Archivio dell'autore: Gabriella Amstici

L’avventurosa vita di Eduard von Orel

A volte accade di essere colpiti da un’immagine fotografica e indotti a mettersi sulle sue tracce cercando notizie.
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Così è accaduto per questa foto d’epoca che dopo una serie di ricerche mi ha portato a scoprire la sorprendente vita del personaggio qui ripreso con la sua famiglia davanti una villa del parco di Miramare nella lontana estate del 1886.
L’uomo dell’istantanea è Eduard von Orel che nei suoi 51 anni di vita vivrà delle incredibili vicende tra mari oceanici e artici, tra onori di gloria e sfide di morte, tra grandi ricchezze e infide malattie.
Nato in Moravia nel 1841 entrò giovanissimo nella Marina austro-ungarica aspirando a diventarne ufficiale.
La sua prima importante missione iniziò il 26 ottobre 1966 quando come cadetto salpò sul piroscafo a ruota “Kaiserin Elisabeth” che assieme alla corvetta “Dandolo” dovevano raggiungere Vera Cruz in attesa degli ordini di Massimiliano d’Asburgo ormai giunto alla fine del suo impero messicano.

Nella foto il piroscafo “Kaiserin Elisabeth” img240

La corvetta “Dandolo” img241
Nella lunga traversata dell’oceano Atlantico Orel stringerà amicizia con Carl Weyprecht, un ufficiale della Marina austro-ungarica reduce dalla vittoriosa battaglia di Lissa, con cui in seguito affronterà un’incredibile missione nei mari artici.

Nella foto Eduard von Orel img238

Carl Weyprecht img239

Raggiunto il porto di Vera Cruz alla fine di dicembre del 1866, Orell e Weyprecht, dopo un rocambolesco viaggio verso Puebla affrontando gli attacchi dei guerriglieri messicani, si incontreranno con l’imperatore Massimiliano e i suoi ufficiali per una spartana quanto tristissima cena di fine anno.
Nei primi giorni di gennaio del 1867 tutte le truppe francesi all’ordine di Napoleone III° erano già in partenza per l’Europa mentre quelle austriache si avviarono verso il porto di Vera Cruz attendendo sulle navi l’arrivo dell’imperatore in fuga.
Ma la storia ebbe un altro corso: tra lo stupore di tutti Massimiliano decise di rimanere in Messico e di affrontare le spietate guarnigioni di ribelli. Quando però gli uomini dell’Armata Nazionale disertarono, accerchiato da ogni parte, il 15 maggio si rinchiuderà a Queretaro con un gruppo di fedeli. Dopo una strenua difesa durata 72 giorni, sarà costretto ad arrendersi affrontando l’incarcerazione, un sommario processo e il compimento del suo tragico destino conclusosi con la fucilazione avvenuta il 19 giugno 1867.

Ricevuta la tragica notizia e gli ordini di Francesco Giuseppe, gli equipaggi della “Elisabeth” e della “Dandolo” con il prezioso carico di bagagli, rimasero in attesa dell’arrivo della nave “Novara” comandata dall’ammiraglio Wilhelm Tegetthoff incaricato di recuperare la salma di Massimiliano. Le trattative si rivelarono però irte di ostacoli e si protrassero per tutta l’estate.

Nella foto la “Novara” img245

Gli equipaggi furono così costretti a un’estenuante attesa in balia di temperature torride e di malattie tropicali quali tifo, febbre gialla, scorbuto e malaria.
Solo il 28 novembre 1867 la “Elisabeth”, la “Dandolo”, le fregate “Adria”, “Radetzky”, “Schwarzenberg”, la cannoniera “Velebit” assieme alla “Novara” con la cassa mortuaria di Max, partirono da Vera Cruz per raggiungere il porto di Trieste il 15 gennaio 1868.

Nella foto l’arrivo a Trieste delle navi con il feretro di Massimiliano img244
Ottenuto il grado di tenente di vascello, Eduard Orel intraprenderà in seguito una straordinaria e drammatica spedizione che al comando del capitano Carl Weyprecht, porterà la Marina austro-ungarica alla conquista delle Terre di Francesco Giuseppe tra i ghiacci del mare artico. (nota 1)
Negli estenuanti 27 mesi di navigazione e di soste forzate tra i mari artici, Eduard Orell, come altri compagni di viaggio, si ammalerà di scorbuto le cui conseguenze lo costringeranno a mettersi a riposo dopo 2 anni dal suo rientro a Trieste.
Ricevuto dall’imperatore Francesco Giuseppe il titolo nobiliare della Corona Ferrea, gli verrà offerto il posto di amministratore dell’isola di Lacroma e del castello di Miramare nonché la residenza in una villa del parco dove vivrà con la seconda moglie e i 3 figli. (nota 2)
Qui, nel febbraio del 1892, a soli 51 anni Orel morirà di polmonite.

In riconoscimento delle sue eroiche imprese gli saranno tributate delle esequie onorarie alla presenza delle massime autorità civili e militari, del 97° reggimento di fanteria e di una fiaccolata di 4.000 persone che lo accompagneranno nel piccolo cimitero di Barcola. (nota 3)

Note:
1. Siccome questa storia ci ha intrigato assai, l’abbiamo ripercorsa e scritta nell’articolo successivo che verrà pubblicato a breve.
2. La villa è tuttora esistente (e in attesa di destinazione) nella parte alta del parco di Miramare vicino a via Beirut. Qui una foto recente di Aris Prodani: Casa Radonez
3. La tomba di Eduard Orell sarà in seguito smantellata.

Notizie e foto tratte da:
Enrico Mazzoli, Dall’Adriatico ai ghiacci, edizioni della Laguna, Mariano del Friuli (Go), 2003 – Edda Vidiz, Maximiliano, l’Imperatore dal cuore di marinaio, Luglio Editore, Trieste, 2014.

Terstenico – Monte Radio (seconda parte)

Negli anni Trenta la zona a metà del crinale fu invece scelta dalla direzione dell’ EIAR (Ente Italiano per le audizioni radiofoniche) (nota 1) per allestire l’impianto trasmettitore della Compagnia Marconi collegato con una serie di cavi telefonici nell’allora palazzo della Telve di piazza Oberdan.
Sul colle di Terstenico vennero così costruite due torri alte rispettivamente 86 e 82 metri distanti 120 metri l’una dall’altra e fissate su basamenti di cemento armato per resistere alle più forti raffiche di bora.
Tramite appositi cavi isolati queste torri sostenevano un’antenna a forma di T che avrebbe diffuso i programmi radiofonici fino all’Europa centrale e balcanica.

Nella foto (mediasuk.org) le due antenne (nota 2) antenne Monte Radio
Dopo le prove tecniche iniziate il 3 agosto 1931, Radio Trieste fu ufficialmente inaugurata il 28 ottobre 1931.
Da allora il colle di Terstenico fu ribattezzato Monte Radio.

Agli inizi degli anni Cinquanta la zona soprastante rimasta allo stato boschivo venne invece venne scelta dall’INPS per costruirvi una casa di cura per la tubercolosi, allora molto diffusa.

Nella foto (CMSA) i lavori nel 1952Costruzione santorio
Il nosocomio progettato nel 1951 e inaugurato il 17 marzo 1958 con il nome di Ospedale Santorio Santorio, (nota 3) divenne in poco tempo un Centro di riferimento regionale.

Il Santorio (foto Magajna)img131 
Il colle di Terstenico da Riva Ottaviano Augusto (foto anni Sessanta di Gianni Ursini)Gianni Ursini anni 60

Durante gli anni Settanta, quando regredirono le epidemie tubercolari, la struttura fu convertita in un Polo Pneumologico collegato agli Ospedali riuniti di Trieste.

Negli anni Ottanta vennero aggiunti alcuni reparti per lungodegenti fino alla chiusura di tutto il comprensorio nel 2003.

Dopo varie ipotesi per il suo riutilizzo fu indetta un’asta pubblica che fu vinta dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA). (nota 4)
Iniziate le ristrutturazioni nel 2006 e proseguite fino il 2009, l’edificio venne riadattato a sede universitaria le cui lezioni furono avviate nel 2010.

Foto della Scuola (sissa.it)sissa.it
Oggi sulla lunga e ripidissima via Bonomea sono state costruite delle belle ville con giardini e splendidi panorami che spaziano su tutto il golfo, ma appena ci si avventura oltre villa Bonomo e la Scuola ci si ritrova in un fitto bosco dove circolano indisturbati cerbiatti , lepri, scoiattoli e nidificano una miriade di uccelli.
Foto “Il Piccolo” image (2)
Ci piace molto questo erto colle dove hanno convissuto nobili e mezzadri, malati e anziani e che oggi pullula di scienziati e studenti di ogni nazionalità.

Ci piace anche il motto di questa grande Scuola Internazionale che ha ripreso un frammento degli immortali versi di Dante:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.

Foto sissa.it 1200px-Logo_Scuola_Internazionale_Superiore_di_Studi_Avanzati.svg

Note: 

  1. L’EIAR acquistò i terreni dal conte Alessandro Economo (“Il Piccolo”)
  2. Nel 2011 un’antenna fu drasticamente accorciata in quanto non più sicura e impossibile da riparare. Su quella più a nord, ridotta di alcuni metri, saranno concentrati i trasmettitori di Radio 1 in onde medie e Radio Trieste A (rete di lingua slovena)
  3. Santorio Santorio (Capodistria, 29 marzo 1561 – Venezia, 22 febbraio 1636) fu un medico e fisiologo italiano.
  4. La SISSA è un istituto universitario di formazione post-laurea nelle aree della matematica, della fisica e delle neuroscienze, fondato nel 1978 dal dott. Paolo Budinich, già direttore del Centro Internazionale di Fisica teorica la cui sede si trova in via Beirut nei pressi del Parco di Miramare. 
  5. Fonti: Thesauro – beniculturali.it – biblioteche.comune.trieste.it – sissa.it – Articolo “Il Piccolo” 18/12/210

Terstenico (prima parte)

Il colle situato tra i rioni di Gretta e Barcola, si chiamava un tempo Terstenico, nome quasi scomparso dalle attuali mappe che dagli anni Trenta in poi riportano quello di Monte Radio, e vanta una lunga storia le cui prime tracce, conservate nell’ Archivio Diplomatico del Comune, risalgono al Milleduecento. (nota 1) 

cartaInizialmente nominato Terstenich con le varianti Trstenik, Trstenico, Terstenicco e Triestenicco, disponeva di uno stagno con dei canneti (nota 2)  ma il territorio si prestava solamente per pascoli e vigneti come risulta da alcune documenti di compravendita. Esistevano infatti solo delle mulattiere dove era arduo avventurarsi e ancora nel Seicento risulta una “strada della Draga” che ne attesterebbe la precarietà.

Nella Foto (collezione di Luciano Emili) un’antica mappa 13178045_10206225212125628_3532294787248179166_n
Tuttavia la relativa vicinanza dalla città e la splendida vista in una natura ancora incontaminata, interessò il nobilissimo Andrea Giuseppe Bonomo che lo ritenne un sito ideale per costruirsi una bella villa.
Senza insinuare che l’illustre aristocratico, appartenente a una delle più antiche e potenti 13 Casade di Trieste, avesse delle liason con le autorità governative (nota 3) ma il caso volle che fu proprio il governatore conte Karl von Zinzendorf  (nota 4) a costruire nel 1779 una strada intitolata Zinzerdorfiana e diretta proprio a Terstenico.
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Non solo, ma nei documenti dell’ Archivio Diplomatico risulta che nel 1790 la Magistratura abbia donato ad Andrea Giuseppe Bonomo – “per meriti speciali” –  la zona a lui interessata, che in questo caso venne nominata “Grisa”.

(Foto collezione Luciano Emili)13179429_10206225089802570_2630989892110410581_n
Così l’aristocratico Bonomo sistemò un terrapieno bastionato con l’ingresso sulla nuova strada e si costruì un’elegante dimora con un’alzata a timpano, affiancata da altre costruzioni rurali per servizi e servitù.

La residenza in una stampa di fine settecento425b662735be4951916b9e629f63e265
b412c825910b488a86d951b4fce977e1 (1)E’ da qui che nel 1782 il celebre pittore francese Louis François Cassas dipinse il famoso panorama della città, pubblicato vent’anni dopo nella raccolta di stampe Voyage pittoresque et historique de l’Istrie et de la Dalmatie.
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La villa è tuttora esistente e abitata al numero 261 della via che in seguito fu chiamata Bonomea.
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Nelle foto si nota ancora l’ingresso originario tra le due colonnette, una parte delle mura del contrafforte e al primo piano della residenza il poggiolo in ferro battuto con lo stemma della nobile Casata.
b72Quando fu completata la Nuova Strada per Opicina, che permetteva una più agibile percorribilità, le colline alle spalle di Trieste come Gretta e Scorcola iniziarono a popolarsi mentre sul colle di Terstenico, lussureggiante ma erto, vennero costruite solo alcune case rurali nella zona più a valle conosciuta come “Gretta di sopra”.

Note:

  1. Da triestestoria.altervista.org 
  2. Ancora esistenti nell’Ottocento come scrive Alessandro de Goracuchi nel libro “Attrattive di Trieste”  
  3. Dall’ Archivio Diplomatico risulta che nel 1771 Andrea Giuseppe Bonomo fosse stato incaricato di riordinare gli archivi del Comune sugli affari di Trieste, di stilare un resoconto dei lavori svolti e dei provvedimenti da adottare.  
  4. Nato a Dresda nel 1739 e morto a Vienna nel 1813, Karl von Zinzerdorf fu governatore di Trieste dal 1770 al 1780. 

Notizie tratte da:

Pietro Covre, Cronache di patrizi triestini, Tipografia Moderna, Trieste, 1975 –  Alessandro de Gorachuchi, Attrattive di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1977 – Atlante dei Beni Culturali – triestestoria.altervista.org  – Trieste di ieri e di oggi

 

La famiglia Geiringer

Se sulle opere dell’ingegner Geiringer esistono dettagliate informazioni, sulla sua famiglia se ne sono trovate molto poche.
Si sa che dal felice matrimonio di Moisè Eugenio con Ortensia Luzzatti, figlia di Alessandro ed Elisa Kohen, avvenuto a Trieste il 28 settembre 1874, nacquero a Trieste 7 figli, tra il 1879 e il 1896.
Sul testo Il mondo ebreo (vedi fonti) risulta che prima del 1886 l’ingegnere si convertì al cattolicesimo e di ciò abbiamo conferma per la sepoltura sua e di alcuni parenti nel cimitero di Sant’Anna.
Non si sono invece trovate notizie sulla situazione della famiglia del quartogenito Pietro che visse la tragica vicenda qui brevemente riportata.

Pietro Geiringer, nacque nel 1886, ricoprì la carica di condirettore delle Assicurazioni Generali, si sposò nel 1921 con Francesca Vivante (detta Fanny) da cui ebbe i figli Claudio e Laura, nati rispettivamente nel 1922 e nel 1924.

Nella foto (di Teresa Vivante): Pietro con la moglie Fanny e i figli Claudio e Laurafam Geiringer
Nel dicembre del 1943 furono tutti arrestati a Portogruaro assieme alla madre di Fanny, condotti alla base di Fossoli (Modena) e il 22 febbraio 1944 spediti su un treno diretto al Campo di concentramento di Auschwitz (nota 1)
Giunti il giorno 26, Pietro Geiringer con la moglie Fanny Vivante e la suocera Emilia Mordo vennero condotti nella camera a gas.
Il figlio Claudio morì di stenti il 31 gennaio 1945, dopo l’evacuazione dal Campo di Auschwitz (nota 2) mentre la figlia Laura, riuscita a sopravvivere, fu curata nel Centro della Croce Rossa Internazionale.
Come risulta dal biglietto ferroviario conservato da Teresa Vivante, giunse a Bologna il 12 agosto 1945. (nota 3)

Giorgio Vivante, fratello di Fanny, dalla prigionia a San Sabba, fu condotto anch’esso al Campo di Auschwitz il 31/7/44 e gasato subito dopo l’arrivo nell’agosto del 1944. (CDEC) (nota 4)
Laura Geiringer, forse per le conseguenze degli esperimenti e delle torture subite al Campo di concentramento nazista, morì a soli 27 anni nel 1851.
Fu sepolta nella tomba di famiglia al cimitero di Sant’Anna mentre i genitori Pietro Geiringer e Fanny Vivante con il figlio Claudio ebbero l’incisione dei loro nomi “in memoria”.

Nella tomba di famiglia al Cimitero di Sant’Anna risultano inumate le salme dell’ing. Eugenio (qui con il nome di Gairinger), della figlia Aglae vedova Mayer, del figlio Riccardo con la moglie Carla, del fratello Gioachino, di Teresa (moglie o sorella e della nipote Laura. I nomi di Pietro, Fanny e Claudio sono stati invece scritti “in memoria”. Non è invece certo chi fosse Giorgio, nato nel 1883 e deceduto nel 1940. La figlia Elisa Gairinger (nata nel 1879) risulta deceduta a Firenze nel 1956, mentre si sono perse le tracce del figlio Giacomo, l’ultimogenito di Eugenio e Ortensia, nato nel 1896 e trasferitosi in Nicaragua.

Nella foto la tomba di famiglia dove appare il nome originario GairingerGairinger_Trieste_grave
Quello che sorprende è la mancanza di notizie sulla vita e sulla morte di Ortensia Luzzatti , moglie dell’ingegnere Eugenio e che le cronache riferiscono essere stata amatissima.

Secondo quanto riportato dalla storia, nel 1910, quindi 6 anni dopo la morte di Geiringer, la Società Alpina delle Giulie, di cui l’ingegner Eugenio fu Presidente dal 1886 al 1892, decise di dare il nome di Ortensia alla vedetta di Opicina, collocata sopra il più celebre Obelisco e che venne inaugurata il 23 novembre 1890, quindi ben vent’anni prima.

E’ pure sorprendente che la vedetta eretta nel parco del castelletto e che la storia riferisce di essere stata costruita proprio per l’amatissima moglie dell’ingegner Eugenio, sia invece stata chiamata “Mafalda”, nome che risulta del tutto estraneo alla famiglia Geiringer. Se poi si considerasse la vista che la signora poteva godere dalle terrazze del suo bel castelletto gotico ci sembra ancora più strano che attraversasse il parco per salire su quella brutta torretta di pietra e per di più intestata a una sconosciuta!
Comunque il fatto che la “vedetta Ortensia” sia stata distrutta durante la seconda guerra e che quella detta “Mafalda” abbia resistito alle devastazioni dei tedeschi, che al Castelletto erano di stanza, deve considerarsi “un caso”.

Nella foto la vedetta e la posizione nel parco (in basso a sinistra rispetto al Castellettoimg104
Mah, le storie della storia presentano sempre alcune varianti e a volte sono riferite persino come leggende. Una di queste riguarda le gallerie scavate proprio sotto alla vedetta sopramenzionata la cui esistenze furono riferite da monsignor Santin che come vescovo della Curia, divenuta nel 1982 di fatto proprietaria del Castelletto con il parco (nota 5) avrebbe ben potuto sapere qualcosa… (nota 6)
Queste storie, o se preferire queste leggende, furono scritte nei diari di Diego de Henriquez che nel maggio del 1945 sembra aver trattato la resa dei tedeschi asserragliati nel Castelletto al comando del generale Likenbach. (nota 7)

Vorrei concludere con una curiosità che mi riporta alla signora Ortensia e ai misteri che circondano la sua vita e la sua morte.
In occasione dell’inaugurazione del “Centro Sociale San Benedetto” il 24 novembre 1980, sul lastrico del castelletto fu posta un’inquietante scultura di Ugo Carà: sarà la prospettiva o forse una suggestione ma a me sembra che la donna sia sul punto di gettarsi giù dalle torrette…img102

Gabriella Amstici

Note:

1. Notizie da digital-library.cde.it – genealogy.rootsweb.ancestry.com)
Dai siti relativi alla genealogia dei Geiringer risultano notizie difformi: alcuni riportano la data dell’arresto nel 1944 con la prigionia al Campo di San Sabba, altri riferiscono che dopo la prigionia a Portogruaro seguì quella di Venezia. Sembra invece certa la partenza del convoglio il 22/2/1944 e l’arrivo ad Auschwitz il 26/2/1944 e l’immediata asfissia nella camera a gas.

2. Come risulta dalla data riportata sulla tomba di famiglia a Sant’Anna.

3. In una cartolina della Croce Rossa Internazionale del 9 maggio 1945 e inviata ai cugini Enrico e Angelo Vivante a Trieste, Laura li informa della morte dei genitori e della nonna, di essere stata curata dai russi dopo la liberazione del campo di concentramento e di essere in attesa di rimpatrio (da: Il libro della memoria di L. Picciotto Fargion).

4. Le notizie su Giorgio Vivante furono trovate molto tempo dopo dal figlio Angelo.

5. Come riportato sulla relazione del 23/1/2008 del Ministero dei Beni Culturali.

6. Notizie riportate da: Trieste nascosta, di A. Halupca e L. Veronese.

7. Ibid

Notizie tratte da:
Giacomo Todeschini e Pier Cesare Ioly Zorattini, Il mondo ebreo, Ed. Studio Tesi, Pordenone, 1991 – digital-library.cde.it – genealogy.rootsweb.ancestry.com – Il libro della memoria di Picciotto Fargion) – caisag.it – slidegur.com – Daniela Agapito, Michele Cisilin, Tiziana Saveri, Tesi di Laurea “Villa Geiringer”, 2004 (Biblioteca Archivio Generale del Comune) –

Scorcola e Castelletto Geiringer (seconda parte)

Durante la seconda guerra, tra il 1943 e il 1945, il Castelletto fu sede di un comando della Wehrmacht che ordinò alcuni lavori di canalizzazione per rendere fruibili i servizi igienici, la costruzione di una casamatta e un sistema di fortificazione collegato a una cannoniera.
Il 2 maggio 1945, dopo la resa del Generale Linkenbach agli anglo-americani, entrambe le strutture furono fatte esplodere.

Sequestrato il Castelletto, il Governo Militare Alleato eseguì alcuni lavori sulle strutture dell’edificio destinandolo al ricovero degli invalidi di guerra con la gestione dell’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza).
La parte più pianeggiante del parco venne usata per le abitazioni civili dei militari e per il campo di atletica dell’esercito americano, oggi conosciuto come “Campo Cologna”.

Tra il 1947 e il 1949 l’Ufficio dei Lavori Pubblici risanò i terreni circostanti completamente devastati.
Dopo gli anni Cinquanta il Castelletto fu adibito per un breve periodo a Casa dello Studente che accolse anche i profughi di guerra intenzionati a seguire le scuole medie superiori. (nota 1)

Nelle foto (dei Civici Musei) l’inaugurazione alla presenza di monsignor Santin17629737_1876193535928627_4611539246845904473_n

17634527_1876193702595277_1432982806779768287_nBen presto giunsero però gli anni dell’abbandono e del totale disinteresse anche da parte delle legittime proprietarie che negli anni Sessanta risultarono essere Livia e Paola Modiano; così il bel castelletto di Scorcola andò in rovina.

Nelle foto (Gianni Ursini) il panorama dalla vedetta e la desolazione del parco intorno agli Settanta: 11800327_10207045768531662_8605519191961079446_n

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Nel gennaio del 1979, Paola Modiano in Ferrari, ultima erede della famiglia Geiringer, donò il Castelletto e il parco alle Benedettine di San Cipriano che furono costrette a impegnare il loro patrimonio immobiliare e tutte le doti accumulate per attuare gli ingentissimi lavori di ristrutturazione.

Nella foto (da Gazzettino Giuliano) le condizioni dell’ingressoINTERNO-GEIRINGER-1979
Vennero così sistemati i solai e le coperture sfondate, restaurati gli intonaci, ricostruite le merlature, sostituiti i serramenti, riparate le infrastrutture e riarredati tutti gli interni.

La zona del parco di fianco all’edificio interessò gli speleologi della Società Adriatica di Speleologia che ispezionando la zona sotto la vedetta (menzionata da alcuni storici come “Torre Mafalda”), rinvennero le tracce della casamatta costruita dai tedeschi e l’inizio di una galleria che presumibilmente fu una parte di tutto il complesso militare sotterraneo. (nota 2)

Ritornato al suo aspetto originario, il dott. Giuseppe Nobile, procuratore del Monastero di San Cipriano,  affidò il Castelletto al “Centro Sociale San Benedetto”. Inaugurato il 23 novembre del 1980 fu destinato a una scuola privata di lingua inglese e per supportare i costi di gestione venne aggiunta una mensa aperta al pubblico.
(Foto di Nereo Gulli) CASTELLO
Il Centro però fallì dopo soli due anni e la gestione passò alla Curia che si occupò della manutenzione del parco per poi cedere nel 1994 tutta la proprietà alla “Immobiliare il Castelletto” che nel 2000 la trasferì alla “Scuola del Castelletto S.r.l.”
Rinominata European School of Trieste è stata riconosciuta scuola paritaria ed essendo soggetta alle normativa del Ministero della Pubblica Istruzione permette agli studenti il passaggio a una qualsiasi istituzione pubblica scolastica italiana senza dover affrontare esami di ammissione.

Con un decreto del 2008 il Castelletto Geiringer è stato affidato alla Sopraintendenza per i Beni archittetonici e del paesaggio come patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Friuli Venezia Giulia. 228819-800x535-500x334

Note:
1. La Casa dello Studente fu poi trasferita al Ferdinandeo e successivamente a villa Haggincosta;

2. Da Trieste sotterranea: “Numerose sono infatti le segnalazioni che indicano ulteriori passaggi ipogei. Per il momento però, queste diramazioni non sono state ancora rintracciate e non è chiaro se il sistema ipogeo sia stato completamente minato e distrutto oppure se vi siano ancora oggi nel sottosuolo ulteriori ambienti ancora percorribili”

Notizie tratte da:
Daniela Agapito, Michele Cisilin, Tiziana Saveri, Tesi di Laurea “Villa Geiringer”, 2004 (Biblioteca Archivio Generale del Comune);
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Relazione storico-artistica, Trieste, 2008;
Atlante dei Beni Culturali, Comune di Trieste;
A. Halupca, P. Guglia, E. Halupca, Trieste sotterranea, Ed. Lint, Trieste, 2010;

Scorcola e Villa Geiringer (prima parte)

Lo sviluppo urbano del colle di Scorcola iniziò dopo l’apertura della Strada Commerciale Nuova (con inizio da piazza Lavatoio, oggi Dalmazia) costruita tra il 1777 e 1781 dal Governatore di Trieste Karl von Zinzerdorf con l’intento di prolungarla verso Sesana, già collegata a Vienna e Lubiana.

Il progressivo aumento dei traffici portuali e la difficoltà di transito, peraltro a pagamento, causato dalla forte pendenza della via, indussero a studiare altri tracciati.
Su istanza del conte Domenico Rossetti, l’imperatore Francesco I realizzò così la Nuova Strada per Opicina (oggi via Fabio Severo) che, inaugurata nel 1830, risaliva il colle con una serie di tornanti più agilmente percorribili.
Sul versante meridionale del colle di Scorcola alcune famiglie dell’élite triestina si costruirono così delle splendide ville circondate da parchi, giardini e grandi serre per la floricultura (nota 1) offrendo agli ospiti dei piacevoli soggiorni tra il verde e gli spettacolari panorami del golfo e della città.
Il panorama nel quadro a olio di Johann Varoni (Milano 1832 – Vienna 1910)17990862_1883743138507000_6229921353351069764_n
Verso la metà dell’Ottocento una vasta area della collina fu abitata dai fratelli Antonio e Giovanni Martin, ricchi negozianti svizzeri che nel 1883 la cedettero a Giacomo de Prandi, nobile de Ulmhort , già proprietario di una villa con parco attorno all’antica Porta San Lorenzo (sulla via san Michele) e che qui si costruì una casa domenicale.

L’ambitissima zona interessò l’architetto-ingegnere Eugenio Geiringer (nota 2) che la acquistò nel 1888 già studiando l’ ambiziosissimo progetto di una funicolare per collegare la città alla vetta del colle di Scorcola.
Nell’attesa dell’approvazione per attuare le avveniristiche strutture della linea ferrata, nel corso degli anni 1896-98 l’ingegnere ristrutturò completamente la casa domenicale del de Prandi trasformandolo in un castelletto secondo lo stile neo-castellano-medievale allora molto di moda. (nota 3)10687967_733460666723561_6262536644490642790_o (1)
L’imponente edificio, posizionato in un punto molto panoramico e chiamato con inaspettata sobrietà “Villa Geiringer(nota 4) era racchiuso da 2 torri laterali di diversa grandezza e merlature di mattoni, con i muri parzialmente in pietra o rifiniti con intonaco color pastello.
Sulle pareti esterne del corpo abitativo affacciato su un grande terrazzamento, vennero posti degli stemmi nobiliari e antiche lapidi romane che l’ingegnere amava collezionare e in parte anche raccolti in una sottostante torretta costruita, come riferisce la storia, per l’amatissima moglie Ortensia, sposata nel 1874 e con cui ebbe 7 figli.

Nella foto CMSA alcuni stemmi:STEMMIGEIRINGER
Nella grande area boschiva circostante furono inoltre realizzati un parco di stile inglese e un giardino all’italiana.

Dopo la bocciatura del primo progetto per la linea Trieste-Opicina presentato dall’ingegnere nel 1894, il 9 gennaio 1901 venne approvato quello sostenuto da importanti esponenti del mondo economico-finanziario triestino e dalla Società Elettrica Union di Vienna, nonostante una serie di polemiche vox populi per il fatto che la linea funicolare passasse sui terreni di Geiringer stesso e degli azionisti della Società che avrebbe gestito i lavori.

Nella foto (L. Smolars) la Ferrovia Trieste-Opicina poco dopo l’inaugurazione avvenuta nel 1902:img100
Ma dopo soli 2 anni, il 18 novembre 1904, si concluse l’intensa vita lavorativa dell’ing.  Geiringer; a Trieste rimasero tutte le grandi opere da lui realizzate e ai figli l’eredità del Castelletto.

Tra gli anni Venti e Trenta una consistente parte dei terreni circostanti fu acquisita dal Comune assieme a quelli delle famiglie Rumer e Krausenek e nel 1934 tutta l’area dalla superficie complessiva di 23,5 ettari di aree verdi fu adibita a parco pubblico nominato “Villa Giulia”.
Mancano invece notizie sull’utilizzo del Castelletto da parte degli eredi ma fu supposto non fosse stato frequentato abitualmente pur rimanendo in discrete condizioni.

Note:

  1. Le romantiche descrizioni furono riportate da Alessandro Goracuchi (medico di fiducia di Massimiliano d’Asburgo e del barone Pasquale Revoltella) nel suo libro Attrattive di Trieste stampato nel 1883 dall’Imprimerie du Lloyd austro-hongrois.
  2. Moisé Eugenio Geiringer, figlio di Ruben Isach Roberto Geiringer, nativo di Gajary (a nord di Bratislava in Slovacchiatra) e di Eva Morpurgo, appartenente alla famiglia di banchieri che fondarono le Assicurazioni Generali, nacque a Trieste nel 1844, e qui morì, nel 1904 dopo una straordinaria carriera di costruttore-architetto e di prestigiose cariche istituzionali. (vedi articolo  http://quitrieste.it/eugenio-geiringer-2/) Sposatosi nel 1874 con Ortensia Luzzatti ebbe 7 amatissimi figli di cui Pietro (1886-1944), condirettore delle Assicurazioni Generali morì con la moglie Francesca Vivante nel campo di sterminio di Auschwitz.
  3. Lo stile gotico-medievale venne diffuso in Europa già alla metà dell’Ottocento; alcuni sostennero per uno spirito di emulazione del bel castello di Miramare costruito dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo.
  4. “Una casa dominatrice di 3 orizzonti” la definì Silvio Benco

Notizie tratte da:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Relazione storico-artistica, Trieste, 2008;
Atlante dei Beni Culturali, Comune di Trieste;
Daniela Agapito, Michele Cisilin, Tiziana Saveri, Tesi di Laurea “Villa Geiringer”, 2004 (Biblioteca Archivio Generale del Comune);
Stella Rasman, Cent’anni col Tram, MGS Press, Trieste, 2002;
G. Alessandro de Gorachuchi, Attrattive di Trieste, Ed. Svevo, Trieste, 1977.

Le scuole nautiche di Maria Teresa d’Austria

Garantita la sicurezza dell’Impero con un’amministrazione corretta e un esercito potente, Maria Teresa d’Austria si occupò dell’insegnamento scolastico poichè riteneva che “Il popolo va tolto dall’ignoranza, ad esso va data istruzione al fine di poter migliorare la propria condizione, essere utile a se stesso, allo Stato, alla prosperità della collettività”.

Quando nel 1753 l’imperatrice volle creare una flotta austriaca addestrando i “suoi marinai”, affidò al padre gesuita Francesco Saverio Orlando l’incarico di organizzare una scuola adatta.
Inaugurata nel novembre del 1754 iniziò i corsi di nautica e matematica con solo 20 iscritti appartenenti all’élite nobiliare tra i 25 e i 30 anni di età.

Nonostante il suo insuccesso, che peraltro continuò anche negli anni successivi, l’imperatrice Maria Teresa non solo la mantenne considerandola necessaria per la Marina mercantile, ma nel 1773 vi aggiunse anche i corsi di ingegneria.

Dopo il trasferimento per alcuni anni della scuola a Fiume nel 1783, ripresero i corsi a Trieste ma già nel 1787 gli studenti, ancora in numero ristretto, si lamentarono di non trovare imbarchi alla fine degli studi.

Durante l’occupazione francese avvenuta tra il 1809 e il 1813, insorsero anche problemi di natura politica e la scuola venne unita per un breve periodo con un liceo-ginnasio chiamato genericamente “collegio”.

Nel 1817 la scuola ottenne la sede a palazzo Biserini di piazza Lipsia (nota 1) appena ristrutturata dall’architetto Pietro Nobile, acquisendo il titolo di Imperiale Regia Accademia di Commercio e Nautica.
(Nella foto palazzo Biserini, collezione privata Giorgetti) img050

Dopo il 1833 venne deciso che per il titolo di costruttore navale si dovessero superare gli esami alla fine dei corsi, ai quali 10 anno dopo furono aggiunti quelli di meccanica applicata alle macchine a vapore.

Le lezioni dell’Accademia proseguirono a palazzo Biserini anche dopo il 1856 quando fu edificato un terzo piano per raccogliere le collezioni del Museo di Storia Naturale.

Nel 1875 il Governo decise di riunire in un’unica sede tutte le scuole del borgo Giuseppino fino allora dislocate in diversi edifici.
Il progetto dell’ingegner Giovanni Righetti fu attuato dalla Banca Triestina di Costruzioni nella zona a sud di piazza Lipsia, quindi di fronte a palazzo Biserini, occupata da due stabili erariali e già nel 1876 iniziarono a funzionare le prime scuole.
(Foto Comune di Trieste) nautico 2Verso la fine dell’Ottocento nel nuovo edificio furono conglobati il Ginnasio (K.K. Staatsgymnasium, al quale spettava l’entrata sulla piazza), la Scuola Reale Superiore (Staats-Ober-Realschule) e la scuola popolare tedesca con sezioni sia maschili che femminili.

Ma l’impero Austro-ungarico si avvicinava ormai al suo epilogo.
Dopo gli anni di guerra e i grandi cambiamenti che ne seguirono, piazza Lipsia (chiamata anche per un periodo “Degli Studi”) venne rinominata piazza Attilio Hortis, come il nome della Biblioteca Civica rimasta a palazzo Biserini, mentre dopo il 1919 la vecchia Accademia divenne il Regio Istituto Nautico “Tomaso di Savoia, Duca di Genova” con una serie di progressive riforme per adeguare gli allievi alle rapide innovazioni tecnologiche riguardanti tutta la Marineria.
Portale nautico
In tempi recentissimi dopo il restauro eseguito dalla Provincia, sul portale dell’ingresso principale dell’attuale piazza Hortis, è riapparsa la scritta originale del Ginnasio austriaco in ricordo del lungo Impero asburgico.
(Foto “Il Piccolo”) image

Nota 1: Oggi piazza Hortis. Nel 1822 a palazzo Biserini sarà sistemata la Biblioteca Civica

Documentazioni tratte da:
Diana de Rosa, Estratto dall’ “Archeografo Triestino” Serie IV – 1999 – Volume LIX;
nauticogalvani.com;
“Il Piccolo”, articolo su Trieste Cronaca dell’ 8 novembre 2015

Le scuole industriali austriache

I primi tentativi d’introdurre a Trieste un’istruzione industriale risalgono ai tempi di Maria Teresa e Giuseppe II ma non ebbero un grande successo per la mancanza di insegnanti con specifiche conoscenze e capacità di programmare i corsi.

Solo nella seconda metà dell’Ottocento nelle maggiori città dell’Impero vennero create delle scuole di disegno tecnico-professionale con diverse specializzazioni e livelli d’istruzione.
Nel 1850 il barone Pasquale Revoltella e l’industriale Francesco Gossleth (nota 1) aprirono a Trieste la Scuola triestina di disegno, privata ma gratuita, destinata all’addestramento dei cosiddetti “artieri” e comprensiva di una sezione femminile di ricamo e merletto.

Tra il 1882 e 1883 la Luogotenenza del Litorale (allora con le funzioni delle attuali prefetture) impose un estensione dei corsi con applicazioni teoriche e di laboratorio per poter rilasciare licenze più idonee ma auspicando nel contempo la necessità di istituire una scuola statale finanziata dal Comune.
Iniziò così una lunga trattativa per assicurare sia l’uso della lingua italiana che il mantenimento dei corsi domenicali, serali e di ricamo e merletto.

Nel settembre del 1887, quindi dopo cinque anni di discussioni e negoziati, il Comune di Trieste ottenne l’autorizzazione di allestire la nuova Scuola Industriale di Stato la cui sede fu collocata in un vecchio edificio di Corsia Stadion 31, (ancora oggi esistente al numero 27 di via Battisti con il nome di Istituto Tecnico Industriale A. Volta) (nota 2).
L’edificio in una foto d’epocaAutocertificazione 2349

I corsi iniziarono nel gennaio 1888 con la direzione dell’architetto-ingegnere Carlo Hesky (nota 3) già assistente al Politecnico di Vienna e professore alla Scuola Industriale.
Nonostante il suo nome la Triest K.K. Staatsgewerbeschule aveva come lingua ufficiale l’italiano (nota 4) e come insegnanti illustri personaggi triestini come Enrico Nordio, Carlo Wostry, Eugenio Scomparini, Marcello Dudovich, Guido Marussig, Bruno Croatto, Ruggero Rovan, Antonio Camaur e ancora Schranz, Lucano, Cernigoj, Mosca, Selva, De Paoli.

Seppure gestita da un’unica Direzione, la scuola era suddivisa in diversi indirizzi e gradi di studio comprendendo i settori dell’arte, dell’artigianato, dei mestieri femminili (economia domestica, modisteria, cucito, ricamo e merletto) nonché corsi serali e domenicali a orari ridotti per gli apprendisti.

Di anno in anno le iscrizioni aumentarono e già nel 1894, superati i 1000 alunni la scuola non fu in grado di accogliere tutte le richieste di ammissione.
Dopo la costruzione di un terzo piano furono attivati dei corsi speciali di macchinisti per navi mercantili, di conduttori per caldaie, di elettrotecnici cantieristici e dal 1896-97 fu annessa la Scuola Superiore di Costruzione navale, prima aggregata all’Accademia di Nautica.

Gli insegnanti che si avvicendarono, come il pittore Eugenio Scomparini, lo scultore Antonio Camaur, l’architetto Enrico Nordio e altri artisti del tempo si prodigarono per applicare gli studi ai mestieri da loro stessi svolti favorendo le future collocazioni lavorative degli allievi.

In aggiunta ai corsi regolari della Scuola, la Direzione stabilì di favorire e promuovere la cultura e lo sviluppo economico nel Litorale e a partire dal 1902 istituì delle succursali in Istria e nel Goriziano aggiungendo corsi ambulanti della durata di qualche mese ed estivi per l’aggiornamento degli insegnanti.

Nel 1913 il Consiglio Comunale acquistò l’edificio a due piani di via Gatteri 4 per adibirla ai corsi di macchinista navale e alla nuova Scuola Industriale femminile che conglobava i corsi Ricamo e Merletto.
Autocertificazione 2356Autocertificazione 2355
Autocertificazione 2352Alla fine del 1915 la scuola risentì degli effetti della guerra per il richiamo alle armi di allievi e insegnanti, la rimozione del direttore Carlo Hesky (nota 5) e l’obbligo della lingua tedesca imposto dalla Luogotenenza.

Nel 1921 la scuola riprese le sue attività con il nuovo direttore ing. Gioacchino Grassi e l’anno successivo ottenne il titolo di Istituto Industriale di Trieste con un normale ordinamento italiano e una classifica di scuola di 3° grado, perdendo però l’impronta artistica che caratterizzò gli studi dei primi decenni.

In seguito ai decreti del Ministero dell’Economia Nazionale e la nomina del commissario governativo ing. Costantino Doria, nel corso del 1924 vennero predisposte le sezioni di meccanici elettricisti, costruttori edili con tirocinio triennale per falegnami ebanisti, scalpellini, intagliatori e pittori decoratori; furono anche istituite le scuole triennali femminili e quelle a orario ridotto per meccanici, edili, operai industriali nonché quella complementare per apprendisti.

Nella foto un laboratorio di ebanisteria e falegnameria dell’Istituto Industriale Autocertificazione 2360Ripresa la piena attività l’Istituto continuò a svilupparsi con l’apertura di corsi speciali, tra cui quelli per macchinisti di motonavi, l’espansione di succursali e di ulteriori edifici scolastici nei vari rioni della città.

Nella foto Sterle il portale d’ingresso I.T.I. A. Volta di via Battisti 27
img021

Nella grande soffitta della scuola sono ancora conservate le decorazioni della vecchia Scuola Triestina di disegno (foto Sterle)img040

Autocertificazione 2350Note:

1. Il Gossleth era proprietario di una prestigiosa falegnameria dove vennero creati una lunga serie di mobili destinati alle più belle dimore dell’epoca, tra cui il castello di Miramare.

2. L’edificio fu realizzato nel 1802 in base all’originario progetto dell’architetto Antonio Mollari per volere del negoziante Giovanni Dobler; acquistato nel 1808 dal Comune di Trieste fu adibito a Caserma fino al 1867 e l’anno successivo a Civiche Scuole Popolari. (da note del Comune di Trieste).
Istituita nel 1887 la Scuola Industriale di Stato l’edificio venne innalzato di un piano, modificato nella facciata e rivisto nella distribuzione interna.
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento venne aggiunto un terzo piano.

3. Nato a Pisino nel il 2 novembre 1849 Carlo Hesky si laureò all’Accademia di Belle Arti di Vienna, qui dal 1876 insegnò alla Scuola Industriale di Stato fino all’incarico di Direttore della Scuola Industriale di Trieste nel 1887. Dopo il 1890 divenne Consigliere di Governo ma nel 1916 fu destituito dalla Direzione per motivi politici.

4. Nonostante l’insegnamento in lingua italiana la Staatsgewerbeschule era diversa dalle omonime scuole industriali del territorio nazionale come risulta dalla relazione del direttore Carlo Hesky conservata negli archivi dell’istituto.

5. Hesky fu ritenuto responsabile di aver agevolato il passaggio di alcuni allievi nell’Esercito Italiano e sostituito dal tedesco Arturo Koch.

Fonti:

Antonella Caroli, ARTE E TECNICA A TRIESTE 1850-1916, Ed. della Laguna, Roma, Lit. Graphy, Mariano del Friuli. 1995;
Maria Laura Iona, Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Sezione FVG, Atti del convegno, Trieste-Udine, 1995;
Catalogo integrato dei Beni Culturali, Trieste.

La Società Operaia Triestina (seconda parte)

Via Tarabochia 3Nel 1908 un notevole numero di iscritti alla Società Operaia Triestina organizzarono una trasferta a Milano per partecipare a un corteo che reclamava maggiori diritti per la classe operaia ma perorando nel contempo la causa dell’annessione di Trieste all’Italia.
Le autorità austriache, già allertate dall’espansione del consorzio e dalle sue mire nazionalistiche, si infuriarono per quella manifestazione pubblica e senza appurare chi ne fossero gli organizzatori indussero il governatore di Trieste principe Konrad Hohenlohe (nota 1) a sciogliere l’organizzazione minacciando di incamerarne i beni.
I dirigenti della S.O.T., pur minacciando di ricorrere al Ministero dell’Interno e alla Suprema Corte, decisero di apportare alcune modifiche all’istituzione con il cambio nel nome in Associazione Operaia Triestina pur continuando a mantenere la sede di via del Tintore e le stesse organizzazioni sociali.

Trascorso un periodo di relativa tranquillità, la situazione precipitò alla vigilia della Grande Guerra.
Dopo il periodo di neutralità l’Italia entrò in guerra il 20 maggio 1915 avanzando sulle linee di confine dell’impero.
Alle ore 16 del 23 maggio 1915 sul poggiolo della Luogotenenza apparve lo stendardo imperiale e immediatamente una turba di filoaustriaci assaltò le sedi del giornale “Il Piccolo”, della Lega Nazionale e della Ginnastica Triestina appiccandovi il fuoco; Caffè, negozi, sedi istituzionali e irredentiste furono distrutte o devastate.

Nella foto CMSA l’incendio alla sede de “Il Piccolo”: 905b9fa6dd894472a67372f7809ee3fbL’incendio alla Società Ginnastica Triestina (foto CMSA):download
L’Austria iniziò a mobilitarsi richiamando negli eserciti commercianti, professionisti, studenti e gli iscritti dell’Associazione, molti dei quali scelsero poi di passare nell’Esercito Nazionale seguendo l’esempio del loro direttore Emo Tarabocchia arruolatosi tra i primi nelle trincee del Carso (nota 2).

Con la rapida svalutazione della moneta, il progressivo calo di lavoro in porto e di tutti i traffici commerciali, l’Operaia si trovò di fronte allo spettacolo della disoccupazione che cresceva di mese in mese e per mantenere i suoi servizi, assicurare i medicinali, le rette ospedaliere e le modeste sovvenzioni, fu costretta a grandi economie ricorrendo anche ai fondi di riserva.

Trieste visse i 41 estenuanti mesi di guerra come una città perseguitata e sotto assedio, costretta a vivere miseramente tra i resti dell’Impero, priva di comunicazioni con il mondo esterno con la sola speranza della vittoria e del raggiungimento della libertà.
Gli uomini più rappresentativi dell’Operaia furono iscritti nelle liste di proscrizione e mandati ai campi di internamento mentre per i pochi rimasti ci furono penose restrizioni dei sussidi.

Quando la guerra giunse al suo epilogo con l’abrogazione dei decreti imperiali e l’arrivo il 3 novembre delle navi italiane tra l’entusiasmo collettivo, l’Operaia riprese il suo nome originario e tutte le attività sospese.
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Alla fine della guerra il lavoro da affrontare era immenso: dovevano essere ristabilite le linee ferroviarie e di navigazione, riattivati gli stabilimenti industriali e tutti i commerci di magazzini e negozi ormai ridotti allo stremo.
Incoraggiata dal governatore Petitti di Roreto la rinata Società Operaia Triestina riprese le sue funzioni nel pieno rispetto delle leggi italiane.
img014Con la direzione di Gustavo Comici la Società raggiunse in pochi mesi oltre 3.700 iscritti.
Vennero riavviati i corsi di falegnameria, di taglio e cucito, di modisteria, le lezioni di storia, scienze e igiene, rinacque il Segretariato del popolo e la Lega degli inquilini.
Nella foto (dell’Archivio della Società Triestina) i giovani allievi al lavoro nella classe di falegnameria: Autocertificazione 2375

Iniziarono poi le trattative con i vari Ministeri per i risarcimenti dei danni di guerra, per le ricostruzioni dei Cantieri, delle Caserme, del Palazzo di Giustizia, delle ferrovie e delle strade; per riattivare l’attività delle industrie e dei commerci vennero ripristinate le Fiere Campionarie.

Nella foto (dei Civici Musei) l’ingresso della Fiera Campionaria del 1920 in via Campo Marzio:img015
Iniziato un periodo di pace, la Società Operaia Triestina (nota 3) riorganizzò le attività lavorative per i numerosi iscritti del lungo sodalizio mantenendo le sue prospettive di concordia e fratellanza delle classi lavoratrici supportandone le difficoltà e ispirandosi ancora al motto dei suoi inizi: “Uno per tutti, tutti per uno”.

Note:

1. Il principe Hohenlohe-Waldenburg-Schillingfürst ricoprì la carica di Governatore dal 1904 fino alla sua destituzione nel 1915;

2. Già quarantenne e sofferente di cuore, Emo Tarabocchia (nato a Trieste nel 1874) volle arruolarsi all’avamposto sulle trincee del Carso: “Se devo imbracciare il fucile voglio farlo per la causa d’Italia, per la mia causa, non per l’Austria” annunciò alla partenza. Nelle prime battaglie del 1915 perse la vita sul monte Podgora.

3. In onore del direttore Emo Tarabocchia la via del Tintore fu intitolata a suo nome.

Fonte:

Giulio Cesari, Sessant’anni di vita italiana 1869-1929: Memorie della Società Operaia Triestina, Trieste, 1929

Il presente articolo ha volutamente omesso le complesse vicende dell’Irredentismo trattate nel testo sopracitato.

La Società Operaia Triestina (prima parte)

Fratelli! Uniamoci tutti con un vincolo di fraterno affetto, assistiamoci ricambievolmente nell’infortunio e nel lavoro. Tutti per uno, uno per tutti, contribuiamo a mantenere intatta la fama e l’onore dell’operaio, e a distruggere l’ozio e il vagabondaggio”.
Fu questo il testo del manifesto che apparve il 25 maggio del 1869 annunciando la nascita della Società Operaia Triestina il cui Statuto, redatto da Arrigo Hortis, si proponeva di aiutare gli operai nell’affermazione dei loro diritti e nella tutela dei loro interessi.
statuto sotLa Società, animata da sentimenti irredentistici e antiaustriaci, prevedeva per gli iscritti un contributo d’ingresso e una modesta tassazione settimanale assicurando lo sviluppo e la protezione per le vertenze di lavoro, dei sussidi in caso di malattia con la fornitura di medici e medicinali.
La sede fu stabilita in un edificio di via Lazzaretto Vecchio che disponeva di stanze per gli uffici redazionali e di collocamento, di aule per le scuole serali e di sale di lettura con annessa una biblioteca.

Il consorzio ebbe uno straordinario successo e in breve tempo raccolse più di 1.400 soci in costante crescita.
L’11 giugno 1870 con una festa al teatro Mauroner (nota 1) furono presentate ufficialmente la bandiera della Società con l’alabarda sul fondo rosso.
alabardaLo stemma di Trieste fu anche coniato sulla medaglia, qui nella foto CMSA:S.O.T.

Nel 1874 la S.O.T. trasferì la sede in un edificio di via Canal Grande (attuale via Cassa di Risparmio) dotata di spazi più ampi e di una nuova sezione femminile che in poco tempo superò l’iscrizione di 200 socie.

Dopo soli tre anni, nell’agosto del 1877, la Società si trasferì nella Casa Duma, in Piazza Nuova (oggi piazza Repubblica) (nota 2) nella foto F. Benque:
casa Duma - Copia

Qui si affermò la vita sociale dei soci che si ritrovavano nell’atrio dell’edificio per dilettarsi in conversazioni, leggere i giornali o scambiarsi dei libri e ancora qui eleggevano i loro rappresentanti e pagavano i canoni stabiliti.
Anche il direttore della Società Edgardo Rascovich era solito circolare tra la folla cercando di mantenere un amichevole contatto con tutti gli iscritti.

Nel suo 10° anno di vita la Società Operaia contava 2.200 iscritti con un crescente aumento del fondo sociale che permise di creare un’organizzazione di mutua con diversi medici.
Vennero pure aggiunte una sala di lettura, una scuola di disegno, una sezione di ginnastica e due per analfabeti di entrambi i sessi.

Per celebrare i 10 anni dall’elezione del Direttore Rascovich, il I° maggio 1881 venne coniata una medaglia con il simbolo dell’incudine (nella foto dei Civici Musei):Medaglia

Con l’ espansione di tutte le sezioni, la S.O.T. meditava di istituire una Cassa di Risparmio, una nuova sede sociale con un’esposizione permanente di arte industriale, una fondazione di cooperative di lavoro e un progetto di costruire case in economia.

Quando nel 1906 il palazzo Duma fu ceduto alla Banca di Credito di Vienna, la S.O.T. , costretta a trasferirsi in via San Nicolò 32, decise di costruire una sede propria.
Rinunciando a uno spazio in via Barriera Vecchia, verso la fine di maggio del 1908 la Luogotenenza approvò l’acquisto di un’area in via del Tintore (ora via Emo Tarabocchia) la cui prima pietra fu deposta il 5 novembre.
Nella foto (Archivio della Società Ginnastica Triestina) la sede imbandierata della S.O.TAutocertificazione 2376

L’espansione della Società comportò una crescente presa di coscienza dei diritti della classe operaia che iniziò a perorare la causa dell’idealità nazionale dell’Italia, aspirazione che irritò le autorità austriache e che fu di fatto il primo segnale dei gravi tafferugli che sarebbero in seguito sorti in città, con la guerra ormai alle porte.

(Continua nella seconda parte)

Note:

1. Il teatro Mauroner, prima dell’incendio che lo distrusse, si trovava in corsia Stadion (oggi via Battisti) dove poi sorse il teatro Fenice (divenuto poi cinema);

2. La casa Duma venne poi abbattuta per costruire l’imponente sede della Banca Commerciale.

Fonti:
Giulio Cesari, Sessant’anni di vita italiana 1869-1929: Memorie della Società Operaia Triestina, 1929;
Atlante dei Beni Culturali – Comune di Trieste

La storia del Milite Ignoto

Per ricordare tutti i dispersi della Grande Guerra, il colonnello d’artiglieria Giulio Douhet propose di raccogliere la salma di un soldato rimasto senza nome in rappresentanza di tutti i figli, padri, mariti e fratelli perduti nel tremendo conflitto.

Approvato il disegno di legge, nel 1921 il Ministero della Guerra affidò l’incarico a una commissione di percorrere tutti i principali campi di battaglia (nota 1) raccogliendo 11 spoglie di impossibile identificazione per poi designarne una sola da tumulare sul Vittoriano di Roma sotto la statua equestre del “Padre della Patria”.

Le undici salme sarebbero state sistemate in altrettante identiche casse di legno allestite a Gorizia e traslate nella basilica di Aquileia entro il mese di ottobre del 1921.
ignoto2[1]La bara prescelta doveva essere collocata all’interno di una cassa di legno lavorato ad ascia e rivestita di zinco ed essere poi trasferita a Roma in uno speciale convoglio ferroviario da allestirsi a Trieste a cura del Ministero della Guerra.
Gli altri ignoti dieci soldati ignoti sarebbero stati tumulati nel cimitero retrostante la basilica di Aquileia.
Nelle foto il feretro allestito a Trieste14918930_1811935865687728_6613818672469277369_o[1]

cMSa_F_012168_R[1]Il feretro sfila per le vie della cittàffbe7e56c927461bba84259315e5cda3[1]

Il 27 ottobre 1921 le undici casse con i resti dei dispersi raccolti nei campi di battaglia vennero adagiate su altrettanti carri trainati da 6 cavalli giungendo a piazza della Vittoria di Gorizia salutate da 21 salve d’onore da una batteria d’artiglieria collocata sul castello e quindi sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio dove verrà scelta la donna incaricata di scegliere una delle 11 salme.

L’ardua scelta cadde su Maria Bergamas, una donna di modeste condizioni (nota 2) madre del suo unico figlio Antonio (nota 3) arruolatosi come volontario nell’Esercito Italiano dopo aver varcato clandestinamente i confini dell’Impero Austro-ungarico.
Caduto in guerra entrò a far parte delle fila dei numerosi soldati ufficialmente “dispersi”.

Nella foto Maria BergamasMaria_Bergamas[1]

Il 28 ottobre 1921 tutte le undici bare furono caricate su altrettanti automezzi in procinto di partire da Gorizia verso Aquileia dove saranno accolte da un’immensa folla commossa.
Deposte davanti l’altare della Basilica di Aquileia, vicine al palco allestito per le madri e le vedove di guerra, fu officiato il rito di suffragio dal vescovo di Trieste mon. Angelo Bartolomasi.
Dopo l’aspersione con l’acqua del Timavo, Maria Bergamas scelse la bara del Milite Ignoto al suono delle campane, degli spari a salve delle artiglierie e delle note della Leggenda del Piave suonata dalla Brigata Sassari.
cMSa_F_012170_R[1]La salma prescelta venne posta all’interno di un’altra cassa in legno rivestito di zinco e sul coperchio furono adagiate una teca con la medaglia commemorativa e un’alabarda d’argento dono della città di Trieste.
Posto il sarcofago su un affusto di cannone trainato da sei cavalli bianchi bardati a lutto, il corteo si avviò alla stazione ferroviaria e deposto su una carrozza allestita a Trieste a traino del convoglio speciale proveniente da Trieste.

Nella foto il convoglio ferroviario in viaggio verso Roma  3d5a606354014f3e9bfe91bd6170861f[1]Il 29 ottobre 1921 iniziò il lungo viaggio del treno a vapore che passò a velocità moderatissima davanti tutte le stazioni (nota 5) permettendo alle popolazioni di porgere il loro saluto al soldato.

Il 2 novembre il convoglio giunse a Roma e accompagnato da un corteo il Milite Ignoto fu esposto nella basilica Santa Maria degli Angeli.
cMSa_F_012172_R[1]La mattina successiva il feretro venne trasportato la mattina successiva all’ Altare della Patria del Vittoriano, dove fu tumulata alla presenza di Vittorio Emanuele III ed essere poi trasferito nella cripta interna.
cMSa_F_012181_R[1]

Il 4 novembre 1921 gli altri dieci caduti sui campi di battaglia della Grande Guerra furono sepolti al Cimitero degli Eroi accanto la Basilica di Aquileia.
acquileia[1]Maria Bergamas morì nel 1952 a Trieste quando non era ancora ricongiunta all’Italia; nel novembre 1954 fu sepolta anch’essa accanto ai 10 militi ignoti.

NOTE:

1. Furono scelti i campi di battaglia di San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile;

2. Originaria di Gradisca d’Isonzo;

3. Antonio Bergamas fu arruolato nel 137° reggimento di fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, nome fittizio imposto dall’Esercito Italiano per arruolare i volontari irredenti. Offertosi volontario per guidare con il suo plotone l’attacco del reggimento superò illeso due ordini di reticolati ma al terzo venne raggiunto da una raffica di mitraglia e colpito con cinque colpi al petto e uno alla fronte.
Al termine del combattimento nella tasca del ragazzo fu trovato un foglio sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari» l’unico a conoscere la sua vera identità.
La salma di Antonio Bergamas venne dunque riconosciuta e sepolta assieme agli altri caduti nel vicino cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni. In seguito al violento bombardamento della zona le salme divennero però irriconoscibili e Antonio Bergamas con gli altri compagni di sventura risultò ufficialmente disperso.

4. Qui era stato approntato un convoglio speciale ed in particolare era stato predisposto un pianale artisticamente lavorato e progettato dall’architetto triestino Cirilli.

5. Il convoglio passò per le stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto

La lettera che Antonio Bargamas scrisse alla madre prima di partire per il fronte.

«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia… Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco e di quello ch’io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che il morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una Patria che non era la mia e che io odiavo.
Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio».

(da “Il Corriere della sera” 1/11/2011)

Fonte tratta da:
Lorenzo Cadeddu, La leggenda del Milite Ingnoto, quaderno n° 4 – 80° della Vittoria 1918-1998, Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche
Foto CMSA, Trieste – Rete Comuni Italiani – Cineteca del Friuli

I sotterranei del Castello di San Giusto

Nonostante la sua millenaria esistenza sul castello di San Giusto non ci sono giunte molte notizie dei personaggi che lo abitarono, né degli omicidi che si perpetrarono né dei numerosissimi prigionieri rinchiusi nei suoi tenebrosi sotterranei. Né ci sono state tramandate storie di grandi amori o di fantasmagorici spettri come ci si aspetterebbe da un vero castello.
11468[1]Del castelliere eretto sulla sommità della collina in epoca protostorica si sono trovate le tracce solo dopo gli insediamenti dei romani che qui costruirono la loro Urbe con la grande piazza del Foro circondata da una serie di botteghe, la Basilica Civile e la sede del Senato collegata al tribunale.

Nel corso dei secoli fu segnalata l’esistenza di una rocca sulle rovine di una precedente e dopo il 1470 è stata documentata la costruzione di un imponente edificio fortificato voluto da Federico II d’Asburgo con l’aggiunta di una torre a elle per controllare e reprimere il popolo che aveva dimostrato di non essere troppo legato all’ Impero.
Da allora ci è giunta solo qualche frammentaria notizia sulla occupazione di alcuni capitani imperiali austriaci e di qualche non identificato personaggio dell’aristocrazia veneta.

Intorno alla torre elevata dall’Imperatore, al tempo del dominio di Venezia su Trieste nel 1508 venne costruito il Bastione Rotondo mentre il caratteristico sperone poligonale chiamato Bastione Lalio fu edificato tra il 1553 e il 1557 dal Capitano imperiale Giovanni de Hoyos.
Mancando però un progetto unitario i lavori proseguirono saltuariamente fino all’anno 1630 quando fu ultimato il Bastione Pomis che completò l’area di tutto il complesso storico.

Un castello così fortificato avrebbe dovuto rappresentare una funzione militare e di controllo politico mentre invece fu piuttosto pervaso da un alone di mistero per le voci che narravano di collegamenti segreti con la città.
Al fine di comprovarne l’esistenza la Società Adriatica di Speleologia negli anni Ottanta effettuò dei sopralluoghi perlustrativi trovando però diverse murature eseguite per “motivi di sicurezza” sia nel corso dei restauri degli anni 1935-38 che nei secoli precedenti, presumibilmente per la necessità di rinforzare le strutture.
Nella foto la porta d’ingresso sotto il Bastione Rotondo (nel Cortile delle Milizie) con lo stemma dell’imperatore de Hoyos:
IMG_0053Sotto il torrione veneto vennero rinvenuti degli interramenti databili nientemeno che al Seicento mentre altri ambienti ipogei risultarono murati in epoche successive.
Per ripristinare i vasti ambienti furono quindi necessari lavori di scavi e restauri risultando alla fine 3 sale degradanti e collegate da una serie di scalinate.
Nella foto un vano del sotterraneo:
0c3414b344cd48ea804ee841d683fb9fSotto il Bastione Pomis-Fiorito venne invece individuata una galleria di contromina terminante all’interno della Comunità Israelitica di via del Monte adibita sia come ricovero che come passaggio protetto verso il Comando nel castello.
Venne trovata anche un secondo passaggio uscente in via Tommaso Grossi, dove tra l’altro furono rinvenuti numerosi resti umani (nota 3); entrambe furono poi interdette per il rischio di possibili crolli.
Oggi è aperto al pubblico solo un vano sotto il camminamento del bastione di collegamento Hoyos – Pomis dove sono esposte colubrine, bombarde e petrere di origini austriache, venete e francesi.
IMG_0057Non si è potuto nemmeno esplorare il pozzo dietro l’altare della cappella San Giorgio, all’ingresso della Casa del Capitano, ostruito da materiali di risulta, forse gettati corso dei restauri o come tramanda una leggenda cittadina zavorrati apposta per chiudere un passaggio segreto che sarebbe arrivato fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore.
Nelle foto la cappella San Giorgio e il pozzo dietro l’altare: Autocertificazione 22818268c845f2444ea59046f95db43d3951[1]Anche il grande pozzo nel Cortile delle Milizie, che un tempo forniva un’acqua purissima, risultò occluso da intere casse di munizioni e di bombe gettate nel 1945 dai tedeschi quando abbandonarono la fortezza e da tonnellate di fili elettrici dei vecchi impianti sostituiti nel 1954.
Nella foto il fondo del pozzo da cui per fortuna non traspare nulla: Autocertificazione 2282

IMG_0055Percorribili e pieni di suggestione sono invece i sotterranei del Bastione Lalio, oggi adibiti al magnifico Lapidario Tergestinum inaugurato nel 2001.
La memoria ci riporta però alle immagini di quei grandi spazi come si presentavano prima delle recenti ristrutturazioni quando aleggiavano ancora le atmosfere di un tempo.
Nelle gallerie che si diramavano sotto il bastione si trovavano infatti le celle delle carceri dove venivano rinchiusi centinaia di malfattori o di oppositori del potere costituito.

Nelle foto l’ingresso e la scala verso i sotterranei del Bastione Lalio: d9b5501130da4af584a4ad59f85a83b2 (1)Autocertificazione 2196Una delle poche notizie riportate riguarda la breve permanenza nelle prigioni del castello dell’allora celebre alchimista milanese Francesco Giuseppe Borri accusato di eresia e condannato dai tribunali dell’Inquisizione. Destò molto scalpore nell’élite di Trieste la presenza di questo singolare personaggio inventore di un antidoto a base di mercurio contro la peste e di un metodo di rigenerazione dell’umor vitreo per il recupero della vista. (nota 4)

Ci piacerebbe ripercorrere altre vicende di questo bellissimo castello che ci emoziona ancora quando percorriamo i corridoi intorno le mura o quelli nella Casa del Capitano tra panoramiche logge, armi antiche, vecchi focolari con le memorie della sua lunga Storia.

NOTE:

1. Dal nome dell’architetto che diffuse la tecnica della struttura “a muso camuso”;
2. Dal nome dell’architetto Pietro de Pomis; il nome più conosciuto è però “Bastione Fiorito”;
3. Notizia riportata da Leone Veronese;
4. Francesco Giuseppe Borri fu poi trasferito a Roma dove passò il resto della sua vita nelle carceri di Castel Sant’Angelo

Notizie tratte da:
Michela Messina, Il castello di San Giusto, Comune di Trieste, 2004
Leone Veronese, La storia del Castello di San Giusto, Edizioni Luglio, Trieste, 2004
A. Halupca – L. Veronese – E. Halupca, Trieste nascosta, LINT Editoriale, Trieste, 2014               Silvio Rutteri, Trieste spunti dal suo passato, Edizioni LINT, Trieste, 1975