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Il cotto in crosta di pane

Il prosciutto cotto nella crosta di pane è una tradizione triestina ma le tracce della sua origine risalgono nientemeno che ai tempi dell’Impero Romano quando Marcus Gavius Apicius, un celebre gastronomo vissuto tra il I° secolo a.C. e il I° d.C., scrisse un gran numero di Praecepta culinarum (1) dell’epoca. 51QSxpIBwsL._SX331_BO1,204,203,200_

Nel settimo libro del testo risalente al V secolo d.C. “De arte coquinaria(2) (o “De re coquinaria“) appare una ricetta per la preparazione del prosciutto ottenuta con la della coscia di maiale lessata con alloro e fichi e passata con una “lardellatura” di miele successivamente cotta e poi avvolta in una “crosta” preparata con farina e olio. Le fette così ottenute venivano accompagnate con il vino cotto. img363

Le stravaganti e raffinate ricette di Apicio continuarono fino al Medioevo anche se via via vennero modificate secondo le evoluzioni storiche delle varie regioni.

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Anche la preparazione del prosciutto ebbe delle varianti: dopo la cottura s’iniziò a ricoprirlo con la pasta di pane al posto di farina e olio e poi a sottoporlo ad affumicatura ottenendo degli affettati dal gusto dolce e delicato.

In seguito la carne venne disossata, cotta in apposite caldaie, avvolta nell’impasto di pane e infornata per un minimo di 8 ore (secondo l’”Accademia della cucina italiana” era necessaria i ora di cottura per ogni chilo).
Con questo procedimento i profumi e i sapori restavano imprigionati nella crosta di pane che quando veniva tolta diffondeva un golosissimo profumo.

In passato l’usanza di questo particolare procedimento fu adottato in Boemia che serviva come antipasto le fette ancora calde accompagnate da radici di rafano grattuggiate e senape.
Ben presto Trieste né importò la tradizione assieme ai wurstel e ad altri salumi .
I fratelli Masè furono i primi nel lontano 1870 ad avviare in città una produzione artigianale del prosciutto cotto raggiungendo un tale livello di qualità da divenire un prodotto tipico servito nei buffet e quindi nelle salumerie.
Per prolungarne la freschezza fu adottato l’uso di un’iniezione manuale di salamoia in vena, procedendo a una cottura molto lenta e una leggera affumicatura con truciolo di faggio.
La coscia veniva poi avvolta nella pasta di pane e sottoposta a una cottura a 200 C° per circa due ore.
Le fette di prosciutto così ottenute acquistavano così un bel colore rosato e un sapore delicatamente affumicato. Cotto mase

Servito con un’affettatura rigorosamente a mano, non sorprende che il cotto in crosta di pane sia ancora richiestissimo, un vero brand tipicamente triestino, non vi pare?

1. Ricette gastronomiche
2. Arte culinaria

Fonti: accademiaitalianacucina.it – cibo.360.it – Wikipedia

I mulini del torrente Lussandra

Come si è scritto nei precedenti articoli dal versante a ovest della Val Rosandra (nota 1) sgorgavano diverse fonti d’acqua che si ricongiungevano a quelle più abbondanti della Fonte Oppia (chiamata anche Glinščica ) che vennero sfruttate fin dal I° secolo d.C. da tutto l’Agro romano stabilitosi nell’antica Tergeste. (nota 2)
Quando nel corso del VI e VII secolo il lunghissimo acquedotto venne distrutto dall’avvento dei barbari, le acque della Val Rosandra continuarono a scorrere liberamente scavando un alveo naturale e arricchendo la portata del fiume anche se dovettero trascorrere ancora molti secoli prima dello sfruttamento della loro energia.

A partire dal IX secolo finì la schiavitù e lo sfruttamento umano e animale mentre il progressivo aumento demografico necessitava di una maggiore produzione di farine.
Fu cosi escogitato un sistema per la macinazione delle granaglie mediante l’uso di grandi ruote che, spinte dall’energia delle portate fluviali, azionassero i torchi permettendo un forte aumento produttivo di farine.

Nei nostri territori la più antica testimonianza dell’esistenza dei mulini ad acqua risale all’anno 1085 quando il patriarca Wolrico destinò a una confraternita di frati l’antico monastero di San Giovanni in Tuba, vicinissimo quindi alle ricchissime risorgive del Timavo.

Come si è già scritto nelle vicinanze di Trieste l’unico corso d’acqua era quello del torrente Rosandra, sufficientemente ricco per azionare le pale delle macchine idrauliche sebbene durante i mesi estivi si verificassero dei periodi di siccità e in quelli invernali vi fosse il rischio delle gelate.
Le prime notizie scritte sull’uso dei mulini si trovano su un atto di compravendita della Vicedomineria di Trieste risalente al 1276 dove risultò l’esistenza di altri 3 in proprietà del Vescovado.

Negli statuti trecenteschi conservati nell’Archivio Diplomatico (presso la biblioteca Hortis di via Madonna del Mare) si trovano interessanti testimonianze dell’attivita molinaria presente a Trieste

Nei cinque secoli successivi i mulini aumentarono di numero e nel 1757 nel tratto del torrente tra Bollunz (Bagnoli) e il mare se ne contavano ben 16 a ruota singola, doppia o tripla.
Nella mappa sottoriportata si nota la collocazione dei mulini (segnati in rosa) lungo il fiume “Lussandra” e un canale parallelo che convogliava lungo la “Strada dei mulini” diretta a Trieste.

In questa mappa della metà del XVIII secolo è segnato il mulino di San Martino situato su un’ansa del Rosandra a monte dell’attuale frazione di Mattonaia e identificabile con quello che diverrà poi il mulino comunale di Trieste.

I mugnai che lavoravano in questi mulini erano anche esperti nello scolpire la pietra per le ruote e nella costruzione di supporti in legno, mentre le loro mogli si occupavano del commercio della farina, trasportata a dorso d’asino in città e in luoghi più lontani.
Nei canali di alimentazione scavati nella roccia, chiamati struge si trovavano anche gamberi e anguille cucinati nel sugo e serviti con la polenta durante le feste d’agosto.

Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri mentre le struge vennero via via sepolte dalla vegetazione senza lasciare testimonianze delle attività un tempo svolte.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale tutta la zona si trovò su un confine conteso e subì un depauperamento che si protrasse fino agli anni Trenta quando l’avvento delle Scuole di Roccia rianimarono tutta la vallata.

Note:
1. Le due fonti di Botazzo e quella dell’Antro delle Ninfe
2. Vedi articolo http://quitrieste.it/lacquedotto-romano-di-val-rosandra/

Fonti:

Enrico Halupca, “Le meraviglie del Carso“, LINT Editoriale, Trieste, 2004

L’acquedotto romano di Borgo San Sergio

Tra il 1976 e 1977 durante gli scavi per la costruzione di nuove palazzine residenziali nella periferia di Borgo San Sergio (nota 1) emerse un tratto dell’ acquedotto romano proveniente dall’antro di Bagnoli, uno dei tre che serviva la Tergeste costruita tra il I° e II° secolo d.C.

La conduttura si trova a mezza a mezza costa della piccola collina sul versante a est della Val Rosandra, a 3,2 chilometri in linea d’aria dalla fonte Oppia, sorgente situata sotto il monte Carso e che all’epoca romana costituiva la principale fonte d’acqua.
Il segmento, lungo 216 metri con una pendenza dell’1,1 per mille a una quota di 74 metri s.l.m., era dotato di cinque pozzi posti ad una distanza variabile da 30 a 36 metri.

Intervenuta la Soprintendenza, fu provveduto a conservare una parte degli storici reperti in un locale protetto dagli agenti atmosferici titolato Antiquarium (nota 2). Qui sono visibili un tratto del canale ed uno dei cinque pozzetti di ispezione sulla volta della conduttura, nonché il materiale archeologico rinvenuto negli scavi.

Sul terrazzamento posto tra le abitazioni della zona, è tuttavia sempre visibile il segmento originario della conduttura romana (allora interrata) che è stato racchiuso in un parallelepipedo dalla base in cemento e ricoperto da lastre trasparenti.
Anche qui si può notare il piedritto costituito da blocchi irregolari di arenaria con la volta a sesto acuto che chiudeva il canalone e la malta idraulica sul fondo per permettere lo scorrimento delle acque.

Dagli studi seguiti a questa interessante scoperta venne stabilito che la lunghezza dell’acquedotto romano dovesse avere una lunghezza di ben 17 chilometri e mezzo di pendenza costante prima di giungere al fontanone collocato in zona Cavana.

Dai terrazzamenti di via Donaggio è visibile la collina dove recentissimamente sono stati scoperti i resti di una Tergeste romana risalente addirittura nel 178 a.C. e quindi precedente a quella sorta tra il I° e II° secolo d.C. intorno al colle di San Giusto di cui sono invece rimaste moltissime documentazioni.

Dagli studi eseguiti con il georadar su questo colle sono state individuate le strutture sepolte del principale campo militare di San Rocco e i forti più piccoli di Grociana piccola e Montedoro, forse edificati durante uno dei conflitti con gli Istri. (nota 3)
Per 2.200 anni i preziosissimi resti sono rimasti protetti in quelle zone talmente vegetate e battute dalla bora da essere usate solo per pascoli e che non sono state soggette a edificazioni che avrebbero compromesso la loro lunghissima sopravvivenza.

Note:
1. In via Donaggio n. 17

2. Visitabile il sabato mattina su richiesta alla Soprintendenza

3. Il campo grande si estendeva su 13 ettari, quanto 13 campi da calcio ed era strategicamente situato nei pressi della baia di Muggia, un porto naturale protetto.

Fonti:
– A.Halupca – L.Veronese – E. Halupca “Trieste nascosta”, LINT Editoriale, 2015, Trieste;
– “Il Piccolo” articolo del 16/3/2015;
– Musei del Friuli Venezia Giulia
– Archeocartafvg

FEED Tergeste romana, Borgo San Sergio, Antiquarium, acquedotto romano

Santa Maria in Siaris

Questa piccola, modesta chiesetta che svetta su uno zoccolo di roccia a mezza costa del crinale della Val Rosandra ha una lunghissima vita.

I più antichi documenti che attestano la sua esistenza si trovano su documenti risalenti all’anno 1260 (o addirittura nel 1213) che riportavano la seguente prescrizione: “Se alcuno bestemmiasse Dio o Sancta Maria, overo altri Santi, o alcuna parola desonesta dicesse che fosse contra l’onor de Dio, per obedienza e disciplina andar debba a Sancta Maria in Siaris descalzo”.(nota 1)
L’iscrizione ufficiale venne scritta nell’anno 1367 nello statuto della Confraternita del S.S. Sacramento (detta anche Corpus Domini o dei “Battuti”) la cui chiesa si trovava all’esterno delle mura della Tergeste medievale, contrassegnata nella mappa sotto riportata con il numero 6: (nota 2)

Il nome Siaris potrebbe derivare dall’antico termine ladino masiarjs , ovvero una zona piena di pietre scelta per l’asprezza del suolo a un eremitaggio di espiazione. A noi piace invece pensare che fu collocata su quel costone per ricevere gli ultimi raggi del sole di maggio accendendosi come una piccola isola di luce.

L’iscrizione sull’architrave della porta centrale ricorda il restauro avvenuto nel 1647 con la dotazione di due altari laterali, oggi andati distrutti, seguito da altri lavori di ammodernamento solo nel 1954. (nota 3)
Nel 1979 questa romantica chiesetta fu danneggiata sia all’interno che all’esterno da atti vandalici ai quali porsero rimedio alcuni volontari nel 1982
Vorremmo concludere questo breve articolo con un passo del Vangelo di Luca riportato da Enrico Halupca e che ci piace molto:
Chi ascolta le mie parole sarà simile a un uomo che ha costruito la sua casa sulla roccia. E’ venuta la pioggia, sono straripati i fiumi, i venti hanno soffiato con violenza contro quella casa, ma essa non è crollata, perché le sue fondamenta erano sulla roccia

Note:
1. Un’altra meta dei pellegrinaggi di espiazione era la Chiesa di Santa Maria di Grignano, oggi non più esistente;
http://quitrieste.it/i-templari-a-grgnano/

2. La chiesa del Santissimo Sacramento ebbe un grande impulso con la terribile epidemia di peste del 1348;

3. Nel 1953 l’abside fu affrescata dall’artista Riccardo Bastianutto

Notizie da:

Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Edizioni Lint, 2004, Trieste;

Dante Cannarella, Il Carso della Provincia di Trieste, Edizioni I. Svevo, 1998, Trieste

Val Rosandra

Questa valle di confine ha una storia millenaria di cui ne conserva ancora le tracce: da quelle rinvenute nelle sue caverne a quelle narrate in antichissimi libri che scrivevano di spietati cavalieri al servizio di vescovi e patriarchi, di ricchi signorotti assetati di potere e in perenne lotta con briganti e predatori.
Sembra impossibile che a un passo della città ci si trovi in un paesaggio di soli 2 chilometri e mezzo dove storia, natura e leggenda si sono armoniosamente fuse creando un paesaggio di straordinaria bellezza.
E sembra ancora più incredibile che proprio qui l’uomo preistorico possa aver lasciato le impronte del suo passato nelle moltissime caverne suborizzontali aperte sul versante destro della Valle chiamate “Grotte delle Gallerie” (o anche “delle Finestre”) che per la loro conformazione e il buon tiraggio permettevano l’accensione di fuochi. Gli scavi archeologici condotti verso la fine dell’Ottocento testimoniarono che le presenze umane fossero state addirittura continuative, seppure come rifugi stagionali o luoghi di transito verso la costa e il mare.

La conformazione della vallata fu dovuta a una grande frattura avvenuta negli strati calcarei e la piegatura di un lembo dell’altopiano verso l’altopiano di Beka-Ocisla formando lo spettacolare Crinale dalle pareti a strapiombo. Con il tempo tutta la saccatura si riempì di marne e arenarie che vennero poi lentamente erose dallo scorrere delle acque piovane e dalle numerose sorgenti carsiche formando una serie guglie e piccole torri intervallate da estese sassaie.
Le colline di Moccò e monte San Michele che chiudono la valle presentano invece un aspetto del tutto diverso mantenendo una serie di declivi ricoperti di prati e boschetti di roverelle che si susseguono fino al piccolissimo borgo di Bottazzo.

Nel corso dei millenni fu il torrente Rosandra, nato da piccole sorgenti a monte della frazione di Klanez (presso Cozina) a scavare il profondo alveo della vallata. Un tempo le sue acque erano molto più abbondanti rispetto ai nostri giorni e la con la loro irruenza formarono piccoli cañons dalle pareti alte fino a 60 metri.
Nel tratto mediano del suo percorso il torrente Rosandra precipita per una trentina di metri in una grande vasca formando una pittoresca cascata, fotografatissima quando gela e appare come una stalattite di cristallo.

Dagli strati calcarei alla base del Crinale sgorga la Fonte Oppia, la sorgente più abbondante del Rosandra sfruttata fin dal I° secolo d.C. per alimentare uno degli acquedotti romani che fornivano l’antica Tergeste.
Ancora oggi, nei pressi del rifugio Premuda, esistono i resti dell’eccezionale opera di ingegneria idraulica che si estendeva per circa 12 chilometri e alimentandosi lungo il percorso con altre sorgenti, raggiungeva il centro cittadino.
Fin d’allora tutta la vallata assunse così il suo valore strategico, tra l’altro testimoniato da precedenti opere di fortificazioni molto più antiche, come i Castellieri dell’età del bronzo rinvenuti sui monti Carso e San Michele.
L’acquedotto durò fino alla sua distruzione per opera dell’arrivo dei barbari nei secoli VI e VII d.C. provocando il libero scorrimento delle acque del Rosandra nel suo alveo naturale.
Per sfruttare la nuova morfologia della valle furono così creati i mulini idraulici che permettendo la macinazione delle granaglie rappresentarono un grande aiuto per il sostentamento della popolazione.
Il corso del Rosandra era infatti uno dei rari fornitori d’acqua con una portata che consentisse il movimento delle pale molitorie e in un documento di compravendita risalente al 1276 (conservato nell’Archivio Diplomatico) risultò l’esistenza di già 3 mulini.
Nel 1757, nel tratto di torrente tra Bagnoli e il mare si potevano contare addirittura 16 mulini, sebbene la loro attività fosse ridotta sia durante le siccità dei mesi estivi che per le formazioni di ghiaccio nei mesi invernali.

Per le sue caratteristiche morfologiche l’ampia vallata fu un’importante via di comunicazione con la vicina zona delle saline di Zaule con i cui commerci dipendeva in larga misura l’economia dell’antica Tergeste.
In epoca medievale i traffici aumentarono notevolmente e per garantire il controllo della Strada dei Carsi che si snodava lungo il vasto distretto di Moccò, vennero così edificati i castelli-fortezza di Funfenberg, all’imbocco della valle sopra l’abitato di Bottazzo (detto anche di Draga) e quello “de Mucho”, all’uscita della valle sulle pendici di monte San Michele.
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Questa vallata sopportò così assedi di fuoco e sanguinose battaglie, la distruzione delle case e dei boschi, fu tormentata da pestilenze, carestie e terremoti fino a diventare del tutto disabitata.
Riprese vita solo nel 1887 con la costruzione della linea ferroviaria Trieste-Erpelle progettata per favorire i collegamenti con l’Istria. Divenuta facilmente raggiungibile si trasformò in una meta di escursioni e arrampicate e nel 1929 in una Scuola di Roccia dei CAI fondata nel 1929 da Emilio Comici.

La Val Rosandra dopo aver cambiato più volte i suoi molteplici ruoli nel corso dei secoli rappresenta oggi uno dei più suggestivi e affascinanti scenari naturalistici di tutto il Carso.

Il carsismo

L’altopiano carsico si estende fino all’estrema propaggine della zona di corrugamento nell’alta Istria ed è costituito da un anticlinale, una sorta di gobba che estende da sud-est a nord-ovest.
Dalle pendici del monte Nevoso, ultimo rilievo delle Alpi orientali che svetta a 1796 metri sopra il livello del mare e a soli 20 chilometri dal golfo del Quarnero, sgorgano decine di rigagnoli che confluiscono poi in un’unica vena acquifera. Raccogliendo alcuni affluenti, il fiume Reka (nome sloveno) scorre inizialmente per 55 km. su un pianoro tra i 420 e 450 metri sul livello del mare e con caratteristiche torrentizie per altri 4 km. lungo una profonda gola.
Giunto in un impressionante baratro sotto il paese di San Canziano (oggi Šcocjan) il fiume s’inabissa improvvisamente sotto un’imponente rupe e scompare nelle profondità della terra.
Dopo un misterioso percorso ipogeo di 30 km. (in linea d’aria) tra inghiottitoi, varchi, pozzi, gallerie e immense voragini, il Reka-Timavo riaffiorerà alle risorgive di San Giovanni di Duino, al margine occidentale del Carso e quasi a ridosso del mare Adriatico. (Nota 1)

Inizia così la doppia natura del carsismo, quello ipogeo (di profondità) e quello epigeo (di superficie) sulle cui origini si sono ipotizzate infinite teorie. Alcune chiamano in causa il vasto e antichissimo fiume Paleotimavo, che per la sua enorme quantità d’acqua avrebbe agito anche in profondità provocando tutta la gamma dei fenomeni carsici, altre ritengono che sarebbero le naturali fessurazioni calcaree a permettere che nel corso dei millenni le acque pluviali e quelle degli affluenti scavassero un’infinita serie di pozzi fusiformi a loro volta soggetti a fratture verticali e orizzontali causate dalle forti pressioni idrostatiche che hanno dato origine alla “erosione inversa”, cioè alla spinta verso l’alto di masse rocciose con la formazione di bocche sempre più larghe. Molte delle cavità sotterranee hanno infatti degli inghiottitoi a forma fusoide e gallerie quasi orizzontali, a volte anche doppie e di uguale inclinazione. Sono queste le cavità di interstrato, cioè aperte tra due stratificazioni create dalla lenta e continua erosione dell’acqua.

La doppia natura del Carso è dovuta alla diversità dei suoi componenti: le rocce calcaree, composte per la maggior parte da carbonato di calcio, quindi solubili e permeabili, e da quelle dolomitiche, formate dal carbonato di magnesio e altre impurità più o meno diffuse come gli ossidi di ferro e la silice che le rendono impermeabili.
Il calcare appartiene al grande gruppo delle rocce sedimentarie organogene, originate da un mare tiepido e poco profondo dove si sono accumulate sostanze organiche di microrganismi animali e vegetali che essendo prive di scorie e impurità insolubili, sono divenute estremamente fessurabili e dunque soggette a tutti i fenomeni sotterranei tipici del carsismo ipogeo.
La contaminazione e l’impermeabilità delle rocce dolomitiche formeranno invece il carsismo di superficie, detto epigeo, la cui caratteristica è la tipica terra rossa dovuta agli ossidi di ferro.
Le colline carsiche sono però vulnerabili anche alle particolari situazioni ambientali e la loro vegetazione è soggetta a tre componenti del clima: temperatura, umidità e vento.
Le nostre zone sono comprese nell’ampia fascia del clima temperato-marino che tuttavia presenta delle differenze abbastanza marcate. A Trieste il clima è di tipo mediterraneo mentre il Carso assume le caratteristiche continentali, quindi più fredde e umide, spesso addirittura alpine. Il dislivello geografico causa infatti una diversità di pressione tra il centro Europa e l’alto Adriatico e in particolari condizioni forma delle imponenti masse d’aria che dall’area danubiana si scaricano sulle zone di basse pressioni, si rafforzano nei pressi del valico di Postumia per precipitare poi verso il golfo di Trieste con le violente e fredde raffiche di bora.
Le doline carsiche invece, piccole alture alla rovescia, catturano l’aria fredda e assumono un clima subalpino, ed è stato calcolato che una profondità di 20 metri, peraltro frequente, corrisponde a 400 metri di altitudine, con un’umidità media dell’80%. Questa particolare caratteristica è favorevole allo sviluppo della vegetazione in quanto la loro forma a imbuto offre una buona protezione dalla bora.

NOTA 1:
Ai nostri giorni rimangono quindi due sole risorgive dopo il crollo della terza bocca durante gli scavi per le condutture idriche. L’occlusione di una parte del deflusso ha aumentato la pressione interna provocando un ulteriore cedimento della zona fino al limite della strada statale dominata dai Lupi di Toscana e l’apertura di un altro vortice sotto il livello del fiume.

Dante Cannarella, “Guida del Carso triestino”, Edizioni Svevo, Trieste, 1975

Michel

Tutto quello che sapevo di lui era il suo nome e l’età.
Soltanto una settimana prima l’associazione di volontariato di cui facevo parte mi aveva contattato per chiedermi la sostituzione di un’assistente presso un convitto di ragazzi senza famiglia. Dopo l’iniziale perplessità e la sensazione di essere forse l’unica persona disponibile, guardai oltre, già interessata, e molto, al caso in questione.

Non appena scesi dalla corriera, fui stupita dall’aria fresca che mi accolse. L’umida e opprimente calura di quel giorno d’agosto era rimasta giù in città, mentre sulla collina arrivava una piacevole brezza di mare il cui profumo si mescolava a quello dei cedri del Libano.
Il prato oltre le aiuole di bosso che affiancavano il breve sentiero era ricolmo di violette selvatiche mescolate alle spighe di gramigna.
Alzai lo sguardo verso la torretta del castelletto e notai che i muri erano stati recentemente ridipinti a calce. Il primo piano era occupato da una rinomata scuola privata, chiusa per le vacanze estive, dalle cui lucenti finestre trasparivano ricchi tendaggi azzurri mentre quelle del secondo piano apparivano opache e oscurate da tele blu.

Dopo un po’ di tempo dalla scampanellata, lo scatto automatico sbloccò il portone che si rinchiuse veloce alle mie spalle.
Mi ritrovai in un elegante atrio con il pavimento di ardesia e i muri trattati con una pittura a cera color avorio e decorati con fregi floreali in gesso. Sulla sinistra una soave Madonna illuminata dalle luci dorate del giorno tendeva le mani a due bambini intenti al gioco.
Per raggiungere il secondo piano, sede dell’Istituto, salii le scale di pietra a destra dell’ingresso trovandomi poi in un lunghissimo corridoio il cui pavimento di linoleum verde rifletteva come uno specchio deforme una fila di porte chiuse.

Dal fondo, davanti all’unica finestra che dava luce a quel posto triste e buio, apparve Michel.
Era un bel ragazzo, alto e piuttosto robusto, ma incurvito e come affossato nelle spalle un po’ cadenti. Mi venne incontro con passi lenti e uno sguardo tristissimo e io d’istinto gli presi la mano stringendola nelle mie.
Non aveva che dodici anni Michel ma la sottile peluria sopra le labbra annunciavano ormai prossima la pubertà. Sollevandogli il mento incontrai dei dolcissimi occhi nocciola incorniciati da folte ciglia scure.
– Dobbiamo andare dalla Direttrice – mi bisbigliò con un filo di voce – La stanza è laggiù.
La signora ci fece entrare indicando con il palmo della mano le due sedie di fronte a lei porgendomi un foglio dov’erano evidenziati i giorni e gli orari in cui avrei prestato il servizio sostitutivo comunicando a voce le materie da ripassare.
Il suo viso privo di espressione e la freddezza dei suoi occhi grigi fissi su di me mi provocarono un improvviso getto di sudore e mi chiesi con un senso di disagio se avesse notato le mie impronte sul piano della scrivania.
Senza pormi nessuna domanda né darmi modo di farne io, mi congedò e rimanendo seduta mi congedò allungando una mano fredda e ossuta stringendomi appena la punta delle dita.
Uscì con Michel con il cuore in tumulto, realizzando sgomenta che del ragazzo non sapevo che l’età e il suo nome.

Ci fu assegnata una stanza arredata spartanamente ma illuminata da due grandi finestre affacciate sul giardino che subito spalancai per farci entrare il sole e i profumi della terra. Disponevamo di un tavolo, 4 sedie, uno scaffale dove si trovavano i libri e i quaderni di scuola, un block quadrettato, una penna e 2 pennarelli.

Compresi ben presto che Michel non conosceva nulla di Trieste, né il suo mare o le colline del Carso e che non gradiva domande né aveva voglia di farle. Ma gli piaceva ascoltarmi dimostrandosi molto attento alle lezioni di tutte le materie dimostrandosi perfino bravo nell’aritmetica.
Il primo giorno uscì turbata. Come poteva nascondere una realtà così desolante quel bellissimo castelletto che spaziava tra terra e cielo? L’aria che vi si respirava sembrava risucchiare tutta la bellezza della natura e delle stagioni ma soprattutto l’allegria che così giovani vite avrebbero diritto di aspettarsi.
L’anima infelice di Michel era entrata nella mia mente e nei miei pensieri. Avrei voluto scuoterlo da quell’apatia penetrando nel suo piccolo mondo fatto di nulla. Avrei voluto portarlo via con me correndo tra i boschi del Carso e le vedette della Val Rosandra, tra le terrazze e i sentieri della Costiera, tra i palazzi del centro e le strade di cittavecchia. Lo avrei voluto immergere nella calda acqua di mare o spingerlo sotto docce freddissime, strizzarlo di paura sulla ruota di un Luna-park, sventolarlo sulla prua di una motonave, intontirlo con la musica dei Rasta Mens e saziarlo con enormi pizze e gelati alla panna.

Invece per tutto il mese di agosto dovevamo starcene chiusi in quella torrida stanza dell’Istituto ripassando le lezioni prescritte e guardando dalle finestre la vita che scorreva.

Passarono veloci quelle quattro settimane e giunse l’ultimo, triste giorno.
– Vola alto Michel! – gli dissi alzando la mano per batterla contro la sua come si fa tra giovani amici. Poi non seppi resistere e lo abbracciai forte annusando quel suo odore che sapeva di sabbia.
– Tornerai? – mi chiese e senza aspettare la risposta mi sfiorò il viso con un dolcissimo bacio.
Dal giardino mi volsi guardando la finestra del secondo piano e con gli occhi pieni di lacrime vidi Michel con il capo chino. Sapevamo tutti e due che non avremmo potuto rivederci mai più. Gabriella Amstici: Racconto ispirato a una storia vera

L’immagine è di ioarte.org.

Intermezzo: Due ragazzi, due storie

Le foto di Manuel

Il grande giorno era finalmente arrivato. Mentre Manuel regolava la direzione degli spot per dare la giusta luce ai poster, io controllavo il tavolo imbandito per il rinfresco nella Sala Esposizioni del Comune.
In attesa dell’apertura della mostra, la gente già guardava attraverso le vetrate le immagini di una Trieste fantastica, onirica, quasi stregata.
C’era molto del mio Manuel in tutto quel lavoro, ma solo io potevo saperlo. Per gli altri
sarebbe stato solo l’espressione di un talento tecnico come tanti altri, ma che importava, il mio Manuel avrebbe potuto adesso avere un futuro, una vita normale, forse perfino un lavoro.

Mi stavo staccando dai ricordi terribili della sua difficile infanzia, dalle angosce vissute per tanti, lunghissimi anni. Sentivo ormai lontano lo sfinimento di notti e notti insonni, fra i suoi pianti infiniti, le sue grida improvvise nei rari momenti di pace e quel suo stringermi così violento da togliermi il fiato. Con la punta delle dita gli accarezzavo i polsi e le sue esili braccia cercando di calmare quell’ansia che non gli dava tregua. Contavo i mille rintocchi della pendola riavviando il carillon che scandiva lento la solita nenia, trattenevo il respiro per rallentare i battiti del mio cuore lacerato, osservando poi sfinita il dolce viso del mio Manuel finalmente immerso nel sonno.

Dopo due anni di quella difficile vita mio marito si esasperò e m’impose di somministrargli i sedativi che gli erano stati prescritti dai medici.
Si calmò il mio povero bambino, dormiva e mangiava, ma il suo sguardo era spento.
Provai a diminuire le dosi e ad organizzarmi per gestire al meglio i tempi del mio riposo per riuscire ad affrontare i problemi con lucidità, ma a volte ero costretta a ricorrere anch’io a qualche pillola per dormire, alternando così un’apatica stanchezza ai tanti momenti d’angoscia.

Quando Manuel compì tre anni mio marito se ne andò, ed io non feci nulla per trattenerlo. Non era stato capace di sostenere quella situazione e io lo capivo: le responsabilità del lavoro, i problemi del figlio. la moglie stressata… Non potevo stimarlo come padre né amarlo come uomo, ma lo capivo. Superai presto quel momento di disperato smarrimento pensando che avrei gestito meglio le nostre vite senza la sua insofferente quanto inutile presenza.
Manuel accettò quello stacco e sembrò anzi felice di avermi tutta per sé. Ci stringevamo nel lettone facendoci reciprocamente coraggio in quel mare di solitudine dove stavamo affogando, ma nonostante tutto, giorno dopo giorno eravamo di nuovo pronti a lottare.
Gli psichiatri continuavano a proporre farmaci su farmaci, convinti di poter dominare il suo cervello mentre gli psicologi cercavano di carpirgli qualche pensiero segreto, qualche verità nascosta, ma Manuel sembrava aver preso gusto a fare il matto con tutti loro senza concedere nulla della sua anima.

Cresceva forte e sano il mio Manuel, ma isolato da tutti gli altri bambini.
Gli anni di scuola furono pesantissimi. Le maestre, convinte di eseguire pedissequamente il loro lavoro, mi parlavano di Manuel come fosse un estraneo anziché mio figlio. Non contavo più la quantità di bocconi amari che dovevo inghiottire quando ero costretta ad ascoltarle, chiedendomi cosa potessi fare per porre fine a quello strazio.

Finalmente un giorno arrivò Marianna, l’insegnante d’appoggio, una ragazza giovane, solare, di grande sensibilità e intelligenza che non solo ottenne in poco tempo risultati insperati ma rimase fissa per tutti i restanti anni delle elementari.
Grazie al suo aiuto alla fine della terza classe Manuel iniziò a leggere e scrivere speditamente. Attraverso di lei imparai anch’io i sistemi di comunicazione con il suo cervello e e mi affiancai a loro per tutta la durata delle elementari, giungendo così tutti al meritato diploma.

Alle scuole medie Manuel era abbastanza allineato con gli altri ragazzi, anche se continuava ad avere sempre bisogno di stimoli per raggiungere risultati appena sufficienti.
Diventò un bellissimo ragazzo, il mio Manuel. Avrebbe fatto volentieri dello sport con il suo fisico forte e pieno di energie, ma purtroppo era impossibile la convivenza con gli altri ragazzi che, avvertendolo diverso, lo schernivano e lo provocavano.
Comunque, grazie alle disponibilità economiche di suo padre, Manuel aveva potuto dedicarsi agli sport individuali e divenne abilissimo nel nuoto e nello sci, ma senza partecipare mai, per nostro comune accordo, a nessuna competizione collettiva.

La vera svolta nelle nostre vite avvenne senza che me ne rendessi conto.
Ottenuto con passabile profitto il diploma di scuola media, Manuel ricevette in regalo dal padre una macchina fotografica digitale completa di scanner, stampante e programmi di photo-shop. L’iniziale modesta qualità delle foto sul computer non lo scoraggiò affatto, anzi, iniziò a cercare prospettive diverse, luci particolari elaborando le immagini del reale secondo una sua singolare visione. Togliendo o aggiungendo particolari diversi, trasformava le fotografie come fossero delle storie.
Non riuscivo a capire come avesse potuto imparare da solo quelle tecniche così elaborate e per me complicatissime, ma per la prima volta lo vedevo impegnato in un’attività che sembrava renderlo felice.

Organizzammo così delle gite nei dintorni di Trieste. Nulla poteva fermarci, né le calure d’agosto, né le piogge autunnali o le folate di bora.
Partivamo di buon’ora, provvisti di panini e frutta di stagione. Ci siamo rincorsi per i sentieri del carso scivolando sui ghiaioni di Val Rosandra, abbiamo marciato sulla neve fresca e sul ghiaccio arrancando sulle ferrate del Lanaro, siamo stati spintonati da una capretta dispettosa e minacciati da feroci cani da guardia. Abbiamo sradicato un abete per farci l’albero di Natale e interi cespugli di timo per profumare la casa.

Ci siamo tuffati nel mare fresco della mattina, rosolati al sole fra le rocce, ubriacati d’aria sulla prua del Delfino Verde; abbiamo visto sorgere il sole dal monte Carso e assistito a stupendi tramonti dalle falesie di Duino.

Manuel inquadrava e scattava e poi per interi giorni si chiudeva nella sua stanza scomponendo e ricomponendo le foto in nuove immagini irreali, fantastiche, a volte crude e violente, a volte piene di poesia.
Su una spiaggia sotto il sentiero Rilke si scorgevano delle vecchie barche abbandonate con brandelli di vesti e sulle rocce a strapiombo dei scheletrici corpi umani tentavano l’impossibile scalata verso quel mondo che credevano migliore.
Nell’immagine di un prato era stata sovrapposta una discarica a cielo aperto contornata da cespugli le cui foglie erano gocce rosse di sangue. Il canalone di Val Rosandra era stato riempito da un vortice di foglie che avanzava verso l’obiettivo dando l’impressione di investirti. Un prato primaverile appariva coperto da un’infinità di bottiglie e i bianchi masegni di piazza Unità da una miriade di grandi macchie nere dei gewing-gum sputati.
Alcune immagini elaborate dal mio Manuel mi commossero alle lacrime: sulle onde schiumose nel golfo di Trieste centinaia di persone venivano spinte da tremende folate di bora verso quelle terre d’Istria abbandonate, più di sessant’anni fa, in senso opposto.
Altre invece mi sorpresero: da oscure nubi s’intravedeva un’enorme piovra con i lunghi tentacoli protesi sul nostro vecchio porto.

Dopo tutto quell’immane lavoro scegliemmo le foto più belle affidando a una ditta specializzata le loro stampe ingrandite. Il risultato fu talmente fantastico che decidemmo di farci coraggio ed esporlo al pubblico. La segreteria del Comune accettò subito con entusiasmo e ci mise a disposizione la sala di piazza Unità annunciando la mostra con un bell’articolo sul Piccolo di Trieste.

In tutti gli anni della sua vita, il mio Manuel aveva dunque compreso tutta la realtà che lo circondava rappresentandola con quella sua particolare capacità di comporre e scomporre le immagini. Quanto era stata per lui difficile la comunicazione cosiddetta “normale” tanto invece era stata semplice una diversa, espressa con la sua grande sensibilità.

Quando all’ora stabilita aprimmo le porte, la folla in attesa si riversò nella sala Esposizioni manifestando un autentico entusiasmo. Il mio Manuel era molto, molto emozionato, ma riusciva a sorridere senza più sentire l’ostile incomprensione del prossimo.
Aveva ormai diciott’anni e la sua vita adesso gli apparteneva. Il nostro difficile passato era alle nostre spalle ed io mi sentivo sfinita.
Quando avvertii che la commozione stava per travolgermi serrandomi la gola come una morsa, fui costretta ad uscire e a respirare a pieni polmoni. Una luce mi investì il volto. Guardai l’orizzonte e attraverso la visione offuscata delle mie lacrime vidi l’ultimo raggio verde del sole al tramonto. 

Gabriella Amstici (racconto non autobiografico ispirato a una storia vera)

Foto di Mario Amstici

Castrum Ospi

La grotta carsica di Ospo (Osapska Jama) si trova sotto il ciglione del monte Carso e si raggiunge percorrendo il ripido sentiero che dal ponte sulla strada principale del paese sale alla sinistra orografica dell’omonimo torrente.


Nell’ampia sala aperta sull’ingresso sono visibili i due tronconi di un’antica fortezza costruita nel corso del Millequattrocento per proteggere il territorio dalle distruzioni dei predoni islamici.
Secondo le cronache pervenute, il primo attacco risalirebbe al 1470 ma particolarmente cruento fu quello del 1499 guidato dall’albanese Scander.
Nella foto un disegno con la ricostruzione del Castrum Ospi come si presentava nel XV secolo:
La fortezza poteva ospitare una guarnigione fissa di soldati, cavalli e scorte di cibo mentre l’acqua era assicurata dal torrente che sgorgando dalle cavità interne della caverna defluiva dalla grande grata posta alla sinistra della muraglia.

Nel 1513 per colpa di un certo Barot Mocor de Gabroviza, il Castrum Ospi passò in mano dei Veneti che vi si stabilirono fino all’anno 1615 con la loro sconfitta nella battaglia di Zaule.
In seguito all’attenuarsi delle tensioni tra Veneti e Austriaci, la fortezza, così come tutti gli altri della zona carsica, perderà la sua funzione difensiva e verrà abbandonata nel corso del XVIII secolo. Lo spazio della  caverna assume diversi aspetti a seconda della stagione: nei periodi di piena, quando rio Ospo s’ingrossa notevolmente, si forma un lago dalle acque verdi e silenziose nonostante il gorgheggio delle numerose cascate che dalla parete rocciosa si riversano nello stretto canalone fino alla verde vallata di San Clemente, in passato sfruttata per alimentare alcuni mulini.

La caverna fu esplorata già nel 1883 dalla Società degli Alpinisti Triestini, ma solo dopo il 1929 la Società Alpina delle Giulie per mezzo di una piccola imbarcazione, scoprì ben 14 laghetti interni di cui il più grande si trovava a più di un chilometro dall’ingresso.
Dopo il 1980 gli sloveni effettuarono ulteriori esplorazioni inoltrandosi per 1600 metri di ramificazioni sotterranee.

Gli studi successivi hanno portato a nuovi tracciati del corso del torrente asserendo che le acque dell’Ospo, oltre a provenire dagli inghiottitoi dei monti Brkini, si mescolano con quelle del fiume Pivka (Piuca) che nascendo ai piedi del monte Gradisce scorre nelle grotte di Postumia per ricomparire nei pressi di Planina.

Fonte: Enrico Halupca, Le meraviglie del Carso, Ed. LINT, Trieste, 1998-2004

Le foto sono di Halupca (di cui sono grande fan) e rimovibili in caso di violazione dei diritti

Bosco Pontini e via Bramante

Conosciuta per aver ospitato in una delle sue case l’illustre scrittore James Joyce (nota 1), la via Bramante vanta un’antichissima origine. Sulle sue tracce esisteva infatti una trafficata strada che dal portale della cinta muraria ancora, ancora oggi visibile dalla via San Giusto, s’incurvava verso l’attuale via Tiepolo per proseguire, attraverso murature difensive, verso l’Istria.
La relazione dei ritrovamenti archeologici sugli “Scavi del Bosco Pontini” (un tempo molto più vasto rispetto all’odierno giardino Basevi), illustrati da Pietro Sticotti nel 1908 (nota 2), rivelarono l’esistenza di un florido quartiere romano sotto le case limitrofe alla scala Joyce di via Bramante. Gli studi dell’architetto Cornelio Budinis stabilirono che lì si trovasse un’officina per la lavorazione del ferro divisa in due distinti locali: l’uno rivestito dal pavimento in mosaici bianchi e neri, l’altro in lastrico di pietra con un tetto sostenuto da 4 pilastri.
Accanto ai locali del fabbro ferraio c’erano quelli del pistorium, granaio d’approvvigionamento delle legioni romane, provvisto di un forno a volta e una finestrella per l’uscita dei fumi. Lo stanzone era dotato di macine a mano, conche per mondare il grano e un bancone per le vendite, manufatti che nel corso dei secoli si sono sorprendentemente salvati. Nella corte adiacente furono rinvenuti il pavimento di arenaria, frammenti della muratura bianca con una striscia decorativa dipinta in rosso e di lato le cantine scavate nella roccia per un’ottimale conservazione delle scorte. L’acqua era assicurata dai vicini due pozzi ciascuno con il canale di scolo diretto verso il mare.
Altri resti sparsi nella zona testimonierebbero l’esistenza di altre officine ma verso il III secolo l’operosità di questo antico borgo venne meno fino a ridursi in rovine usate poi come luoghi sepolcrali privi di nome.

Poco a poco l’area venne del tutto abbandonata e in tutte le zone limitrofe si sviluppò una consistente massa boschiva che lambiva la piana sottostante (corrispondente alla nostra Barriera) estendendosi fino all’attuale via del Bosco.
Nel Medioevo la famiglia patrizia del barone de Fin entrò in possesso di quei vasti e alberati terreni dove costruirono una ricca dimora aggiungendovi nel 1631 una cappella dedicata a Santa Maria Maddalena con un officiatura ecclesiastica protratta fino al 1770.
Passata per un certo periodo in proprietà di un certo Buhelin, fu poi acquistata dal negoziante di borsa Pontini con il cui nome venne identificata la zona boschiva sulle mappe catastali anche quando, nel 1825, passò al signor Pepeu.

Con il progressivi sviluppo della città il Comune decise di tracciare dei nuovi percorsi tra il colle e il rione di Barriera, collegati fino alla fine del Settecento con un tortuoso vicolo inerpicato attraverso l’attuale piazza Vico.
Agli inizi dell’Ottocento vennero così costruite le vie del Bosco e Madonnina (che allora si prolungava fino alla via Bramante) entrambe delimitate dal Bosco Pontini mentre la villa rimase confinata alla Scala Dublino, costruita per collegare il rione della Barriera con quello di San Vito. (Nota 3)

Nel 1839 la tenuta venne acquistata dal deputato triestino al Parlamento di Vienna cav. Giuseppe Basevi che ne affidò la ristrutturazione e l’ampliamento all’ingegner Eugenio Geiringer.
Trasformata in un castello di stampo medievale, nel 1898 l’edificio fu donato al Comune di Trieste.
Ceduto in locazione nel marzo 1898 al governo austro-ungarico l’importante struttura fu adibita a Osservatorio Zentralanstalt für Meteorologie und Geodynamik dotato di un sismografo di tipo Rebeur-Ehrlet e di un potente telescopio astronomico.
In seguito la villa-castello, collocata tra la via Tiepolo e Segantini, divenne sede dell’ Osservatorio Astronomico triestino.

Nel corso del Novecento la zona sotto il Castello di San Giusto ebbe un notevole sviluppo e nell’ultimo tratto di via Madonnina fu abbattuta una parte boschiva per costruire la via Bramante (dal nome dell’architetto Donato) le cui case vennero erette sulle antiche rovine romane sopradescritte.

Qui, al II° piano della casa al numero civico 4, dall’ottobre 1913 alla fine di maggio del 1915 abitò il celebre scrittore James Joyce con la moglie Nora Barnacle e i figli Giorgio e Lucia.

Al numero 10, proprio vicino allo storico cortile del fabbro ferraio, nella casa contrassegnata con il numero civico 10, sorse un’officina per la lavorazione artistica del ferro, divenuta poi famosa per aver costruito la statua alata che ancora oggi svetta sul Faro della Vittoria sul colle di Gretta. (nota 4)

Oggi l’area si estende su livelli diversi in continua pendenza; uno degli accessi al piccolo parco è situato a metà della scala Dublino. Attraverso una cancellata in ferro lavorato si accede ad uno dei viali dove si passeggia all’ ombra dei grandi alberi ed arbusti.
Di aspetto romantico e suggestivo, il giardino si presenta attualmente un po’ “dimenticato” nonostante rappresenti un polmone verde in questa zona di grande traffico.

NOTE:

(1) Una targa posta sulla casa di via Bramante n.4 ricorda che qui fu scritto il primo episodio del suo più famoso romanzo

(2) Pietro Sticotti (Dignano 1870 – Trieste 1953) dal 1898 ricoprì la carica di Direttore del Museo Civico dell’Antichità e la direzione dell’ “Archeografo triestino” fino al 1952;

(3) Negli archivi comunali è riportata la descrizione del parco: “Un magnifico portone a cancelli in ferro dorati” che immette “sotto le volte di antica pergola tra due campi….a un viale di pioppi fino alla casa”. La casa, a due piani, presenta al piano terra un’ampia sala che d’inverno funge da serra. Sono descritti i pergolati con colonne in pietra, un “boschetto opaco” con “annose querce”, noci, olmi e abeti, fiori profumati, “labirintici viali” e un cippo sepolcrale.

(4) Sul modello ideato da Giovanni Mayer, la Vittoria Alata (h. 7 metri) fu sbalzata in rame dall’abile artigiano Giacomo Sreboth che la completò pochi mesi prima della sua morte avvenuta nel gennaio del 1928.

FONTI:
Silvio Rutteri, TRIESTE Spunti dal suo passato, E. Borsatti Editore, Trieste, 1950;
Biblioteche Comune di Trieste.

Villa Gossleth – Economo

In largo Promontorio, alla convergenza di viale Terza Armata con la via Franca, accanto a una serie di palazzine condominiali si trova questa imponente struttura dall’aspetto vagamente neo classico.L’edificio, un tempo circondato da uno splendido giardino, venne costruito nel 1817 per volere dell’inglese George Hepburn, commerciante di foglie di tabacco e di mercurio d’Idria. Secondo alcune cronache cittadine, sembra fosse stata la prima residenza di Trieste dotata di WC con la tazza a sifone e serbatoio d’acqua.
Dopo il 1838 fu acquistata dal ricco industriale ungherese Francesco Gossleth, titolare di una prestigiosa falegnameria dove vennero creati una lunga serie di mobili destinati alle più belle dimore dell’epoca. (nota 1)
Per ingrandire la villa il Gossleth affidò l’incarico all’architetto udinese Valentino Presani, direttore del Dipartimento Tecnico di Trieste che aggiunse un avancorpo centrale con 4 colonne corinzie reggenti un grande timpano dalla cornice dentellata e un balcone in pietra con parapetto a balaustra.
Sul portale ad arco dell’ingresso fu collocata una bella inferriata in ferro battuto decorata da motivi geometrici e floreali e sulla facciata vennero murati una serie di pannelli a rilievo con decorazioni a festoni e immagini mitologiche.
Si ricorda che nel 1850 il Gossleth fondò assieme al barone Pasquale Revoltella la “Scuola domenicale di disegno per artigiani”, diretta dall’abile scultore-intagliatore Giovanni Moscotto.Il palazzo passò poi in eredità alla figlia Emma, coniugata in de Seppi e in seguito acquistato dal barone Leo Economo, proprietario con Edmondo de Richetti degli “Oleifici triestini” (poi passati alla “Gaslini”) da cui derivò l’attuale nome della villa.

Nel luglio del 1883 la Villa Economo fu affittata a sir Richard Francis Burton, l’esploratore-antropologo e console inglese che qui visse, con la devota consorte Isabel Arundell, dedicandosi alla traduzione del libro Le Mille e una notte, iniziato vent’anni prima, del mitico Kama Sutra, L’Arte indù dell’amore e lo scandaloso manuale di erotologia araba Il Giardino Profumato. Gli ultimi anni della sua esistenza saranno però amareggiati da una serie di contestazioni in merito ai suoi libri e dai problemi di una salute pesantemente compromessa.
Due settimane dopo la sua morte, avvenuta all’alba del 20 ottobre 1890, Isabel accenderà nel giardino della villa un grande falò dove getterà alcuni preziosi e inediti scritti del discusso consorte.

Tra gli anni Sessanta e Settanta l’immobile è stato interessato da ampliamenti e rifacimenti, risparmiando solamente l’avancorpo centrale e l’atrio d’ingresso mentre il vasto parco verrà lotizzato in una serie di condominii.

(nota 1): Esistono documentazioni certe sull’attività di Francesco Gossleth che fornì anche diversi arredi per il castello di Miramare e per il palazzo Revoltella

Fonte: Atlante Beni culturali; Museo Revoltella

San Giuseppe della Chiusa

Per raggiungere San Giuseppe della Chiusa, o Ricmanje, ci sono tre strade: dalla deviazione della provinciale di Basovizza in discesa verso i paesi di San Lorenzo e Sant’Antonio in Bosco; dalla strada della Rosandra verso Domio e Log; girando a destra dopo la biforcazione della chiusa di Cattinara con la salita verso Basovizza.
Quest’ultima strada fu aperta all’inizio dell’Ottocento e per segnare il limite del Comune di Trieste con le borgate periferiche fu eretta una colonna con un capitello votivo raffigurante la fuga in Egitto di Giuseppe e Maria. Dopo il 2005 la stele è stata affidata all’Orto Lapidario di San Giusto.

San Giuseppe fu un importante feudo vescovile sia per il numero che per l’agiatezza degli abitanti e visse varie vicende storiche legate alle contese per i transiti dal soprastante pasum Longere lungo l’antica strada dei Carsi.

Un tempo aveva una piccola chiesa, dedicata a S. Giorgio Martire, conosciuta almeno dal 1645, data della sua consacrazione. Ma nel 1749 davanti l’altare del Santo si verificò un fatto prodigioso che provocò grande scalpore.
Sbirciando dalla finestra della chiesa un abitante del posto sostenne di aver veduto ardere la lampada votiva, solitamente spenta in quanto sempre priva di olio. Sparsa la voce iniziarono ad accorrere valligiani, pellegrini finché i cancellieri vescovili decisero di controllare sigillando porte e finestre. Ma la lampada continuò ad ardere. (nota 1)
Riportata la notizia alla Santa Sede, il papa Innocenzo XII si affrettò ad attestare il prodigioso evento vergando il “libro d’onore” con l’istituzione ufficiale della congregazione il cui primo iscritto fu il primogenito di Maria Teresa d’Austria, il futuro Giuseppe II.
La stessa Imperatrice donò alla Chiesa, rinominata nel 1750 Santuario di San Giuseppe, una serie di magnifici paramenti oggi conservati nel vicino Museo Etnografico.
In conseguenza del grande flusso di pellegrini la chiesa fu ingrandita e ricostruita nelle forme attuali con l’aggiunta del doppio campanile. Consacrata nel 1771 dal vescovo Antonio Herberstein, eretta a cappellania nel 1778 divenne parrocchia nel 1905.

L’interno della chiesa settecentesca ha uno stile di tardo barocco settecentesco, piuttosto raro da queste parti e non privo di una certa suggestione. L’altare ha mantenuto le sculture originali, opera di artigiani locali e il grande affresco del soffitto risalente al 1770 e sorprendente dipinto dal napoletano certo Pasquale Perriello raffigurante la morte e l’ascesa al cielo del santo patrono. (2)

Molto bello l’organo a 200 canne risalente al 1750 e una particolarissima croce all’ingresso che ricorda un “ora et labora“.Sulla parete sinistra della navata svetta un sorprendente altare in puro stile Impero: in candido marmo di Carrara con decorazioni dorate, due statue neoclassiche ai lati, una teca in vetro con il Cristo morto e un Cristo risorto sopra.

Negli anni Novanta questo singolare altare è stato restaurato da Boris Zulian, un conosciuto artista di Ricmanije, recentemente scomparso.

Nei primi anni del Novecento la chiesa di San Giuseppe ebbe uno scisma voluto da una parte della comunità slovena e che con alterne vicende tra Vaticano e Impero Austro-ungarico durò dieci anni per poi risolversi grazie a un combattivo vescovo viennese.
Con il recente arrivo di un nuovo parroco, attualmente la Chiesa è aperta per le funzioni giornaliere.

Nel piccolo Museo Etnografico di fronte alla chiesa, si trovano diversi utensili della vita contadina come una vecchia culla in legno per la lievitazione del pane, torchi per il vino e la ricostruzione di una cucina tradizionale. Per la visita è però necessario rivolgersi al Parroco.

Note:
(1) Non è dato sapere se il fenomeno si sia poi ripetuto

(2) Il recente restauro dell’affresco è stato effettuato dalla professoressa Anna Maria Scatola

Fonti:
Carlo Chersi, Itinerari del Carso Triestino, Stab. Tipografico Naz.le, Trieste, 1963;
Borghi e Paesi del FVG, Carsa Edizioni, Pescara, 2009