“BEETHOVEN”: un quadro copiatissimo

Questo famoso quadro intitolato “Beethoven” troneggia da più di un secolo in una Sala del Museo Revoltella di Trieste.
L’immagine dello scenografico dipinto (ben 4,20 metri per un’altezza di 2,02) non solo cattura gli sguardi per la sua suggestiva atmosfera ma racconta anche una tormentata quanto romantica storia iniziata alla fine dell’Ottocento in una vecchia soffitta di Montmartre. L’artistica mano che ha immortalato l’imponente tela appartiene all’artista toscano Lionello Balestrieri, nato in un’umile famiglia della dolce Valle dell’Oro a Cetona (Siena) nel lontano 1872. Dopo aver frequentato l’Accademia di Napoli gestita dal pittore Domenico Morelli ed essersi consacrato alle arti figurative, con l’entusiasmo della sua giovane età si trasferì a Parigi aspirando a raggiungere la fama o quantomeno a sbarcare il lunario. Come molti altri ragazzi di belle speranze ma di alterne fortune che pullulavano nei quartieri di Montmartre e Pigalle, Lionello visse e lavorò tra delusioni e difficoltà economiche dividendo i sogni e i miseri pasti con degli amici impegnati in varie specialità artistiche. Tra loro si unì il violinista Giuseppe Vannicola (Montegiorgio 1876 – Capri 1915), scapestrato rampollo di una benestante famiglia ascolana, dotato di notevole talento ma affetto da smodate manie esecutive. Costui era stato suggestionato dal singolare caso scaturito dall’estro del violinista inglese G. A. Bridgetower (1779-1860) che osò interpretare una sonata di Beethoven con un tale virtuosismo da indurre il maestro a inserire le sue variazioni nello spartito dell’opera. Con l’abile uso del violino il Bridgetower vi impresse infatti degli scatti rudi e selvaggi animati da un possente quanto spettacolare virtuosismo da trasformare di fatto l’originale testo beethoveniano (1). Così il creativo Vannicola amava eseguire arie famose apportandovi inedite performances secondo l’estro del momento. Le bizzarre esecuzioni che sottoponeva all’ascolto degli amici di sventura, sfinivano però l’esigua quanto annoiata platea suscitando i loro vivaci rimbrotti, scaturiti anche da abbondanti libagioni di laudano e del terribile assenzio.
“La musica è il grido terribile e supplicante che si leva dai luoghi profondi dell’abisso. La scala è il simbolo della sua ascensione, una scala infinibile che non ha inizio né fine” scrisse l’eccentrico violinista in una delle sue enfatiche pubblicazioni dove alternava l’esaltazione della musica tra l’amor sacro e l’amor profano. Dopo un’improvvisa quanto breve crisi mistica vissuta nell’Abbazia di Montecassino, il poliedrico artista s’innamorò perdutamente della ricca e aristocratica russa Olga de Lichnizki, iniziando un periodo di furore bibliofilo che non lo portò a una particolare fama ma che lenì la disperazione per essere stato costretto ad abbandonare il suo amato strumento per le conseguenze di una tremenda e progressiva artrite deformante.
“Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino”  lo ricordò il futurista Marinetti all’epoca in cui fiorivano le Riviste artistiche e letterarie.
Ma né la musica né la scrittura riuscirono a placare i tormenti esistenziali del Vannicola, esasperati dalla malattia e dallo smodato uso di sostanze alcoliche che lo condussero alla miseria e poi a un’improvvisa, tragica morte avvenuta in una spiaggia di Capri il 10 agosto 1915.

Durante gli anni di stenti vissuti nelle soffitte di Montmartre, il Balestrieri ideò di dipingere un grande quadro che rappresentasse quelle serate animate dall’amico Vannicola al cospetto dei suoi compagni di sventura. Dopo un estenuante lavoro il risultato finale fu talmente soddisfacente da destare immediatamente l’interesse dei mercanti d’arte e soprattutto di un astuto editore tedesco che con grande tempismo acquistò i diritti di riproduzione dell’opera. Il giovane e ingenuo Balestrieri, pagato con una cifra piuttosto modesta, non comprese subito il danno che gli sarebbe derivato né tantomeno immaginò di vincere il primo premio della prestigiosa Esposizione Internazionale al Salon di Parigi nell’anno 1900. Nonostante il “Beethoven” fosse stato stroncato da alcune poco benevole critiche della “Gazzette des Beaux Arts” e di qualche collega invidioso, l’opera pittorica fu molto apprezzata per la sua magica scena musicale che infatti fu copiatissima.
Stupito dall’inaspettata fortuna il Balestrieri osò sperare che il quadro fosse acquistato dal Governo Italiano quantomeno nell’esposizione alla IV Biennale di Venezia dell’anno successivo. Fatto che non avvenne ma che permise l’acquisto da parte dell’importante Galleria d’Arte del Museo Revoltella di Trieste dove ancora oggi si trova e suscitando dopo più di un secolo le stesse emozioni di allora.
Dopo il clamoroso successo conquistato a Parigi, il Balestrieri ritornò in Italia dove continuò a lavorare indefessamente su bozzetti, studi, disegni per collezionisti e scenografi ottenendo anche la presidenza della Società degli Artisti Italiani. Oltre ai quadri che espose in tutta Europa e perfino a Buenos Aires, in riscatto di tutte le scadenti copie del suo “Beethoven” si dedicò anche allo studio dell’incisione (metodo che permetteva appunto una facile riproduzione) e abbinando pennelli e bulino acquisì la capacità di eseguire lavori in punta secca, acquaforte e acquatinta. Così, dopo una lunga quanto infruttuosa corrispondenza con il curatorio del Museo Revoltella per impedire ulteriori copie del suo famosissimo quadro, Lionello Balestrieri divenne paradossalmente il riproduttore di sé stesso, riducendo i tempi d’esecuzione e aumentando i suoi guadagni.
Nel 1958 concluse la sua una lunga vita di lavoro e di soddisfazioni nella nativa Valle dell’Oro a Cetona.

Nel quadro “Beethoven” sopra riportato si riconosce in primo piano lo stesso Lionello Balestrieri corrucciato e indifferente all’abbraccio della ragazza con lo sguardo perduto. Sul lato destro è raffigurato il violinista Giuseppe Vannicola accompagnato al piano da un uomo di spalle che sta suonando per l’uditorio di amici. Sullo sfondo si nota una copia in gesso della maschera mortuaria di Beethoven.

(1) La Sonata per pianoforte e violino op. 47 di Ludwig van Beethoven, forse per una ripicca verso il musicista inglese che sfidò il suo genio, fu poi curiosamente intitolata “Sonata Kreutzer” dal nome del violinista francese che riportò le variazioi interpretative del Bridgeower nella pubblicazione dello spartito (1805).

Fonti:

Lionello Balestrieri, Edizioni Pananti, Firenze, 2000

Grande storia della musica, Fabbri Editori, Milano 1978

Giuseppe Vannicola, Il veleno, Sellerio Ed.,Palermo, 1981

PARIGI – gennaio 1910” (Da Le terre di Leidland, Gabriella Amstici, Trieste, 2010)

“Consumato un frugale pasto al bistrot Nicot di via Raspail, Rainer decise di raggiungere a piedi la stazione di Varenne in direzione Pigalle. Trovandosi in mezzo al caotico via-vai cittadino e intirizzito dalle umide e fredde correnti del Nord, quasi si pentì d’essersi allontanato dalla pace del suo studio, ma ormai la passeggiata era stata decisa e conveniva quindi predisporsi a un pomeriggio piacevole.
Dopo il percorso sull’affollato metrò, scese alla stazione d’Anvers per risalire verso piazza Saint-Pierre. Alzando lo sguardo vide la collina sotto Montmartre, già prossima alle fioriture primaverili che si annunciavano con minuscole gemme sugli alberi e sottili fili d’erba fra la terra ancora arida.
Gruppi di giovani e di turisti si avviavano con passi spediti verso la cattedrale del Sacro Cuore, che si stagliava imponente e bianca nell’indaco del cielo.
Fermatosi per riprendere fiato dopo le prime salite, Rilke si appoggiò su uno dei terrazzi: Parigi si stendeva come uno smisurato, immobile plastico sotto un velo di nebbia acceso dalle luci giallastre della città e dai riverberi grigioverdi dei tetti. La sua mente era ora libera da ogni affanno mentre sentiva di dover salire fin lassù per uno strano richiamo interiore. Poi sarebbe stato forse colto dall’immensità del Nulla, come spesso gli accadeva quando si trovava appena più in alto della consueta dimensione rasoterra, tuttavia voleva procedere. “Weiter oben!” dunque. Aveva trascorso mezza vita nell’andare sempre avanti, pur senza aver avuto mai un vero punto di partenza e meno che mai di arrivo.
Riprendendo a risalire le scalinate a forma di due ottagoni, proprio sotto il Belvedere di rue Lamark, avvertì degli intensi odori di legni bruciati mischiati a quello dell’affumicatura di carni grasse.
Superate le ultime terrazze, l’altera cattedrale era ormai davanti a lui. Stregato da quell’atmosfera, seguì la scia di gente che si avviava verso il cuore di Montmartre con vo-ci e risate sguaiate, del resto intonate alle loro appariscenti sciatterie. Giovani fanciulle dai volti involgariti da trucchi marcati e approssimativi, si guardavano intorno con maliziosi sorrisi rivolti ai numerosi uomini che si aggiravano solitari, e strusciando fra le loro sudicie gonne, scostavano e riavvolgevano i pesanti scialli di lane stinte, lasciando intravedere le generose scollature.
Rilke, osservando la folla che voleva distogliere l’attenzione verso quelle miserie la cui povertà veniva invece quasi esibita, si diresse verso la piazzetta du Tertre, dove fu investito da un mare di colori che si sprigionava dalle tele appoggiate su traballanti treppiedi o sugli schienali di vecchie sedie.
Alcuni artisti disegnavano con una certa abilità i volti di compiacenti ragazze che cercavano più che altro di attirare i clienti, altri richiamavano l’attenzione sui quadri in vendita.
Già pensando di allontanarsi da quella disordinata confusione, Rainer fu attratto da un dipinto di notevoli dimensioni montato su un cavalletto di buona fattura. La luce del cielo si rifrangeva sulla tela ad olio che già emanava una propria luminosità da un’invisibile lampada, e sembrava dar vita alle diverse anime dei personaggi raffigurati. Osservando la scena nel suo insieme, si aveva la sensazione che in quella stanza fosse accaduto un avvenimento tragico o che fosse atteso il suo epilogo.
In primo piano un bellissimo giovane, dai lineamenti affilati e uno sguardo severo, quasi indurito, era seduto su un grande sofà, del tutto indifferente alla tristezza di una ragazza bionda che gli si stringeva al braccio. Un uomo a loro vicino, appoggiava la testa fra le mani in un gesto di apparente disperazione o forse di concentrato ascolto della musica che lì si stava suonando a mezzo della mano protesa sui tasti di un piano e di un violino impugnato da una figura maschile. Sulla parete in penombra, fra lo spartito musicale e la sagoma di un altro personaggio seduto su uno sgabello, si notava il calco mortuario del volto di Beethoven.
Con un improvviso balzo, una donna con le mani sui fianchi, si portò davanti al quadro.
– È un Balestrieri, monsieur! – annunciò ad alta voce. Rilke, sorpreso da quell’inaspettata presenza, sobbalzò appena. – Il più bel quadro del secolo! – Rainer si soffermò su quel viso che rivelava una giovinezza precocemente sfiorita. Alcuni ciuffi della massa di capelli scoloriti, ricadevano in disordine sui grandi occhi chiari, deturpati dal trucco sfatto.
– Vi interessa acquistarlo, monsieur? – chiese la giovane, dischiudendo in un sorriso le labbra imbellettate.
– Che peccato signorina, che peccato io non abbia una casa degna di accoglierlo… Non abito neppure a Parigi del resto, ma il quadro è davvero bello…
– E’ una copia, monsieur! – Un uomo alto e grosso si affiancò alla ragazza, che si spostò appena con un moto di fastidio. – E non è certo sua! – aggiunse osservandola dall’alto. – Vattene Claudine!! Mi fai scappare tutti i clienti! — La ragazza alzò gli occchi verso l’uomo e aprì la bocca come per voler dire qualcosa, ma poi voltò le spalle e scomparve tra la folla.
– Beh, per la verità stavo osservando questo quadro, non necessariamente con intendi-menti d’acquisto, ma con queste maniere qui i clienti scapperanno davvero! – interloquì Rilke osservando l’uomo.
– Oh mi perdoni, monsieur! Ma ogni volta che mi allontano di pochi metri, quella donnina si fionda davanti a questo quadro come fosse suo per il solo fatto di essere stata ritratta. E’ insopportabile, ha come un’ossessione, me la ritrovo sempre intorno… Vi dicevo, monsieur, che questa è certamente una copia, ma come potete vedere da Voi, è di ottimo livello! – e spostandosi di poco, indicò con la mano la scena che Rilke aveva osservato.
– Il quadro originale è stato eseguito ormai dieci anni fa dal grande Lionello Balestrieri, vincitore di un primo premio al Salon di Parigi. Se non s’arricchì con questo quadro! Cinquemila franchi, monsieur, cinquemila! E poi la fama, gli articoli sui giornali… Il nostro caro Lionello ebbe ben motivo di montarsi la testa e così puff… Da un giorno all’altro praticamente scomparve, portandosi via tele e colori, fregandosene di tutti i suoi amici con cui aveva diviso il pane e i sogni di gloria… Adesso fa l’artista ricco a Montparnasse, ri-producendo il suo fortunato quadro in decine di copie che continua a farsi pagare profu-matamente. Per la verità, monsieur, questo è la copia di una copia, ma costa la metà della metà, pur essendo fatto da un artista bravo quanto lui! – L’uomo si spostò e con un breve inchino allargò le braccia verso il quadro – E quest’artista è qui in carne ed ossa davanti a Voi. Ramòn Balancieur, per servirVi. Balancieur è un nome d’arte sa, un po’a te e un po’ a me… – e voltandosi levò le braccia sopra le spalle e le agitò ripetutamente nell’aria per sollecitare un applauso da parte della folla. Ci fu invece un gran silenzio e Rilke s’accorse che dei volti si erano girati verso di lui aspettando le sue mosse. Lisciandosi il baffo con lieve imbarazzo, contrariato da tutti quegli sguardi che lo serravano a cerchio davanti a quel quadro inquietante, decise di svignarsela da quella massa di mentecatti dove regnava non il nobile spirito di geniali artisti, sia pur squattrinati, ma le ripicche e le gelosie verso chi potesse guadagnare qualche franco in più degli altri.
– Convengo le capacità dei Vostri prolifici estri artistici, ma per oggi non avevo previsto nessun acquisto. Caso mai, in futuro… –
– Balancieur, monsieur, non dimenticate questo nome. Vi farei un buon prezzo per questo capolavoro qui e per ogni altra riproduzione che soddisfi il Vostro raffinato gusto! Sempre qui per servirVi, monsieur! – e si girò per cercare l’approvazione dei colleghi, che invece avevano già distolto la loro attenzione.
– Buona fortuna a tutti! – esclamò Rilke alzando brevemente la mano in segno di saluto collettivo, e dando un’ ultima occhiata al quadro, si allontanò di qualche passo.
– È un falso! È un falso! – senti dire da una voce forte e rauca. Girandosi di scatto si ritrovò vis-à-vis con un grosso pappagallo verde e giallo che ciondolava ritmicamente sulle zampe ancorate da una catenella all’asse del cavalletto. Tra un coro di risate, si fece varco in mezzo alla folla che si era formata intorno e abbassando la falda del cappello, con un gesto più di stizza che di saluto, si diresse verso il lato della piazza, deciso a recarsi in un bistrot per bere qualcosa di caldo. Il cicalio delle voci sfumò nell’aria, mentre il vocione del pappagallo continuava a ripetere:
– È un falso!… È un falso!…”

Gabriella Amstici

 

 

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