Archivio dell'autore: Gabriella Amstici

La Società Operaia Triestina (prima parte)

Fratelli! Uniamoci tutti con un vincolo di fraterno affetto, assistiamoci ricambievolmente nell’infortunio e nel lavoro. Tutti per uno, uno per tutti, contribuiamo a mantenere intatta la fama e l’onore dell’operaio, e a distruggere l’ozio e il vagabondaggio”.
Fu questo il testo del manifesto che apparve il 25 maggio del 1869 annunciando la nascita della Società Operaia Triestina il cui Statuto, redatto da Arrigo Hortis, si proponeva di aiutare gli operai nell’affermazione dei loro diritti e nella tutela dei loro interessi.
statuto sotLa Società, animata da sentimenti irredentistici e antiaustriaci, prevedeva per gli iscritti un contributo d’ingresso e una modesta tassazione settimanale assicurando lo sviluppo e la protezione per le vertenze di lavoro, dei sussidi in caso di malattia con la fornitura di medici e medicinali.
La sede fu stabilita in un edificio di via Lazzaretto Vecchio che disponeva di stanze per gli uffici redazionali e di collocamento, di aule per le scuole serali e di sale di lettura con annessa una biblioteca.

Il consorzio ebbe uno straordinario successo e in breve tempo raccolse più di 1.400 soci in costante crescita.
L’11 giugno 1870 con una festa al teatro Mauroner (nota 1) furono presentate ufficialmente la bandiera della Società con l’alabarda sul fondo rosso.
alabardaLo stemma di Trieste fu anche coniato sulla medaglia, qui nella foto CMSA:S.O.T.

Nel 1874 la S.O.T. trasferì la sede in un edificio di via Canal Grande (attuale via Cassa di Risparmio) dotata di spazi più ampi e di una nuova sezione femminile che in poco tempo superò l’iscrizione di 200 socie.

Dopo soli tre anni, nell’agosto del 1877, la Società si trasferì nella Casa Duma, in Piazza Nuova (oggi piazza Repubblica) (nota 2) nella foto F. Benque:
casa Duma - Copia

Qui si affermò la vita sociale dei soci che si ritrovavano nell’atrio dell’edificio per dilettarsi in conversazioni, leggere i giornali o scambiarsi dei libri e ancora qui eleggevano i loro rappresentanti e pagavano i canoni stabiliti.
Anche il direttore della Società Edgardo Rascovich era solito circolare tra la folla cercando di mantenere un amichevole contatto con tutti gli iscritti.

Nel suo 10° anno di vita la Società Operaia contava 2.200 iscritti con un crescente aumento del fondo sociale che permise di creare un’organizzazione di mutua con diversi medici.
Vennero pure aggiunte una sala di lettura, una scuola di disegno, una sezione di ginnastica e due per analfabeti di entrambi i sessi.

Per celebrare i 10 anni dall’elezione del Direttore Rascovich, il I° maggio 1881 venne coniata una medaglia con il simbolo dell’incudine (nella foto dei Civici Musei):Medaglia

Con l’ espansione di tutte le sezioni, la S.O.T. meditava di istituire una Cassa di Risparmio, una nuova sede sociale con un’esposizione permanente di arte industriale, una fondazione di cooperative di lavoro e un progetto di costruire case in economia.

Quando nel 1906 il palazzo Duma fu ceduto alla Banca di Credito di Vienna, la S.O.T. , costretta a trasferirsi in via San Nicolò 32, decise di costruire una sede propria.
Rinunciando a uno spazio in via Barriera Vecchia, verso la fine di maggio del 1908 la Luogotenenza approvò l’acquisto di un’area in via del Tintore (ora via Emo Tarabocchia) la cui prima pietra fu deposta il 5 novembre.
Nella foto (Archivio della Società Ginnastica Triestina) la sede imbandierata della S.O.TAutocertificazione 2376

L’espansione della Società comportò una crescente presa di coscienza dei diritti della classe operaia che iniziò a perorare la causa dell’idealità nazionale dell’Italia, aspirazione che irritò le autorità austriache e che fu di fatto il primo segnale dei gravi tafferugli che sarebbero in seguito sorti in città, con la guerra ormai alle porte.

(Continua nella seconda parte)

Note:

1. Il teatro Mauroner, prima dell’incendio che lo distrusse, si trovava in corsia Stadion (oggi via Battisti) dove poi sorse il teatro Fenice (divenuto poi cinema);

2. La casa Duma venne poi abbattuta per costruire l’imponente sede della Banca Commerciale.

Fonti:
Giulio Cesari, Sessant’anni di vita italiana 1869-1929: Memorie della Società Operaia Triestina, 1929;
Atlante dei Beni Culturali – Comune di Trieste

La storia del Milite Ignoto

Per ricordare tutti i dispersi della Grande Guerra, il colonnello d’artiglieria Giulio Douhet propose di raccogliere la salma di un soldato rimasto senza nome in rappresentanza di tutti i figli, padri, mariti e fratelli perduti nel tremendo conflitto.

Approvato il disegno di legge, nel 1921 il Ministero della Guerra affidò l’incarico a una commissione di percorrere tutti i principali campi di battaglia (nota 1) raccogliendo 11 spoglie di impossibile identificazione per poi designarne una sola da tumulare sul Vittoriano di Roma sotto la statua equestre del “Padre della Patria”.

Le undici salme sarebbero state sistemate in altrettante identiche casse di legno allestite a Gorizia e traslate nella basilica di Aquileia entro il mese di ottobre del 1921.
ignoto2[1]La bara prescelta doveva essere collocata all’interno di una cassa di legno lavorato ad ascia e rivestita di zinco ed essere poi trasferita a Roma in uno speciale convoglio ferroviario da allestirsi a Trieste a cura del Ministero della Guerra.
Gli altri ignoti dieci soldati ignoti sarebbero stati tumulati nel cimitero retrostante la basilica di Aquileia.
Nelle foto il feretro allestito a Trieste14918930_1811935865687728_6613818672469277369_o[1]

cMSa_F_012168_R[1]Il feretro sfila per le vie della cittàffbe7e56c927461bba84259315e5cda3[1]

Il 27 ottobre 1921 le undici casse con i resti dei dispersi raccolti nei campi di battaglia vennero adagiate su altrettanti carri trainati da 6 cavalli giungendo a piazza della Vittoria di Gorizia salutate da 21 salve d’onore da una batteria d’artiglieria collocata sul castello e quindi sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio dove verrà scelta la donna incaricata di scegliere una delle 11 salme.

L’ardua scelta cadde su Maria Bergamas, una donna di modeste condizioni (nota 2) madre del suo unico figlio Antonio (nota 3) arruolatosi come volontario nell’Esercito Italiano dopo aver varcato clandestinamente i confini dell’Impero Austro-ungarico.
Caduto in guerra entrò a far parte delle fila dei numerosi soldati ufficialmente “dispersi”.

Nella foto Maria BergamasMaria_Bergamas[1]

Il 28 ottobre 1921 tutte le undici bare furono caricate su altrettanti automezzi in procinto di partire da Gorizia verso Aquileia dove saranno accolte da un’immensa folla commossa.
Deposte davanti l’altare della Basilica di Aquileia, vicine al palco allestito per le madri e le vedove di guerra, fu officiato il rito di suffragio dal vescovo di Trieste mon. Angelo Bartolomasi.
Dopo l’aspersione con l’acqua del Timavo, Maria Bergamas scelse la bara del Milite Ignoto al suono delle campane, degli spari a salve delle artiglierie e delle note della Leggenda del Piave suonata dalla Brigata Sassari.
cMSa_F_012170_R[1]La salma prescelta venne posta all’interno di un’altra cassa in legno rivestito di zinco e sul coperchio furono adagiate una teca con la medaglia commemorativa e un’alabarda d’argento dono della città di Trieste.
Posto il sarcofago su un affusto di cannone trainato da sei cavalli bianchi bardati a lutto, il corteo si avviò alla stazione ferroviaria e deposto su una carrozza allestita a Trieste a traino del convoglio speciale proveniente da Trieste.

Nella foto il convoglio ferroviario in viaggio verso Roma  3d5a606354014f3e9bfe91bd6170861f[1]Il 29 ottobre 1921 iniziò il lungo viaggio del treno a vapore che passò a velocità moderatissima davanti tutte le stazioni (nota 5) permettendo alle popolazioni di porgere il loro saluto al soldato.

Il 2 novembre il convoglio giunse a Roma e accompagnato da un corteo il Milite Ignoto fu esposto nella basilica Santa Maria degli Angeli.
cMSa_F_012172_R[1]La mattina successiva il feretro venne trasportato la mattina successiva all’ Altare della Patria del Vittoriano, dove fu tumulata alla presenza di Vittorio Emanuele III ed essere poi trasferito nella cripta interna.
cMSa_F_012181_R[1]

Il 4 novembre 1921 gli altri dieci caduti sui campi di battaglia della Grande Guerra furono sepolti al Cimitero degli Eroi accanto la Basilica di Aquileia.
acquileia[1]Maria Bergamas morì nel 1952 a Trieste quando non era ancora ricongiunta all’Italia; nel novembre 1954 fu sepolta anch’essa accanto ai 10 militi ignoti.

NOTE:

1. Furono scelti i campi di battaglia di San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile;

2. Originaria di Gradisca d’Isonzo;

3. Antonio Bergamas fu arruolato nel 137° reggimento di fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, nome fittizio imposto dall’Esercito Italiano per arruolare i volontari irredenti. Offertosi volontario per guidare con il suo plotone l’attacco del reggimento superò illeso due ordini di reticolati ma al terzo venne raggiunto da una raffica di mitraglia e colpito con cinque colpi al petto e uno alla fronte.
Al termine del combattimento nella tasca del ragazzo fu trovato un foglio sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari» l’unico a conoscere la sua vera identità.
La salma di Antonio Bergamas venne dunque riconosciuta e sepolta assieme agli altri caduti nel vicino cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni. In seguito al violento bombardamento della zona le salme divennero però irriconoscibili e Antonio Bergamas con gli altri compagni di sventura risultò ufficialmente disperso.

4. Qui era stato approntato un convoglio speciale ed in particolare era stato predisposto un pianale artisticamente lavorato e progettato dall’architetto triestino Cirilli.

5. Il convoglio passò per le stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto

La lettera che Antonio Bargamas scrisse alla madre prima di partire per il fronte.

«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia… Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco e di quello ch’io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che il morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una Patria che non era la mia e che io odiavo.
Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio».

(da “Il Corriere della sera” 1/11/2011)

Fonte tratta da:
Lorenzo Cadeddu, La leggenda del Milite Ingnoto, quaderno n° 4 – 80° della Vittoria 1918-1998, Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche
Foto CMSA, Trieste – Rete Comuni Italiani – Cineteca del Friuli

I sotterranei del Castello di San Giusto

Nonostante la sua millenaria esistenza sul castello di San Giusto non ci sono giunte molte notizie dei personaggi che lo abitarono, né degli omicidi che si perpetrarono né dei numerosissimi prigionieri rinchiusi nei suoi tenebrosi sotterranei. Né ci sono state tramandate storie di grandi amori o di fantasmagorici spettri come ci si aspetterebbe da un vero castello.
11468[1]Del castelliere eretto sulla sommità della collina in epoca protostorica si sono trovate le tracce solo dopo gli insediamenti dei romani che qui costruirono la loro Urbe con la grande piazza del Foro circondata da una serie di botteghe, la Basilica Civile e la sede del Senato collegata al tribunale.

Nel corso dei secoli fu segnalata l’esistenza di una rocca sulle rovine di una precedente e dopo il 1470 è stata documentata la costruzione di un imponente edificio fortificato voluto da Federico II d’Asburgo con l’aggiunta di una torre a elle per controllare e reprimere il popolo che aveva dimostrato di non essere troppo legato all’ Impero.
Da allora ci è giunta solo qualche frammentaria notizia sulla occupazione di alcuni capitani imperiali austriaci e di qualche non identificato personaggio dell’aristocrazia veneta.

Intorno alla torre elevata dall’Imperatore, al tempo del dominio di Venezia su Trieste nel 1508 venne costruito il Bastione Rotondo mentre il caratteristico sperone poligonale chiamato Bastione Lalio fu edificato tra il 1553 e il 1557 dal Capitano imperiale Giovanni de Hoyos.
Mancando però un progetto unitario i lavori proseguirono saltuariamente fino all’anno 1630 quando fu ultimato il Bastione Pomis che completò l’area di tutto il complesso storico.

Un castello così fortificato avrebbe dovuto rappresentare una funzione militare e di controllo politico mentre invece fu piuttosto pervaso da un alone di mistero per le voci che narravano di collegamenti segreti con la città.
Al fine di comprovarne l’esistenza la Società Adriatica di Speleologia negli anni Ottanta effettuò dei sopralluoghi perlustrativi trovando però diverse murature eseguite per “motivi di sicurezza” sia nel corso dei restauri degli anni 1935-38 che nei secoli precedenti, presumibilmente per la necessità di rinforzare le strutture.
Nella foto la porta d’ingresso sotto il Bastione Rotondo (nel Cortile delle Milizie) con lo stemma dell’imperatore de Hoyos:
IMG_0053Sotto il torrione veneto vennero rinvenuti degli interramenti databili nientemeno che al Seicento mentre altri ambienti ipogei risultarono murati in epoche successive.
Per ripristinare i vasti ambienti furono quindi necessari lavori di scavi e restauri risultando alla fine 3 sale degradanti e collegate da una serie di scalinate.
Nella foto un vano del sotterraneo:
0c3414b344cd48ea804ee841d683fb9fSotto il Bastione Pomis-Fiorito venne invece individuata una galleria di contromina terminante all’interno della Comunità Israelitica di via del Monte adibita sia come ricovero che come passaggio protetto verso il Comando nel castello.
Venne trovata anche un secondo passaggio uscente in via Tommaso Grossi, dove tra l’altro furono rinvenuti numerosi resti umani (nota 3); entrambe furono poi interdette per il rischio di possibili crolli.
Oggi è aperto al pubblico solo un vano sotto il camminamento del bastione di collegamento Hoyos – Pomis dove sono esposte colubrine, bombarde e petrere di origini austriache, venete e francesi.
IMG_0057Non si è potuto nemmeno esplorare il pozzo dietro l’altare della cappella San Giorgio, all’ingresso della Casa del Capitano, ostruito da materiali di risulta, forse gettati corso dei restauri o come tramanda una leggenda cittadina zavorrati apposta per chiudere un passaggio segreto che sarebbe arrivato fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore.
Nelle foto la cappella San Giorgio e il pozzo dietro l’altare: Autocertificazione 22818268c845f2444ea59046f95db43d3951[1]Anche il grande pozzo nel Cortile delle Milizie, che un tempo forniva un’acqua purissima, risultò occluso da intere casse di munizioni e di bombe gettate nel 1945 dai tedeschi quando abbandonarono la fortezza e da tonnellate di fili elettrici dei vecchi impianti sostituiti nel 1954.
Nella foto il fondo del pozzo da cui per fortuna non traspare nulla: Autocertificazione 2282

IMG_0055Percorribili e pieni di suggestione sono invece i sotterranei del Bastione Lalio, oggi adibiti al magnifico Lapidario Tergestinum inaugurato nel 2001.
La memoria ci riporta però alle immagini di quei grandi spazi come si presentavano prima delle recenti ristrutturazioni quando aleggiavano ancora le atmosfere di un tempo.
Nelle gallerie che si diramavano sotto il bastione si trovavano infatti le celle delle carceri dove venivano rinchiusi centinaia di malfattori o di oppositori del potere costituito.

Nelle foto l’ingresso e la scala verso i sotterranei del Bastione Lalio: d9b5501130da4af584a4ad59f85a83b2 (1)Autocertificazione 2196Una delle poche notizie riportate riguarda la breve permanenza nelle prigioni del castello dell’allora celebre alchimista milanese Francesco Giuseppe Borri accusato di eresia e condannato dai tribunali dell’Inquisizione. Destò molto scalpore nell’élite di Trieste la presenza di questo singolare personaggio inventore di un antidoto a base di mercurio contro la peste e di un metodo di rigenerazione dell’umor vitreo per il recupero della vista. (nota 4)

Ci piacerebbe ripercorrere altre vicende di questo bellissimo castello che ci emoziona ancora quando percorriamo i corridoi intorno le mura o quelli nella Casa del Capitano tra panoramiche logge, armi antiche, vecchi focolari con le memorie della sua lunga Storia.

NOTE:

1. Dal nome dell’architetto che diffuse la tecnica della struttura “a muso camuso”;
2. Dal nome dell’architetto Pietro de Pomis; il nome più conosciuto è però “Bastione Fiorito”;
3. Notizia riportata da Leone Veronese;
4. Francesco Giuseppe Borri fu poi trasferito a Roma dove passò il resto della sua vita nelle carceri di Castel Sant’Angelo

Notizie tratte da:
Michela Messina, Il castello di San Giusto, Comune di Trieste, 2004
Leone Veronese, La storia del Castello di San Giusto, Edizioni Luglio, Trieste, 2004
A. Halupca – L. Veronese – E. Halupca, Trieste nascosta, LINT Editoriale, Trieste, 2014               Silvio Rutteri, Trieste spunti dal suo passato, Edizioni LINT, Trieste, 1975

 

Il Lloyd Austriaco

La maggiore impresa armatoriale di Trieste fu il Lloyd Austriaco, una società di navigazione fondata il 2 agosto 1836 che ebbe una grande influenza per i commerci e le industrie.
L’attività vera e propria iniziò nel maggio del 1837 con il viaggio inaugurale della vaporiera “Arciduca Ludovico” solida nave della nuova linea d’Oriente con una stazza di 320 tonnellate e una forza motrice di cento cavalli vapore.
Autocertificazione 2126L’anno successivo il Governo di Vienna accordò al Lloyd l’esenzione delle tasse erariali in tutti i porti della Monarchia, il divieto di navigazione dei piroscafi stranieri sulle coste dell’Adriatico e tutti gli introiti derivanti dal trasporto della corrispondenza.

In una decina di anni la flotta del Lloyd Austriaco riuscì a possedere 388 velieri e 24 piroscafi di cui il più grande era l’ “Austria” con 360 cavalli-forza.
Autocertificazione 2127Nell’attesa del perfezionamento e dello sviluppo delle navi a vapore, sulle rotte marittime di lungo corso navigavano ancora i velieri portando grandi quantità di granaglie dal Levante e il Mar Nero, di prodotti vari dalla Siria e dall’Egitto e di carbone e ferro dall’Inghilterra.
Nella foto un tipico vapore del lloyd destinato ai viaggi per l’Oriente
Foto pag 190
La marina del Litorale traeva pure degli ottimi guadagni con i commerci di grano, cotone e petrolio tra il Nord America a l’Europa e di vini, farine tra il Sud America e i vari porti europei.
Inoltre la guerra di Crimea scoppiata nel 1853 non solo arricchì gli armatori triestini con i continui rifornimenti nelle zone belliche ma li indusse a noleggiare navi e bastimenti disponibili su tutto il Litorale austriaco movimentando un colossale giro di denaro che originò il moto: “Guerra lontana, affari d’oro”.

Nello stesso anno il Lloyd decise di allestire un proprio arsenale sulla costiera di Sant’Andrea dove per i successivi decenni sarebbero state costruite le più belle e agili navi per solcare le acque del Mediterraneo destinate a ottenere una fama mondiale.
Nella foto la litografia da un disegno dal vero di V. Stranski che rappresenta la posa della prima pietra dell’ Arsenale del Lloyd alla presenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo:
Autocertificazione 2128Alla fine del 1866 la marina austriaca contava ben 495 velieri a lungo corso ma si trovò a fronteggiare la concorrenza dei piroscafi che con il perfezionamento delle macchine a vapore divennero concorrenziali.

Dopo l’apertura del canale di Suez nel 1869 i velieri si trovarono in grande difficoltà anche per le ingenti spese di rimorchio e quando venne introdotta la macchina a triplice espansione furono lentamente costretti al disarmo.

Iniziò così un vasto programma di rinnovamento della flotta e il Lloyd iniziò a costruire e ad affittare piroscafi a scafo metallico e di maggiore tonnellaggio per poter affrontare i mercati dell’India e dell’Estremo Oriente. Già l’anno successivo venne istituita la linea Trieste-Bombay successivamente prolungata verso Calcutta, Singapore e Hong Kong.

Nel 1880 venne posta la prima pietra del monumentale palazzo di piazza Grande come sede centrale del Lloyd; progettato dall’architetto Enrico Ferstel fu concluso nel 1883.
55[1]Dopo soli 3 anni la Società vantava 86 navi proseguendo senza sosta con allestimenti di grande tonnellaggio e l’impiego di macchine a triplice espansione con l’uso dell’acciaio al posto del ferro per rendere gli scafi più leggeri.
Nella foto un varo navale nell’Arsenale del Lloyd alla fine dell’Ottocento:
Autocertificazione 2129Nel primo decennio del Novecento la flotta fu rinnovata e ulteriormente ingrandita divenendo una delle maggiori compagnie di navigazione del mondo.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale il Lloyd Austriaco si trovava all’apice della sua floridezza.

Fonte e foto: Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, Udine, 1972

I primi piroscafi a vapore

Nel periodo delle tre occupazioni francesi avvenute tra il 1797 e il 1812 le agevolazioni del Porto Franco furono soppresse e la moneta ebbe una repentina svalutazione provocando una battuta d’arresto in tutti i traffici commerciali.
Dopo il ritorno del dominio austriaco il 13 ottobre 1813 con il ripristino del Porto Franco, l’Impero dovette affrontare la ricostruzione della marina mercantile e il riadattamento delle navi devastate dai corsari che avevano imperversato l’Adriatico.
Il porto si estendeva allora dal molo San Carlo (nota 1) fino al Molo Teresiano (nota 2) di Campo Marzio e comprendeva anche il Canal Grande (nota 3) dove potevano stazionare anche 30 bastimenti.
Nelle stampe l’imbocco del Canal Grande alla fine del Settecento e il ponte-levatoio in legno dipinto di rosso all’inizio dell’Ottocento: Autocertificazione 2065

Autocertificazione 2066Mentre in altri stati marittimi la navigazione a vapore aveva già un notevole sviluppo, l’Austria non possedeva ancora un solo piroscafo in grado di viaggiare contro corrente.
Nel novembre del 1817 il governo di Vienna diramò allora l’invito a organizzare una linea di navigazione con la garanzia di un esercizio esclusivo ed esente da dazi.
Tale opportunità fu colta da John Allen, un americano di Filadelfia stabilitosi in quegli anni a Trieste, che deciso a iniziare un regolare servizio con Venezia, commissionò allo squero Panfili un battello con l’alimentazione a carbone.
Dopo un anno, il 2 novembre del 1818, avvenne il varo del primo piroscafo a vapore al quale fu dato il nome di “Carolina” in onore dell’imperatrice Carolina di Baviera, IV consorte dell’imperatore Francesco I (1768-1835).
Autocertificazione 2061Nel primo viaggio di prova molti assistettero al giro in mare del “prodigioso vascello” come allora fu definito, ma pochissimi ebbero il coraggio di salirvi. Quando la sicurezza del mezzo fu certa, la seconda uscita in mare accolse una sessantina di passeggeri entusiasmati dalla velocità di quel mezzo capace di percorrere 18 miglia in 2 ore.
Poco dopo iniziò il regolare servizio con Venezia e nel 1821 un socio di John Allen fece allestire un secondo piroscafo di maggiore dimensione e rivestito in rame, con una portata di 100 tonnellate e lo spazio per trasportare 4 carrozze. (nota 4)
Nonostante la durata dei viaggi da Trieste a Venezia fosse di ben 11 ore e mezza, la linea ebbe uno strepitoso successo e i collegamenti furono via via più frequenti.

Nella stampa l’antico molo San Carlo dove attraccavano sia navi mercantili che passeggeri
Autocertificazione 2063Il Canal Grande con il Ponte Rosso che fu ricostruito in ferro nel 1832
Autocertificazione 2069Nella prima metà dell’Ottocento, oltre all’ innovativa linea passeggeri, la marineria triestina trasse un forte impulso da quattro diverse circostanze legate ad avvenimenti di grande portata che tratteremo nel prossimo articolo.

Note:

1. Molo San Carlo fu costruito tra il 1743 e il 1751 sopra la carcassa della fregata San Carlo rimasta incagliata davanti le rive nel 1737; allora il molo misurava solo 95 metri di lunghezza; nel 1778 venne allungato di 19 metri e tra il 1860 e il 1832 di ulteriori 132, raggiungendo quindi complessivamente 246 metri;

2. Il Molo Maggiore fu costruito nel 1751 e venne chiamato Teresiano in onore dell’Imperatrice d’Austria e Molo della Lanterna dopo la sua entrata in funzione nel 1833;

3. Il canale fu scavato per ordine di Maria Teresa nel 1754 sui fondi delle antiche saline;

4. Con molta fantasia il nuovo piroscafo fu chiamato “Carolina II”; disponeva di una camera provvista di letti per il riposo delle signore, una grande stanza con i sofà per gli uomini e una sala più economica con sole sedie. Il pachebotto provvisto di 2 caldaie navigava per mezzo di due ruote esterne fornite di 8 palette simili a quelle dei mulini.

Notizie e foto da: Enciclopedia monografica del FVG

Gli inizi del Porto Franco

Dopo la proclamazione di Porto Franco, nei primi decenni del Settecento Trieste era ancora rinchiusa tra le mura medievali, contava appena 4.000 abitanti e avendo un sistema doganale male organizzato, non riusciva a immagazzinare grandi quantità di merci e in conseguenza i prezzi rimanevano elevati.
Nella foto il particolare di una stampa settecentesca con uno dei primi squeri a ridosso delle mura di Trieste:
Autocertificazione 2058Quando nel 1719 Carlo VI istituì la Compagnia privilegiata Orientale, Trieste disponeva di un discreto numero di navi che viaggiavano verso i porti dell’Adriatico, ma sebbene ne fosse stata dichiarata la Libera circolazione fin dal 1717, si verificavano pesanti controlli fiscali e frequenti vessazioni da parte dei Veneziani. Gli incidenti di navigazione e le continue ruberie incisero sulle già ingenti spese assicurative costringendo la Compagnia a vendere alcuni navi all’ estero.
Né si rivelò felice la decisione di stabilire la direzione della Compagnia a Vienna, che pur competente nelle amministrazioni e negli affari, non aveva cognizioni sui viaggi marittimi e i loro equipaggi, sul carico e scarico delle merci e sulle incognite delle piazze levantine.

Ben diversa era invece la situazione della Compagnia di Ostenda (chiamata inizialmente “Compagnia imperiale e reale delle Indie”) (nota 1) fondata nel 1722 e fornita di privilegi doganali trentennali e del Monopolio per il commercio con le Indie orientali e occidentali, con l’Africa e le due parti del Capo di Buona Speranza.
Quando Carlo VI e il conte Karl von Zinzendorf (nota 2) pensarono di trasferire la sede a Trieste venne però valutato il pericolo dei continui atti di pirateria dei Barbareschi, spietati corsari che imperversavano in tutto il Mediterraneo, e soprattutto dell’inadeguatezza del suo piccolo porto per il transito di navi più grandi. (nota 3)

Abbandonata l’idea del trasferimento ma sempre decisa a organizzare una grande navigazione, la Corte di Vienna nel 1731  aveva creato a Lubiana un’ Intendenza Commerciale per il Litorale che in seguito beneficiò dei privilegi concessi da Maria Teresa (Vienna 1717-1780) divenuta Imperatrice nel 1740.
(Foto Pinterest) 120093_imagno
Nel 1760 la flotta mercantile di Trieste possedeva 15 navi superiori alle 100 tonnellate, 26 minori con 280 uomini di equipaggio, ancora poco per un Emporio all’inizio della sua attività.
Divenne così impellente la necessità di creare una flotta più consistente con il reclutamento di marinai istriani e dalmati.

Solo intorno al 1770, cinquant’anni dopo la proclamazione di Porto Franco, furono disponibili navi di lungo corso e dopo qualche anno iniziò l’attività della Compagnia Imperiale Asiatica di Trieste (chiamata anche delle Indie Orientali) con lo scopo di smerciare manifatture austriache e importare prodotti indiani.

Nel 1781, in seguito a contrasti gestionali la Compagnia fu dismessa e rifondata con la “Société Impériale pour le Commerce Asiatique de Trieste et d’Anvers” le cui direzioni e uffici risiedevano sia a Trieste che nella città dei Paesi Bassi (Belgio).
Dopo soli 2 anni la flotta navale disponeva di 12 velieri d’alto mare per le rotte nelle Indie Orientali e in Cina. (nota 4)

Dopo alcuni anni di ottimi dividendi tra Vienna e Trieste, la Compagnia perse alcune navi e in aggiunta alle elevatissime spese fisse si trovò coinvolta in rivalità, speculazioni e a progressivi aumenti dei prezzi delle merci. Le fattorie austriache costituite in Asia vennero via via smantellate fino al crollo dell’impresa e alla dichiarazione di fallimento nel 1785.

Così a Trieste fu deciso di accantonare i viaggi verso la Cina e le Indie orientali e di puntare gli interessi commerciali verso il Mediterraneo, la Siria e l’Egitto. Autocertificazione 2048

Foto Nella foto una stampa che raffigura la città e il porto nel 1786
(continua nel prossimo articolo)

Note:

1. Nei Paesi Bassi austriaci sul mare del Nord, dove oggi c’è il Belgio;

2. Sciolta l’intendenza Commerciale e restituita l’autonomia di Trieste, Karl von Zinzendorf fu il primo Governatore di Trieste, carica che ricoprì dal 1776 al 1782;

3. Ecco quanto riportavano sull’ argomento le cronache del tempo:
“Le navi mercantili faticano a penetrare in Porto e spesso non ci riescono; tre galere vuote e immobili ingombrano il porto nel mezzo; la fregata “san Carlo” con la carcassa semiaffondata ne ostruisce l’ingresso”;
Nella foto una ricostruzione della fregata San Carlo al Museo Storico Navale di Venezia:
Sezione-Longitudinale-Della-Fregata-San-Carlo-Museo[1]

4. La prima nave della nuova società fu la “Stadt Wien”; partita nel 1781 ritornò a Trieste dopo ben 19 mesi con carichi di caffè, zucchero, sale, ortaggi e pellami;

Fonte:
Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, Udine, 1972

Ostriche e vini alla Corte di Vienna

Quando nel 1717 l’Impero Austriaco stava valutando di elargire a Fiume le franchigie doganali, il Consiglio Grande si allertò decidendo di inviare in trasferta prima a Graz e poi a Vienna il barone Gabriele Marenzi e il notaio Giovanni Casimiro Donadoni al fine di perorare la concessione di Porto Franco anche a Trieste.
Nelle foto l’imperatore Carlo VI d’Asburgo (Vienna 1685- 1740) e la Patente di commercio per la Libera navigazione nell’Adriatico emanata il 2 giugno 1717.
Carlo_VI[1]Autocertificazione 2044Prevedendo lunghi soggiorni per coltivare le pubbliche relazioni e notevoli spese “per ungere le ruote” delle trattative, i nostri delegati si servirono alla grande delle generose donazioni dell’élite triestina e nel corso delle loro trasferte sottoscrissero delle note spese stratosferiche.
Infatti oltre al costi delle diarie e dei pernottamenti, durati oltre 6 mesi, figuravano consegne di innumerevoli orne di pregiati vini come il Prosecco, il Moscato e il Marzamino, le cui vigne erano allora coltivate in città e sui colli della costiera, più un assortimento di liquori vari e addirittura delle prelibatissime “ostriche di palo” allevate nel golfo. Non è dato sapere come i delicati molluschi potessero essere giunti freschi fino a Vienna ma per fortuna non giunsero notizie di particolari epidemie tifoidee.

Oltre ai costosi viaggi in diligenza tra Graz e Vienna, non si risparmiò sugli omaggi all’entourage dei ministri e persino dei loro servitori ma neanche sugli studi dei fondali marini, su una serie di mappe, piante e disegni dell’area portuale con tutte le possibilità di una futura espansione urbanistica.

I risultati di cotanto lavoro e degli ingenti costi però non si fecero attendere molto e il 18 marzo 1719 l’Imperatore Carlo VI d’Asburgo firmò la concessione di Porto Franco anche a Trieste con relativi privilegi fiscali e doganali.
Nello stesso anno venne fondata anche la Compagnia orientale per il commercio con il Levante.
Nella foto la Patente imperiale di Porto Franco Autocertificazione 2043L’intraprendente avvocato Donadoni provvide pure a stilare dettagliate notizie sui porti, le coste e le correnti marine del Litorale austriaco chiedendo come controfferta ulteriori aiuti e privilegi che portarono alla nascita del grande Emporio Commerciale e all’inarrestabile sviluppo di magazzini sia imperiali che privati.

Insomma le argomentazioni dei nostri delegati, a prescindere dalle ostriche e dalle orne di vini, dovevano essere state efficaci e davvero persuasive se Trieste riuscì a ottenere in breve tempo gli strumenti legislativi che la condussero alla futura grande espansione portuale e urbana della città.

Nel celebre quadro a olio di Cesare dell’Acqua del 1855, commissionato dal barone Revoltella, è rappresentato l’arrivo a cavallo del nobile Casimiro Donadoni con la notizia dell’importante concessione imperiale.
foto[1]Nel 1727 in piazza San Pietro venne innalzata la colonna con la statua dell’imperatore Carlo VI; realizzata in legno e dipinta in oro venne poi fusa in bronzo e scolpita in pietra nel 1756.
Nella foto (Wikimedia.Commons) la statua in piazza dell’Unità.Trieste_Carlo_VI[1]

Nelle due antiche stampe risalenti tra il Sei-Settecento Trieste ancora chiusa tra le mura medievali con accanto le saline.
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Autocertificazione 2047Un disegno di un viaggiatore francese nella seconda metà del Settecento con lo scorcio del porto e i lavoranti multietnici:
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Altre notizie su: http://quitrieste.it/i-porti-di-trieste/

Fonti:
Pietro Covre, Cronache di patrizi triestini, Tipografia Moderna, Trieste, 1975;
Foto delle stampe dall’ Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, Udine, 1972

INCONTRI Anna e il poeta

4b4b3c79448c432183cec8a066d0933a[1]Fu un incontro davvero fatale quello tra Scipio Slataper e le tre giovani amiche Anna Pulitzer, Elody Oblath e Luisa Carniel, i cui destini si intrecceranno nel corso delle loro vite con alterne e a volte tragiche vicende.

Se nel suo libro Confessioni e lettere a Scipio Elody ripercorrerà gli anni dell’affettuosa amicizia con il poeta (nota 1), la documentazione epistolare tra Slataper e Anna sarà brevissima quanto premonitrice del dramma che ne seguì.

I due giovani, 21 anni lui, 19 lei, s’incontrarono a Trieste nel gennaio del 1909 e come ci riferisce la storia, fu subito amore. Ma fu davvero così grande e poetica quella storia tanto esaltata nelle pagine delle Lettere alle tre amiche e de Il mio Carso?

Anna Anna sai che tu ami un poeta? Averti trovata è ormai la prova della mia vittoria. C’è un buon demone che mi vuol bene e tu mi puoi già incoronare” scriveva Slataper alla Pulitzer nel febbraio del 1910 e già ci sorgono dei dubbi.

Desiderai ardentemente di averla. Le preparavo un letto di gioia nella mia anima. Raccoglievo tutti i miei pensieri belli come petali di rosa per il suo guanciale.
Mi addestravo le mani sul musco e su l’erba dei prati per toccarla. Succhiavo fiori per poterle parlare. Aprivo la bocca al sole per darle un bacio. Gioietta tu sei qui… (nota 2) donna più divina di quello che io potessi sognare… Bisogna che tutto il mondo sia rifatto dal mio desiderio” raccontava con enfasi Scipio a Elody senza minimamente immaginare quanto lei soffrisse.

Tu riposi sul mio viso e i tuoi capelli e le tue mani mi difendono” scriveva ad Anna nell’aprile del 1910.
Stasera penso che ormai tu sai tutto e che io non posso più dir niente. Il bacio ha svelato tutto e io mi sento tutto nudo davanti a te. Anche tu anche tu; e hai nascosto il viso sul mio cuore, e ti coprivo con le mie mani. E ormai è un ritmo divino tra noi, come acqua che va al cielo e discende chiara sulla terra. Non c’è più disopra né disotto, ma tutto è buono e io posso accarezzare tutto.”
Non si percepisce forse tra le righe un’inquietante attenzione verso sé stesso anziché una delicata tenerezza verso la giovanissima donna che stringeva tra le sue braccia?

“Io capisco che qualcuno entrando non osi guardare. Qua dentro c’è una forza che obbliga tutti gli altri a rivolger lo sguardo dentro di essi e temere. Un dio è presente, e tutti pregano.” Quale irruenza, quanto Ego sconfinato! Non ci si sorprende se la povera Anna fosse turbata da quell’amore così irruento e carnale, e se giorno dopo giorno ne fosse rimasta sconvolta.
Autocertificazione 2986
Nella notte tra il 2 e 3 maggio 1910, chiusa nella sua stanza, sola e piena d’angoscia, in piedi davanti lo specchio, con la pistola puntata sulla tempia, Anna-Gioietta farà esplodere quel proiettile mettendo fine alla sua giovane vita.

La sera di quello stesso giorno Scipio sarà sconvolto e pieno di rabbia:
Lei diceva sempre: Tu non sai cosa è stato nella mia vita. Ma io non potevo sapere. Lei non m’aveva detto niente. Perché non m’ha detto tante cose? Poteva tenersi per sé tutto il dolore passato ora che mi amava? Credeva io fossi debole per sopportarlo? Che non glielo sapessi sciogliere?” scriveva all’amica Luisa Carniel (nota 3).
Odio la sua morte perché m’obbliga alla vita, a vivere con questo male eterno nell’anima. Lei sapeva questo: e s’è ammazzata lo stesso. E sapeva che dopo la sua morte avrei gustato a goccia a goccia tutto il suo dolore, dopo la sua morte, quando io non posso far più nulla.”

Struggendosi nei ricordi, incupito dalle notti insonni e dai sensi di colpa, rifiutando il conforto degli amici e della famiglia, nell’estate del 1911 deciderà di stabilirsi in una modesta casa nell’altopiano di Ocisla, alternando le forsennate corse per campi e ruscelli con la stesura de Il mio Carso.29a2a2c17e744c6ab3fa770d47bb834aQui il poeta rielaborerà la tragica morte di Anna-Gioietta rivivendo quell’amore spezzato in alcune indimenticabili pagine del libro:
Ella è in una tomba nella pietra liscia, nella bara, serrata con viti. Ella è con le mani distese lungo i fianchi. Di fuori c’è un nome e due date. Bisognerebbe strappare quella lapide. Bisogna portare tutti i ginepri del Carso sulla sua tomba”.
Era una pianta di timo. Sei venuto quassù, portato dal suo profumo. L’accarezzavi tanto. Le volevi bene. Era un dolce pianta di timo. Snella, con un ciuffo lieve, odorosa: tu l’hai strappata perché non hai capito cos’era. Tu non l’hai capita perché sei un letterato. L’avresti radicata più fonda nella terra, nessuno più l’avrebbe potuta strappare”.
La carnalità dei loro amplessi verrà così sovrapposta al contatto con la nuda terra, le sensazioni tattili del corpo di lei con quelle della natura e i profumi di timo e ginepro all’odore di quel ciuffo delicato come l’erba.

E venne anche il tempo dei rimorsi, dell’umiltà, dell’ammissione di essere un uomo, non solo il poeta che avrebbe voluto essere:
Lei non doveva morire. Credeva che io fossi tutto forza e bontà. Io non sono forte. Io ho bisogno di amare come tutti gli uomini. Io voglio la vita piena, completa, col suo fango e i suoi fiori. Io voglio bene alla carne sana, piena di sangue e di prosperità. […] Io avrei dovuto vigilare nel suo sonno come un cane nella camera del padrone perché nessuno v’entri.”
Gli si pure perdonano i suoi eccessi davanti a queste righe che ci commuovono:
Eri fresca e odorosa come l’alba. […] Cantavi a bassa voce, limpida come un filo d’acqua tra l’erbe. Dolce creatura! E quando chinavi la testa sulla mia spalla , io ti tenevo il mento nella mano, ti accarezzavo le guance e i fini capelli, e una tenerezza tremante mi prendeva…

Così ci si sorprende quando lo Slataper nella stesura finale de Il mio Carso inserirà un breve appunto (nota 4) che stravolgerà il senso di quella storia che ci ha fatto così tanto sognare:
Non ho mai amato veramente Anna. Ho terribile rimorso e schifo delle pagine false che le scrivevo. Io capisco tanto bene come peccai verso di lei” fu la sua inaspettata confessione.
Infatti dopo la lunga estate del 1911 trascorsa in Carso, in una lettera datata 21 ottobre dello stesso anno, Scipio scriverà all’amica Luisa/Gigetta:
Penso a te e ti bacio perché ho finito ora Il mio Carso.”

Scipio e Luisa Carniel si sposeranno nel settembre del 1913 e rimarranno uniti per soli due anni. Ma questa è un’altra storia.

Note:

1. Elody fu molto innamorata di Scipio e sofferse per il suoi legame con Anna e il successivo matrimonio con l’amica Luisa Carniel;

2. Così lo Slataper chiamò sempre Anna Pulitzer;

3. Gigetta fu il soprannome/pseudonimo di Luisa Carniel;

4. L’appunto è datato 5 settembre 1912. IMG_0047

IMG_0029Fonti:
Scipio Slataper, Lettere alle tre amiche, Edizioni Alet, Padova, 2007;
Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Libri, Milano, 2000.

Villa Moore – Borahall

Questa imponente villa di via Bazzoni, risale nientemeno che al Settecento, quando la collinetta di San Vito era ancora una spoglia periferia.
(Foto collezione di S. degli Ivanissevich)Autocertificazione 2991Acquistata nel 1833 dallo scozzese George Moore, console degli Stati Uniti e appassionato botanico, il suo giardino fu arricchito con cedri, conifere, siepi di bosso e piante rare. La magnifica villa, ribattezza Borahall per essere battuta dai venti, ospitava l’élite del tempo e naturalmente i connazionali residenti a Trieste.

Quando nell’agosto del 1800 si preannunciò la visita dell’ammiraglio Horatio Nelson, reduce dalla gloriosa battaglia del Nilo, Sir Moore organizzò in suo onore una serie di feste e banchetti di cui in città se ne parlò a lungo.
(Nella foto Pinterest i ritratti di Nelson e Lady Hamilton)Admiral-Nelson[1]412451a85f4a7a856fd3555d28c8b142[1]Non meno chiacchierata fu la presenza della sua avvenente amante trentacinquenne Emma Lyon, conosciuta, oltre che dai suoi trascorsi nei bordelli e dalle frequentazioni di vari aristocratici letti, come Lady Hamilton per il matrimonio di sette anni prima con l’anziano Sir William, ambasciatore inglese a Napoli che tollerò il legame con il più giovane ammiraglio e che comunque morì nel 1803.
La storia narra che Lady Hamilton fosse molto devota a Horatio Nelson nonostante il suo precoce invecchiamento e la perdita in battaglia di un occhio e un braccio, ma il loro amore non ebbe una vita lunga. Nella vittoriosa quanto sanguinosa battaglia di Trafalgar nel 1805 l’ammiraglio inglese fu colpito a morte da un tiratore francese e il suo cadavere venne conservato in una botte di rum fino al rientro in Inghilterra, dove ricevette i funerali di Stato.

Lady Hamilton dilapidò presto le sue ricchezze e dopo essere stata imprigionata per debiti, visse in miseria gli ultimi anni della sua vita e dandosi smodatamente al bere morì cinquantenne per insufficienza epatica.

A Villa Borahall visse poi anni felici la famiglia Slataper prima del tracollo economico del padre Luigi, commerciante di vetri e cristalli, e del trasferimento nella più modesta villa Pettinello di via Chiadino nel 1899.

Nella foto di scopritrieste.com la villa com’è oggi (tra la via de Fin e Cappello)Villa-Moore[1]

Fonti:

Silvio Rutteri, Trieste spunti dal suo passato, Ed. Lint, Trieste, 1975 – A. Seri e S. degli Ivanissevich, San Vito, Ed. Italo Svevo, Trieste, 2009 –  Wikipedia

Il castelletto di Miramare

Nell’attesa del completamento del castello di Miramare, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo incaricò l’architetto Carl Junker di progettare nel parco un’elegante villa per risiedervi nei primi tempi del matrimonio con Carlotta.
Nella foto un disegno di Rieger che rappresenta la costruzione del castello nel 1857 (nota 1).
lobianco721Il Klein Schloss, chiamato anche Gartenhaus, aveva lo stesso stile del castello ma in scala ridotta e venne eretto sul promontorio sopra il porticciolo di Grignano, prospicente un belvedere sul golfo, un parterre abbellito da alberi e una zampillante fontana.
Nella foto (beniculturali.it) come si presentava originariamente il castelletto
e187427288b043adb96c7fbe107b8b2f.1L’edificio a due piani comprendeva una pergolata all’ingresso, una terrazza panoramica e due balconcini al secondo piano mentre dalla base svettava una torretta merlata.
Nelle foto (beniculturali.it) un’immagine più recente del castelletto e la scala verso il primo piano.
Autocertificazione 2001Autocertificazione 2999Nonostante la ristrettezza degli ambienti, Massimiliano volle arredarli con abbondanza di quadri, pesanti tendaggi, mobili, suppellettili, poltrone e sedie in un insieme piuttosto opprimente anche per la presenza di oggetti personali che l’arciduca conservava in ricordo dei suoi viaggi.
Nelle foto (di Ceregato & Trebse) si può notare il gusto borghese di alcune sale, addirittura piuttosto sobrio nella stanza nuziale.
Autocertificazione 2003Autocertificazione 2006Autocertificazione 2005Autocertificazione 2004Oltre alla sala nordica e a quella fiamminga decorate con motivi floreali, fu arredato anche un salottino turco- moresco proveniente da villa Lazarovich, prima residenza triestina di Massimiliano. (nota 2)
Qui il bell’arciduca amava ricevere i suoi ospiti agghindato con abiti orientali, bevendo il caffè turco e fumando il narghilè.
(Foto di Ceregato & Trebse)
Autocertificazione 2998Nella foto sottostante un dipinto di Germano Prosdocimi con il progetto della sala turca per villa Lazarovich e in parte poi riprodotta nel castelletto.
Autocertificazione 2019Nel Gartenhaus di Miramare Massimiliano e Carlotta vissero forse gli unici momenti felici del loro matrimonio, avvenuto con grande sfarzo a Bruxelles nel luglio del 1857.
Dopo i due anni trascorsi a Milano, nel 1859 e il trasloco da villa Lazarovich abiteranno qui per un breve periodo prima del trasferimento al castello nel dicembre 1860 (nota 3).

Ancora nel Klein Schloss Massimiliano, già nominato Imperatore del Messico, si rinchiuderà per tre misteriosi giorni prima di salpare alla volta del Centro America nell’ aprile del 1864.
Come riporta la storia, dal 1866 al 1867 nel castelletto verrà segregata Carlotta poco dopo il suo ritorno dal Messico e i viaggi tra le corti di Francia, Austria e Vaticano nella vana ricerca di aiuti per impedire lo sfascio del loro Impero.

L’eredità del castello con il parco e il Gartenhaus sarebbe stata destinata all’Imperatrice Carlotta, che ne deteneva già la metà, ma il testamento sottoscritto da Max fu corretto per volontà di Francesco Giuseppe (nota 4) che dopo la morte del fratello e la follia della cognata riservò ogni possesso alla Casa d’Austria.

Dopo lo scoppio della guerra tutti gli arredi di Miramare vennero portati a Vienna ma quando nel 1924 il comprensorio passò al Demanio Italiano il Governo reclamò all’Austria la restituzione di ogni cosa.

Negli anni Trenta il castelletto venne aperto al pubblico con tutti gli arredi non voluti dal duca Amedeo di Savoia-Aosta quando soggiornò a Miramare.

Dopo l’insediamento del 1973 del WWF e la realizzazione dell’Oasi, nel 1988 sarà istituita l’Area Marina Protetta che nel 1996 stabilirà a la propria sede proprio nel Castelletto di Miramare in consegna alla Soprintendenza per i beni Storici Artistici.

Nel 2015 sarà ordinato dall’Intendente lo sgombero di tutti i locali prevedendo in un prossimo futuro il riallestimento originale del Gartenhaus per arricchire ulteriormente gli splendidi luoghi di Miramare con tutte le sue tormentate storie.

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Note:

1. L’acquerello su carta che riporta la scritta “Miramar in November 1857”, illustra l’avanzamento dei lavori con le arcate inferiori del castello, il porticciolo già protetto dal molo; sulla sinistra si nota la casa dove alloggiavano i lavoranti;

2. Massimiliano abitò saltuariamente in villa Lazarovich tra il 1852 al 1960; molti arredi confluirono nel castello di Miramare; dopo una radicale ristrutturazione la residenza è tuttora esistente in via Tigor 23;

3. Abitarono solo al primo piano in quanto il secondo era ancora in costruzione;

4. All’apertura del testamento l’imperatore Francesco Giuseppe aggiunse la strana notizia che Massimiliano aveva ricevuto la notizia della morte di Carlotta e corresse il nome dell’esecutore sottoscrivendo il suo.

Fonti:
Bollettino d’Arte del Ministero dei beni culturali
L. Ruaro Loseri, Massimiliano da Trieste al Messico, Ed. LINT, Trieste, 1986

A Trieste il primo Atlante Lunare

Nel 1895 Trieste ospitò Johann Nepomuk Krieger (1865 – 1902), un eccezionale astrofisico divenuto poi famoso in tutto il mondo.
(Foto da Enciclopedia monografica del FVG) 300px-AA_Krieger01[1]Nato in un Land della Baviera, a vent’anni vendette la birreria ereditata dal padre per trasferirsi a Monaco dedicandosi con passione agli studi di astronomia. (nota 1)
Qui si costruì un osservatorio privato fornito di un potente telescopio per scrutare la Luna dalla quale era irresistibilmente attratto. (nota 2)
Nel 1895 decise di trasferirsi a Trieste ritenendo migliore il suo clima e la visione del cielo, scegliendo un’elegante villa sul colle di San Vito ubicata in via Alice 6 (nota 2), allora piuttosto isolata dalla città ma in una posizione aperta e senza le rifrazioni dell’illuminazione pubblica.
La villa Pia Sternwarte in una foto d’epoca (da Enciclopedia Monografica del FVG)Autocertificazione 2014Progettato sulla torretta una sorta di osservatorio e installatovi il telescopio Reinfelder, iniziò a studiare la possibilità di stilare una serie di cartografie lunari con un metodo da lui stesso escogitato.
(Foto da divulgazione.uai.it)300px-AA_Krieger03[1]

Il Krieger passò così notti su notti nella specola attaccato all’oculare del rifrattore usando massime aperture e forti ingrandimenti per cogliere tutti i particolari della superficie lunare.
Scattate una serie di fotografie settoriali le stampava poi a basso contrasto per poter apporvi accurati disegni a matita e carboncino che riproducevano i particolari notati nelle visioni telescopiche.

Dopo un estenuante lavoro nel corso del 1897 riuscì a eseguire 103 disegni, l’anno successivo ne completò 458 continuando questa produttività per tutto il 1899.
Nel 1898 Krieger riuscì a pubblicarne il primo volume dell’Atlante contenente 28 tavole con un risultato esteticamente gradevole e meticoloso che fino allora non era stato raggiunto da nessun astronomo.
La speranza di completare le mappe dell’intera superficie lunare però non si avverrò e nel 1901 la sua salute, compromessa per le prolungate permanenze al freddo della specola, si aggravò a tal punto da essere costretto ad abbandonare Trieste trasferendosi nel clima mite di Sanremo.
Dopo un calvario in vari sanatori italiani Krieger morì a soli 37 anni lasciando la moglie e un figlio in tenera età.

I cento disegni delle mappe, in parte anche incompleti, vennero visionati dal professor Hugo von Seelinger poi affidati per il completamento all’astrofilo Rudolf König, vennero infine stampati nel 1912 dall’ Accademia delle Scienze di Vienna con il titolo Mond- Atlas.
Autocertificazione 2018In riconoscimento dell’importante lavoro svolto da Johann Krieger, nel 1935 la Comunità Astronomica Internazionale gli dedicò un cratere lunare con il suo nome. (nota 4)
600px-AA_Krieger08[1]Prima della sua partenza da Trieste lo stesso Krieger donò il telescopio Reinfelder all’Imperial Regio Osservatorio marittimo (nota 5) nel castelletto Basevi di via Tiepolo, oggi denominato Istituto Nazionale di Astrofisica, dove ancora oggi si trova. (nota 6)
Osservatorio%20Astronomico[1]Note:

1. Non avendo perseguito studi classici di astronomia Margherita Hack lo definì un “astrofilo” compiacendosi dei brillanti risultati da lui ottenuti;

2. Costruito dalla ditta “Reinfelder und Hertel” aveva un rifrattore con una lente da 254 mm di diametro e una lunghezza focale di 3580 mm.;

3. La villa chiamata Pia Sternwarte, dal nome della moglie di Krieger, fu costruita da Isidoro Piani nel 1892; è tuttora esistente in via Don Minzoni seppure ristrutturata e nascosta dagli alberi dei giardini circostanti;

4. Il cratere Krieger, situato a Ovest della Luna, ha un diametro di 23 km e una profondità di 1000 metri;

5. Dal 1923 denominato Regio Osservatorio Astronomico e dal 1946 Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF);

6. Il rifrattore Reinfelder fu revisionato nel 2007.

Fonti:
Margherita Hack, “Il cielo della regione” da un articolo pubblicato sull’Enciclopedia Monografica del FVG;
A. Seri, S. degli Ivanissevich, San Vito, Ed. Svevo, Trieste, 2009;
divulgazione.uai.it

Lucia Joyce

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Nonostante la nascita della piccola Lucia il 26 luglio, l’estate del 1907 fu molto tormentata per la famiglia Joyce.
Non solo il loro unico sostentamento consisteva nel modesto stipendio di James alla Berlitz School, mancandogli richieste di lezioni private e di articoli giornalistici, ma si frammisero pure dei problemi di salute.
Afflitto da dolorose febbri reumatiche e da problemi oculistici, Joyce sarà ricoverato per un mese all’Ospedale municipale e a casa ne trascorrerà un altro di convalescenza. (nota 1)
Nora stentava a riprendersi dal parto e dopo essere stata dimessa dall’ospedale con un misero sussidio di 25 corone, sofferse una serie di febbri che la costrinsero a sospendere l’allattamento della bambina.

Sfrattati un’altra volta per morosità, i Joyce furono costretti a traslocare sistemandosi in due camere ammobiliate di una vecchia palazzina del Corso. (nota 2)
La loro vita divenne così sempre più difficile tra la miseria, gli abusi alcolici di James e i malumori di Nora, eppure nonostante tutto la coppia riusciva a rimanere unita se non altro per una forte quanto reciproca attrazione sessuale che allentava i continui litigi.
Superati i problemi di salute, Joyce sarà assunto alla Scuola di Commercio Revoltella migliorando notevolmente la situazione finanziaria della famiglia.

Giorgio e Lucia intanto crescevano tra l’interesse fluttuante del padre, concentrato sui suoi scritti e le svagatezze della madre. Iscritti alla scuola Parini, la frequentarono senza risultati eccelsi ma anche senza difficoltà, anzi, si integrarono benissimo imparando talmente bene il dialetto triestino da parlarlo fluidamente.
(Nella Foto Nora con Giorgio e Lucia nel 1918)nora_kids[1]Divenuta una bellissima adolescente, seppur affetta da un leggero strabismo, Lucia iniziò ad avere delle incomprensioni con la madre e dei comportamenti stravaganti. Se le liti, le instabilità della famiglia con i continui trasferimenti di domicilio erano delle concause per il senso di provvisorietà e insicurezza non potevano essere altrettanto imputabili per i disturbi nervosi emersi negli ultimi anni trascorsi a Trieste.

Dopo la definitiva partenza dei Joyce e il trasferimento a Parigi, Lucia troverà delle forme espressive nella danza, cui si dedicò dal 1923 al 1929 per poi frequentare una scuola di disegno, abbandonata per aver deciso di scrivere un romanzo.
lucia-joyce[1]A peggiorare ulteriormente le sue condizioni psichiche fu l’infatuazione per il giovane irlandese Samuel Beckett, allora insegnante alla École Normale Supérieure e collaboratore di James Joyce per la traduzione in francese delle pagine già scritte del Finnegans Wake.
Frequentando la loro casa, Samuel si era offerto di accompagnare Lucia in teatri e ristoranti ma oltre a non esserne innamorato, si accorse della sua instabilità ormai rasente la pazzia.
Quando nel 1930 decise di interrompere i loro rapporti, la ragazza scivolò verso un punto di non ritorno. (nota 3)
Fu anche avanzata l’ipotesi, mai confermata, che si fossero aggiunti dei problemi di salute conseguenti a un aborto, comunque fu accertato che dopo la brusca rottura con Beckett Lucia si abbandonerà a una serie di relazioni promiscue. (nota 4)
La sua situazione non migliorerà nemmeno dopo il breve fidanzamento con Alec Ponisovsky, anzi, da allora alternerà momenti di catatonia a lunghe, sconclusionate affabulazioni. (nota 5)

Tormentato dai sensi di colpa James tenterà l’impossibile per prendersi cura della figlia sia occupandosene in prima persona che girando l’Europa alla ricerca di specialisti e di soluzioni alternative al ricovero.
57a816c2125a0eba4a4c163a1612246b[1]Alla fine del 1936, dopo alcuni tentativi di suicidio, Lucia sarà internata coattivamente in una casa di cura fuori Parigi, dove il padre la raggiungerà ogni settimana.
“Schizofrenica, con elementi pitiatici, catatonica, nevrotica con ciclotimia, schizofrenica” saranno le diagnosi più frequenti dei molti medici che la visiteranno. (nota 6)

Scoppiata la guerra, mal ridotto in salute e profondamente depresso, alla fine del 1940 James sarà costretto a trasferirsi a Zurigo con Nora e il figlio Giorgio con l’intenzione di trasferirvi anche Lucia.
Il 9 gennaio 1941, a poche settimane dal suo arrivo, in preda ad atroci dolori sarà operato per la perforazione di un’ulcera duodenale. Nella notte del 12 le sue condizioni precipiteranno e alle 2.15 del giorno 13 passerà dal coma alla morte.

Lucia apprenderà la notizia da un giornale e solo dopo parecchio tempo dirà a un visitatore: «Cosa sta facendo sotto terra quell’imbecille? Quando si deciderà di andarsene? Ci sta guardando tutto il tempo» (nota 7), uno sbottare che spiega molto del suo sentirsi ancora perseguitata dalla figura paterna.
In balia di una madre e un fratello che si disinteresseranno di lei (nota 8), accudita solo da un paio di amiche, Lucia sarà trasferita al St. Andrew’s Hospital di Northampton (Inghilterra).
(Nella foto l’ospedale psichiatrico)Main_Building_without_cars_and_flagpole_800x530[1]Dopo la morte avvenuta a 75 anni il 12 dicembre 1982, sarà sepolta nel cimitero della città, lontana da tutti i Joyce.
dbImage[1]NOTE:

1. Nel testo JAMES JOYCE Gli anni di Bloom il professor John McCourt avanza l’ipotesi che lo scrittore potesse essere stato afflitto dalla sifilide, il cui esordio potrebbe risalire al maggio dello stesso anno e le cui conseguenze si sarebbero manifestate con altre ricadute nel corso della vita;

2. Al primo piano del palazzetto tra il Corso e via Santa Caterina; qui James Joyce scrisse l’episodio “I Morti” dell’ Ulisse;

3. Negli anni successivi Beckett manterrà comunque un rapporto epistolare anche se discontinuo con Lucia;

4. Dal testo di C.L. Shloss, Lucia Joyce. To Dance in the Wake;
5. Ivi
6. Ivi
7. Ivi

8. Nora Barnacle morirà a Zurigo nel 1951

FONTI:

John McCourt, JAMES JOYCE Gli anni di Bloom, A.Mondadori Ed., Milano, 2004
Per le note relative al testo cit. della Shloss:
http://www.humantrainer.com/articoli/danza-drammatica-padre-figlia.html