sbranandolo orribilmente. (3)

con caneDetestando i cagnolini Sissi non si preoccupò né ritenne di doversi scusare provocando un’inaspettata reazione di Carlotta che ripresasi dalla disperazione e giudicando molto preoccupante il comportamento della cognata, espresse la sua perplessità all’Imperatore.

La coppia imperiale parti molto presto per Vienna ma sorprendentemente Massimiliano li raggiunse pochi giorni dopo, quando Sissi si riammalò. Diagnosticata una tisi galoppante, il medico le consigliò un lungo soggiorno in un clima caldo e asciutto.
Le cronache dell’Impero non riferirono nulla sulle trattative avvenute nella Hofburg, ma di fatto l’Imperatrice decise di partire per Corfù con l’arciduca.
Se Francesco Giuseppe acconsentì controvoglia, Carlotta rimase esterrefatta di quella discutibile scelta, ma consapevole delle complesse dinamiche familiari e disposta ad accondiscendere sempre a tutte le velleità del marito, non sollevò ulteriori questioni.
In tutta la planetaria bibliografia degli Asburgo non fu mai menzionata una possibile liason tra Elisabetta e Massimiliano, anche se fu constatata la loro affettuosa intesa, ma ci permettiamo riportare quarto scritto sull’argomento dal principe Michele di Grecia di cui sono note le conoscenze nel Gotha europeo e le documentatissime fonti del suo famoso libro su Carlotta:
Elisabetta, con la sua straordinaria capacità di far sempre ciò che vuole senza tenere minimamente presenti gli altri, non deve essersi fatta nessun scrupolo a circuire il cognato e Max si è lasciato affascinare dalla sirena.”
Pur ritenendo poco probabile un rapporto fisico tra di loro, il nobile scrittore ritenne quindi possibile che Massimiliano fosse stato attratto dalla bellezza e dalla personalità di Elisabetta e che persino l’avesse considerata un’impossibile amore, come fu quello con la sua promessa sposa principessa Amelia di Braganza, soprannominata “A Princesa Flor“, morta a soli 22 anni nel 1853.

(foto Wikipedia) WikipediaDi certo il 27 giugno 1861 i giovani cognati sbarcarono nell’isola greca dove si trattennero fino all’arrivo del 13 ottobre dell’Imperatore che si dimostrò comunque felicissimo di trovare l’amata consorte guarita e in piena forma.

Conclusa la romantica vacanza di Sissi e Max non finirono del tutto i malumori di Francesco Giuseppe verso il fratello né quelli di Carlotta, delusa dalla Corte imperiale che non offriva nuovi incarichi per l’arciduca.

Nel successivo lungo soggiorno degli Imperatori d’Austria a Venezia, il clima umido e freddo della laguna dopo i giorni felici a Corfù provocarono in Elisabetta una tale sorta di malinconia e inquietudine che nell’aprile dell’anno successivo il suo ricorrente male si ripresentò.
Intervenne allora la madre principessa Ludovica che la convinse a recarsi a Kissingen, in Baviera, per seguire una cura termale e una dieta sana.

Mentre Sissi si ristabiliva riprendendo alcuni impegni alla Corte di Vienna e lo studio dell’ungherese, il ministro degli Esteri austriaco propose a Massimiliano la corona del futuro Impero del Messico sollevando una complicata sequelle di trattative tra Austria, Francia e Spagna fino alla formale offerta della delegazione spagnola nell’ottobre del 1863.

Il 1864 sarà l’anno dei commiati del biondo arciduca che con la moglie Carlotta e  i titoli di Imperatori del Messico si appresteranno alla partenza verso le lontane terre dell’America.
Nell’ultimo viaggio in Europa porgeranno i loro saluti alla corte di Napoleone III viaggiando poi verso Vienna, accolti con tutti gli onori da Francesco Giuseppe e soprattutto da Elisabetta. Il clima affettuosamente festoso sarà però presto interrotto quando Max rifiuterà sdegnosamente di firmare la rinuncia a tutti di diritti della corona d’Austria impostagli dall’ Imperatore (4). A nulla serviranno le suppliche di Carlotta e persino dell’arciduchessa madre Sofia mentre Sissi, resasi conto di non poter cambiare le decisioni del suo potente marito, si limiterà ad esprimere il suo immutabile affetto verso i cognati.

Ritornati a Trieste in preda alla collera, dopo una serie di inutili contatti con i reali di Francia e Belgio, Massimiliano riuscirà ad ottenere solamente alcuni favori da parte di Vienna e il 9 aprile 1864, in presenza di Francesco Giuseppe arrivato appositamente a Miramare, sarà costretto a firmare la sua rinuncia a ogni pretesa successoria dell’Impero austriaco (5).
Dopo l’incoronazione del 10 aprile la partenza per il Messico sarà fissata per il giorno 14, tra le navi imbandierate e una folla commossa.

L’imperatore del Messico andrà così verso il suo tragico destino mentre l’Imperatrice d’Austria riprenderà i suoi viaggi tra i castelli e le residenze di Corte, i soggiorni termali e quelli in villa Achilleion di Corfù tra malesseri, inquietudini, lunghe navigazioni nel Mediterraneo alla ricerca di una pace che non troverà mai.
Ho amato, ho vissuto, ho peregrinato attraverso il mondo ma mai ho raggiunto quello che cercavo” scriverà nei suoi diari.

Nella foto l’affettuosa lettera di Natale che Elisabetta, firmandosi Sisi, scrisse a Carlotta, già chiusa nel castelletto in preda alle crisi paranoiche, assicurandola delle sue preghiere per lei e il suo Max.Sisi due

sisiDopo la morte di Massimiliano e il rientro di Carlotta in Belgio, Elisabetta ritornerà ancora molte volte nel Castello di Miramare dove avrà sempre a disposizione una delle navi imperiali pronte a salpare.

Raggiungerà il cognato Massimiliano nella cripta dei Cappuccini di Vienna dove nel settembre del 1898 sarà deposto il suo sarcofago tra Francesco Giuseppe e il figlio Rodolfo.tomba tAdtripAdvisor

Note:

  1. Anni dopo Elisabetta si farà costruire la grande villa chiamata “Achilleion”
  2. Il piccolo maltese le fu regalato dalla regina Vittoria
  3. L’episodio è riferito nel libro L’Imperatrice degli addii di Michele di Grecia
  4. Se Massimiliano non avesse firmato Francesco Giuseppe gli avrebbe negato il consenso alla partenza per il Messico. 
  5. La successione era destinata al Principe ereditario Rodolfo d’Asburgo-Lorena

Notizie e consultazioni:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Elisabetta d’Austria, Trieste e l’Italia, Ed. Laguna – Ed. Generali, Monfalcone, 2000
Michele di Grecia, L’Imperatrice degli addii, A. Mondadori Editore, Milano, 2000

Incontri: Massimiliano e Sissi (prima parte)

Quando nel settembre del 1850 Massimiliano d’Asburgo giunse per la prima volta a Trieste (1)  la duchessa Elisabetta di Wittelsbach ne aveva solo 13, e già da 8 possedeva il titolo di “Sua altezza reale” conferitole dalla nomina del padre come discendente dei duchi di Baviera.
Il loro incontro avverrà nella primavera del 1854 quando l’arciduca, dopo i suoi lunghi viaggi nel Mediterraneo e nei mari d’Oriente ritornerà a Vienna per incontrare il fratello e la promessa sposa che aveva appena abbandonato la casa paterna di Monaco per divenire a soli 17 anni Imperatrice d’Austria.questa

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Accolto da un amabilissimo Francesco Giuseppe, Massimiliano partecipò ai festeggiamenti nuziali e alle pompose nozze del 24 aprile, ammaliato dalla bellezza e dall’affascinante personalità della giovanissima cognata.
HofburgQuel giorno fu festeggiato anche a Trieste: in porto si schierarono il piroscafo Kaiserin Elisabeth con una parata di navi austriache imbandierate, le chiese furono addobbate con fiori e nastri bianchi e rossi, sui sagrati vennero distribuiti cibi e denari per i bisognosi e molti condannati ottennero la grazia per volontà dell’Imperatore.

Nell’aprile del 1851 Massimiliano si recherà nuovamente a palazzo reale per un incontro con il fratello ed Elisabetta, divenuta un mese prima madre della piccola Sofia.
Condividendo i loro ideali, la passione per la poesia, l’arte, la natura e il mare, i due cognati strinsero una grande amicizia che sarà ulteriormente risaldata quando Max, reduce da un viaggio sulla Novara, nel settembre del 1855 soggiornerà per più di un mese nella Hofburg.

Quando il 19 novembre 1856 gli Imperatori d’Austria giungeranno in piazza Grande di Trieste tra una folla entusiasta, saranno accolti da Massimiliano che li affiancherà per tutti i 5 giorni del loro soggiorno, partecipando alla rappresentazione di gala della Traviata a teatro Verdi e al grande ballo nel salone della Camera di Commercio.Csan carmen

teatro sepia

Mentre Francesco Giuseppe tra udienze, visite e parate militari assolveva i suoi incarichi istituzionali, l’Imperatrice, da luglio mamma della secondogenita Gisella, risalirà sulla Kaiserin Elisabeth, per l’occasione ridipinta in azzurro e bianco, e scortata da 12 navi navigherà verso Santa Croce e Miramare dov’era in corso la costruzione del castello e ancora verso il golfo di Muggia.

Doveva essere stato felice quell’incontro con il nostro mare se rifiutando il rientro con la scialuppa di gala l’Imperatrice volle farsi accompagnare dall’Ammiraglio di porto e da una dama di corte su una semplice barca a sei remi per godersi un ultimo giro tra le acque triestine.
Forse nacque proprio allora la sua passione per le mete lontane dalla noiosa corte di Vienna, seguendo quel “gabbiano che vola di onda in onda” menzionato nei suoi versi.

Sarà questo l’ultimo viaggio felice di Elisabetta, allora solo diciannovenne; l’anno successivo gli imperatori avranno accoglienze ben diverse nelle provincie del Lombardo-Veneto e durante la successiva visita in Ungheria la piccola Sofia, che avevano voluto portare con loro assieme alla secondogenita Gisella, si ammalò e morì a soli due anni nel maggio del 1857.
SophieDopo il tristissimo ritorno a Corte la giovane Imperatrice iniziò a rifiutare le sue apparizioni in pubblico, e isolandosi in un’angosciata solitudine iniziò a rifiutare il cibo.

Intanto l’arciduca Massimiliano, tra un viaggio e l’altro e gli impegni governativi a Milano, nel luglio del 1857 convolò a nozze con la giovanissima Carlotta, principessa del Belgio, e quando si recarono a Schönbrunn per i saluti, furono accolti con grande affetto da Francesco Giuseppe e da Elisabetta, che per loro abbandonò gli abiti di lutto.

Ma erano già iniziati i disturbi nervosi che tormenteranno la vita della giovane Imperatrice che  la indurranno ad allontanarsi dalla Corte austriaca soggiornando nel castello di famiglia a Possenhofen, in Baviera.

Nell’autunno del 1860 Elisabetta colpita da un’infezione ai polmoni e consigliata dai medici a trascorrere alcuni mesi al Sud decise di partire per Madera. (2) Dopo il rifiuto dell’Imperatore a concederle le navi austriache (3) Sissi si rivolgerà alla sua vecchia amica la regina d’Inghilterra Vittoria che le mise a disposizione lo yacht Victoria and Albert.

(continua nella seconda parte) 

Note:

  1. Massimiliano deciderà di stabilirsi a Trieste nel febbraio del 1852 prendendo in affitto la villa Lazarovich a San Vito;
  2. Alcune notizie storiche riferirono che si trattò di un inizio di tisi ma non mancarono i pettegolezzi sui suoi rapporti con il marito e la Corte austriaca;
  3. Le cronache imperiali asserirono che Francesco Giuseppe si fosse adirato con il fratello Massimiliano per aver descritto così entusiasticamente Madera da suscitare l’interesse della cognata. 

Notizie tratte da: Carizzoni-De Rosa – De Vecchi, Sissi. Elisabetta d’Austria. L’impossibile altrove, Silvana Editoriale, 2000 – Ed. Silvana; Ruaro Loseri, Massimiliano. Da Trieste al Messico, Edizioni LINT, Trieste, 1986

 

Antiche cappelle

li sviluppi architettonici e urbanistici hanno spesso sacrificato degli edifici storici per favorire i quartieri residenziali e la viabilità ma alcune strutture sono state risparmiate dalle ruspe e continuano a sopravvivere. Forse per rispetto dei credenti o per le tradizioni di un tempo, alcune antiche cappelle di città e dintorni sono state conservate e restaurate testimoniando le storie del loro passato.

Sul monte di San Pantaleone, quand’era ancora ricoperto dalle campagne, nel 1724 venne eretta una piccola chiesa nella proprietà di Anton Pietro de Giuliani e della consorte Elena. Nelle Reminiscenze storiche di Trieste lo storico Pietro Tomasin riporta che l’edificio fu dedicato alla Beata Vergine in memoria di una tremenda bufera avvenuta il 5 agosto del 1710 e dove in seguito si svolse una processione dei confratelli del Santissimo Sacramento.disegno

Soppressa nel 1785 per ordine di Giuseppe II, nel 1830 la chiesetta accolse le spoglie dell’ultimo erede della nobile famiglia.
Caduta in rovina fu restaurata nel 1969 e alla fine degli Novanta; ancora ai nostri giorni il 24 luglio, giorno di San Pantaleone, viene officiata una breve messa sul campo adiacente.

Nella foto l’antica cappella intestata alla Madonna della neveMaria delle nevi
La cappella di via Giarizzole com’è oggigiarizzole
Tra le case di Strada Vecchia dell’Istria e la Salita di Zugnano si trova la cappella dedicata a Sant’Anna (1) dove il 26 luglio, giorno della sua commemorazione, veniva celebrata una messa propiziatoria per le partorienti (2). Nello spazio esterno le popolane vendevano fiori e candele tra le musiche della banda di Raute-Kolonkovec per poi continuare la festa nell’attiguo cortile dov’erano offerti biscotti e cioccolate calde per i bambini e trippe con vino per gli adulti.corretta sepia

Dallo storico carmelitano Ireneo della Croce sono state tramandate alcune notizie dell’antichissima cappella San Canciano, martire di Aquileia, eretta sul promontorio di Grignano e di cui rimangono le mura in un angolo del parco di Miramare, vicino al Castelletto.
Nel Milletrecento la zona era interamente coperta di vigneti e apparteneva alla potente casata tergestina dei Ranfi; in seguito alla leggendaria congiura del Rettore Marco con la sua uccisione e la condanna a morte della sua famiglia, nel 1322 il figlio Pietro vendette le terre di Grignano al Vescovado. Nel 1365 il decano Alberti le affittò insieme alle case e agli orti a un certo Marino di Prosecco e l’anno successivo nella chiesetta risulterebbe officiata la prima messa.
Mancando notizie successive si dedurrebbe che nei secoli successivi la spartana vita tra quelle campagne fosse proseguita tranquillamente fino alla perdita delle vigne e al successivo crollo della cappella.
Quando a metà dell’Ottocento l’arciduca Massimiliano d’Asburgo acquistò tutto il promontorio di Grignano, volle mantenere gli antichi ruderi preservando la nicchia dell’altare dove in seguito fu aggiunto un Cristo sulla croce ricavata dal legno della sua leggendaria nave Novara.Canciano due

La piccola chiesa di Cavana, voluta per volere testamentario del vescovo Nicolò Aldegardis dedicata a San Sebastiano fu consacrata nel 1459 ma in seguito alle terribili epidemie di peste avvenute nella prima metà del Cinquecento fu demolita e sulle sue rovine venne ricostruita una nuova cappella con il nome aggiuntivo di San Rocco, protettore degli appestati.
Quando però nel 1602 fu eretta la nuova Chiesa in piazza Grande intitolata al santo, la cappella di Cavana venne sconsacrata dall’imperatore Giuseppe II, nel 1782 messa all’incanto e dopo essere sottoposta ad alcune modifiche sulla facciata fu riadattata ad abitazione privata.
Nel 1871 venne ereditata dalla contessa Nugent e nel 1951 l’ultima proprietaria della nobile famiglia la donò al Comune.
Caduta in rovina nei decenni successivi sono in tempi recentissimi è stata ristrutturata e affittata a un centro commerciale. san sebastiano

La chiesetta gotica di lato alla Cattedrale di San Giusto risale al XII secolo ma divenne proprietà del Capitolo della Cattedrale nel 1328 (3). Dedicata a San Michele Arcangelo con l’appellativo “al Carnale” fu la cappella dell’antico cimitero cattolico e usata anche per la raccolta dei resti dei defunti che venivano gettati attraverso le 3 finestre rotonde sul lato dell’edificio per essere raccolte in un ossario comune sotto la cripta.
Quando nel 1784 l’imperatore Giuseppe II emanò il decreto di abolizione di tutte le sepolture delle chiese e dei cimiteri minori della Madonna del Mare, San Francesco, Santi Martiri e di San Nicolò, quello della Cattedrale fu ampliato rimanendo l’unico cattolico della città fino al suo smantellamento avvenuto nel 1825 per l’entrata in funzione del Campo santo di Sant’Anna.
San Michele al Carnale divenne così una cappella mortuaria usata fino al luglio del 1924; con le ristrutturazioni del 1929 venne riportata all’aspetto originario del Milletrecento quando iniziò la sua storia secolare.Carnaleal carnale
Note:
1. Sant’Anna, madre della Vergine Maria, è invocata come protettrice delle donne incinte che si rivolgono a lei per ottenere un parto felice, un figlio sano e il latte per poterlo allevare;
2. L’usanza continuò fino agli anni Cinquanta:
3. Il Capitolo Cattedrale di San Giusto Martire è la più antica istituzione ecclesiastica della Diocesi ed è costituita dal Vescovo e da un insieme di clerici per l’assistenza della chiesa e la conservazione dei documenti.

Notizie tratte da: Pietro Tomasin, Reminiscenze storiche di Trieste – dal IV al IXI sec., Tip. G. Balestra, Trieste, 1900 – Civici Musei di storia e Arte, San Giusto, ritratto di una Cattedrale, Stella Arti grafiche, Trieste, 2003 – Atlante dei Beni Culturali – Enciclopedia Treccani

Collegamento  esterno con Trieste segreta:

https://triestesegreta.blogspot.com/2018/10/la-cappella-di-santandrea.html

La Passio di San Giusto

In un articolo pubblicato nel 1972 sull’ “Archeografo Triestino” il professor Giuseppe Cuscito riporta i suoi studi sulle origini cristiane di Trieste asserendo che i primi cristiani della colonia tergestina non fossero affatto soliti a radunarsi all’interno delle mura cittadine in quella casa di Eufemia e Tecla dove in seguito al loro martirio sorse l’oratorio e poi la chiesa di San Silvestro come venne sempre riportato nella storiografia.
Secondo il testo Tergeste, scritto nel 1951 dallo storico V. Scrinari, fu supposto che i primi devoti al cristianesimo usassero invece raccogliersi e pregare in luoghi esterni alle mura, lì dove avvenivano i supplizi e le sepolture dei martiri e dove in seguito sarebbero sorte le prime chiese.
Le notizie riguardanti il processo e la morte di Justus, il Patrono di Trieste San Giusto, furono riportate nella Passio, la più importante documentazione dell’epoca raccolta in 3 manoscritti medievali (1), senza però specificare l’anno (2) e il posto preciso in cui il corpo sarebbe stato tumulato.
Nonostante un errore sulle datazioni relative agli imperi romani, venne in seguito accertato che l’anno di riferimento del martirio fosse il 303, coincidente con quello dell’editto per la persecuzione dei cristiani emanato dall’imperatore Massimiano a cui seguì l’uccisione in terre siriane di San Sergio come riportato nel precedente articolo.
Nella Tergeste del III secolo D.C. l’esecuzione del decreto fu affidata al prefectus Mannacius che dando seguito alle denunce di alcuni cittadini fedeli all’Impero romano, convocò il giovane Giusto, reo di aver palesato il segno della croce, imponendogli di abiurare la sua fede cristiana e di offrire dei sacrifici agli dei pagani.
Dopo un deciso rifiuto e secondo l’osservanza delle procedure, Giusto fu rinchiuso in carcere per indurlo alla riflessione ma poiché continuò a ignorare le proposte del magistrato romano, fu flagellato e alla fine condannato a morte per annegamento (3). Avvolto dalle corde e con il cappio al collo fissato da una pietra fu gettato in mare al largo della costa.

Nella foto il Martirio di San Giusto dipinto nel 1900 da Carlo Wostry e conservato in Cattedrale nella navata della Pietà.img383La notte stessa in cui il suo destino fu compiuto il martire apparve in sogno al presbitero Sebastiano e rivelando il luogo dove giaceva il suo corpo gli chiese che quando fosse riemerso dalle profondità del mare di seppellirlo in un luogo nascosto dalle pubbliche autorità. (4)
I fedeli cristiani si recarono così verso quel tratto di costa e rinvenuto il corpo prodigiosamente libero da corde e piombi lo cosparsero di aromi avvolgendolo in tele pregiate.
La Passio riportò solo che i fedeli lo seppellirono non lontano dal luogo del ritrovamento (5) ma tutti gli studi successivi identificarono nell’antica area cimiteriale che si trovava tra l’attuale riva Grumula e il palazzo Revoltella nella zona identificabile dei SS. Martiri.

Trascorsero però molti secoli trascorsero prima di avere un riscontro di quanto riportato sulla Passio poiché solo nel 1963 in seguito agli scavi sulla via Madonna del Mare fu rinvenuta una Basilica Paleocristiana dalla pianta a forma di croce contenente delle iscrizioni databili tra la fine del IV secolo e l’inizio del VI e che di fatto costituirono i primi documenti della più antica comunità cristiana.
Sul presbiterio elevato rispetto all’aula e sotto il piano dell’altare venne scoperto un loculo in pietra per le reliquie che si ritenne avesse contenuto le ossa di San Giusto dopo la sua prima sepoltura.

Foto da Atlante dei Beni CulturaliPresbiterio Madonna del Mare
Dopo l’editto di Costantino del 313 si estese la libertà di culto che sotto la “Sancta Ecclesia Tergestina” proseguì fino all’epoca delle invasioni barbariche quando per il pericolo delle loro razzie profanatrici fu necessario trasferire i beni sacri entro le mura della città.
Nel V° secolo il culto cristiano si trasferì così sulla sommità del colle dove vicino alle rovine dei tempi pagani di Giove, Giunone e Minerva sorse la Basilica di Santa Maria Assunta.

Le reliquie di San Giusto vennero traslate nel IX secolo nella chiesa adiacente (6) dove rimasero fino agli inizi del Milletrecento quando per volere del vescovo Rodolfo Pedrazzani i due edifici vennero uniti in unica chiesa a 5 navate (7) con successivi adattamenti eseguiti dal vescovo Enrico von Wildenstein che nel 1385 la consacrò con un nuovo altare maggiore.
La preziosa urna in lamina d’argento sbalzato e dorato (8) sarà rinvenuta dopo la ricognizione sotto l’altare effettuata nel 1624 dal vescovo Rinaldo Scarlicchio; lo splendido dipinto del Santo con la simbolica palma del martirio sarà invece rinvenuta assieme le reliquie di San Servolo nel luglio del 1825.

Nella foto (di Marino Jerman) la capsella di San Giusto istoriata con girali di vite e un piccolo crocifisso risalente al Milleduecentoimg389

L’immagine del giovane Justus con il prezioso velo in seta di reminiscenza bizantina datato alla metà del Trecento e attribuito a un pittore itinerante tra Creta e Venezia. (foto M. Jerman) img388

Nel 1650 la custodia delle reliquie dette il Tesoro del Santo furono sistemate dietro una splendida cancellata nella cappella di Sant’Antonio Abate, eretta nel 1364, in seguito dotata di un grande armadio ligneo a 18 nicchie sovrapposto a un altare commissionato dal vescovo Pompeo Coronini.

Foto CMSAimg391

 

I bellissimi affreschi affreschi del XIV secolo con le Storie di San Giusto saranno apposti sulla parete della Cappella di San Giovanni con l’antico Battistero del IX secolo.img390
Come scritto alla fine della Passio il martirio di San Giusto e il ringraziamento per il ritrovamento del suo corpo sarà ricordato il 2 novembre di tutti gli anni, data che dal 1931 sarà spostata al giorno successivo per consentire la Commemorazione di tutti i Defunti.

Note:
1. La Passio, che comprende anche quelli scritti su Vienna e Venezia, fu editata da G. Van Hooff nel 1879;
2. Venne invece stabilita la data del 2 novembre;
3. Per le crudeli imposizioni delle leggi romane di allora i credenti cristiani venivano in massa bruciati vivi ma per evitare che fossero venerate le loro ceneri, erano legati con corde e pietre e gettati in mare.
4. Recollige et sepeli me cum diligentia in occulto loco propter tyrannorum illusionem ut decendit in profundum maris, mox funes ipsi cum plumbo dirupti sunt ad litius huius tergestinae civitatis, priusquam in occasum sol declinaret”
5. “Sepelierunt eum (Justum) non longe ad eodem litore, ubi inventum est sancti martyris corpus”
6. Nell’architettura cristiana la chiesetta o cappella costruita con particolari caratteristiche e destinazioni devote era chiamata “Sacello”.
7. Tra il 1302 e il 1320;
8. Il reliquiario ad urna di bottega cividalese fu ritenuto risalire al XIII secolo.

Notizie tratte da:
Giuseppe Cuscito, San Giusto e le origini cristiane a Trieste, estratto dall’Archeografo Triestino Serie IV, 1969-70
Marzia Vidulli Torlo, SAN GIUSTO Ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003

San Sergio, guerriero e martire

Al tempo dell’ Impero di Diocleziano e Massimiano, tra il III e IV secolo d.C., il giovane cristiano Sergio insignito del grado di tribuno militare giunse nella romana Tergeste stringendo sincere amicizie con i correligionari cittadini.

Richiamato a Roma e consapevole di poter essere martirizzato per la sua fede cristiana, promise di dare un segno alla città nel momento della sua morte.
Giunto all’Urbe fu accolto dagli imperatori e nominato primicerio con un’importante carica all’interno delle gerarchie militari ma condividendo nel contempo la sua devozione a Cristo con il soldato Bacco a cui fu poi legato da profonda amicizia.

Inviati entrambi in Oriente per affrontare la riscossa di Valerio Galerio Massimiano dopo la sconfitta con i persiani, Sergio e Bacco contribuirono a ottenere la vittoria romana, ma la loro gloria fu di breve durata. A seguito dell’emanazione di un decreto per la persecuzione dei cristiani, alcuni vili legionari che aspiravano ai loro prestigiosi ruoli, li denunciarono alle autorità. Convocati al cospetto dell’imperatore, Massimiano Sergio e Bacco rifiutarono l’adorazione degli dei pagani riaffermando l’appartenenza alla fede cristiana.
Degradati come militari e in sprezzo alla loro virilità i due amici furono vestiti con abiti femminili e costretti a percorrere incatenati le strade più frequentate tra lo scherno della popolazione. Portati nella provincia dell’Eufrate al cospetto del prefetto Antioco, ricusarono l’abiura riaffermando ancora la loro cristianità. Il giovane Bacco venne immediatamente flagellato a morte mentre Sergio fu legato al cocchio dello stesso Antioco e trascinato per miglia e miglia nel deserto siriano con calzari foderati di aculei fino alla città di Resafa (1) dove il 7 ottobre dell’anno 303 gli fu mozzata la testa.
Fu allora che secondo la leggenda tramandata a Trieste sul piazzale del Foro romano a San Giusto cadde dal cielo la lancia alabardata di San Sergio come segno della sua morte.

Il martirio fu dunque sicuramente dovuto alla tremenda persecuzione anticristiana scatenata dagli imperatori romani ma sorprende che la storica leggenda abbia tramandato il particolare degli abiti femminili con cui i due guerrieri vennero vestiti.
Per quanto nell’antica Roma i costumi sessuali fossero liberamente praticati e accettati quello che veniva invece schernito era la palese caduta del mito virile dell’uomo soprattutto quando avesse riguardato un soldato di alte cariche.

Se fino al VII secolo Sergio e Bacco venivano ancora rappresentati uniti dalle fede cristiana nei secoli successivi l’immagine con le aureole compenetranti voleva forse suggerire la loro componente omosessuale.

Nella foto un’icona del VII secolo con Sergio e Baccoicona VII secolo

In un dipinto del XIII secolo con un’immagine femminile e le aureole unite  anno
In tempi più recenti i due guerrieri romani divennero un simbolo per le comunità cristiane omosex e negli anni Novanta la loro icona dipinta dall’artista francescano Robert Lenz’s fu addirittura portata alla sfilata del Gay Pride di Chicago, dimostrando ancora una volta come le leggende storiche possano essere riadattate nel corso dei secoli.Gay Pride

Nota 1. Resafa, in aramico Ruṣāfa, si trovava a 35 km da sud dell’Eufrate, lungo la “strada lastricata” costruita da Costantino, fu un centro di controllo delle carovaniere verso Aleppo. Chiamata Sergiopoli dopo il martirio del santo a cui venne dedicata una basilica divenne una meta di pellegrinaggi cristiani e in seguito un luogo di transito dei Cavalieri del Tempio verso le Crociate. Dopo la seconda metà del Milleduecento l’invasione dei Mongoli prima e dei Turchi poi la cittadina cadde in rovina e divenne terra di pastori nomadi.

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste, spunti dal suo passato, Edizioni LINT, Trieste, 1971 – Progetto Gionata

San Sergio: una chiesa, una via

Le prime tracce di una chiesa intitolata a San Sergio appare su un documento del 1278 dove il vescovo Arlongo concesse la sua costruzione in contrada Caboro. (1) (2)
Nel 1338 l’edificio risultò distrutto ma otto anni dopo fu trovata la notizia del ricevimento di un vessillo donato dalla chiesa di San Giusto e negli anni 1351-52 ebbero luogo 2 processioni.
Il 7 ottobre 1366 fu segnalata per la prima volta una festa con canti e musiche per celebrare la ricorrenza della condanna a morte del Santo, avvenuta in questo giorno d’ottobre dell’AD 303, tradizione rimasta nella Sancta Ecclesia Tergestina e rispettata ancora nei nostri giorni. (3)
La chiesa ubicata in Caboro (4) venne ancora menzionata in documenti del Codice Diplomatico Istriano datati 1414 e risultò ancora esistente nel 1494 (5) ma in seguito non vennero riportate altre notizie in merito.

Nella foto un settore dell’affresco di G.G. Cosattini (1678) conservato nel Battistero della Cattedrale di San Giusto (Cappella di San Giovanni)  con la mano di San Giusto sulla Tergeste medievaleimg320

Nel 1442 fu invece attestata la costruzione di un’altra chiesa dedicata al Santo in una zona ben lontana dalle mura che rinchiudevano la città e a quei tempi ricoperta dai boschi che dal colle di San Giusto si estendevano sino alle future vie del Bosco e Madonnina.
In quell’anno infatti fu depositato alla Sede vescovile di via Castello un atto testamentario sul quale per volontà del defunto signor Andrea Covaz venivano donate le sue 2 vigne proprio alla nuova chiesa di San Sergio, che sarebbe stata terminata 2 anni dopo.
Altre documentazioni sull’edificio proseguirono fino al 1494 ma ancora due secoli dopo i campi vicini venivano identificati con il nome del Martire come fu attestato su una pergamena conservata negli archivi comunali. (6)

La memoria storica venne comunque conservata mantenendo il nome come indicazione della zona dove si trovava l’antica chiesa e quando furono tracciate le nuove strade, nel 1835 fu deciso di intitolare al santo il tratto di congiunzione tra le vie del Bosco e Madonnina.

Un settore di una stampa ottocentesca dove si notano le zone verdi sotto il castello di San Giusto con la via Mulino a Vento in primo piano – sotto una mappa del 1850 stampa 1850

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Un tempo nella Cattedrale di San Giusto esisteva la Cappella di San Sergio con una mensa risalente al 1731 e in parte modificata nel 1769.

Nel 1835 venne inserita una pala di Giovanni Kandler (7) raffigurante il martire davanti all’imperatore Massimiano, opera in seguito perduta e documentata in un bozzetto presso i Civici Musei. (8)
Durante i lavori strutturali effettuati nella Cattedrale negli anni Venti l’altare fu però smantellato e portato nella chiesa di Lanischie (oggi Lanišće in Croazia).

Nella foto CMSA del luglio 1928 la cappella e l’altare di San Sergio prima della demolizioneimg319
Come dedica a San Sergio, nell’anticappella del Tesoro sulla navata sinistra di San Giusto, appare il grande dipinto di Carlo Wostry raffigurante il giovane santo e la scena della caduta dell’alabarda sul piazzale davanti il Propileo romano narrata nell’antica leggenda.

Nella foto (GA) il grande pannello di Carlo Wostry corr. 2

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Sulla parete sinistra della navata dell’Addolorata, limitrofa alla cappella di San Giovanni, è appeso il bel quadro di Benedetto Carpaccio (9) Madonna che allatta il Figlio tra San Giusto e San Sergio risalente al 1540 e sottoposto a un restauro nel 1913.  (10) Il nostro comprotettore appare qui vestito da soldato con in mano la lancia-alabarda riportata anche sul fondo rosso dello scudo.Madonna
Una statua di San Sergio in corazza con l’alabarda in pugno si trova anche in un camminamento del castellosss ss
Un altro San Sergio fu invece scolpito da Francesco Bosa nel 1842 ed è collocata tra gli altri cinque protettori di Trieste nell’attico della Chiesa di Sant’Antonio Nuovo. (11)trip advisor
In uno dei medaglioni appesi sulla navata della chiesa di Montuzza è custodito invece un dipinto di Pompeo Randi (Forlì 1827 – 1880). L’immagine di questo San Sergio guerriero è molto bella e mi ha colpito per un particolare ben visibile nell’ingrandimento e che, se mi si scuserà per l’ignoranza, non mi sarei proprio aspettata.sergio

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Così questo personaggio combattente ma così tanto devoto cristiano da divenire un martire e per di più un nostro protettore, mi ha incuriosito e ho cercato la sua storia che riproporrò in sintesi nel prossimo articolo.

Note:
1. Notizia tratta da triestestoria.altervista
2. Secondo Silvio Rutteri su carte del Quattrocento il luogo indicato come “soto Sancti Serci” sarebbe collocabile tra la via Rota e la via dell’Ospitale dove un certo Paris Pellegrini possedeva dei fondi
3. Da Diocesi di Trieste
4. Il Caboro fu anche identificato come la zona sul fianco sottostante al Castello, nome che poi rimase sulla via lungo la collinetta di Montuzza
5. Notizia riportata da Luigi de Jenner
6. Notizia riferita da Silvio Rutteri
7. Soprannominato Nane, fu fratello dello storico-letterato Pietro Kandler, Trieste 1805-1865
8. Da Atlante dei Beni Culturali
9. Figlio del più famoso Vittore, Venezia 1500 – Capodistria 1560
10. Il dipinto fu realizzato per la sala del Consiglio Maggiore di Trieste, esposto sotto il portico della Torre del Porto, in seguito nella chiesa San Pietro di piazza Grande e dopo la sua demolizione nel 1870 affidato alla Cattedrale di San Giusto
11. La statua di San Sergio, caduta durante il terremoto del 1976, venne restaurata nel 1988

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste Storia e Arte tra vie e piazze, Ed. LINT, Trieste, 1981 – Trieste – Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1971;
Marzia Vidulli Torlo, San Giusto, ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003;
Articolo sulla Rivista “la Bora”, 1979 – Triestestoria.altervista – Wikipedia – Wikisource

Ricordo di Giulio Perotti

Perotti è un nome che a Trieste viene ricordato per il raffinato e purtroppo non più esistente negozio di fiori presso Palazzo Modello con le sue belle vetrine in Capo di Piazza e via del Teatro (1)Palazzo Modello
L’attività commerciale iniziò nel lontano anno 1879 in via San Nicolò 28 riscuotendo gli apprezzamenti della clientela che ordinava e acquistava i suoi freschissimi fiori importati dall’estero e in parte forniti dai giardini di villa Perotti nel rione di Chiadino. (2)

Il cartellone pubblicitario dipinto da Ugo FlumianiPerotti

Il titolare Giulio Perotti, nato 1841 a Ueckermünde (3) come Julius Prott, fu infatti talmente ammaliato dalle bellezze di Trieste che decise di acquistare una casa in un colle di periferia e di trasferirsi qui.
JuliusIl nostro concittadino aveva intrapreso sin da giovane degli studi musicali a Berlino, Firenze e Parigi e nel 1863 iniziò una sfolgorante carriera di tenore e con il nome d’arte Giulio Perotti si esibì in numerosi repertori operistici nei più grandi teatri nazionali e internazionali.
TeatroNonostante gli impegni artistici, il Perotti trovò il tempo di ristrutturare la sua villa arredandola con preziosi libri, quadri e oggetti d’arte dedicandosi anche all’allestimento dei giardini che dotò di una decina di pozzi per le irrorazioni e di una serie di serre per la coltivazioni di pregiate piante provenienti da Brasile, Giappone, Egitto e Indie.

Foto collezione Sergio Traccanelli sepiaGli ospiti rimanevano stupefatti dallo spettacolare panorama che si godeva dallo spazioso terrazzamento della residenza, dalle rigogliose vegetazione e dalle varietà floristiche nelle serre.
Nelle note biografiche di Giulio Perotti reperibili sul Web viene riportata la sua particolare passione per le rose che nel 1892 lo indusse a creare con una serie di innesti e riproduzioni una nuova rosa dai petali bianchi e dall’intenso profumo.

Dopo più di un secolo il professor Vladimir Vremec, l’ideatore dello splendido Roseto di San Giovanni (4) ricercando delle specie antiche per arricchire le collezioni del parco, scoprì che in un catalogo della rivista Rosenzeitung pubblicata nel 1893 era inserita la Rosa Emlékezés Deák Ferencz (5) nome attribuito come ricordo dell’illustre politico ungherese ma specificando la proprietà di Giulio Perotti.Catalogo rosa deak

Traducendo dal tedesco la presentazione sulla rivista si apprende che si trattava di una magnifica ibridazione di una Rosa Thea che riuscì a conservarsi perfetta dopo tutto il lungo viaggio da Trieste a Budapest  permettendo di essere copiata in un acquerello.  La vera rosa perottiSulla didascalia della Deák Ferencz venne descritta come un fiore grande con una ricca e durevole fioritura con un profumo intenso  simile al thè bianco.Rozsa

Con il sorprendente nome di “Souvenir de Francois Deak” questa rosa bianca fu presente anche sul catalogo relativo alla Esposizione Agricola-Forestale della Ditta di floricultura di Antonio Ferrant tenutasi a Gorizia nel 1891 e premiata con una medaglia d’oro.32684101_2062362537311725_3709348359161511936_ndeak
Secondo un articolo della giornalista Ivana Suhadolc pubblicato su “Il Piccolo” in data 2 luglio 2016 la Rosa bianca Ferencz Deák – Perotti  sarebbe sopravvissuta a più di 120 anni di storia continuando a fiorire in una corte di una casa di Pregara in Istria e adesso anche nel Roseto di San Giovanni.

Il nostro celebre concittadino Giulio Perotti concluse la sua carriera operistica nel 1900 e la sua vita a Milano il 21 febbraio del 1902; nella sua città d’origine sul Mar Baltico, al confine con l’attuale Polonia, si tiene ancora oggi un concorso di canto lirico a lui intitolato.

La bella villa di Chiadino fu venduta e l’ultimo proprietario, un principe del Foro romano, la rinvedette intorno agli Sessanta e dopo il suo abbattimento sorsero dei moderni condomini; l’attività floristica della Ditta Perotti continuò invece fino ai primi anni del XXI secolo.Perotti 2

Note:
1. Oggi sostituito da una frequentata Caffetteria
2. Villa Perotti aveva l’ingresso principale in vicolo degli Scaglioni 30 e uno secondario in via dei Porta 55
3. Sul mar Baltico, al confine dell’attuale Polonia
4. Il Roseto nel Parco di San Giovanni fu creato nel 2009 e oggi accoglie ben 3.000 varietà di rose
5. Ferenc Deák (1803 – 1876) in Italia noto anche come Francesco Deak, lottò per l’autonomia del paese all’interno dell’Impero che fu ottenuta con il Compromesso austro-ungarico del 1867

Fonti tratte da:
Un articolo di Ivana Suhadolc pubblicato il 2 luglio 2016 su “Il Piccolo” – Alessandro Goracuchi, Attrattive di Trieste, Ed Svevo, Trieste, 1977 – internationaler-perotti-gesangswettbewerb.de – Wikipedia

Lampiere, ferai e lampioni

Al calar del sole la piccola città di Trieste, rinchiusa tra le mura fino al XVI secolo, veniva avvolta dall’oscurità e le poche migliaia di abitanti si tappavano nelle case alla luce dei focolari e delle candele.
Solo nel 1551 nei punti di maggior passaggio furono installate le prime 6 lampiere a olio mentre le strade limitrofe erano parzialmente illuminate dai fanaletti delle guardie civiche che giravano in ronda. Le fiammelle dei soprannominati “lampareti” erano molto flebili e tremolanti ma davano un senso di sicurezza ai pur pochi avventori che transitavano nella cittadella ancora medievale.fanale gas

Due secoli dopo, nelle piazze e negli angoli delle strade di una Trieste ormai allargata verso il Porto e il Borgo Teresiano, vennero posti dei treppiedi in legno o in pietra sui quali si appoggiavano le lanterne. Nel 1793 se ne contavano un centinaio e la loro manutenzione, pagata dai proprietari delle case, prevedeva il riempimento dei ferali con un olio di buona qualità e lo spegnimento alle prime luci dell’alba e nelle notti di luna piena. (1) 

Mezzo secolo dopo l’inglese Guglielmo Murdoc e il francese Philippe Lebon fondarono una società che diretta dal francese Pietro Prix Franquet sfruttava il carbone per ricavarne il gas illuminante.
Le prime strade dotate dei nuovi lampioni furono il Corso e la via Nuova (l’attuale via Mazzini) e in poco tempo i nuovi “ferai” sostituirono quelli a olio estendendosi in tutto il centro città; nel 1864 se ne contarono più di 1900 gestiti da un’azienda municipalizzata. Aumentò così il numero dei cosiddetti “impizaferai” impegnati ad accenderli dopo il tramonto e spegnerli all’alba.

Nella foto un braccio di sostegno per il fanale a gasimg280FeraiNel 1870 fu posto un grande candeliere a 8 fiamme in piazza Grande e sei anni dopo il Municipio venne illuminato dalle mitiche Tinza e Marianza. Tuttavia le luci diffuse dai coreografici lampioni erano ancora troppo deboli.UnitàLuciano Emili
I bellissimi fanali a gas in fiamma libera sul Belvedere di passaggio Sant’andrea img281

Piazza Giuseppina

ridottaLa prima illuminazione elettrica apparve ventotto anni dopo e quel primo Novembre 1898 fu un grande giorno per Trieste: nonostante il freddo e la pioggia la gente si riversò sulle strade dimostrando l’orgoglio di abitare nella seconda città europea dotata di un impianto a vapore che generava una corrente trifasica. Le prime cabine di distribuzione, collocate tra piazza della Borsa e l’Acquedotto, erano costruite in ferro con elementi decorativi e decorazioni floreali; i nuovi lampioni in ghisa, chiamati “pastorali” per la loro caratteristica sagoma, sostituirono i fanali a retina. Le installazioni avvennero però con molta lentezza.

Nella foto l’ultima cabina elettrica conservata in piazza della Borsa img287
Sul molo San Carlo i fanali elettrici detti “pastorali” vennero inseriti tra i preesistenti fanali a gasMolo
Alla vigilia della Grande Guerra infatti le nuove lampade non superavano le 150 unità e fuori dal centro, oltre la Portizza e in tutta Cittavecchia continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.città vecchia
Per ordine del comando austriaco durante il conflitto tutti i fanali rimasero spenti per timore di bombardamenti o incursioni aeree e si riaccesero dopo il crollo dell’Impero.
Dopo il 1923 la distribuzione di energia elettrica venne erogata dall’ “Azienda Comunale Elettricità e Gas
A Barcola, Grignano, Prosecco e Contovello, Santa Croce e Opicina la luce elettrica arrivò appena nel 1925 ma in città ardevano ancora 1463 fanali e non si contavano più di 1555 lampioni.
Quando il 28 ottobre 1931 fu solennemente acceso il Faro della Vittoria, tra Cittavecchia e le vie periferiche si aggiravano ancora gli “impizaferai” che accendevano e spegnevano le misere fiammelle a gas  e molto tempo doveva passare ancora prima di essere spente per sempre.

Sui lampioni in ghisa risalenti alla fine dell’Ottocento e ancora presenti in piazza Unità, si trova ancora lo stemma di Trieste austriaca. img288

Sulle vie e piazze centrali di Trieste come anche in zone più periferiche, sopravvivono ancora diverse strutture in ferro di vecchie lampiere, di fanali e lampioni. In piazza Perugino sono sono stati persino conservati 3 originali fanali in ghisa con un piacevolissimo riadattamento in fontanelle.Perugino

Lo storicissimo fanale sul Canal GrandeSilvio Mase

Così Trieste conserva ancora i ricordi del suo passato imperiale assumendo quella certa aria retrò che piace tanto sia a noi che la viviamo che ai numerosi turisti che la scoprono.

(1) Nel breve dominio di Napoleone l’illuminazione fu estesa anche sul molo San Carlo e in piazza Ponterosso.

 

Carrozze e tram

Con il progressivo allargamento della città fu necessario ampliare l’offerta dei trasporti urbani rendendoli fruibili da tutta la popolazione.

Nella foto d’epoca (da “Il Piccolo”) le carrozze attendono i clienti in piazza della Borsaimg264
Già intorno al 1860 cominciavano a circolare i primi Omnibus ma solo dopo il 1875 l’impresa Cimadori & Vitturelli organizzò un servizio più esteso e confortevole con vetture aperte in estate e chiuse d’inverno. Inizialmente il metodo per segnalare le fermate richieste dei clienti era per così dire un po’ grezzo basandosi sullo strappone di una corda in dotazione del bigliettaio e collegata al braccio del guidatore, ma insomma le prestazioni erano comunque assicurate.
Ancora nel 1874 fu proprio la ditta Cimadori a proporre delle linee di trasporto su rotaia e dopo i primi rifiuti del Comune che non voleva “rovinare le strade” il progetto venne attuato e il 30 marzo del 1876 fu inaugurata la prima linea di tram a cavalli seppure limitata dal Boschetto ai Portici di Chiozza.

Foto Franco Dilica (da Trieste che non c’è più)Tram

 

Trieste ne fu orgogliosissima in quanto la tramvia cittadina seguiva di un solo anno la linea di Parigi e anticipava di ben sei anni quella di Milano.
Altri impresari si aggiunsero alla ditta Cimadori e nell’arco di un decennio divennero raggiungibili i rioni periferici di Barcola e Sant’Andrea.

Alla fine del secolo l’arrivo della corrente elettrica trasformò rapidamente l’aspetto della città con l’illuminazione delle strade e un innovativo metodo di trasporto urbano approntato dalle officine della Grazen Union Fabrik che riuscirono ad alimentare i motori delle vetture mediante un’asta collegata con una rotella ai fili aerei su cui veniva propagata l’elettricità.
Il 2 ottobre del 1900 apparve così il primo tram elettrico con rimorchio che dalla Rotonda del Boschetto marciando alla velocità di ben 30 km. percorreva le vie Giulia, Stadion, Torrente alla volta di Barcola tra gli applausi dei cittadini.

Passaggio del tram in via Giulia (foto “Il Piccolo”) img265
In pochi anni la Società triestina Tramway estese la rete dei trasporti verso San Sabba, Servola e Roiano crescendo ulteriormente dopo il 1909.

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Il 9 gennaio 1901 venne approvato il progetto della Società elettrica Union di Vienna per l’allestimento di una funicolare che collegasse il centro città con Opicina
La linea tramviaria a un unico binario, che diveniva doppio solo in 7 punti di incrocio, venne terminata nell’aprile del 1902 e inaugurata il 9 settembre tra l’entusiasmo dei cittadini.

Nella foto (collezione Di Matteo) le maestranze davanti alla carrozza in partenza; vicino al palo l’ideatore ingegner Eugenio Geiringer, scomparso 2 anni dopoimg270
Il deposito del tram in via Nazionale a Opicina nei primi anni del Novecento (foto collezione Ancona)img269

Notizie tratte da:
Silvio Rutteri, Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1975
Il Piccolo, Sull’orlo dell’abisso, Finegil Ed., Trieste, 2014

Collegamento esterno: https://triestesegreta.blogspot.com/2015/08/cucer.html

I tempi delle diligenze

Verso la metà dell’Ottocento c’era una grande attività nella vecchia piazza della Dogana (1) da cui partivano i carri delle merci e le diligenze per le consegne della posta o per i lunghissimi viaggi della ricca borghesia triestina.

Piazza della Dogana (da Edizioni Brezza)img236

Nell’indaffaratissimo piazzale cittadino il vociferare degli stallieri e le canzonacce che uscivano dalle vicine e maleodoranti taverne si mischiavano ai rumori degli zoccoli ferrati sul selciato, agli improperi dei vetturini impazienti e alle sonagliere dei cavalli che si apprestavano a partire.

Nella foto (collezione Luciano Emili) un particolare di piazza della DoganaDogana
I carrozzoni di vecchia data erano destinati a trasportare le mercanzie importate dall’Oriente e avviandosi per la strada di Opicina s’incrociavano con le carrette trainate da ansanti giovenche o con le aristocratiche carrozze guidate da impettiti cocchieri.

Foto da Enciclopedia Monografica del FVG Strada nuova per Opicina

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Allora i viaggi erano considerati delle inquietanti incognite talmente piene di pericoli e disagi che il nostro Ricciardetto asseriva che prima di ogni partenza era consuetudine ascoltare messa e farsi il segno della croce prima di salire sulle diligenze: “Sepolti tra scatole, scatoline e scatoloni delle madame, pigiati come acciughe tra tabacconi e fumatori di pipa, sferzati dal freddo oppure oppressi dalla canicola, il viaggio non finiva mai”.

Se per raggiungere Gorizia s’impiegavano 8 ore per arrivare a Vienna servivano dagli 8 ai 15 giorni, insomma un vero supplizio. Già le carrozze direttissime chiamate – si fa per dire – “le veloci”, dovevano cambiare i cavalli ogni 15 chilometri, immaginarsi poi l’allungamento dei tempi in caso di incidenti come le rotture di ruote o gli sbandamenti nei fossati!
A volte qualche ricco quanto impaziente passeggero osava sferzare malamente i cavalli, tanto che venne proibito portare con sé fruste e bastoni ma in seguito si verificarono invece problemi con i “postiglioni”, cocchieri, vetturini o come dir si voglia, che se non ricevevano opportuni oboli per ungere le ruote dei calessi o per dissetare le loro fauci nelle bettole lungo la strada, allungavano a dismisura le partenze provocando cori di lamentele… Poi magari riprendevano il viaggio correndo a briglia sciolta terrorizzando i malcapitati e se qualcuno avesse osato protestare erano capaci di redarguirlo di non possedere un biglietto valido e persino di scaricarlo in aperta campagna!
Come se tutto ciò non bastasse, considerato che le diligenze viaggiavano anche di notte, si verificavano pure gli assalti di impavidi briganti che provvisti di maschere e tromboni arraffavano borse, valige e quanto trovassero all’interno.

Insomma che stress tremendo dovevano essere quei viaggi! Ma presto sarebbero arrivate delle grandi novità…

Nota 1: Poi Piazza delle Poste e in seguito Piazza Vittorio Veneto  

Fonte: Articolo “Il Piccolo” del 25 aprile 1915 – Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930

Il Giardino Pubblico

Nella prima metà dell’Ottocento lungo la strada allora chiamata “Carrozzabile per il Boschetto” scorreva ancora il torrente Starebrech (o Scoglio) , chiamato “patòc” dal popolo, che veniva usato dalle lavandaie per risciacquare le lenzuola nonostante il sudiciume maleodorante delle sue acque. Interrato dopo il 1845, iniziò l’allargamento della strada a valle intitolata 2 anni dopo Corsia Stadion (dal cognome del Luogotenente) mentre quella a monte dopo il 1879 prese il nome di Corsia Giulia. (1)
Nel 1854 tra la fine della Corsia Stadion (oggi via Battisti) e la futura via Giulia venne inaugurato un giovane “Giardino Popolare” che terminava presso la casetta in stile svizzero dell’Ispettore municipale (2) ma nove anni dopo il Comune acquistò il fondo delle Monache Benedettine di San Cipriano estendendo il parco fino al padiglione affiancato da 2 gallerie con annessa Caffetteria, costruito fin dal 1857.
Il giardino venne sempre più arricchito con alberi, siepi e piante e tramite pubbliche elargizioni iniziarono le annuali Esposizioni di fiori curate da Nicolò Bottacin, Presidente della Società di Ortocultura. Durante la bella stagione grazie  al lavoro di un certo signor Benzini, la Caffetteria divenne un posto alla moda sulla cui terrazza si gustavano i caffè con la panna montata e gli “storti” o fresche granite di frutta.
Nelle sere d’estate si svolgevano delle feste notturne con musiche e balli o applauditissime rappresentazioni di filodrammatici mentre al chiosco della musica le orchestrine suonavano marcette, walzer o brani d’opera.
Le passeggiate tra i viali erano deliziate dai canti di cinciallegre, pettirossi e canarini che svolazzavano in una grande uccelliera e da impettiti pavoni che passeggiavano intorno al bel laghetto dove nuotavano cigni bianchi e neri.

Foto Edizioni Italo Svevoimg215
Durante l’autunno e l’inverno il giardino accoglieva delle mostre-mercato di frutta dove erano offerte le uve nere dell’Istria e quelle bianche del Collio, le deliziose mele del Goriziano e le bionde pannocchie delle pianure friulane.
All’entrata principale del Giardino Pubblico intitolato con il nome del podestà Muzio Tommasini (3) nel 1883 venne posto il “Monumento a Trieste” raffigurante la dea Minerva sopra una fontanella con scolpiti due angeli a cavallo di un delfino.

Nella foto (collezione Giorgetti) la statua di Minerva abbattuta dopo “La Redenzione”img218
Il Giardino Pubblico nel 1890 (foto di Mauro Zoch nel gruppo Fb Trieste che non c’è più)Zoch 2

Il Padiglione municipale (foto CRT) 10658934_1523577074523610_5019149659428439944_o
Nella foto (collezione de Leitenburg) l’inaugurazione del monumento di Domenico Rossetti il 25 luglio del 1901img211
Qualche anno prima dello scoppio della Grande Guerra nel bel giardino cessarono tutte le musiche, le feste e i balli, il signor Benzini si ritirò, il caffè fu sostituito da una latteria, e i vialetti erano frequentati solo da soldati o da mamme con i bambini. (4)
Durante i tempi di guerra nel padiglione centrale fu installata una cucina di guerra e in seguito una mensa popolare.
Il “Monumento a Trieste” con la dea Minerva venne abbattuto e nel 1921 sostituito con quello della “Finis Austriae” di Riccardi Ripamonti rappresentante un’allegorica figura femminile sulle cui spalle portava un’aquila bicefala.

Foto Rete CivicaFinis Austriae
Oggi nel Giardino Pubblico, esteso in 30.000 mq., si trovano 368 esemplari arborei di grandi dimensioni: platani, olmi, ippocastani, querce con alcune specie esotiche come cedri, araucaria, gynkgo e koelreuteria. Lungo i vialetti, tra i molti arbusti come bossi, allori, ligustri, viburni, allori, pittosfori, aucube, tassi e agrifogli sono stati collocati 31 busti scultorei di illustri cittadini di Trieste. (5)
Il padiglione con le strutture laterali, oggi sede dell’A.R.A.C. , il bar e il grande terrazzo e l’area per la proiezioni di film esistono ancora come le zone attrezzate per i giochi dei bambini.

Note:

  1. Divenne via Giulia nel 1885. Le notizie sono tratte dal testo di Dino Cafagna “I torrenti di Trieste”, edizioni Luglio, Trieste, 2017;
  2. Oggi sede del III Distretto della polizia Municipale;
  3. Muzio Giuseppe Spirito de’ Tommasini, Trieste 1794-1879, fu anche un apprezzato botanico;
  4. Il giornalista Riccardo Gurresch scrisse che vennero allontanati tutti gli uccelli della voliera, i cigni, i pavoni, 2 giovani orsi e i caprioli;
  5. Da Rete Civica, Comune di Trieste.

Notizie e consultazioni tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930 – Fabio Zubini, Borgo Franceschino, Edizioni Svevo, Trieste, 2001 – Rete Civica di Trieste –  Dino Cafagna, I torrenti di Trieste, edizioni Luglio, Trieste, 2017.

La storia del monumento della dea Minerva su:   https://triestesegreta.blogspot.com/2018/08/fontana-della-dea-minerva-o-monumento.html