Archivio mensile:novembre 2013

La sepoltura a San Giusto del terribile Fouchè

Joseph Fouché (1759 – 1820) il vile e perfido ministro di polizia di Napoleone Bonaparte, visse a Trieste l’ultima parte della sua vita sciagurata. Seminarista a Nantes, abbandonò la tonaca e diventò amico di Robespierre condannandolo poi al patibolo dopo aver votato la morte di Luigi XVI e massacrato i ribelli di Lione. Abile a destreggiarsi nel periodo del Terrore, Fouché fu nominato da Napoleone stesso duca d’Otranto e dopo la campagna di Russia Governatore delle province illiriche francesi. Con questo titolo giunse a Trieste alloggiando nel palazzo Vicco di via Cavana (oggi sede del Vescovado). Dopo essere trasferito a Napoli per sorvegliare Gioacchino Murat, il generale di Marengo e Jena, fucilato poi dai borbonici a Pizzo Calabro, fuggì prima in Francia, dove venne subito espulso, poi a Praga e infine a Lione. Chiesta e ottenuta la cittadinanza austriaca nel 1819, si stabilì definitivamente a palazzo Vicco dove visse recluso fino alla sua morte avvenuta il 26 dicembre 1820. La storia riferisce che durante la salita verso il camposanto di San Giusto alle prime luci di una gelida aurora, sferzasse una bora talmente violenta da ribaltare la bara facendo rotolare il suo cadavere fra l’orrore degli stessi becchini.

La salma di Fouché rimase nel colombario fino al 1886, quando per interessamento di un lontano parente i suoi resti vennero riportati in Francia.

(Notizie tratte dalla rivista La Bora)

Il cavallo di Napoleone

Napoleone Bonaparte(Ajaccio 1769 – Isola di Sant’Elena 1821) ventottenne e già generale del Corpo d’armata fu di passaggio a Trieste il 29 e 30 aprile 1797.

Palazzo Brigido, via Pozzo del Mare

Dallo storico balcone di palazzo Brigido (attualmente in via Pozzo del Mare, 1) affacciato su Piazza Grande (oggi dell’Unità) assistette a un’improvvisata parata militare in suo onore con un terribile mal di denti. Già di pessimo umore si offese moltissimo quando ricevette in dono dalle autorità municipali un cavallo lipizzano poiché la larga e possente schiena della pregiata razza equina non gli avrebbe permesso una dignitosa monta a causa della sua altezza (1,55 m.) e delle sue gambe troppo corte. Durante la brevissima permanenza in città ebbe comunque modo di compiacersi osservando le fortificazioni costiere erette da Maria Teresa d’Austria.

(Halupca-Veronese, Trieste nascosta, Lint, 2009)

Le sorelle Bonaparte a Trieste

Dopo l’abdicazione di Napoleone il 6 aprile 1814 sua sorella Elisa Bonaparte, da lui eletta Granduchessa di Toscana, ottenne il consenso del Governo austriaco per stabilirsi a Trieste. Dopo un primo breve soggiorno scelse un rifugio sicuro e quanto mai confortevole in una delle più belle residenze sulla collina di Sant’Andrea.
Eretta all’inizio dell’Ottocento dal generale russo Psaro, la bianca struttura neoclassica detta Villa di Campo Marzio, si presentava con un doppio loggiato a semicerchio aperto da quattro colonne doriche che dividevano l’ammezzato e il primo piano entrambi forniti di otto ampie finestre da cui allora si spaziava in una spiaggia declinante verso il mare.
Acquistata intorno al 1817 da Felice Pasquale Baciocchi, marito della Granduchessa Elisa, al corpo centrale dell’elegante villa furono aggiunte due ali per accogliere da una parte la rimessa delle carrozze e dall’altra una cappella che ottenne l’officiatura dall’Ordinariato Vescovile. Nel grande giardino, abbellito con aiuole e pergolati, venne costruita una scalinata in pietra e uno scenografico cancello in ferro che si apriva sull’alberato passeggio Sant’Andrea, sopra il boschetto (presente ancora oggi) permettendo l’ingresso alle carrozze.
Nonostante la sua condizione di esiliata che la costrinse ad assumere il nome di contessa di Compignano, Elisa non rinunciò al lusso cui era stata avvezza nei fasti della sua passata gloria storica circondandosi di lussuosi mobili su cui faceva incidere l’iniziale del suo nome, preziose sculture in oro e alabastro e innumerevoli opere pittoriche.                                                                                                           Colta e intelligentissima ma relegata, come di direbbe oggi “ai domiciliari” imposti da uno stretto controllo degli organi di sorveglianza, la contessa Elisa amava invitare gli artisti del Teatro Nuovo, che frequentava in segreto agghindata in stravaganti maschere. In una dimora così raffinata non potevano certo mancare nobili ed intellettuali come il conte Domenico Rossetti, il Governatore della colonia greca Giovanni Vordoni, il medico personale Andrea Gobbi, il presidente del Tribunale Mercantile Venceslao Panzera, il barone Giovanni Guglielmo Sartorio e alcuni ospiti dell’entourage napoleonico con cui si dilettava a ricordare il trionfale passato.
La contessa si dilettava anche con i concerti dei musicisti della Società di Minerva e perfino con il violino del celebre Nicolò Paganini (1782-1840) che fu direttore e primo violino nella Corte Lucchese.
Nonostante le strettoie dei controlli di polizia l’amabile contessa visse dunque piacevolmente gli anni del suo dorato quanto breve esilio protratto fino al 1820, anno in cui, colpita da una grave infezione, si trasferì con il marito a Villa Vicentina, dove il 7 agosto morì a soli 43 anni.

Nel 1823 giunse a Trieste l’altra sorella di Napoleone Carolina Bonaparte Regina di Napoli, già vedova da 8 anni di Gioacchino Murat, fucilato dai Borboni a Pizzo Calabro. Stabilitasi nella Villa, ribattezzata con il nome dell’amato consorte e assumendo per sé quello di Contessa di Lipona, anagramma del suo passato titolo, visse in solitudine tra i libri e la pittura fino il 1830 quando si trasferì a Firenze.
Qui, consumata da un tumore, si spense a 57 anni nel 1839 ottenendo la sepoltura nella Chiesa di Ognissanti.

Dopo la partenza dell’ultima ospite nel giardino di Villa Murat venne costruito un piccolo tetro dove vennero rappresentati spettacoli musicali e di prosa per un pubblico d’élite.
Alla fine dell’Ottocento la storia della bella dimora sulla collina di Campo Marzio si concluse sciaguratamente con il suo abbattimento assieme al teatro e oggi non rimane che il terrazzamento di Passaggio Sant’Andrea da dove si spazia sul golfo di Trieste.

(Fonte: Silvio Rutteri, Trieste, Spunti del suo passato, Borsatti Ed., Ts. 1950)

Il caso Winckelmann

La tragica morte dell’insigne archeologo Johann Joachim Winckelmann (nato il 9 dicembre 1717 a Stendal in Prussia) avvenne a Trieste l’8 giugno del 1768 per una serie di sciagurate coincidenze.

Dopo gli studi classici e artistici nelle università di Halle, Jena e Dresda, Winckelmann si convertì al cattolicesimo e si stabilì a Roma entrando in amicizia con alte personalità della Chiesa tra cui il cardinale Alessandro Albani, nipote del papa Clemente XI, ambasciatore d’Austria e residente nella celebre villa con parco tra le vie Salaria e Nomentana, fornita di un inestimabile patrimonio storico-artistico e di una preziosissima biblioteca. Nominato Soprintendente l’archeologo effettuò numerosi viaggi nell’Italia centro-meridionale dedicandosi con passione allo studio e alla scrittura di importanti trattati sull’arte antica greca e romana.

Dopo un breve viaggio in Prussia fu accolto con onori e medaglie d’oro zecchino alla corte dell’Imperatrice Maria Teresa a Vienna. Ripartito per Trieste da dove si sarebbe dovuto imbarcare per Ancona, Winckelmann fu ospitato alla Locanda Grande nella centralissima piazza San Pietro (chiamata anche Piazza Grande, divenuta poi dell’Unità ) dove il I° giugno 1768 occupò per la settimana d’attesa la stanza 10 del II piano. Per infausto caso nella camera accanto la sua abitava un certo Francesco Arcangeli, uno sguattero di Campiglio (Pistoia) giunto da Vienna dopo avervi scontato 4 anni di lavori forzati per la condanna di un furto. L’archeologo ritenne di occupare buona parte del suo tempo con il bel giovane senza rendersi conto quanto costui fosse interessato ai suoi denari e alle medaglie d’oro. Dopo le dieci di mattina dell’8 giugno, quando già pronto per la partenza Winckelmann era seduto alla scrivania, l’Arcangeli gli gettò un laccio intorno al collo tirando forte. Come l’archeologo cercò di difendersi cadendo a terra, il giovane gli sferrò una serie di colpi con il pugnale e scappò con il bottino. Winckelmann sopravvisse per ancora 7 ore, si comunicò nominando suo erede il cardinale Albani. Deceduto alle 4 del pomeriggio, fu sepolto nella fossa comune del Cimitero di San Giusto mentre la polizia si metteva sulle tracce dell’assassino. Catturato, 42 giorni dopo Francesco Arcangeli salì sul palco della morte allestita davanti la Locanda Grande alla stessa ora del delitto; fu legato ad una grande ruota dai denti di ferro dove ruotò fino allo smembramento del corpo.

Sulla violenta morte di Winckelmann si ipotizzò anche un delitto di natura omosessuale ma le modalità con cui si svolse lasciarono dei dubbi non del tutto chiariti.

Per certo l’influenza dell’eruditissimo archeologo, grande studioso di storia, arte antica e di estetica si manifestò anche sulla poesia neoclassica e su quanto potesse rappresentare il “gusto del tempo”.

Fonte: Enciclopedia Treccani – Enciclopedia tematica FVG

Il cenotafio a Winckelmann

Solo nel 1933, a 65 anni dalla tragica morte dell’illustre archeologo Johann Joachim Winckelmann (Stendal, Prussia 1717 – Trieste 1768), per volere del procuratore civico Domenico Rossetti e una pubblica sottoscrizione, venne eretto un monumento onorario nell’ex area sepolcrale di San Giusto, trasformata dieci anni dopo in Orto Lapidario.

Il celebre cenotafio (monumento funebre senza il corpo del defunto) fu creato dallo scultore Antonio Bosa dopo l’approvazione di Antonio Canova e si compone di un angelo disteso con aria afflitta sul sarcofago e appoggiato sull’immagine dello studioso tedesco. Nel rilievo della base un filosofo addita le antichità alle personificazioni delle Arti seguite da Storia, Critica, Filosofia e Archeologia. Inizialmente coperto da una grande nicchia in pietra, nel 1874 il bel monumento marmoreo venne sistemato con altre preziose lapidi romane in un tempietto neo-classico di forma quadrangolare e con un piccolo pronao sostenuto da 4 colonne corinzie.

Dall’anno 2000, dopo consistenti ristrutturazioni e l’aggiunta di sculture greche e romane che costituiscono il nucleo più antico delle collezioni civiche, il tempietto eretto in onore del grande Winckelmann è divenuto una gliptoteca (dal greco: esposizione di pietre incise o scolpite).

Nella foto la stampa inserita da Domenico Rossetti nel suo volume Il sepolcro di Winckelmann in Trieste pubblicato nel 1823 per incrementare le sottoscrizioni per il monumento.

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Fonte: Marzia Vidulli Torlo, L’Orto Lapidario, Rotary Club Trieste, 2005