Elegie rilkiane

Concluso il Libro d’ ore, liriche sospese tra le tensioni dello spirito e quelle dei sensi, intensamente vissute con Lou Salomé, il poeta Rainer Maria Rilke cerca nuove espressioni letterarie. Le vicende del pellegrino errante dei Quaderni di Malte Laurids Brigge testimoniano l’inizio di un percorso retrospettivo ma segnano anche una successiva “desertificazione interiore” che arresta la sua creatività.
In seguito all’incontro a Parigi con la principessa Marie von Thurn und Taxis nel dicembre 1909 e alla corrispondenza tra loro intercorsa, il 20 aprile 1910 Rilke raggiunge il castello di Duino, sulle ultime falesie della costiera triestina.
“So di aver pensato che ci doveva essere da qualche parte un castello e dovunque esso fosse, sarebbe stato proprio quello che io allora avevo cercato” rispose compiaciuto all’invito.

lobianco768Alloggiato nella stanza d’angolo tra la cappella e la sala affacciata sulla balconata sospesa sul mare, il poeta rimane immediatamente affascinato dall’atmosfera dell’antico maniero che dalla bianca scogliera domina il golfo tra le lagune venete e le vicine terre d’Istria.
Quando l’anno successivo la principessa Marie lo ospiterà per tutto l’inverno, riaffioreranno in Rilke quelle emozioni che sembravano perdute e si ritroverà immerso nelle memorie del leggendario castello aldilà dei confini del Leidland, dove la vita e la morte si compenetrano nelle segrete trame dell’esistenza.
La sofferta stesura delle Elegie duinesi si protrarrà per oltre dieci anni affiancata da varie profusioni letterarie ed epistolari a testimonianza della sua esistenza errabonda e inquieta, vissuta nella costante ricerca di quel “nessun dove” forse trovato nella silenziosa fortezza svizzera di Muzot.

Nella foto tratta dal libro Dottor Serafico, Editoriale Lloyd e LINT, Trieste, 1999 la principessa Marie Thurn und Taxis e Rainer Maria Rilke all’epoca del loro incontro.

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“Castello di Duino – aprile 1910″

“Rilke si risvegliò prendendo lentamente coscienza di dove fosse.
Sentendosi ottimamente riposato da quello che doveva essere stato un buon sonno, si alzò, raggiunse la finestra, e scostando il lembo di una tenda, vide i primi chiarori dell’alba. Chiudendo il bavero della vestaglia sul petto, aprì di poco l’anta, curioso di scorgere il panorama e prendere contatto con il paesaggio. Investito dall’aria odorosa di mare e dall’emozione di quelle felici visioni, decise di sfidare i gelidi albori e afferrare il respiro del giorno nascente.
Si vestì frettolosamente e indossato il cappotto, scese in silenzio cercando l’uscita verso la terrazza intravista al piano sottostante.
Appena giunse nel ballatoio del primo piano, fu fermato dalla voce di un uomo che risaliva la scalinata dal pianoterra.
– Buongiorno dottor Rilke! Avete bisogno di qualcosa?
– Scusate il disturbo, volevo prendere una boccata d’aria. Per la verità non sono abituato ad alzarmi così presto, ma neppure a vedere un’aurora come questa! Pensavo di raggiungere la terrazza ecco, ma non sembra cosa facile in un castello.
– Lo è invece, non hanno catene le porte verso il mare. Del resto chi volete che entri? Da qui si può solo uscire. Seguitemi, prego, siete ben coperto? Fa ancora freddo a quest’ora: le lagune portano un’aria umida e pungente.
Precedendo Rilke di qualche passo, attraversò il salone, e scostato il tendaggio, aprì un’anta della portafinestra.
– Desiderate che aspetti o magari potete chiudere Voi? Come vedete è molto semplice. Io dovrei scendere dai cavalli.
– Grazie mille, signor Carlo, scusatemi ancora.
Quando l’uomo si allontanò, Rainer uscì sulla grande balconata e si trovò sotto la volta indaco del cielo. Verso ponente, risplendeva ancora la luce rossastra di Marte, mentre la falce di luna impallidiva dietro le colline dell’Istria.
Accostatosi alla balaustra, scorse lo strapiombo della scogliera ancora nell’ombra. Decine di gabbiani si alzavano in volo per poi ricadere planando sulle onde che si rincorrevano verso le coste.
Un sibilo di vento proveniente dalle lagune attirò il suo sguardo verso una rocca avvolta da una folta vegetazione. Da un covo pietroso si levò all’improvviso il corpo di uno sparviero che, come spinto da una forza innaturale, eseguì una volata ad arco per poi precipitare in picchiata vicino a lui. Per un attimo Rainer ne incrociò il terribile occhio rosso e d’istinto indietreggiò impaurito, ma l’uccello, con un rapido battito d’ali, si rialzò virando, e scomparve tra i boschi alle spalle del castello.
Verso occidente, aldilà del promontorio roccioso da cui era apparso il rapace, le isole lagunari si allungavano come una barriera naturale del golfo, mentre dietro a esse, la distesa pianeggiante si perdeva fino ai monti alpini ancora innevati, che nella foschia del mattino, sembravano irreali e come sospesi fra il cielo e la terra.
“Profili di vette, creste di tutto il Creato, rosse d’aurora….”(1)
Levando lo sguardo verso un assembramento di rondini di mare, ascoltò i loro striduli canti e il rumore ritmico delle onde. L’eco dei suoni si perdeva verso la scogliera e la lontana città bianca.
Ogni cellula del suo corpo era protesa a cibarsi di una nuova linfa che sentiva scorrere.
“ Getta le tue braccia al vento! Agli spazi che respiriamo….” (2)
Assorto e perduto, sentì offuscarsi quella visione sotto l’umido degli occhi.

Rientrato nella sua stanza si sedette al tavolo, dove trovò già predisposto il necessario per scrivere.
Dopo una decina di pagine, s’avvide del giorno ormai fatto.
Non avrebbe voluto interrompere quel flusso di sensazioni che sgorgavano più veloci di quanto la sua penna scorresse sul foglio, ma non intendeva ritardare la colazione con la principessa Marie, dopo la sua deludente presenza della sera prima.
A malincuore posò la penna e ripose gli scritti nella cartella verde.”

1 – 2 “Elegie duinesi
(tratto da “Le terre di Leidland” inedito di Gabriella Amstici)

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