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Nino Spagnoli

Foto autoritratto giovanile (1944)

Nato a Trieste il 25 ottobre 1920 Nino Spagnoli iniziò a studiare pittura con Edgardo Sambo e Giovanni Zanfgrando ma dopo l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti a Venezia, si appassionò alle arti scultoree.
Assunto come disegnatore tecnico in un cantiere navale gli venne proposto di insegnare ai corsi serali per il personale del Governo Militare Alleato.
La prima opera importante fu il gruppo in bronzo Defensor Civitatis eseguito nel 1946 per la Curia Vescovile come ricordo della difesa di Trieste svolta da Antonio Santin
Per la cosiddetta “Divisione Lavori in Economia” nel 1951 eseguì la Fontana dei putti per piazzale Rosmini e l’anno successivo il bassorilievo dei puttini che giocano nel giardino di via San Michele
Sempre negli anni cinquanta Spagnoli restaurò la Fontana del Nettuno, oggi in piazza della Borsa ma allora in piazza Venezia (in sostituzione del monumento a Massimiliano d’Asburgo) e quella di piazza Garibaldi, entrambe scolpite da Giovanni Mazzoleni (1699 – 1769) .

Risalgono al 1955 la Fontana di Pinocchio nel parco di Villa Revoltella e il gruppo della Piccola Leda per il laghetto dei cigni nel Giardino Pubblico di via Giulia.
Nella foto l’artista al lavoro in uno dei suoi studi: quello dei primi tempi in via Ciamician e quello storico” in via dell’Ospitale, sotto il castello di San Giusto.

Nella foto sotto, Spagnoli presenta a una giovanissima Fulvia Costantinides il suo volto in occasione di una mostra nel 1956.
L’anno successivo si trasferirà a Caracas, in Venezuela, dove si sposò con la pittrice Giuliana Pazienza dedicandosi all’insegnamento e a diverse opere monumentali.
Rientrato in Italia nel 1962, s’impiegò nello stabilimento delle cave di marmo bianco di Giuseppe Sonzogno a Lasa (vicino Bolzano) per trasferirsi tre anni dopo a Catania in qualità di agente concessionario della ditta Marmi Henraux.

Rientrato nel 1983 definitivamente a Trieste continuò a lavorare nello studio sotto San Giusto realizzando busti, medaglioni, ritratti privati e restauri di monumenti, come quello per la Fontana dei Quattro Continenti di piazza Unità e il celebre monumento di Sissi, oggi in piazza Libertà.
Nella foto Nino Spagnoli già ottantenne occupato al restauro del braccio della figura che simboleggia Trieste.

Sono divenute celebri le sue sculture di Umberto Saba in via San Lazzaro, di Italo Svevo in piazza Hortis, di James Joyce su Ponte Rosso e della Mula de Trieste sulla scogliera di Barcola.

La scultura della fanciulla con lo sfondo di Miramare l’ultimo lavoro di questo nostro grande artista, spentosi il 31 dicembre 2005.

L’ immensa produzione di Nino Spagnoli fu dovuta a un costante lavoro di fatica e sacrificio ma sempre libero e indipendente da legami e costrizioni, così ci piace ricordare il suo dinamismo in questa forse poco nota scultura giovanile intitolata “Lo Scattista” del 1956.

Fonti: Anna Krekic e Michela Messina, “Nessun Maestro cade dal cielo- arte e lavoro nella scultura di Nino Spagnoli” , Edizioni Comune di Trieste, 2007

Eugenio Scomparini

Nella foto un autoritratto (Museo Revoltella)

Lo Scomparini era un bell’uomo, alto, forte e slanciato. Era di buonissimo carattere e genialissimo.” Così l’artista triestino venne descritto dall’amico Carlo Wosty nella sua Storia del Circolo Artistico di Trieste del 1934, asserendo che “Fu sventura per lui d’essersi lasciato abbacinare dal successo locale e di essersi fermato a Trieste. In un centro artistico la sua ala avrebbe spiegato ben altro volo. Ma egli amava il quieto vivere, evitava la lotta che fortifica e sprona. Così la sua arte non fu mai vivificata da nuovi stimoli, da nuovi impulsi” scriveva con spirito polemico il Wostry, prolifico e geniale autore che propose i suoi lavori a Monaco, Vienna, Parigi e perfino agli avveniristici Set cinematografici dell’America. “Ma fu nondimeno un maestro” ammise però, confermando quanto Trieste seppe apprezzare l’allegorismo tiepolesco dello Scomparini con una rivisitazione pittorica moderna e senza precedenti dalle nostre parti (Franco Firmiani).

Nato il I° settembre 1845 da una famiglia di origini venete, Eugenio Scomparini si diplomò all’Accademia di Venezia iniziando ben presto a esporre i suoi dipinti fino a essere nominato dal Curatorio del Museo Revoltella membro della Consulta artistica. Risale al 1878 uno scenografico sipario dipinto per l’inaugurazione del Politeama Rossetti e sciaguratamente perduto durante le successive ristrutturazioni. Il Museo Revoltella ne ha conservato il bozzetto che, seppure dipinto su un acquerello di piccole dimensioni, illustra le simbologie allegoriche.

Dopo un triennale soggiorno a Roma con una borsa di studio, divenne presidente del mitico Circolo Artistico di Trieste; nel 1887 iniziò l’insegnamento del disegno alle Scuole Industriali dove formò un’intera generazione di artisti triestini: Veruda, Orell, Fiumani Parin e di moltissimi altri che si affermarono poi nel vivace ambiente cittadino di quei tempi.
Tra il 1894-95 il maestro elaborò il trittico “Navigazione, Arte, Industria” collocato dal Curatorio del Museo Revoltella accanto la Sala da pranzo del barone. La scenografica cornice in avorio, bronzo, marmo e smalto fu eseguita nel 1888 dall’ebanista milanese Daniele Lovati.

I temi iconografici furono congeniali allo Scomparini il cui slancio pittorico fu ancora più accentuato nei dipinti commissionati per il Caffè alla Stazione. Sui muri dell’ampia sala, ristrutturata nel 1897 con elaborati stucchi e arredata con raffinati mobili intagliati, furono sistemati le 8 grandi tele dedicate ai fasti del progresso rappresentato da altrettante figure femminili.
Purtroppo il frequentatissimo Caffè scomparve nel 1955.
Nella foto sottostante in basso a destra si nota un fabbro, nuovo eroe dei tempi moderni, adagiato sulla densa nuvola di fumo formata dalle ciminiere della Ferriera mentre un’allegorica Gloria dominava l’immagine dall’alto del cielo.

Il dipinto a olio su tela (m. 3,48 x 2,46) e quello di uguale misura raffigurante il Commercio, rappresentato da due figure femminili simbolo della Ricchezza e dell’Abbondanza sovrastate da Mercurio a cavallo di Pegaso, furono poi acquistate dalla Cassa di Risparmio e collocate nella sede della Sopraintendenza ai Beni Culturali di palazzo Economo (a lato di piazza Libertà).

Per il restauro del teatro Fenice, ideato dall’architetto Berlam e inaugurato il 30 settembre 1905, lo Scomparini decorò il soffitto con una rappresentazione in cui erano protagonisti attori e mimi affacciati sul grande cornicione di un proscenio circondato da bianche quinte prospettiche.
Questo splendido teatro venne in seguito completamente trasformato e tutti i decori vennero distrutti; furono conservati soltanto due bozzetti presso i Civici Musei di Storia e Arte.
Nella foto Wulz il cine-teatro Fenice

L’anno successivo il nostro instancabile artista realizzò la scena di un baccanale agreste sulla volta a crociera nella saletta antistante la Sala delle Feste di palazzo Artelli, il bell’edificio dell’attuale via dell’Università 5, firmato dall’ingegnere Giorgio Polli (e attualmente in fase di un lungo restauro).

Lo Scomparini affrescò anche la piccola chiesa in alto della collina dove fu costruito il complesso del Frenocomio Civico di Trieste, i cui progetti iniziarono nel 1877 e si protrassero con l’inaugurazione dell’ospedale nel 1908.
Ristrutturata in tempi recenti, la cappella ha conservato solamente le decorazioni sul timpano esterno al di sopra del porticato.

Nel 1911sulle pareti dell’atrio della Cassa di Risparmio fu appeso il quadro “L’Edilizia” , l’ultimo di questo nostro prolifico artista che vi raffigurò il percorso dell’uomo dalla giovinezza alla vecchiaia attraverso il lavoro, qui ispirato da un’allegorica, femminea Arte.

Sofferente di angina pectoris, il maestro Eugenio Scomparini morì il 17 marzo 1913 tra il rimpianto di tutti i suoi moltissimi allievi. La moglie Caterina Schiellin cedette un gran numero delle sue opere al museo Revoltella ancora oggi esposte nelle gallerie.

Il primo quadro di Scomparini che entrò nelle gallerie del Revoltella fu l’imponente olio su tela (m. 2,36 x 1,53) “Margherita Gautier” l’emanciata dama dalle camelie ormai sfiorite:

L’altera dama dal frusciante abito bianco:

Una drammatica “Sofonisba” avvelenatasi con il veleno per non essere ceduta ai Romani come preda di guerra del vincitore Scipione: Fonti:

Comune di Trieste, Eugenio Scomparini, Litografia Moderna, Trieste, 1984;                                                                                                                                       Laura Ruaro Loseri, Ritratti a Trieste, Editalia, Roma, 1993;                                     Carlo Wostry, Storia del Circolo Artistico di Trieste, Edizioni Svevo, Trieste, 1991.

 

VITO TIMMEL

Figlio del nobile tedesco Raphael von Thümmel e della contessa friulana Adele Scodellari, Vito Timmel nacque a Vienna il 19 luglio 1886. Ricevuta una cospicua eredità la sua famiglia si trasferì a Trieste dove la madre gestirà un negozio di moda.
Superata una malattia che fu definita come meningite, a soli sette anni di età il piccolo Vito iniziò a dipingere con gli acquerelli dimostrando un precoce talento che in seguito lo indurrà a iscriversi alla sezione di Pittura e decorazione della scuola per Capi d’Arte con Eugenio Scomparini come insegnante. Attratto dal movimento austriaco dello Jungenstil, frequentò per 4 anni l’Accademia di Belle Arti a Vienna – dove assorbirà l’impronta dell’Art Nouveau – e successivamente quella di Venezia, poi abbandonata per dissidi con uno dei professori.
Durante gli anni di studio eseguirà i primi paesaggi ripresi dai luoghi dove villeggiava rappresentandoli con riflessi di luce e contrasti di colore di gran limpidezza. Risalgono a questo felice periodo gli splendidi Plenilunio sul mare, Sole cadente, Tramonto e dei romantici scorci di Arzene (tra gli anni 1900-1906). A 18 anni partecipò al concorso indetto dalla Fondazione Rittmayer con Ritratto di donna, Pausa e La dormiente ma fu escluso dalla borsa di studio per il suo scandaloso nudo femminile.
Dopo diversi viaggi di formazione a Roma e Firenze e aver prestato servizio di riservista nell’esercito austro-ungarico, nel 1910 ritornò a Trieste iniziando sotto i migliori auspici la sua produzione artistica.

Estroso e volubile Timmel dipingeva indefessamente paesaggi postimpressionisti con colori intensi e luci di grande effetto ottico alternando lo stile naïf a quello secessionista di Gustav Klimt da cui fu sempre affascinato. Tra i dipinti ispirati dal famoso artista viennese si ricordano Arte pura e arte impura, Arte etrusca (1910) e le superbe Amazzoni (1915-16).
Nel 1916 gli furono affidate le decorazioni per il cinema Ideal, collocato allora nel palazzo della Ras, costruito dagli architetti Ruggero e Arduino Berlam con gli interni dipinti da Piero Lucano, e adibito anche a spettacoli teatrali e di varietà. L’effetto finale dei 20 pannelli a tempera su carta esposti nell’antisala risulterà talmente splendido da entusiasmare gli spettatori fin dal loro ingresso. Nel fregio continuo collocato nella parte alta delle pareti, sarà rappresentata una sequenza di personaggi letterari e teatrali come un aitante Arlecchino con lo sfondo di San Marco, uno stranito Don Chisciotte accanto al mulino-fantasma, il meditabondo Cyrano, la perfida Salomè con la testa mozzata di San Giovanni ai suoi piedi, una fuggitiva Madame Bovary, il mercante Sylok dinnanzi a Palazzo Ducale, Elena di Troia, un osceno Aphroditos, l’ergastolano Valjean, la terribile Elettra danzante tra le fiamme e ancora Gulliver, Melisenda e il surreale Mafarka.

Una serie di fantasiosi mascheroni completerà la serie di pannelli che continueranno a essere ammirati anche dopo il cambio di nome dell’Ideal con quello di Italia (1919) e per altri 43 anni nell’atrio del cinema-teatro Filodrammatico.
Nel 1971 tutta la collezione sarà acquisita dal Comune di Trieste e dopo accurati restauri affidata al Museo Revoltella. Attualmente queste splendide tempere (meno l’Arlecchino di proprietà privata) sono collocate nella sala lettura della biblioteca dove attraggono ancora gli sguardi più sensibili all’arte creativa che mai potrà essere disconosciuta dalle mode come dal tempo.

Rimasto vedovo dopo soli 4 anni di felice matrimonio, durante il primo conflitto mondiale Timmel fu arruolato nel 97° Reggimento di Radkersburg dove trascorrerà un servizio militare più di facciata che di armi. Avendo avuto come diretto superiore Alessandro Marangoni, commerciante triestino appassionato d’arte, ebbe la fortuna di dedicarsi per tutto il tempo alla pittura insieme all’amico-collega Argio Orell. Risalgono ai quei tempi una serie di pannelli caricaturali sulla guerra, fortunosamente recuperati dopo le pazienti ricerche del fotografo Paolo Bonanni presso alcuni parenti di Milano.
Ritornato a Trieste, Timmel continuò la sua intensa produzione negli studi di via Machiavelli 3 e di palazzo Carciotti partecipando a diverse mostre collettive tra Trieste e Venezia che suscitavano l’ammirazione degli spettatori quanto i deprezzamenti della critica ufficiale spesso polemica con gli artisti al di fuori di un determinato star-system.
Durante gli anni Venti ottenne gli incarichi di consulente al museo Revoltella e di decoratore per il Teatro dei Cantieri navali di Monfalcone.

Sull’onda del successo riscontrato nella hall del cinema Ideal, la famiglia Cosulich gli commissionò infatti l’allestimento artistico nella sala interna della palazzina liberty di Panzano e che Timmel completerà in tempi brevissimi ma con un risultato forse inferiore rispetto al precedente. Ai lati della sala teatrale sarà ancora ideato il fregio continuo su ben 40 metri lineari dove verranno dipinte 30 fantastiche figure rappresentanti la storia del teatro e sintetizzate nei cinque mascheroni collocati sopra il palcoscenico: Tragedia, Scherzo, Satira, Commedia, Dramma.

Il teatro sarà purtroppo distrutto nei bombardamenti del 9 marzo 1944.

Solo 12 tele saranno fortunosamente recuperate da Paolo Marangoni, custodite in una villa privata e poi nei magazzini del Comune. In una mostra allestita nel 2008 nella Galleria d’Arte Contemporanea di Monfalcone i pannelli accuratamente restaurati verranno esposti al pubblico assieme alle immagini fotografiche dell’artistico edificio.
Terminate le decorazioni teatrali, il nostro prolifico artista completerà un trittico pittorico ridondante di simbolismi in stile klimtiano e dedicato agli Eroi, intesi come “i viventi della commedia umana”(1) ed esposti nella prima mostra d’Arte Romana nel 1921.

Di questo fortunato periodo si menzionano anche gli eccentrici disegni per delle Carte da gioco e la successiva serie di fantasiose Ballerine del 1927, forse commissionate per qualche specifica destinazione di cui non si hanno tracce. Più che ammiccante o malizioso il loro aspetto sarà piuttosto ambiguo dopo quello decisamente ermafrodita ritratto nel famoso quadro Fochi del 1924 tuttora esposto al Museo Revoltella.
Negli anni Trenta Timmel modificherà lo stile eseguendo tanti piccoli tocchi di pittura che ricorderanno il pointillisme francese, con un risultato aereo e coinvolgente come Il sorgere della luna sul mare (1934), la Marina con scogli (1935), Il viandante (1936), Paese carsico (1939) e l’affascinante Ritratto di Gemma Marangoni (1937-38).

Dopo il tormentato secondo matrimonio con Giulia Tomè e la loro brusca separazione l’anno successivo, inizierà lentamente a sprofondare nella depressione e nel’alcol. Abbandonata la vita sociale e alloggiato in stanze di fortuna, si abbruttirà nelle osterie di Cittavecchia fintanto che il figlio Paolo e l’amica Anita Pittoni riusciranno ad aiutarlo. L’uscita dall’inferno durerà per alcuni anni permettendogli ancora la realizzazione di bellissimi quadri dove i sogni onirici saranno alternati con gli incubi di un dramma esistenziale ormai inarrestabile. Sono di questo periodo intermedio Tempesta notturna, Luna d’oro, Crepuscolo, Bosco d’autunno, Trieste di notte e altri numerosi dipinti recuperati dopo le estenuanti ricerche di Paolo Bonassi presso mercanti e Case d’aste e riprodotti sul bellissimo libro di Franca Marri “Vito Timmel”, Collana d’Arte CRT, 2005.

Sfiancato dai disturbi neurologici e da una patologica pigrizia, Timmel si ritirerà ancora da ogni vita pubblica perdendosi tra luride bettole e disadorne stanzette dove tuttavia non mancheranno colori e pennelli. In quei miseri ambienti continuerà infatti a dipingere tratteggiando aurore sul mare, ombre di luna tra viottoli deserti, angeli biondi sopra soffici nuvole, foglie secche mosse dal vento esprimendo quel lato poetico che sopravviverà anche nei disegni del “Magico taccuino”, ultima testimonianza dei suoi mille disperati giorni trascorsi in manicomio.
La ricaduta al bere smodato provocherà una progressiva perdita della lucidità con gravi ripercussioni comportamentali che alla fine del 1943 lo porteranno a continui ricoveri nella “Villa paganti” del Sanatorio neurologico e in seguito all’internamento in un reparto psichiatrico di San Giovanni. Per ancora 2 anni riuscirà a dipingere alcuni quadri tra cui un notevole Palazzo ducale datato 1944 ed eseguito con tratti sorprendentemente nitidi e sicuri.
Tra dimissioni, fughe e ulteriori ricoveri, Vito trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in un penoso stato confusionale con la perdita di ogni memoria e dignità umana. Nei suoi disegni appariranno visioni oniriche storpiate da una sconvolgente regressione infantile.
Compromesso nel fisico anche per le “cure” ricevute, il nostro Vito von Thümmel con la sola vicinanza dell’amico Cesare Sofianopulo concluderà a soli 63 anni la sua vita tormentata in una squallida stanzetta di San Giovanni nel giorno di Capodanno del 1949.

(1) Così definiti da Salvatore Sibilia nella pubblicazione del 1922 “L’Eroica”

Fonte: Franca Marri, Vito Timmel, Collana d’Arte CRTrieste, 2005

Il trittico di Santa Chiara

In una stanza rigorosamente climatizzata del Museo Sartorio è esposta al pubblico una splendida opera d’arte di pittura veneziana risalente alla prima metà del Trecento.
Il trittico è composto da:
– Una tavola centrale con 36 riquadri, di cui 34 raffigurano episodi della vita di Gesù e gli ultimi 2 la morte di Santa Chiara e le stimmate di San Francesco;
– Due portelle laterali dove a sinistra appaiono i Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, San Giusto e San Sergio, San Lazzaro e Sant’Apollinare; a destra La Pietà e la Madonna della Misericordia, un Vescovo con un ramo d’ulivo, Santa Barbara, Santa Caterina e Santa Margherita.
A trittico chiuso sono raffigurati sull’ala sinistra San Cristoforo e su quella destra San Sergio con l’alabarda di Trieste a conferma che l’opera venne eseguita per la città.
Il grande riquadro centrale è attribuito al maestro di maniera bizantina Marco Veneziano e datato intorno al primo decennio del XIV secolo.
Le portelle laterali sono riconducibili invece a Paolo Veneziano, primo importante esponente della pittura veneziana del Trecento o a un suo strettissimo collaboratore.

Il dipinto apparteneva in origine al Monastero di San Cipriano le cui monache avevano aderito alla regola di Santa Chiara fin dall’epoca della sua fondazione nel 1278 per poi passare nel 1367 a quella di San Benedetto.
Nella seconda metà dell’Ottocento il prezioso trittico fu donato al dottor Lorenzutti, medico e letterato triestino che poi lo lasciò in eredità al Comune di Trieste per essere visibile al pubblico.

Questo scenografico e antichissimo trittico assieme ai fantastici disegni del Tiepolo conservati al secondo piano di Palazzo Sartorio rendono imperdibile la visita al museo Sartorio che conserva moltissime altre opere d’arte, pregiati arredi, collezioni d’arte di inestimabile valore, una stupefacente gipso- gliptoteca nel contesto di un parco recentemente risistemato dalla nostra grande mecenate Fulvia Costantinides.

Articolo tratto da Lorenza Resciniti, Il Civico Museo Sartorio di Trieste, Rotary Club)

Il Civico Museo di Storia e Arte

Quando il ricco mercante maltese Giuseppe Ellul Germain acquistò nel 1836 il Giardino del Capitano, l’edificio settecentesco all’interno dell’area fu ristrutturato e in seguito sopraelevato di un secondo piano. Divenuta per opera di Giovanni Battista de Puppi un’elegante residenza neoclassica, nel 1883 venne adibita a Convitto Diocesano ma dopo trent’anni fu acquistata dal Comune con l’annesso giardino.

Eseguite alcune modifiche, il 21 aprile 1925 venne finalmente inaugurata la nuova sede del Civico Museo di Storia e Arte dove trovarono uno spazio idoneo tutte le collezioni archeologiche e storico-artistiche conservate fino allora nei ristretti ambienti di Palazzo Biserini (nell’attuale piazza Hortis) e comprendenti materiali preistorici, protostorici e romani e una notevole serie di reperti egizi, ciprioti, greci, etruschi e maya.

Solo dopo i lunghi e difficili lavori svolti sul colle di San Giusto negli anni Novanta e organizzati i nuovi assetti interni del Civico Museo tra il 2000 e il 2004 fu possibile accedere ai suoi due piani e ai depositi archeologici fino allora riservati ai soli studiosi.

Al pianoterra sono esposti quasi un migliaio di pezzi che giunsero nell’Ottocento nel corso dell’intenso traffico mercantile del porto triestino. Nelle due nuove sale – finanziate dalla famiglia Costantinides – si trovano i sarcofagi egizi e materiali greco-romani, copti e arabi che completano il panorama sull’antica civiltà dei faraoni. Accanto al sarcofago in granito rosa di Assuan (detto Panfili dal nome della famiglia che lo donò al Museo nel 1950) e a quello in pietra bianca di forma antropoide, spicca il sarcofago in legno stuccato e dipinto di Pa-di-Amon, vissuto a Tebe durante la XXI dinastia (1075-945 a.C.). Curiosamente all’interno non si trova più la mummia del sacerdote ma quella di un corpo femminile in parte manomesso nel bendaggio ma in eccezionale stato di conservazione e databile in un periodo compreso tra il 950 e il 663 a.C. In una saletta climatizzata e di suggestivo allestimento si trova lo splendido sarcofago di Pa-sen-en-Hor, portatore d’incenso nel tempio di Amon e vissuto tra il 1075-945 a.C. Il corpo mummificato e rimasto intatto nelle bendature giace nell’avello originale, completo di involucro in cartonnage, con il legno stuccato e magnificamente dipinto e la scrittura in caratteri geroglifici della richiesta di offerte rivolta agli dei.

Le collezioni egizie comprendono 4 vasi canopi d’alabastro (contenenti i visceri del defunto prima dell’imbalsamazione), quattro fogli di papiro appartenenti al Libro dei Morti, stele funerarie in omaggio al dio Osiride, un pyramidion in pietra, amuleti e statuine in bronzo raffiguranti le Divinità egizie.

Nella terza sala sono esposti reperti successivi all’era dei faraoni appartenuti a greci e romani che si stabilirono lungo le rive del Nilo. Di particolare bellezza il pettorale di una mummia inquadrabile nel periodo Tolemaico (III-I secolo a.C.) provenente da Tebe e alcune figure di terracotta di arte ellenistica che tuttavia preservano le stesse divinità egiziane mutandone il nome.

Di grande interesse sono anche le raccolte con il simbolo della croce che testimoniano la diffusione del Cristianesimo tra il IV e VI secolo d.C., una stola ricamata su lino proveniente dalla necropoli di Assuan, e le ceramiche islamiche risalenti al XII-XIV secolo rinvenute presso Il Cairo.

Il primo piano è dedicato alla Preistoria e Protostoria locale, alla ceramica greca e a quella Maya da El Salvador. Il percorso si snoda tra i reperti preistorici risalenti al 3000-2000 a.C. rinvenuti nelle grotte del Carso, i primi strumenti in pietra e osso del periodo Paleolitico (di 80-35000 anni fa) e quelli più evoluti forgiati in seguito all’ultima glaciazione datata tra l’8000 e il 5000 a.C. e definita era Mesolitica. Quella Neolitica (5-3000 a.C.) ed Eneolitica (3-2000 a.C.) attestano il progressivo passaggio all’economia produttiva, incentrata sulla coltivazione e l’allevamento del bestiame. Nella sezione della Protostoria definita anche del bronzo e del ferro compresa dal millennio fino alla romanizzazione tra il II e I° secolo a.C., i materiali rinvenuti sia nei castellieri (tipici centri fortificati insediati sulle alture) che nelle necropoli del Carso, hanno permesso di apprendere la cronologia, la descrizione dei luoghi e i contesti di provenienza.

Di grande interesse è l’esposizione dei corredi della necropoli di San Servolo (oggi sul confine est della Slovenia) che comprendono resti di tombe preromane e romane dalla seconda metà del I° secolo a:C. fino al I° d.C.: resti di cremazioni, accessori in argento, bronzo, ferro, oggetti di cosmesi e una grande quantità di utensili in vari materiali. Ricca di reperti è la sala dedicata allo straordinario sito di Santa Lucia di Tolmino (oggi in terra slovena) che ha restituito più di 7000 tombe a incinerazione e ricchissime di corredi funerari, databili tra il VIII e il IV secolo a.C.

Nelle altre Sale del Museo di storia e Arte sono esposte immense collezioni di vasi ciprioti, ceramiche corinzie, magnogreche, etrusche e i 2000 reperti provenienti dagli scavi di Taranto (parte dei quali donati nel 1886 da Giuseppe Sartorio) e acquistati dal Comune di Trieste dal mercante Vito Panzera. Splendido il rhyton (boccale per libagioni) in argento sbalzato e dorato e raffigurante la testa di un giovane cerbiatto e una scena mitologica, databile tra la fine del V secolo e gli inizi del IV, attribuibile a una bottega attiva nelle colonie greche sulla costa del Mar Nero.

(Marzia Vidulli Torlo, Il Civico Museo di Storia e Arte, Rotary Club Trieste)

 

Oltre le immagini

A volte nelle immagini delle campagne pubblicitarie si può scoprire qualche piccolo, divertente segreto: l’artista stesso che indossando gli stivali in gomma di un certo marchio si è ironicamente ritratto tra gli gnometti del bosco  o l’ilare volto di un attuale alto dirigente dell’ASS.1 quando assaporava i piaceri offerti dalle montagne del Friuli-Venezia-Giulia.

Sugli immaginari murales di una serie di cover pubblicitarie per un giornale-cult furono invece ripresi i volti di attori e cantanti o addirittura di Napoleone Bonapartedurante la Campagna (pubblicitaria ovviamente) di Repubblica.E come si potrebbe dimenticare il volto del nostromo sulla scatola di un noto tonno o quella dello zio Sam tutto di rosa vestito per promozionare la Gazzetta dello sport?

E anche nelle immagini-quadro di una famosa marca d’abbigliamento   sarà il dettaglio a fare la differenza

…e pure un artista, non vi sembra?

Immagini da www.giampaolo-amstici.it

Oltremare

Nei giorni del recupero della Concordia con tutta la sua tragica vicenda, vorremmo qui ricordare la Costa Fortuna, erede dei lussuosi transatlantici della Marina Italiana i cui fasti sono stati illustrati con artistiche decorazioni nella grandiosa Hall dove si affacciano i 9 ponti del corpo centrale.
Chiamata come la figlia di Poseidone (vedi immagine) la Costa Fortuna fu costruita dalla Fincantieri di Sestri Ponente e inaugurata la sera del 22 novembre 2003.
Sotto l’imponente cupolone in vetro dai quattro scintillanti ascensori in costante movimento si può visionare la spettacolare parete di ben 190 mq. dove l’imponente prua della Fortuna avanza sul mare tra le storiche navi della Costa Crociere.
Sopra lo sfarzoso Gran Bar Conte di Savoia, fulcro della vita di bordo, un gigantesco pannello riproduce La battaglia di Lepanto, famoso quadro esposto a Palazzo Colonna di Roma.
Nei coreografici saloni, nei raffinati salotti con discreti séparé, nell’immancabile Casinò con le numerose sale da gioco e altre distrazioni per gli ospiti, non si potrebbe negare la piacevolezza delle splendide opere artistiche del disegner Giampaolo Amstici che le ha ideate ed eseguite verso la fine degli allestimenti nel cantiere ligure.

Altrettanto spettacolare è apparsa la Carnival Conquest il giorno della sua inaugurazione la sera del 17 dicembre 2002 alla stazione Marittima di Trieste, per l’occasione illuminata a giorno e gremita di una folla entusiasta.

La visione nella Hall d’ingresso fu davvero un’indimenticabile emozione: l’enorme parete disposta sui ponti di camminamento riportava le più belle immagini degli Impressionisti fine Ottocento, primi del Novecento: Manet, Toulouse Lautrec, Gaughin, Degas, Cèzanne, Renoir, ingranditi e rivistati con un pizzico di fantasy e un faticoso lavoro creato dalle mani di Giampaolo e dello staff dell’ Amstici-House.
Di ispirazione storica fu invece l’imprint della Costa Triumph di cui riportiamo due quadri di una lunga carrellata esposta lungo i corridoi con le immagini ridipinte dei leggendari reali d’Europa:

Per le decorazioni delle successive navi la Costa Crociere ha optato per un genere più improntato alla tecnologia e alle elaborazioni di sofisticati programmi Software sviluppati da abili specialisti a passo con i tempi. Però che peccato si sia perduto l’apprezzamento per gli artisti, per l’ingegno dell’abilità manuale che ha pur creato dei capolavori goduti nel corso dei secoli e divenuti poi giustamente immortali…

Altre foto-immagini su www.giampaolo-amstici.it

Giampaolo Amstici ci ha lasciati il 19 dicembre 2014

 

Artissimamente

 

Natale in via Cereria n.5

In Cittavecchia, dietro il tempietto anglicano di via San Michele, si trova una stravagante bottega nominata come il suo indirizzo Cereria Cinque e definita, non a caso Show Room (anche se le stanze sono due) per la caleidoscopica visione che già dà solo sbirciando dalle finestre.

Se vorrete entrare, anzi se “potrete” entrare, vi trovereste in un sorta di merry-go-round di coloratissime immagini: dai muri affrescati alle sedie dipinte con personaggi da fumetto, da oggetti d’arredo dipinti con fiori liberty o foglie tropicali, da alberelli di Natale con sorprendenti aculei en pendant con quelli dei cactus.                                                

Ma non immaginereste di trovare un Dreamfinder dal corpo di serpente e la bocca di pescecane stritolato da uno strano florilegio di gambi intricati e corolle dai pistilli tentacolari o un inquietante Jocker dal ghigno beffardo che brandendo nell’aria una bacchetta ricorda il diabolico gnomo di qualche thriller da brivido.

Se qualcuno desiderasse vivacizzare un anonimo muro di casa propria potrebbe scegliere delle decorazioni già pronte su rotoloni di carta da parati a fondo black or white con disegni di piccoli pesci vaganti, mostriciattoli che boccheggiano fra alghe sottomarine e fiori sospesi, uccelli fantasiosi ora su rami spogli ora su alberi pieni di bacche succulente.

.Azzardando una scelta più impegnativa potreste commissionare l’affresco di qualche parete giocando sull’effetto colore coordinato con quello delle stoffe o dei tendaggi, usanza molto trendynelle abitazioni romane dei Vip.

Non si troverà invece l’assortimento di vari oggetti d’arredo, cassettiere e cassapanche, tavolini e vassoi, piccoli trumeaux o librerie tutti variamente dipinti con fiori liberty, tropicali o stilizzati e personaggi da fumetto che, esposti nelle vetrine del centro, sono già stati acquistati dai negozianti o dai loro raffinati clienti.

 

Vetrina Godina

Le artiste di Cereria Cinque, Tullia Cubani e Alessandra Amstici  lavorano essenzialmente su commissione e spesso si trasferiscono nei cantieri navali dove si allestiscono navi da crociera per decorare i saloni di rappresentanza, i corridoi principali o dei pannelli tromp-d’oeil sugli spazi esterni dei ponti.

Ritratti d’arte

Tra i tanti artistici lavori non poteva mancare una simpaticissima Vanity Fair di ritratti d’arte a libera interpretazione, come una principessina botticelliana che ha molto apprezzato…

Oppure altri più low-profile:

Altre notizie e moltissime altre foto sul sito: www.amstici-showroom.it  e https://www.facebook.com/cereriacinque?fref=ts

Come scrisse Pascoli “Il sogno è l’infinita ombra del vero”

 

 

 

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Arturo Fittke

A volte però l’ars gratia artis non compensa le fatiche perseguite con tanta passione né appaga gli animi più inquieti provocando sensi di inadeguatezza e frustrazione.
Vorremmo qui ricordare la triste storia di un artista talmente umile e modesto da essere schernito e infine abbandonato nella disperazione della sua breve, infelice vita.

Arturo Fittke nacque a Trieste il 16 dicembre 1873 da genitori nativi di Bredow (a Nord-est dell’attuale Germania, ma all’epoca territorio polacco). Svogliato studente della Scuola Superiore del Commercio, seguì le lezioni di Eugenio Scomparini, insegnante di disegno alle Scuole Industriali (e dal 1907 curatore del Museo Revoltella) scegliendo poi di iscriversi all’Accademia di Monaco, fucina di tutti gli artisti alla ricerca di un’identità autonoma rispetto alle correnti di moda a Parigi.
Ma a soli 23 anni Arturo fu costretto ad abbandonare gli studi per l’improvvisa morte del padre. Costretto al sostentamento della madre e della cognata, abbandonata da un fratello irresponsabile, ritornò a Trieste accettando un misero impiego alle Poste.
Oppresso dall’odiato lavoro, Arturo riservò alla pittura tutte le sue solitarie domeniche che trascorreva in mezzo alla natura riprodotta con colori vividi e luminosi. sfumature di colore.
Il suo carattere timido e modesto, la sua estrema sensibilità, forse “borderline” già in giovane età, lo isolarono però sempre di più dalle intraprendenti vite dei più fortunati colleghi artisti.
Di anno in anno Fittke sprofondò così in una debolezza di nervi accentuata da una salute instabile e da un globale “mobbing” ante litteram che lo condusse a manie psicotiche e persecutorie.
Durante un viaggio di ritorno dall’Austria, nei pressi di Divaccia, dopo l’ultima, tragica notte insonne, il suo cervello implose ben prima del proiettile che lo perforò.
L’incapacità di risolvere i suoi problemi esistenziali, la progressiva perdita della vista e forse l’infausta diagnosi di un medico di Gratz, lo indussero a quel gesto estremo, forse da tempo meditato e solo in parte provocato dalla derisione delle due donne presenti nello scompartimento.(1)
Quando i pochi amici si ritrovarono ammutoliti davanti alla sua bara, solo allora qualcuno ripensò alla sua anima dolce e gentile e ai suoi dipinti pieni di poesia.
A due mesi dalla sua morte i colleghi allestirono un’esposizione dei suoi quadri nelle sale della “Permanente” (l’attuale Caffè degli Specchi in Piazza dell’Unità) e finalmente fu riconosciuto il suo talento.

(1) L’esistenza delle due donne che saltuariamente viaggiavano sulle linee ferroviarie frequentate da Fittke, è riportata in un articolo commemorativo di Livia Veneziani, che assieme al marito Italo Svevo, ospitò spesso l’artista nella loro villa.

Grazie al generoso lascito testamentario della prof.ssa Carlotta Rebecchi, figlia del dott. Giuseppe Piperata che collezionò i quadri di Fittke, 56 dipinti dei 220 eseguiti furono donati ai Civici Musei e nel 2007 collocati stabilmente al Museo Sartorio.

Chiunque si trovasse nelle due stanze a lui dedicate, avvertirà una grande emozione visiva e quasi tattile per le suggestioni che Arturo Fittke seppe imprimere nella sua pittura, anche quando si serviva di semplici cartoni ricoperti in biacca.

Alla prof.ssa Carlotta Rebecchi e alla Sig.ra Fulvia Costantinides, anima mecenate del Museo Sartorio, la nostra riconoscenza per la bellissima raccolta.

Fonte:

Renata da Nova, Arturo Fittke, CRT, 1979

Nella foto la lapide nel Cimitero evangelico donata dagli amici

Sulla triste storia di Arturo ho dedicato un lungo racconto di cui riporto alcuni passaggi (tratti dal libro Sonnenball).

Gli ultimi giorni di Arturo Fittke

Via dello Scoglio, aprile 1910

Dopo aver lavato le poche stoviglie della cena, Arturo le ripose sullo scolapiatti. Aprì un’anta della finestra e guardò se la luna fosse già apparsa sopra le colline di San Giovanni, ma dal bagliore intorno alle nubi più basse si intuiva che doveva ancora alzarsi dagli umidi vapori della valle.
Appoggiò i gomiti sul davanzale e guardò melanconico il viale deserto e privo di suoni. Pensò che sulle fronde degli alberi gli uccelli si fossero stretti negli umili nidi e riscaldandosi con il tepore delle piume, protetti dai pericoli della terra, si fossero abbandonati in sonni tranquilli. Da lassù forse il mondo non appariva loro così ostile.
Purché alla mia pupilla questa luce che pur guarda la tenebra si spenga e più non sappia questo vano tormento senza via né speranza…” (1)
Ripassando i versi del giovane poeta, Arturo avvertì una gran voglia di pace, di un lento abbandono verso un sonno profondo, una discesa verso un tempo non trascorso, dove il dolore non potesse lasciare la sua impronta e la sofferenza potesse sciogliere le sue fitte trame disperdendole negli spazi infiniti del cielo.
Tu mi sei cara mille volte, o morte! Verserai il sonno senza risveglio su quest’occhio che sa di non vedere, così che l’oscurità per me sia spenta…”(2)
Le nubi erano divenute dense ed estese e ogni debole raggio di luna scomparve nel buio della notte.
Osservò la misera cucina illuminata da una fioca lampada a petrolio, e sospirò tristemente.
Dietro la tenda a fiori la piccola dispensa era quasi vuota: il cesto di vimini conteneva tre patate grinzose, due carote rinsecchite e delle foglie di sedano ammosciate. Sullo scaffale erano accatastati i barattoli vuoti delle conserve di salsa e marmellata. In una scatola di latta piena d’acqua biancastra, un pezzo di margarina galleggiava tra le mosche affogate.
Sedutosi sulla seggiola di paglia, poggiò i gomiti sul tavolino e si prese la testa fra le mani. Come poteva essersi illuso di raffigurare le nebbie trafitte dai raggi solari, il riflesso del cielo sulle foglie luccicanti di bruma, i riverberi crudi del mezzogiorno o quelli morbidi del tramonto? I suoi dipinti erano solo macchie di colore, immagini deformi di una natura inanimata e come morta.
Quali inutili mete lo avevano indotto a scrutare valli sazie di sole e di pioggia? Quali distorte visioni erano impresse nei suoi cartoni intrisi di biacca? Quanti volti aveva dipinto fissando il loro immobile silenzio? Mai un sorriso nelle loro espressioni, mai un cenno d’amicizia, di complicità, di allegria.
Tenebre, luce… Ogni ombra fatta dal corpo ombroso minore del lume originale manderà le ombre derivative tinte dal colore della loro origine…” (*)
Gli scritti del Maestro impressi nel suo quaderno di appunti, scorrevano veloci nella sua mente come un rullo in movimento.
Ogni ombra fatta dai corpi si drizza colla linea del mezzo a un solo punto fatto per intersezione di linee luminose ne mezzo dello spazio“. (*)
Ombra maestra, lume incidente e riflesso… Ombra primitiva, ombra derivativa… Luce, tenebre. Pagine su pagine di ombre, linee apparenti, riflessi di luce. Ogni visione percepita dall’occhio poteva essere sezionata in mille possibili frammenti di lumi e ombre. Qualunque rifrazione sui profili dei corpi doveva essere corretta con delle sovrapposizioni di colore per creare i rilievi e dare profondità alle immagini dipinte.
Corpo, figura, colore… Che complessa struttura per rappresentare una sola infinitesimale parte del mondo e racchiuderla in un piccolo spazio quadrato.
Doveva rinunciare a dipingere una natura così mutevole, sottrarsi alle luci violente e accecanti della sfera solare che penetrava nei suoi occhi malati come un inesorabile globo infuocato.
Luce, tenebre… Ombre primitive, ombre derivative. Luci incidenti su corpi ombrosi… Tenebre riflesse su sofferenze infinite.
Arturo levò le mani dalla fronte accaldata e lasciò penzolare le braccia lungo il corpo, standosene immobile sulla sedia con il mento reclinato sul collo.
All’improvviso un vortice di immagini passò per la sua mente. Cumuli di nubi esplosero come masse in rilievo, si trasformavano in pennellate striscianti per poi svanire in lunghe falde sempre più evanescenti fino a lasciare uno sterminato cielo azzurro.
Ma ecco che delle polveri si sollevano dal suolo intorbidendo la trasparenza dell’aria. Un’ansia crescente gli strinse la gola e un getto di sudore gli imperlò la fronte. Percepiva le gocce scivolare sulla pelle, infilarsi nel colletto e scendere sul petto.
Un alito leggero gli rinfrescò le tempie. L’erba dei prati seguiva il flusso delle folate, le foglie si scompigliavano sui rami con un fruscio sempre più forte finché dei sibili si infiltrarono tra i rami piegandoli con le crescenti raffiche e in poco tempo la furia del vento gonfiò i nembi all’orizzonte che avanzavano saturi d’acqua.
Piccole stille uscirono dalle sue palpebre abbassate, scesero lente sulle gote scavate e caddero sulle ginocchia serrate in una tensione senza tregua. La tempesta annunciata scomparve dal quadro ormai avvolto dalle tenebre.
Un gran gelo pervase il suo corpo. Con immensa fatica si sforzò di muovere le braccia ancora pendenti e le gambe appesantite. Volgendo la testa vide che un raggio di luna rifletteva sul pavimento il telaio della finestra, formando una grande croce. Tremante di freddo, trovò la forza di alzarsi e chiudere l’imposta rimasta socchiusa.
Luce… Tenebre… Un’eterna sequenza senza alcun fine. Tenebre spazzate dalle luci del giorno, dall’implacabile sfera solare che dominava il mondo e accecava i suoi occhi malati.
Con le spalle protese, ingobbito sulla schiena scheletrica, si diresse verso il suo stanzino in punta dei piedi per non far scricchiolare le vecchie assi del corridoio. Da una porta socchiusa sentì il respiro tranquillo dell’anziana madre e il silenzio nella stanza dove dormivano la cognata e la bambina.
Troppo stremato e infreddolito per spogliarsi, si stese vestito sulla branda e si coprì con la coperta.
A volte quella condizione di provvisorietà lo induceva a un sonno rapido e profondo, così poteva riposare per qualche ora senza sogni né pensieri. Ma se la notte fosse stata lunga, allora immaginava di dipingere dei quadri perfetti. Poteva osservare i chiaroscuri delle foglie sovrapposte, il verde più intenso del lato superiore e quello più pallido del lato inferiore, scorgere le loro punte drizzarsi verso l’alto per trarre forza dalla luce del sole e nutrimento dagli umori del cielo. Quando il calore del sole avesse bruciato la loro linfa, si sarebbero flesse verso i rami più bassi, per cercare l’ombra e la frescura vicino a quelli più vecchi, già inclinati per cogliere gli umori della terra e la rugiada dell’erba. Immaginava che l’aria delle valli salisse liberamente aggregandosi in deboli nuvole ora dissolte dal calore del sole, ora condensate dal vento da loro stesse causato.
Era bello essere altrove. Seguire le luci e le ombre sul paesaggio che mutava di colore e densità, come in un quadro animato dove potersi abbandonare e trovare pace.
Ma l’angoscia di quella notte lo avvolgeva con le sue perfide spire e se avesse ceduto al sonno, gli incubi non gli avrebbero dato tregua fino ai chiarori dell’alba.
Il debole riverbero della mezzaluna impallidiva sulle crepe dei muri ingialliti dall’umidità fino a spegnersi del tutto, lasciando la stanza nella penombra diffusa dai lampioni del viale.
In preda a un’incontenibile agitazione, si alzò e appoggiando la coperta sulle spalle, si diresse a tentoni verso il tavolino. Acceso il paralume, rovistò fra la risma di cartoni appoggiati al muro scegliendone due di piccole dimensioni.
In un vaso vuoto versò della biacca di zinco, mezza lamina di colla di pesce e uno spruzzo di scagliola. Aggiungendo poche gocce d’acqua alla volta, miscelò il tutto fino ad ottenere un liquido opaco e sufficientemente denso che poi stese con il pennello piatto sulle superfici dei cartoni. La polvere di gesso avrebbe assorbito i colori mentre l’aggiunta della colla ne assicurava una maggiore trasparenza.
Sentendosi alla fine molto stanco, decise di rimettersi a letto.
Il tepore della coperta e lo sfinimento della sua mente lo accompagnarono dolcemente in un sonno profondo.

(1) – (2) Carlo Michelstaeder “Dialogo della salute e altri dialoghi“, Adelphi, Milano, 1988)

(*) L. da Vinci “Trattato della pittura

[…]

Seduto accanto al tavolino della sua stanza, Arturo fissava la finestra con sguardo assente.

Era notte, una notte come altre tante notti, senza luci né suoni. Una rotazione di 180 gradi in quarantatremiladuecento secondi se fosse stata una notte di equinozio, ma mancavano esattamente sessanta giorni al solstizio estivo e l’angolo di luce sarebbe stato inferiore di 60 gradi nella rotazione delle 24 ore del giorno, cioè quattordicimilaquattrocento secondi di più oscurità. Ma anche nelle brevi notti del solstizio estivo, il tempo sarebbe trascorso troppo lento, nell’attesa di quel sonno che gli sfuggiva o sfiorava appena i suoi occhi.
Osservò il grosso libro delle Sacre Scritture appoggiato sul tavolo e attirandolo a sé, lo aprì sulla pagina segnata dal nastro rosso.
Che vantaggio ha l’uomo di tutta la sua fatica e dell’affanno del suo cuore onde si travagliò sotto il sole?
Son pieni di dolore e di cruccio tutti i suoi dì e neppure la notte non riposa col cuore”
Con l’indice della mano destra si asciugò l’occhio inumidito.
Breve e molesto è il tempo della nostra vita … e non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine“.
“Quando per uno è giunta la fine…” ripeté a bassa voce. Sollevò lo sguardo verso la finestra e fissò la croce fra i quattro rettangoli delle lastre. Una luce azzurra filtrò obliquamente sfumandosi sul grigio della parete. “Il passar di un’ombra è la nostra vita…”
Millequattrocentoquaranta ore al solstizio d’estate. “Non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine” pensò sospirando.
Appoggiando il libro sulle ginocchia, Arturo passò più volte l’indice sulla riga sottolineata con la matita rossa:
Saremo poi come non fossimo mai stati“. Saremo poi…, mormorò sottovoce. Lasciando il dito sul foglio, continuò a pensare a quelle parole con gli occhi chiusi.
Le fioche luci della stanza filtravano appena sotto le palpebre e fluttuavano nell’oscurità come piccole stelle.
Se saremo come non fossimo mai stati non potrà esserci che il Nulla, l’Eterno Nulla, anche se quel “Saremo poi” lascerebbe presupporre un futuro a quello che saremo dopo la fine… Un noi diverso da quello che eravamo prima, un noi sconosciuto, che forse non sarebbe nemmeno esistito.
Con il respiro divenuto affannoso, aperse le labbra contratte per cercare un po’ d’aria.
Ridestandosi dopo un tempo indefinito, riprese la lettura, sulla riga ancora segnata dall’indice:
Si ridurrà in cenere nostro corpo, lo spirito si dissiperà come aria leggera.”
Ecco, non saremo che cenere… Piccole, insignificanti scaglie di cenere, talmente impalpabili da disperdersi nell’aria, mescolate con altre inerti particelle di cenere, sofferenze dissolte e tramutate assieme alla decomposizione del corpo.
Passerà la nostra vita come una nube … e si scioglierà come nebbia spinta dai raggi del sole.”
Un brivido lo attraversò lungo il dorso e un sussulto fece tremare la sua mano. Una nube di cenere …una nube impregnata da tutto il nostro dolore. Ma i raggi del sole l’avrebbero perforata trasformandola in tanti piccoli cristalli che avrebbero riflesso la loro luce e le polveri di immonda materia, priva di anima e compassione, sarebbero svanite nel riverbero della loro purezza.
Sotto le dita appoggiate a palmo sul libro, Arturo avvertì che la pagina si era inumidita dalle sue lacrime.
Milletrecentonovantadue ore al solstizio d’estate. Non c’era rimedio quando per uno era giunta la fine.

(Versi da Lettere di SanPaolo)

[…]

Scompartimento della linea ferroviaria Gratz – Divaccia. 24 aprile 1910

Uno sghignazzo sovrapposto ai rumori del treno in corsa, lo fece trasalire. Nella panca di fianco alla sua, una donna parlottava con la sua vicina che ascoltandola, emetteva dei risolini intervallati da sghignazzi più sonori. A tratti però si fermava e lo guardava con faccia ilare come se il suo parlare fosse esilarante anche per lei, seppure non quanto lo fosse per l’amica.
Arturo non si era accorto della loro presenza. Forse stava sonnecchiando quando erano salite, o avevano parlato sottovoce. Ma ora qualche imperscrutabile motivo da lui indotto, aveva destato il loro sollazzo. Assalito da un’incontenibile angoscia, chiuse con un colpo secco il suo libro appoggiandolo rovesciato sul sedile. Ciò sembrò divertire le due sciocche comari che esplosero in un’ilarità senza ritegno.
L’enorme peso della sua sofferenza repressa stava per esplodere davanti gli sguardi di quelle miserabili donnine che non smettevano di osservarlo. Le loro bocche volgari si aprivano a dismisura lasciando intravedere le lunghe lingue sprezzanti ma ancora troppo corte per soffocare quelle ugole malvagie.
Ma presto il loro urlo avrebbe strozzato quelle gole avvezze alla maldicenza, la sconvolgente visione riuscirà a violentare i loro occhi indiscreti turbando per sempre le loro anime ingenerose. L’orrore di quel che vedranno non sarà mai cancellato dalle loro povere vite, inconsapevoli provocatrici del suo coraggio disperato.
Annichilito da quanto ormai stava per accadere, Arturo non si alzò.
Chinandosi appena, prese la valigia di legno e l’appoggiò sulle ginocchia, roteando l’apertura verso il finestrino. La mano tremante strinse la canna d’acciaio. Era rigida e fredda.
Guardò la lastra del finestrino e vide riflessi i suoi occhi infossati sotto le tempie madide e bianche.
Un assoluto silenzio avvolse per un attimo lo scompartimento prima dell’esplosione.

Gabriella Amstici

 

 

Ars gratia artis

Non vi sembrano belle queste tre semplici parole dedicate all’arte? Non è forse dolce il termine gratia per definire quel certo turbamento, quell’indefinibile piacere che sfiora, prende, assale, avvolge e coinvolge la nostra mente, i nostri sensi e tutto il nostro “sentire”? A quale “stato di grazia” più intenso dell’emozione potremmo aspirare? Quale spazio più sconfinato dell’andare “altrove” vivendo un tempo dedicato alle nostre passioni?
Si può certo disquisire sul concetto di “arte”, sui dik-tat delle mode o sui corrispettivi venali di uno Star-system ormai planetario, ma mai, mai sul valore dell’ars gratia artis, del  concupire le muse dell’arte per un diletto privo di fini e refenzialità.
Il suo percorso potrebbe tuttavia presentare alcune pericolose insidie capaci di scombinare l’assioma e le sue sensibilissime dinamiche.

Autoritratto in gesso

Sulle varianti delle possibili conseguenze vorrei qui brevemente ricordare mio padre Mario Amstici, un artista che volle usare il suo talento sfidando le incognite della sorte.
Ottenuto il diploma al liceo artistico di Venezia, città d’origine di un suo bisavolo, e interrotti gli studi all’Accademia di Belle Arti, venne infatti preso da un insopprimibile furore per l’arte che non si placò nemmeno quando, per sopravvenute esigenze familiari, fu costretto ad accettare un impiego presso la sede dell’ lNAIL.
Sopportando il lavoro con spirito di dovere ed eroica costanza, egli sfruttò tutto il tempo libero per dedicarsi ai suoi interessi diversificati tra temerarie scalate in montagna e le creazioni svolte nello scantinato-laboratorio di casa.
La sua vita attiva e operosa sarebbe stata più che soddisfacente se non gli si fosse presentata un’occasione per mettersi in gioco e tentare la fortuna. Nel 1954 il Comune di Trieste indisse un concorso per un monumento mariano nella centralissima piazza Garibaldi di Trieste. Dalla presentazione dei bozzetti ne sarebbero stati scelti 5 per la successiva elaborazione delle opere secondo le modalità previste.
Con l’aiuto dell’amico-scultore Tullio Tamaro, Amstici creò la sua piccola madonna di gesso ricoprendola poi con sottili lamine dorate anticipando così l’effetto della scultura definitiva. Sia per la soavità dell’immagine che per l’inganno della sua lucentezza, la Madonna di papà riuscì a entrare nella cinquina delle finaliste.
Galvanizzato dall’insperato riconoscimento, organizzò il lavoro per creare la statua nell’altezza stabilita in ben 2,20 metri dal piedistallo.
Presa in affitto una serra in disuso, acquistò delle incredibili quantità di argilla, stucco, gesso, oli minerali e arnesi vari, iniziando la plasmatura con grande entusiasmo e indicibile fatica.

Le statue finaliste

Dopo un avventuroso trasporto nella palestra della scuola Manna di Roiano, i cinque candidi monumenti in gesso furono esposti per le valutazioni del sindaco Gianni Bartoli e del vescovo monsignor Santin. Nonostante la Madonna di papà fosse stata la più ammirata, forse per quel suo bel viso o per il tenero gesto delle braccia rivolte alla terra, venne scelta quella di uno scultore di origine polacca, Franco Atscho (italianizzato poi in Asco, 1903 – 1970) già conosciuto in città.
La sua moderna Madonna con le braccia al cielo fu poi ritrattata nel bronzo fuso, ricoperta d’oro zecchino e innalzata su un’altissima colonna dove rimase per l’eterna gloria.

Statua in gesso di Mario Amstici

Più che per il mancato compenso per mio padre la sconfitta fu talmente bruciante che non riuscì più a sopportare la vista della sua creatura plasmata con tanto fervore. E così, in un momento di sciagurata follia, la distrusse con violente martellate e i mille frammenti furono sepolti nell’intercapedine della cantina-laboratorio dove ancora giacciono.

Da allora decise di dedicarsi alle sue molte passioni secondo le ispirazioni e gli estri del momento senza nessuna finalità che non fosse quello dell’ars gratia artis.

Vent’anni dopo l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo pubblicò nel libro “Carso triestino” (con i testi di Sergio Pirnetti, Ed. Lint, 1975) le belle foto di Mario Amstici scattate nei dintorni di Trieste con l’avvicendarsi delle stagioni.

lobianco785 La presentazione al Circolo della Stampa di tutta la serie di diapositive accompagnate dalla musica delle Quattro stagioni di Vivaldi emozionò moltissimo il pubblico che acquistò con piacere quel libro dedicato alla nostra amata città.
Fu un momento davvero felice per mio padre che, commosso, non disdegnò la gratificazione di quel successo.
Chissà se allora si fosse un po’ pentito della sua insensata furia su quella povera, innocente Madonna.

Le sue passioni creative furono perseguite anche nel corso della sua lunga malattia fino agli ultimi giorni di vita conclusasi il 17 marzo 1997.

La storia del monumento mariano è stata ricordata da Fabiana Salvador  sull’ Archeografo Triestino del 2015

e  su un articolo della rivista Conrad http://www.konradnews.org/madonnina-devota-allitalia/

In ricordo di Mario Amstici per i 100 anni dalla sua nascita.

Mario Amstici: volto di Cristo in gesso

Fedora Barbieri

Gli abiti di scena di Fedora Barbieri esposti al Civico Museo teatrale Carlo Schmidl

A dieci anni dalla scomparsa di Fedora Barbieri, celebre mezzosoprano e nostra concittadina, Trieste ha ricordato con diverse iniziative la sua lunga e straordinaria carriera.
Nata a Trieste il 4 giugno 1920 iniziò giovanissima gli studi di canto sotto la guida del maestro Luigi Toffolo. Vinta una borsa di studio indetta dal Teatro Lirico di Firenze, proseguì le lezioni alla scuola del Maggio musicale fiorentino.
A soli vent’anni esordì nel ruolo di Fidalma ne Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa ottenendo un immediato successo che si replicò nelle interpretazioni di opere di Franco Alfano, Claudio Monteverdi, Giovanni Battista Pegolesi.
Negli anni successivi il Metropolitan di New York e il Covent Garden di Londra decretarono la sua fama internazionale oltre a quella già conquistata alla Scala di Milano.
Dotata di una voce fluente dal morbido e pastoso timbro di mezzosoprano-contralto, ebbe come compagni di palcoscenico i più celebri cantanti e i più prestigiosi direttori d’orchestra come Toscanini, de Sabata, Furtwaengler, von Karajan e Bernstein.
Tra le drammatiche o brillanti eroine di tutte le opere interpretate sempre con grande passione, sono particolarmente ricordate quelle verdiane fra cui la perfida Azucena de Il Trovatore, l’orgogliosa principessa Amneris dell’Aida, e Mrs. Quckly, “l’allegra comare” del Falstaff. 
Nonostante Fedora vivesse a Firenze, ritornava spesso a Trieste a cui fu sempre legatissima e che la onorò con un San Giusto d’oro il 18 dicembre 2000.
Dopo la sua morte, avvenuta il 4 marzo 2003, i suoi figli Ugo e Franco Barlozzetti donarono con grande generosità al Museo Teatrale Carlo Schmidl l’Archivio Fedora Barbieri comprendente fotografie, documenti, spartiti, registrazioni, libretti e manifesti d’opera, oggetti personali e alcuni stupendi abiti della sua gloriosa carriera.
(Giulia Basso, Il Piccolo, 2013).

L’ampolla votiva per il sepolcro di Dante

In seguito al fermo rifiuto di tornare a Firenze (“lettera all’amico fiorentino” datata 1315) e alla successiva condanna a morte assieme ai figli, Dante Alighieri visse gli ultimi anni a Ravenna (sicuramente dopo il 1318 asserisce la storia) dove concluse la “Divina Commedia” e la sua stessa vita il 14 settembre 1321. .
Nel 1483 il suo sepolcro venne custodito in una cella e solo nel 1780 fu eretto il tempietto così come ancora oggi ci appare.$_12[1]

Nel 1908 la Società Dante Alighieri (sorta a Roma nel 1889 per tutelare e diffondere la cultura italiana nelle terre soggette all’Austria) deliberò il progetto di una lampada votiva da collocarsi nel piccolo tempio sepolcrale del Sommo Poeta.
Riccardo Zampieri, direttore del giornale irredentista L’Indipendente, avanzò la proposta di crearla e donarla come omaggio di Trieste, offerta che fu subito accolta dalla Società dantesca.
Per realizzare il progetto venne incaricato il Circolo artistico e la Società Minerva, associazione di arte e cultura ancora oggi attiva in città.
Per il comitato esecutivo dell’opera fu nominato Attilio Hortis (1850-1926, storico bibliotecario triestino) con Pietro Sticotti come segretario mentre Filippo Artelli avrebbe raccolto i fondi necessari per realizzarla considerato che fu deciso di cesellarla in argento purissimo.
La proposta entusiasmò la popolazione che donò al centro di raccolta ogni sorta di oggetti per la fusione mentre la Società Alpina delle Giulie donò la colonna mamorea che avrebbe sostenuto la preziosa ampolla. Quando Fiume volle partecipare all’iniziativa aggiungendovi una simbolica ghirlanda, i giornali slavi denunciarono irritati che si volesse attuare una manifestazione irredentista, eventualità che fu definita “assurda” da quelli filo-imperiali. L’autorità governativa comunque non intervenne nella pericolosa diatriba in quanto “avrebbe dovuto incarcerare tre quarti della popolazione” scrisse con sarcastico humor Carlo Wostry nelle memorie del suo “Circolo Artistico di Trieste”.

Il vincitore del concorso fu Giovanni Mayer (1836-1946, il grande scultore nostro concittadino) che si mise subito al lavoro creando vari bozzetti prima di procedere alla cesellatura definitiva (nota 1).
Fu realizzata così una stupenda scultura dalla base decagonale su cui si ergevano cinque figure femminili (alternate agli stemmi di Trieste, Gorizia, Trento, Istria e Dalmazia) reggenti la preziosa ampolla coniata con le armi dei comuni di Trieste, Firenze e Ravenna con l’alabarda fiancheggiata dal giglio fiorentino e dal pino ravennate. Sul collo della lampada erano raffigurati Dante stesso, Beatrice e Virgilio assieme a Farinata degli Uberti e Sordello, simbolici personaggi dell’amor di patria mentre sul manico vennero incise le sole parole: “Oleum lucet, fovet ignem”.

$(KGrHqF,!hME-YE6Vj84BPsrIh1D5g~~60_57[1]Dopo il paziente lavoro di Giovanni Mayer, l’ampolla votiva venne fusa dal cesellatore Pascoli con ben 12 chili di argento e trasformata in un opera di grande pregio e bellezza che sarebbe stato consegnata a Ravenna con una grande cerimonia.

Nonostante l’entusiasmo degli artisti triestini fosse stato funestato dalla morte di Felice Venezian (1851-1908, vicepresidente del Consiglio Comunale di Trieste e appassionato irredentista), il 13 settembre 1908 la preziosa lampada votiva fu consegnata a Ravenna tra un corteo di entusiasti patrioti esaltati dalle parole del nostro poeta Riccardo Pitteri (1853-19159) che non perse l’occasione per perorare la causa dell’irredentismo.

Nella foto: Piero Sticotti, Glauco Cambon, Riccardo Zampieri e Carlo Wostry consegnano il prezioso scrigno con l’ampolla dantesca a Ravenna.Autocertificazione 2301Da allora la generosa ampolla giace accanto all’antico sepolcro con le spoglie del grande poeta insieme a una ghirlanda di bronzo donata nel 1921 dai reduci della Grande Guerra “ad imperitura memoria”.

(Fonti: Wikipedia – Salvatore Sibilia, Pittori e Scultori di Trieste, Mgs Press Ed., 1993 – Carlo Wostry, Storia del Circolo Artistico di Trieste, Ed. Svevo, 1991)

(1) Le copie in gesso dei bozzetti della scultura sono esposti nella bellissima gipsoteca del Civico Museo Sartorio, Largo Papa Giovanni, Trieste.IMG_0387