Una taverna di Cittavecchia

Ci sono quadri che sembrano rappresentare delle storie e racconti che sembrano quadri per come lascino immaginare le luci e persino gli odori dell’ambiente in cui si svolgono; uno di questi è “La taverna dei fenomeni” di Riccardo Gurresch, soprannominato Ricciardetto dal titolo della rubrica che pubblicava i suoi articoli su “Il Piccolo” e “Il Lavoratore” nei primi decenni del Novecento.

Questo godibilissimo abstract scritto sulle pagine del Lavoratore il 9 settembre del 1917, coglie con arguzia e humor i tempi che precedettero lo scoppio della Grande Guerra quando si iniziarono a sentire i primi rombi dei cannoni e a vedere degli strani bagliori nel cielo notturno.
Per le strade di quella estate del 915 gli uomini trascinavano vecchi carri con cianfrusaglie d’ogni tipo, le donne vendevano gli scarsi ortaggi dei loro orti al grido di “Cinque deca, cinque soldi!”, i ragazzini offrivano mazzi di fiori o cartocci di zucchero d’orzo mentre nell’aria afosa e maleodorante si diffondevano le note di violini e organetti.
Nei locali si aggiravano venditori di zolfanelli, di balocchi e cartoline illustrate o poveri diavoli in cerca di una monetina o di un pezzo di pane.
uggo 2Accaldati, coperti di polvere, tormentati dalle pulci e dalle incognite del futuro, i manovali si rintanavano nella più misere osterie di Cittavecchia per bersi il loro gotto di vino con il sottofondo dei lugubri lamenti delle fisarmoniche.
Nella “Taverna dei fenomeni”: “Le tremule fiammelle del gas e la rossa vampa del focolare rischiaravano fantasticamente le grottesche figure, curve sul piatto o intente a numerare gli spiccioli attaccaticci” e tra gli avventori “un povero cieco e quasi sordo variava un’aria del “Trovatore” straziandola in tutti i toni senza mai azzeccarne la melodia”.
C’era poi lo zoppo con il muto, il paralitico col sordo, il collotorto con uno che per fare due passi metteva l’eternità: una galleria di fenomeni viventi che destavano uno strano sorriso e un senso d’immensa pietà… E vicino a loro, bevendo e schiamazzando, sedevano i venditori ambulanti improvvisati: nani, gobbi, mutilati; chi aveva il volto fasciato, a chi pendeva la mano inerte, uno, dalla larga schiena ricurva, somigliava a una tartaruga; un altro, dalla faccia pelosa e mobilissima, imitava la scimmia, facendo sganasciare i disgraziati compagni”.

uggoNei tavoli della fumosa penombra della taverna alcuni vecchi tracannavano bicchieri di vino, alcune coppie silenziose masticavano qualche crosta di formaggio, negli angoli più bui nascevano idilli grotteschi e tra i tavoli saltellava il gobbo di turno che stuzzicava qualche cavaliere sussurrando ardite galanterie alle loro compagne.
La fumosa taverna era infatti frequentata anche da donne ma la penna irriverente del Ricciardetto sosteneva che nelle loro culle fossero state sfiorate da fate maligne per divenire così orripilanti: “Quella lì, alta, grossa, grassa e mustacchiuta, era un’autentica donna cannone; vicino a lei una biondina, pallida ed emaciata, dalle gambe ridevolmente raccorciate, seduta sembrava più alta che in piedi; una terza, loquace e irrequieta come una trottola, pareva un campione spedito dal paese dei nani”.

cdfQuando le sghignazzate e i suoni stonati della fisarmonica esageravano i toni appariva l’oste, grasso come un otre, che battendo le mani annunciava con voce possente la chiusura della taverna, così “la grottesca carovana usciva alla spicciolata nella via già oscura e le coppie andavano rasente i muri, in cerca delle loro umide e luride tane…”

Leggendo i racconti di Riccardo Gurresch raccolti nel libro Vecchia Trieste pubblicato nel 1930, non avremmo mai immaginato che fosse stato un impiegato dell’Avvocatura erariale anziché uno scrittore o quantomeno un giornalista di cronache cittadine, ma forse fu proprio quel serioso e burocratico lavoro a stimolare il suo spirito bohémien, immerso in un mondo dalle scenografie pittoresche dove la storia dei tempi passati si confondeva con le più surreali leggende.

Gli articoli del Ricciardetto pubblicati su “Il Piccolo” furono da subito seguitissimi dai triestini che sebbene ne avessero passate di tutti i colori non disdegnarono mai quel certo spirito goliardico del “sempre allegri e mai passion, viva là e po’ bon!”

Fonte: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, 1930

Le foto sono tratte dai quadri di Abraham Teniers e di Adriaen Brouwer

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