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Lampiere, ferai e lampioni

Al calar del sole la piccola città di Trieste, rinchiusa tra le mura fino al XVI secolo, veniva avvolta dall’oscurità e le poche migliaia di abitanti si tappavano nelle case alla luce dei focolari e delle candele.
Solo nel 1551 nei punti di maggior passaggio furono installate le prime 6 lampiere a olio mentre le strade limitrofe erano parzialmente illuminate dai fanaletti delle guardie civiche che giravano in ronda. Le fiammelle dei soprannominati “lampareti” erano molto flebili e tremolanti ma davano un senso di sicurezza ai pur pochi avventori che transitavano nella cittadella ancora medievale.fanale gas

Due secoli dopo, nelle piazze e negli angoli delle strade di una Trieste ormai allargata verso il Porto e il Borgo Teresiano, vennero posti dei treppiedi in legno o in pietra sui quali si appoggiavano le lanterne. Nel 1793 se ne contavano un centinaio e la loro manutenzione, pagata dai proprietari delle case, prevedeva il riempimento dei ferali con un olio di buona qualità e lo spegnimento alle prime luci dell’alba e nelle notti di luna piena. (1) 

Mezzo secolo dopo l’inglese Guglielmo Murdoc e il francese Philippe Lebon fondarono una società che diretta dal francese Pietro Prix Franquet sfruttava il carbone per ricavarne il gas illuminante.
Le prime strade dotate dei nuovi lampioni furono il Corso e la via Nuova (l’attuale via Mazzini) e in poco tempo i nuovi “ferai” sostituirono quelli a olio estendendosi in tutto il centro città; nel 1864 se ne contarono più di 1900 gestiti da un’azienda municipalizzata. Aumentò così il numero dei cosiddetti “impizaferai” impegnati ad accenderli dopo il tramonto e spegnerli all’alba.

Nella foto un braccio di sostegno per il fanale a gasimg280FeraiNel 1870 fu posto un grande candeliere a 8 fiamme in piazza Grande e sei anni dopo il Municipio venne illuminato dalle mitiche Tinza e Marianza. Tuttavia le luci diffuse dai coreografici lampioni erano ancora troppo deboli.UnitàLuciano Emili
I bellissimi fanali a gas in fiamma libera sul Belvedere di passaggio Sant’andrea img281

Piazza Giuseppina

ridottaLa prima illuminazione elettrica apparve ventotto anni dopo e quel primo Novembre 1898 fu un grande giorno per Trieste: nonostante il freddo e la pioggia la gente si riversò sulle strade dimostrando l’orgoglio di abitare nella seconda città europea dotata di un impianto a vapore che generava una corrente trifasica. Le prime cabine di distribuzione, collocate tra piazza della Borsa e l’Acquedotto, erano costruite in ferro con elementi decorativi e decorazioni floreali; i nuovi lampioni in ghisa, chiamati “pastorali” per la loro caratteristica sagoma, sostituirono i fanali a retina. Le installazioni avvennero però con molta lentezza.

Nella foto l’ultima cabina elettrica conservata in piazza della Borsa img287
Sul molo San Carlo i fanali elettrici detti “pastorali” vennero inseriti tra i preesistenti fanali a gasMolo
Alla vigilia della Grande Guerra infatti le nuove lampade non superavano le 150 unità e fuori dal centro, oltre la Portizza e in tutta Cittavecchia continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.città vecchia
Per ordine del comando austriaco durante il conflitto tutti i fanali rimasero spenti per timore di bombardamenti o incursioni aeree e si riaccesero dopo il crollo dell’Impero.
Dopo il 1923 la distribuzione di energia elettrica venne erogata dall’ “Azienda Comunale Elettricità e Gas
A Barcola, Grignano, Prosecco e Contovello, Santa Croce e Opicina la luce elettrica arrivò appena nel 1925 ma in città ardevano ancora 1463 fanali e non si contavano più di 1555 lampioni.
Quando il 28 ottobre 1931 fu solennemente acceso il Faro della Vittoria, tra Cittavecchia e le vie periferiche si aggiravano ancora gli “impizaferai” che accendevano e spegnevano le misere fiammelle a gas  e molto tempo doveva passare ancora prima di essere spente per sempre.

Sui lampioni in ghisa risalenti alla fine dell’Ottocento e ancora presenti in piazza Unità, si trova ancora lo stemma di Trieste austriaca. img288

Sulle vie e piazze centrali di Trieste come anche in zone più periferiche, sopravvivono ancora diverse strutture in ferro di vecchie lampiere, di fanali e lampioni. In piazza Perugino sono sono stati persino conservati 3 originali fanali in ghisa con un piacevolissimo riadattamento in fontanelle.Perugino

Lo storicissimo fanale sul Canal GrandeSilvio Mase

Così Trieste conserva ancora i ricordi del suo passato imperiale assumendo quella certa aria retrò che piace tanto sia a noi che la viviamo che ai numerosi turisti che la scoprono.

(1) Nel breve dominio di Napoleone l’illuminazione fu estesa anche sul molo San Carlo e in piazza Ponterosso.

 

Carrozze e tram

Con il progressivo allargamento della città fu necessario ampliare l’offerta dei trasporti urbani rendendoli fruibili da tutta la popolazione.

Nella foto d’epoca (da “Il Piccolo”) le carrozze attendono i clienti in piazza della Borsaimg264
Già intorno al 1860 cominciavano a circolare i primi Omnibus ma solo dopo il 1875 l’impresa Cimadori & Vitturelli organizzò un servizio più esteso e confortevole con vetture aperte in estate e chiuse d’inverno. Inizialmente il metodo per segnalare le fermate richieste dei clienti era per così dire un po’ grezzo basandosi sullo strappone di una corda in dotazione del bigliettaio e collegata al braccio del guidatore, ma insomma le prestazioni erano comunque assicurate.
Ancora nel 1874 fu proprio la ditta Cimadori a proporre delle linee di trasporto su rotaia e dopo i primi rifiuti del Comune che non voleva “rovinare le strade” il progetto venne attuato e il 30 marzo del 1876 fu inaugurata la prima linea di tram a cavalli seppure limitata dal Boschetto ai Portici di Chiozza.

Foto Franco Dilica (da Trieste che non c’è più)Tram

 

Trieste ne fu orgogliosissima in quanto la tramvia cittadina seguiva di un solo anno la linea di Parigi e anticipava di ben sei anni quella di Milano.
Altri impresari si aggiunsero alla ditta Cimadori e nell’arco di un decennio divennero raggiungibili i rioni periferici di Barcola e Sant’Andrea.

Alla fine del secolo l’arrivo della corrente elettrica trasformò rapidamente l’aspetto della città con l’illuminazione delle strade e un innovativo metodo di trasporto urbano approntato dalle officine della Grazen Union Fabrik che riuscirono ad alimentare i motori delle vetture mediante un’asta collegata con una rotella ai fili aerei su cui veniva propagata l’elettricità.
Il 2 ottobre del 1900 apparve così il primo tram elettrico con rimorchio che dalla Rotonda del Boschetto marciando alla velocità di ben 30 km. percorreva le vie Giulia, Stadion, Torrente alla volta di Barcola tra gli applausi dei cittadini.

Passaggio del tram in via Giulia (foto “Il Piccolo”) img265
In pochi anni la Società triestina Tramway estese la rete dei trasporti verso San Sabba, Servola e Roiano crescendo ulteriormente dopo il 1909.

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Il 9 gennaio 1901 venne approvato il progetto della Società elettrica Union di Vienna per l’allestimento di una funicolare che collegasse il centro città con Opicina
La linea tramviaria a un unico binario, che diveniva doppio solo in 7 punti di incrocio, venne terminata nell’aprile del 1902 e inaugurata il 9 settembre tra l’entusiasmo dei cittadini.

Nella foto (collezione Di Matteo) le maestranze davanti alla carrozza in partenza; vicino al palo l’ideatore ingegner Eugenio Geiringer, scomparso 2 anni dopoimg270
Il deposito del tram in via Nazionale a Opicina nei primi anni del Novecento (foto collezione Ancona)img269

Notizie tratte da:
Silvio Rutteri, Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1975
Il Piccolo, Sull’orlo dell’abisso, Finegil Ed., Trieste, 2014

Altre notizie su http://triestesegreta.blogspot.it/2015/08/cucer.html

I tempi delle diligenze

Verso la metà dell’Ottocento c’era una grande attività nella vecchia piazza della Dogana (1) da cui partivano i carri delle merci e le diligenze per le consegne della posta o per i lunghissimi viaggi della ricca borghesia triestina.

Piazza della Dogana (da Edizioni Brezza)img236

Nell’indaffaratissimo piazzale cittadino il vociferare degli stallieri e le canzonacce che uscivano dalle vicine e maleodoranti taverne si mischiavano ai rumori degli zoccoli ferrati sul selciato, agli improperi dei vetturini impazienti e alle sonagliere dei cavalli che si apprestavano a partire.

Nella foto (collezione Luciano Emili) un particolare di piazza della DoganaDogana
I carrozzoni di vecchia data erano destinati a trasportare le mercanzie importate dall’Oriente e avviandosi per la strada di Opicina s’incrociavano con le carrette trainate da ansanti giovenche o con le aristocratiche carrozze guidate da impettiti cocchieri.

Foto da Enciclopedia Monografica del FVG Strada nuova per Opicina

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Allora i viaggi erano considerati delle inquietanti incognite talmente piene di pericoli e disagi che il nostro Ricciardetto asseriva che prima di ogni partenza era consuetudine ascoltare messa e farsi il segno della croce prima di salire sulle diligenze: “Sepolti tra scatole, scatoline e scatoloni delle madame, pigiati come acciughe tra tabacconi e fumatori di pipa, sferzati dal freddo oppure oppressi dalla canicola, il viaggio non finiva mai”.

Se per raggiungere Gorizia s’impiegavano 8 ore per arrivare a Vienna servivano dagli 8 ai 15 giorni, insomma un vero supplizio. Già le carrozze direttissime chiamate – si fa per dire – “le veloci”, dovevano cambiare i cavalli ogni 15 chilometri, immaginarsi poi l’allungamento dei tempi in caso di incidenti come le rotture di ruote o gli sbandamenti nei fossati!
A volte qualche ricco quanto impaziente passeggero osava sferzare malamente i cavalli, tanto che venne proibito portare con sé fruste e bastoni ma in seguito si verificarono invece problemi con i “postiglioni”, cocchieri, vetturini o come dir si voglia, che se non ricevevano opportuni oboli per ungere le ruote dei calessi o per dissetare le loro fauci nelle bettole lungo la strada, allungavano a dismisura le partenze provocando cori di lamentele… Poi magari riprendevano il viaggio correndo a briglia sciolta terrorizzando i malcapitati e se qualcuno avesse osato protestare erano capaci di redarguirlo di non possedere un biglietto valido e persino di scaricarlo in aperta campagna!
Come se tutto ciò non bastasse, considerato che le diligenze viaggiavano anche di notte, si verificavano pure gli assalti di impavidi briganti che provvisti di maschere e tromboni arraffavano borse, valige e quanto trovassero all’interno.

Insomma che stress tremendo dovevano essere quei viaggi! Ma presto sarebbero arrivate delle grandi novità…

Nota 1: Poi Piazza delle Poste e in seguito Piazza Vittorio Veneto  

Fonte: Articolo “Il Piccolo” del 25 aprile 1915 – Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930

Il Giardino Pubblico

Nella prima metà dell’Ottocento lungo la strada allora chiamata “Carrozzabile per il Boschetto” scorreva ancora il torrente Starebrech (o Scoglio) , chiamato “patòc” dal popolo, che veniva usato dalle lavandaie per risciacquare le lenzuola nonostante il sudiciume maleodorante delle sue acque. Interrato dopo il 1845, iniziò l’allargamento della strada a valle intitolata 2 anni dopo Corsia Stadion (dal cognome del Luogotenente) mentre quella a monte dopo il 1879 prese il nome di Corsia Giulia. (1)
Nel 1854 tra la fine della Corsia Stadion (oggi via Battisti) e la futura via Giulia venne inaugurato un giovane “Giardino Popolare” che terminava presso la casetta in stile svizzero dell’Ispettore municipale (2) ma nove anni dopo il Comune acquistò il fondo delle Monache Benedettine di San Cipriano estendendo il parco fino al padiglione affiancato da 2 gallerie con annessa Caffetteria, costruito fin dal 1857.
Il giardino venne sempre più arricchito con alberi, siepi e piante e tramite pubbliche elargizioni iniziarono le annuali Esposizioni di fiori curate da Nicolò Bottacin, Presidente della Società di Ortocultura. Durante la bella stagione grazie  al lavoro di un certo signor Benzini, la Caffetteria divenne un posto alla moda sulla cui terrazza si gustavano i caffè con la panna montata e gli “storti” o fresche granite di frutta.
Nelle sere d’estate si svolgevano delle feste notturne con musiche e balli o applauditissime rappresentazioni di filodrammatici mentre al chiosco della musica le orchestrine suonavano marcette, walzer o brani d’opera.
Le passeggiate tra i viali erano deliziate dai canti di cinciallegre, pettirossi e canarini che svolazzavano in una grande uccelliera e da impettiti pavoni che passeggiavano intorno al bel laghetto dove nuotavano cigni bianchi e neri.

Foto Edizioni Italo Svevoimg215
Durante l’autunno e l’inverno il giardino accoglieva delle mostre-mercato di frutta dove erano offerte le uve nere dell’Istria e quelle bianche del Collio, le deliziose mele del Goriziano e le bionde pannocchie delle pianure friulane.
All’entrata principale del Giardino Pubblico intitolato con il nome del podestà Muzio Tommasini (3) nel 1883 venne posto il “Monumento a Trieste” raffigurante la dea Minerva sopra una fontanella con scolpiti due angeli a cavallo di un delfino.

Nella foto (collezione Giorgetti) la statua di Minerva abbattuta dopo “La Redenzione”img218
Il Giardino Pubblico nel 1890 (foto di Mauro Zoch nel gruppo Fb Trieste che non c’è più)Zoch 2

Il Padiglione municipale (foto CRT) 10658934_1523577074523610_5019149659428439944_o
Nella foto (collezione de Leitenburg) l’inaugurazione del monumento di Domenico Rossetti il 25 luglio del 1901img211
Qualche anno prima dello scoppio della Grande Guerra nel bel giardino cessarono tutte le musiche, le feste e i balli, il signor Benzini si ritirò, il caffè fu sostituito da una latteria, e i vialetti erano frequentati solo da soldati o da mamme con i bambini. (4)
Durante i tempi di guerra nel padiglione centrale fu installata una cucina di guerra e in seguito una mensa popolare.
Il “Monumento a Trieste” con la dea Minerva venne abbattuto e nel 1921 sostituito con quello della “Finis Austriae” di Riccardi Ripamonti rappresentante un’allegorica figura femminile sulle cui spalle portava un’aquila bicefala.

Foto Rete CivicaFinis Austriae
Oggi nel Giardino Pubblico, esteso in 30.000 mq., si trovano 368 esemplari arborei di grandi dimensioni: platani, olmi, ippocastani, querce con alcune specie esotiche come cedri, araucaria, gynkgo e koelreuteria. Lungo i vialetti, tra i molti arbusti come bossi, allori, ligustri, viburni, allori, pittosfori, aucube, tassi e agrifogli sono stati collocati 31 busti scultorei di illustri cittadini di Trieste. (5)
Il padiglione con le strutture laterali, oggi sede dell’A.R.A.C. , il bar e il grande terrazzo e l’area per la proiezioni di film esistono ancora come le zone attrezzate per i giochi dei bambini.

Note:

  1. Divenne via Giulia nel 1885. Le notizie sono tratte dal testo di Dino Cafagna “I torrenti di Trieste”, edizioni Luglio, Trieste, 2017;
  2. Oggi sede del III Distretto della polizia Municipale;
  3. Muzio Giuseppe Spirito de’ Tommasini, Trieste 1794-1879, fu anche un apprezzato botanico;
  4. Il giornalista Riccardo Gurresch scrisse che vennero allontanati tutti gli uccelli della voliera, i cigni, i pavoni, 2 giovani orsi e i caprioli;
  5. Da Rete Civica, Comune di Trieste.

Notizie e consultazioni tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930 – Fabio Zubini, Borgo Franceschino, Edizioni Svevo, Trieste, 2001 – Rete Civica di Trieste –  Dino Cafagna, I torrenti di Trieste, edizioni Luglio, Trieste, 2017.

Il teatro di Piazza Grande

Già nel 1705 il Consiglio della città ritenendo “Esser necessaria per esercitio della gioventù ad attioni virtuose l’erettione d’un Teatro” concesse in via provvisoria l’uso di una sala sopra la Loggia comunale per rappresentazioni sceniche e balli.

Il primo vero teatro dotato di palcoscenico, platea e due ordini di palchi fu allestito nel 1751 in un Palazzo esistente fin dal 1707 in Piazza Grande e collocato tra le carceri e la chiesa di San Pietro da cui prese il nome.

Carlo Rieger: la Piazza nel 1765 con la Cancelleria del Magistrato e la Loggia sulla destra, la fontana dei Quattro Continenti di fronte, la porta di Vienna sul fondo, le chiese San Pietro – San Rocco, il Teatro San Pietro con a fianco le antiche prigioni e la Torre del Porto sulla sinistraimg187

Il teatro era illuminato in centro da un grande candelabro di cristallo e disponeva di una piccola orchestrina composta da violini e 3 ottoni che insieme accompagnavano le ariette e le melodie di famosi baritoni, avvenenti contralti nonché di “emasculati”, per dirla con eleganza, i cui virtuosismi vocali mandavano in visibilio il pubblico.

Nella foto (da Wikipedia) il celebre cantante Farinelli Farinelli

Dopo il 1793 le rappresentazioni disponevano di uno scenografo, un coro di 6 o 12 persone e un’orchestra composta da 19 strumenti musicali diretta dal primo violino e dal maestro concertatore.
Per le “prime” l’ingresso costava uno zecchino ed erano riservati alla élite dei patrizi che giungevano a cavallo avvolti nei tabarri rossi con tanto di tricorno sul capo e spadino sul fianco e alle eleganti, profumatissime dame che celate da ventagli in piume di struzzo con candide parrucche cosparse di polveri dorate, scarpette luccicanti sotto le larghissime gonne scendevano graziosamente dalle portantine rette dai loro servi.
Sul palcoscenico del Teatro San Pietro si esibirono famose compagnie di prosa che restavano in cartellone anche per 40 recite, abili prestigiatori ma anche guitti, comici e mimi circensi. A grande richiesta venivano organizzati anche degli allegri balli popolari chiamati “petizza” dal soprannome della moneta (un terzo di Fiorino) che si pagava per l’ingresso.
Il linguacciuto Ricciardetto, da cui abbiamo attinto queste notizie, aggiunge che durante gli intervalli l’eterogeneo popolino alzasse un po’ il gomito creando una bolgia ciarliera e fumosa.
Negli ultimi anni del Settecento venne aperta anche una sala del ridotto e furono messe a disposizione delle carrozze pubbliche per accogliere e riaccompagnare i partecipanti ai balli e agli affollatissimi veglioni di Carnevale.

Nella piazza retrostante al teatro San Pietro, ormai chiamato “Vecchio” il ricchissimo conte Antonio Cassis Faraone commissionò agli architetti Giannantonio Selva e Matteo Pertsch la costruzione del “Teatro Nuovo” che fu solennemente inaugurato nell’aprile 1801.teatro 2

Dopo la chiusura il vecchio teatro settecentesco venne del tutto abbandonato fino al suo abbattimento nel 1822 mentre la piazza di Trieste a lungo nominata anch’essa con il nome dell’antica chiesetta, riacquistò nuovi spazi trasformandosi in Piazza Grande.P San Pietro

Notizie tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930

 

Verdi a Teatro Grande di Trieste

Il Teatro Grande in una stampa del 1840, Civici Musei di Storia e Arteimg169
Giuseppe Verdi (foto “I Grandi della musica” Edizioni RCS)img167
Quando l’11 gennaio 1843 al Teatro Grande di Trieste venne rappresentato il Nabucodonosor (poi intitolato Nabucco) del giovane Giuseppe Verdi (1), il pubblico si dimostrò entusiasta per quella musica giudicata “nuova, smagliante, incantevole” e commosso dallo splendido coro del popolo ebraico che invocando “Oh mia patria sì bella e perduta” rappresentava il desiderio di ottenere la propria.

Foto del Museo Teatrale Carlo SchmidlMuseo teatrale
Due anni dopo l’ Ernani ottenne un trionfo talmente clamoroso da essere riproposto per ben venti sere con ripetuti bis del coro “Evviva! Beviam!”

Nell’ottobre del 1848 Verdi volle affidare al pubblico triestino il verdetto per Il Corsaro, la sua nuova opera, ma non riuscì a essere presente trovandosi ammalato a Parigi. Nonostante le aspettative l’opera non piacque e dopo 3 rappresentazioni scomparve dalle scene.

Foto beni culturali.itbeniculturali.it
Calorosi applausi furono invece riservati al Macbeth, presentato pochi mesi dopo e nella stagione successiva la Luisa Miller e l’ Ernani si disputarono la permanenza nel cartellone del sempre frequentatissimo Teatro Grande.

In quello stesso anno si svolsero anche le concitate prove della “prima” dello Stiffelio, opera scritta dal librettista Francesco Maria Piave ma il testo sia per l’argomento trattato (2) che per alcune allusioni non gradite al governo austriaco, fu contestato dai censori con tanto di divieti e minacce.
Grazie all’interessamento dei direttori del teatro dott. Moulon e Angelo Vivante che contattarono il Luogotenente imperiale Francesco Wimpffen (3) venne concordato un compromesso con tagli e modifiche di alcuni versi.
L’ormai celebre Verdi volle quindi ancora una volta affidare al pubblico triestino il primo giudizio di una sua opera e giunto a Trieste prese alloggio all’ Hotel de la Ville partecipando a tutte le prove eseguite da artisti di grande fama sotto la direzione musicale del maestro Luigi Ricci.

Foto “I Grandi della Musica “ edizioni RCSimg166
Nella spasmodica attesa della première andavano a ruba i ritratti e le litografie di Verdi e la sera del debutto, il 16 novembre 1850, il teatro era stracolmo.

Foto del Museo Teatrale C. Schmidlstriffelio
L’opera fu alla fine un successo più di stima che di vero entusiasmo (4) seppure alcuni brani furono comunque apprezzati e applauditi per l’inconfondibile impronta del Maestro che fu omaggiato con una corona di alloro e richiamato per 10 volte sul proscenio. (5)

Il musicista rimase ancora qualche tempo a Trieste stringendo amicizia con molte persone qui conosciute tra cui il letterato e ricco commerciante signor Giovanni Severi che lo invitò nella sua casa domenicale in via delle Mandrie (6) allora allietata dalla nascita di un bambino. In ringraziamento dell’ospitalità ricevuta Verdi compose una berceuse, Romanza per canto e pianoforte il cui spartito originale è tuttora conservato al Museo teatrale Carlo Schmidl.

Nella stagione del 1850-51 furono rappresentate altre 6 opere di Verdi sulle quali continuava a vigilare la censura imperiale per impedire non gradite manifestazioni patriottiche.
Anche le successive composizioni verdiane come il Rigoletto, il Ballo in maschera, La forza del destino e la Traviata continuarono a raccogliere straordinari successi con il solo incomprensibile insuccesso del Trovatore presentato nel 1954.

Invitato a Trieste dal Podestà ad assistere alla prima dell’ Aida (7) Verdi rispose con delle scuse gentili ma inappellabili:
Ora “Aida” è incamminata ed io l’ho abbandonata al suo destino… Desidero solo che sia eseguita con cura e intelligenza e soprattutto secondo le mie intenzioni… Non è di mio gusto andare per i teatri col solo e semplice scopo di farmi vedere per curiosità…
L’opera fu accolta trionfalmente come più tardi l’Otello e il Falstaff e tutte le opere verdiane portate in scena negli anni successivi al Teatro Comunale, così intitolato dal 1961 e consacrato come Teatro Verdi dopo la morte del grande compositore avvenuta il 27 gennaio 1901.

Nel centenario della nascita, il 10 ottobre 1913, sulla facciata del vecchio Hotel de la Ville fu apposta la lapide commemorativa in gratitudine e ricordo del suo soggiorno a Trieste.

Foto del Comune di Triestetarga
Le cronache di città riferirono che in questa occasione, nonostante le proibizioni e le pesanti reazioni della Polizia, la folla avesse intonato il coro del Nabucco accompagnato dal grido “Viva VERDI!” che voleva significare anche “ Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia!”

Foto dai “Grandi della Musica” Edizioni RCSimg168
Nel maggio del 1915 il monumento marmoreo del musicista, posto in piazza San Giovanni e inaugurato il 27 gennaio 1906, fu lesionato da un gruppo di fanatici, smantellato per ordine del commissario imperiale Krekich-Strassoldo e sostituito con una rozza fontanella.
Nel 1926 il Comune affidò allo scultore Laforêt un secondo identico monumento in bronzo che fu inaugurato il 24 maggio tra un’incredibile folla.

Foto Comune di Triestemonumento
Note:
1. La prima assoluta fu data nel 9 marzo 1842 alla Scala di Milano con la parte di Abigaille affidata al soprano Giuseppina Strepponi che da allora iniziò il suo cinquantennale legame con il Maestro. Figlia del musicista Feliciano Strepponi, trasferitosi a Trieste nel 1827 come assistente del maestro di cappella Giuseppe Farinelli, visse gli anni giovanili in una casa di piazza Piccola, oggi non più esistente.
2. A quei tempi il tema dell’adulterio era ritenuto un argomento scottante.
3. Il Ricciardetto sostenne vi fosse stato l’intervento di due deputati e del bibliotecario-poeta professor Giuseppe de Lugnani.
4. “Un mezzo fiasco coi guanti” fu il commento del nostro Ricciardetto e “Una maccheronata” fu quello del giornale satirico il “Diavoletto”.
5. Lo Stiffelio fu rappresentato nuovamente nel 1852 ma in seguito Verdi volle rimaneggiare l’ambientazione dell’opera ripresentandola nel 1857 con il titolo Aroldo. 
6. La via delle Mandrie, allora circondata da un grande campo arativo e alberi da frutto, si trovava nei pressi dell’attuale via Severi, tra la via Settefontane e il futuro viale Sonnino-D’Annunzio. Negli ultimi decenni dell’Ottocento la residenza fu sede di un circolo di filodrammatici; nei primi anni del Novecento fu smantellata.
7. L’ Aida fu rappresentata in prima assoluta il 24 dicembre 1871 al Teatro dell’Opera a il Cairo e alla Scala di Milano l’8 febbraio 1872

Notizie e consultazioni tratte da:
Riccardu Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930 – “Rivista mensile della Città di Trieste” , Ed. Comune di Trieste, 1937 – studi verdiani.it

L’imperatore Carlo VI a Trieste

de11d541aba54a60abb506ff71da9d05La visita a Trieste dell’imperatore Carlo VI d’Austria nel settembre del 1728 fu preceduto da 4 mesi di convulsi preparativi.
Per offrire un soggiorno degno del suo rango venne scelto l’Episcopato di via del Castello (1) dove vennero allestiti nuovi alloggi per costui e il suo seguito, le stalle per i cavalli, i magazzini per il pollame destinato ai banchetti e le cantine per la scorta dei vini più prelibati.
In onore della regale presenza in città si decretò di erigere la statua dell’Imperatore nella centrale piazza San Pietro ma per la ristrettezza dei tempi, fu deciso di intagliarla nel legno e dipingerla d’oro.
La colonna su cui apporla venne trovata a Corgnale e ripulita dal capomastro veneziano Pietro Zuliani venne posta su un carro trainato da 43 buoi e scortato da 70 manovali.
Giunta a piazza San Pietro dopo un viaggio di 3 giorni, il 27 agosto dell’anno 1728 fu eretta con tanto di salve di mortaretto sparate dal capo-carpentiere Giovanni Candiò che poi fissò la statua dorata.
piazza grande
Intanto in città iniziarono a circolare voci sullo splendido avvenire di Trieste con l’allestimento di un Canal Grande come porto interno, della flotta navale, dei magazzini merci e di tutti i piani di ingrandimento urbanistico.

Per stimolare ulteriormente gli entusiasmi del popolo, i rettori della città provvidero a distribuire a piene mani delle grandi quantità di pane e di otri colme di vini bianchi e rossi che infatti furono graditissimi.
Così non si sa bene se per le ebbrezze di Bacco, la vista assonnata di qualche guardiano o per lo scherzo di qualche bontempone serpeggiò la notizia che nei dintorni dell’arsenale austriaco e delle saline, alle spalle di piazza San Pietro dove troneggiava l’imponente statua imperiale, s’ aggirava una misteriosa figura con un paludamento tutto d’oro… La leggenda perdurò incredibilmente fino ai primi anni dell’Ottocento, quando iniziarono i decenni di prosperità di Trieste e del suo porto.
img128Quanto alla statua in legno dorato dell’imperatore Carlo VI , dopo aver scartato la possibilità di eseguirla in bronzo come quella del padre Leopoldo I, fu deciso di scolpirla in pietra. Su progetto dell’udinese Giovanni Fusconi, solo nel 1754 venne eseguita dallo scultore veneziano Lorenzo Fanoli e ancora eretta sulla colonna in Piazza Grande.
sepppiaSe spesso qualche gabbiano stazioni sul regale capo dell’Imperatore e lo scettro impugnato nella sua mano destra da una certa prospettiva induca qualche maliziosa suggestione, il braccio sinistro indicava il futuro, grande porto di Trieste.sepia
La statua di Carlo VI troneggia ancora in Piazza Unità mentre di quel primo arsenale austriaco dove si aggirava il misterioso uomo dal mantello d’oro rimase solo il nome della piccola strada affacciata sulle Rive.arsenale

1. All’epoca del soggiorno di Carlo VI la storica sede era abitata dal vescovo Luca Sartorio Delmestri von Schönberg

Notizie tratte dal testo di Silvio Rutteri, Spunti dal suo passato, Borsatti Editore, Trieste, 1951  

Via dell’Arsenale

La centralissima e breve via di fianco al Teatro Verdi ha mantenuto il nome della sua storia legata all’imperatore Carlo VI d’Asburgo (nota 1) e all’esistenza di un arsenale militare austriaco.

All’inizio del Settecento Trieste era ancora abbarbicata sul colle di San Giusto, sede del Governo e parzialmente chiusa dalle mura trecentesche. Il mare arrivava allora all’altezza dell’attuale piazza Verdi, e dove oggi si trova il Tergesteo, si ergeva un piccolo edificio di Dogana.

Nella foto una nota stampa di Johann W. Valvasor del 1689 con le saline in primo piano img122
Una stampa d’epoca con le mura medievali e la zona delle salineimg123

Sebbene ancora lontana dagli sviluppi che saranno poi attuati sotto il governo di Maria Teresa, fu proprio nei primi decenni del XVIII secolo che iniziarono i progetti del Porto e della futura città emporiale.

Già nel 1717 Carlo VI aveva proclamato la libertà di transito in Adriatico e nel 1719 concesso  l’esenzione doganale per Trieste e Fiume con vantaggi economici per gli operatori commerciali ma quello che divenne improcrastinabile fu l’allestimento della prima flotta dell’Austria.
L’Impero asburgico si affidò così alla Compagnia Orientale, una Società Commerciale di Vienna, che acquistò fondi di marina e i terreni oggi corrispondenti tra il Tergesteo e la Borsa per costruire un cantiere navale.
Nonostante un buon avvio e la costruzione di qualche nave, la Compagnia non raggiunse i risultati prefissati e fallita dopo pochi anni fu acquistata dal Governo austriaco che trasformò il cantiere in vero e proprio arsenale militare .
Qui furono costruite 4 navi tra cui una feluca a 18 remi e 54 cannoni di piccolo calibro destinata al grado di ammiraglia della futura flotta voluta dall’Impero. Fu proprio su questa imbarcazione ormeggiata nella futura via dell’Arsenale che Carlo VI salì per un giro del golfo quando nel 1728 giunse a Trieste per prendere visione di quanto era stato fatto nei 9 anni di franchigia portuale.
Durante la sua permanenza in città, protrattasi dal 10 al 23 settembre risultò però evidente che per creare un vero Porto con il suo Emporio Commerciale dovevano essere interrate le saline, costruito un canale destinato a porto interno e affiancato da una serie di magazzini per i depositi delle merci.

Tutti i progetti di espansione urbanistica e portuale vennero poi sviluppati da Maria Teresa che successe al padre nel 1740 estendendo le immunità doganali e organizzando gli empori commerciali per trattare sia le merci importate che quelle riesportate via mare.

In una stampa settoriale del porto si notano ancora le saline al centro, a sinistra il collettore principale che diverrà il Canal Grande, il secondo verso la Portizza che sarà il Canal Piccolo, interrato nel 1799 per costruire piazza della Borsa.img126
Le cronache cittadine riportarono gli avvenimenti che precedettero e seguirono la permanenza a Trieste dell’imperatore Carlo VI e siccome tra storia e leggenda furono riportati alcuni simpatici aneddoti, ci riproponiamo di riferirli nel prossimo articolo.

Nota 1:  Carlo VI d’Asburgo è stato imperatore del Sacro Romano Impero dal 1711 al 1740. Fu anche Re di Napoli, Re di Sicilia, Re di Sardegna, Re di Spagna, Re d’Ungheria, Re di Boemia, Duca di Milano, Parma e Piacenza, Conte di Barcellona, Duca di Teschen.

Fonti: Silvio Rutteri, Trieste, spunti dal suo passato – Elio Apih, Breve storia di Trieste – Foto da Enciclopedia monografica del FVG

Sant’Antonio Vecchio

Gruppo incontroLa chiesa di Sant’Antonio Vecchio o della Beata Vergine del Soccorso di piazza Hortis e l’ingresso in piazzetta Santa Lucia, era anticamente dedicata a San Francesco, come riporta il carmelitano Ireneo della Croce (Trieste 1625-Venezia 1713) nel suo celebre testo del 1698 Historia antica, e moderna: sacra, e profana, della città di Trieste (1) :
Fuori dalla città, ma ad essa contigui, il più antico è quello dei “Reverendi Padri Minori Conventuali di San Francesco”, fondato per quanto da immemorabile tradottione fermamente si tiene dal Glorioso Sant’Antonio da Padova del medesimo ordine.”

Antonio da Lisbona, nato nel 1195, divenuto canonico nel 1210 e frate francescano nel 1220, fu trasferito da San Francesco in persona a Bologna e quindi a Padova dove nel 1231 morì a soli 36 anni. Proclamato santo dal papa Gregorio IX dopo 11 mesi, la sua fama si diffuse rapidamente assieme a quella di San Francesco d’Assisi, morto nel 1226 e santificato nel 1228.
Sul sito Sancta Ecclesia tergestina la Diocesi riferisce che nell’Archivio Vescovile risulta la venuta del canonico a Trieste dove nel 1229 accanto al Convento dei Minoriti fece costruire una chiesa consacrata nel 1234.
Nel 1246 fu qui istituita la congregazione dei Patrizi per conservare la genealogia delle antiche famiglie nobili triestine delle Tredici Casade (2) le uniche a essere ammesse e ad avere diritto alla sepoltura sotto il pavimento della Chiesa.

La fondazione della Comunità, menzionata da Ireneo della Croce, fu ripresa anche nelle “Cronache dei Santi” scritte nel 1613 da Eufrasia Bonomo, badessa del convento delle Benedettine a San Cipriano, che attestò la dedizione della chiesa a San Francesco e solo più tardi a Sant’Antonio.

La convivenza delle due confraternite perdurò pacificamente sino a quando la devozione al Santo di Padova aumentò a tal punto che il popolo indicava la chiesa con il nome di Sant’Antonio anziché di San Francesco.
I malumori esplosero nel 1766 per la precedenza delle 2 statue in una processione e dopo la conclusione del corteo, che sfilò ugualmente tra canti e preghiere, i Francescani sbarrarono l’ingresso della chiesa all’effigie di Sant’Antonio. Offesissimi i confratelli la portarono provvisoriamente nella Chiesa del Rosario decidendo di erigere un’altra parrocchia per il culto al Santo Protettore.

La chiesa di Sant’Antonio Nuovo fu completata nel 1771 ma quando poco tempo dopo si rivelò essere insufficiente fu indetto un concorso per il progetto di un edificio più solenne, poi aggiudicato all’architetto Pietro Nobile (3).

Nel frattempo anche la chiesa San Francesco venne a sua volta ampliata e solennemente riconsacrata nel 1774 dal vescovo di Trieste conte di Herberstein e da quello di Pedena (in Istria) Aldrago Antonio de Picardi che la ribattezzarono con il nome di Beata Vergine del Soccorso, di San Francesco e Sant’Antonio, come risulta dalla pietra lapidaria sul portale. (4)

Foto del portale (di Luciano Emili)emili
Dopo soli 10 anni l’antico convento adiacente fu soppresso da Giuseppe II d’Austria e la chiesa, assunta dal clero diocesano, divenne una filiale di Santa Maria Maggiore.
Restaurata nel 1813 e ampliata nel 1847 divenne ufficialmente parrocchia e con i successivi lavori di conservazione e restauro assunse l’aspetto attuale con il solo nome di Beata Vergine del Soccorso.

In un disegno del 1694 di Pietro Rossetti si può notare, contrassegnati dal numero 3, la Chiesa (nella didascalia nominata San Francesco) e il Convento dei Minoriti allora in prossimità del mare. img081

 

In una stampa della seconda metà del Settecento risulta come una parte del Convento fosse stata demolita per ricavare la grande piazza intitolata prima Lutzen dai francesi, successivamente Lipsia dal governo austriaco (5) e infine Hortis da quello italiano.

La Chiesa (contrassegnata con il numero 3) in una Stampa del 1775img082
La Chiesa (al numero 3) in un disegno settecentesco di Francesco Orlandiimg083
Ancora oggi però la Chiesa di Beata Vergine del Soccorso continua a essere chiamata di Sant’Antonio Vecchio in memoria delle sue antichissime origini

Nella foto (di Bertoja da Comune di Trieste) la chiesa prima dei restauri 

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Note:
1. La prima parte stampata nel 1698 comprendeva la storia fino all’anno Mille, la seconda riguardante quella fino al 1702 fu ripresa e pubblicata nel 1881 a cura di Pietro Kandler e don Pietro Tomasin
2. Le famiglie delle 13 Casade: Argento, Baseggio, Belli, Bonomo, Burlo, Cigotti, Giuliani, Leo, Padovan, Pellegrini, Petazzi, Stella, Toffani
3. La grande chiesa di stile neoclassico fu consacrata nel 1849
4. In traduzione: “A Dio ottimo massimo, Antonio Ferdinanado de Herberstein, Conte del Sacro Romano Impero e vescovo di Trieste , ed Aldrago Ant. De Piccardi, vescovo di Pedena, solennemente consacrarono questo tempio dei frati Minoriti Conventuali, dedicato alla B.V. col titolo del Soccorso ed ai Santi Francesco ed Antonio, con l’assistenza di Giovanni Ples, abate infulato di S.Maria de Luca nella Vestfalia e di Pietro Cristoforo de Bonomo, decano mitrato della chiesa Cattedrale triestina Li 17 luglio 1774.”
5. Dove nel 1817 fu allestita l’Imperiale Regia Accademia di Commercio e Nautica di Palazzo Biserini

Fonti:
Ireneo della Croce, Historia antica, e moderna: sacra, e profana, della città di Trieste, 1698;
Girolamo Agapito, Descrizione della fedelissima città e Porto Franco di Trieste, 1824;
Eufrasia Bonomo, Cronache dei Santi, 1613;
Diocesi di Trieste, sito Sancta Ecclesia Tergestina

Il Forte San Vito

Nel Trecento, a ovest di San Giusto, sulla sommità del colle allora nominato Calvula (1) veniva menzionata una cappella dedicata a San Vito martire e che risultò essere ancora esistente nel 1540 in un atto di compravendita per un vicino orto a Chiarvola.

Nel corso del Cinquecento, quando incombeva il pericolo degli assalti veneziani, fu ritenuto urgente provvedere al controllo del mare e alla protezione del porto sottostante ma i relativi progetti subirono alterne vicende e fasi di stallo.
Già nel 1570 il capitano imperiale Romer presentò un rapporto sulle scarse difese del castello di San Giusto, peraltro ancora incompleto, causate dall’eccessiva lunghezza delle mura e dalle troppe feritoie che le indebolivano ulteriormente e nel 1594 il commissario Pietro di Strassoldo presentò un sistema di nuove fortificazioni a difesa della Casa del Capitano.

Solamente dopo il 1616 per decisione dell’ingegnere Pietro de Pomis da Lodi venne deciso di costruire una nuova fortezza sulla sommità del colle di Chiarvola, che in seguito fu nominato di San Vito come l’antica cappella. (2)
Il nuovo edificio chiamato Sanza (3) fu portato a termine nel 1627 per opera del barone Petazzi, ma in seguito vennero proposti ulteriori ampliamenti delle strutture difensive previste anche per il castello di San Giusto.

Tra progetti, contestazioni e mancanza di fondi si arrivò al secolo XVIII e al pericolo delle incursioni dei francesi. In difesa del porto il Lazzaretto San Carlo e il castello di San Giusto vennero dotati di artiglierie, mentre nel Forte San Vito furono eseguiti dei lavori strutturali sotto l’incarico dell’ambasciatore Giovanni Luca Pallavicini.
Quando nel corso del violento temporale avvenuto il 9 luglio 1690 un fulmine provocò l’esplosione della santabarbara al castello di San Giusto (4), fu deciso di usare la Sanza come polveriera.

Nel 1733 sul colle San Vito vennero sacrificati tutti i vigneti e spianati i terreni per erigere una struttura poligonale dotata di cannoni e circondata da profondi fossati.

Alla fine del Settecento, con le armate francesi alle porte di Trieste, quando divenne urgente realizzare una via di collegamento diretto del Forte con il molo di Santa Teresa e Riva Grumula e consentire il trasporto delle munizioni venne realizzata la ripidissima Salita Promontorio.

Ma i veri giorni di fuoco avvennero nel 1813 quando, occupata dalle truppe francesi, la Sanza fu assalita dagli austriaci, appoggiati dalla flotta e dai marines inglesi che si posizionarono davanti con 12 cannoni.
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Dopo una serie di bombardamenti che causarono parecchi danni agli edifici circostanti e dopo un’accanita resistenza, le truppe francesi asserragliate nel castello di San Giusto sventolarono bandiera bianca concludendo così le loro mire conquistatrici.

Nel 1833 fu ultimato l’ultimo potenziamento del forte San Vito con la costruzione di una bassa torre tronco-conica in pietra arenaria dotata di feritoie cannoniera quadrate, un ponte levatoio e una tettoia di coppi.
Nella foto (Biblioteca Civica) un disegno della fortezza nel 1831-1833img036Il Forte San Vito ripreso dall’Orto Lapidario a San Giusto img037
Dopo l’allestimento del cantiere navale San Rocco nel 1858, i sistemi difensivi si spostarono sulle colline intorno a Muggia dove nel 1864 fu costruito il Forte Olmi che divenne un punto strategico di difesa del porto. (5)

La Sanza perse così la sua funzione e nel 1882 venne abolita la servitù militare e il divieto di costruire case; nel 1888 fu del tutto abbandonato e due anni dopo vennero smantellate tutte le difese. (6)
Nella foto (CMSA) i lavori di demolizioneimg039
Per qualche decennio il colle San Vito rimase divenne così desolatamente spoglio fino all’inizio del Novecento quando sui terreni rispianati iniziò a crescere la vegetazione assumendo via via l’aspetto di una campagna, in seguito nominata come Campo Vettor Carpaccio.

Nel 1973 nel corso dell’ampliamento del serbatoio d’acqua lì collocato (7) vennero alla luce le mura e un pozzo dell’antica fortezza entusiasmando Diego de Henriquez (1909-1974) che per decenni aveva custodito in quell’area i mezzi pesanti della sua preziosa collezione del Museo di guerra per la pace.
Nella foto (della collezione Alfieri Seri) Diego de Henriquez che si oppone agli scavi del 197316422254_1849432308604750_4404187497691720511_o (1)

Il pozzo rinvenuto16422801_1849432168604764_5992162982785986849_o

Tra i lavori di sterro, la presenza della Sopraintendenza e la strenua resistenza del nostro nobile collezionista volarono reciproche invettive fintanto che tutte le raccolte di Henriquez furono portate nel suo deposito a Banne assieme a tutto quanto rinvenuto nel pozzo.

Ai nostri giorni in tutta la zona di San Vito sono stati costruite ville, palazzine e condominii ma se si presta attenzione in via San Vito esiste ancora una parte delle antiche mura della fortezza con i cordoli di pietra e sulla via Carpaccio, dietro la struttura dell’ACEGAS, si trova una grande spianata con i serbatoi interrati dell’acqua.
Foto delle mura ancora esistenti in via San Vito  svito

Foto serbatoio ACEGA in via Carpaccio  10917817_10152997445668166_7180277976813206575_n

Foto aerea della spianata dietro il serbatoiovia carpaccio

Note:
1. Dopo il 1400 i nomi si trasformarono in Carvule e Ciarvole; nel Cinquecento in Chiarvola e Giarvolle (da Triestestoria)
2. Sembrerebbe che la cappella San Vito fosse stata distrutta dai veneziani (triestestoria)
3. Dal tedesco Schanze = Forte.
4. Diverse fonti storiche riferiscono si fosse trattato proprio di un fulmine, fatto credibile se i barili fossero stati all’aperto nonostante la presenza dei sotterranei.
5. Fu abbandonato già prima della prima guerra mondiale, riutilizzato per esercitazioni militari negli anni Trenta e utilizzato come postazione antiaerea nella seconda guerra mondiale quando al suo interno fu costruita una casamatta.  
Foto sastrieste.it Cavita6 - Copia6. Nel 1896 esistevano ancora i ruderi del Forte San Vito come riportato da Scipio Slataper dove nel testo Carso Il mio Carso è menzionata “la mularia che faceva la guerra a sassate in Sanza, un’antica fortezza diroccata accanto alla nostra campagna”.
7. Costruito ancora nel 1933 in seguito all’avvio del nuovo acquedotto Randaccio

Fonti:
Alfieri Seri e Sergio degli Ivanissevich, San Vito, già Chiarbola Inferiore, Ed. Italo Svevo, Trieste, 2009 – Triestestoria.altervista – Tesi di Laurea di Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea di Paolo Nagliati (2012-13)  

I secoli della peste

Trieste, le terre interne e lungo tutto il Litorale adriatico, come del resto anche l’Italia e l’intera Europa, fin dalla metà del Trecento furono colpite da violentissime epidemie di peste.
La terribile malattia venne diffusa soprattutto dai porti dove avveniva un continuo transito di commercianti, soldati, marinai, pellegrini e merci provenienti dall’Oriente dove la peste era diffusa dal rattus rattus, una varietà di ratto infettato dalla pulce Zenopsilla Cheopis che si attaccava anche all’uomo.
Le navi con casi di contagio a bordo venivano isolate per un certo periodo ma le epidemie si diffondevano ugualmente terrorizzando la popolazione che le ritenevano una punizione delle loro colpe.
Il morbo si manifestava con la comparsa di bubboni seguiti da febbri altissime e un decorso di 5/6 giorni ma nel 70/80% dei casi sopraggiungeva il delirio e la morte.
I cadaveri si accumulavano su strade e piazze mentre le pulci sui corpi ancora caldi si spostavano sui viventi infettandoli.

Foto tratta da un quadro di Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro, 1609/1612 – 1675)Peste 2 Micco Spadaro
Molti fuggivano dalle città abbandonando ogni avere pur di aver salva la vita e per quanti rimanevano nelle città si allestirono altari e cappelle, vennero organizzati riti religiosi, novene e processioni per pregare, espiare e ottenere il perdono dei propri peccati. Furono costruite anche delle chiese dedicate ai Santi Rocco e Sebastiano che alla fine del Duecento, dopo essere stati colpiti e prodigiosamente guariti dalla peste, si dedicarono alla cura degli ammalati.

I pochi medici di allora non disponevano di efficaci rimedi per debellare i contagi e fin dal Medioevo il solo mezzo per contrastare le varie epidemie che decimavano le popolazioni fu l’aceto le cui diverse proprietà furono descritte nel testo trecentesco De agri cultura di Pietro de’ Crescenzi.

Durante le visite agli ammalati i medici indossavano una specie di toga lunga e incerata, una maschera dotata di occhiali e di un lungo becco contenente delle spezie per contrastare i contagi.
medici 2Nacquero così le “Corporazioni dei fabbricanti d’aceto” di cui la maggiore fu quella dei “Vignaioli Acetai” sorta presso la chiesa di Santa Maria dell’Orto a Roma.
Sulle proprietà di questo preparato nel 1560 fu scritto il testo La singolar dottrina di Domenico Romoli, detto il Panonto, e nel 1611 il Tesoro della sanità di Castor Durante, stampato a Venezia.

Ancora nel Settecento come antidoto delle malattie endemiche veniva usato l’aceto concentrato con l’aggiunta di canfora e succhi di cedro e acetosella, e nel corso dell’Ottocento di un distillato dell’acetato di rame.

L’Impero asburgico sentì la necessità di isolare chi provenisse da paesi di possibile contagio obbligandoli a trascorrere un periodo di isolamento in spazi organizzati e protetti da mura chiamati Lazzaretti. (nota1)
Purtroppo però durante le epidemie non solo si riempivano a dismisura di ammalati che con altissima probabilità morivano nel giro di pochi giorni ma favorivano pure i contagi per le loro precarie condizioni igieniche.

A Trieste vennero costruiti 2 Lazzaretti: il primo tra il 1720 e il 1731 nell’area di Campo Marzio nominato “San Carlo” (nota 2) il secondo tra il 1765 e il 1769 nella zona di Roiano e intitolato “Santa Teresa” in onore dell’Imperatrice. (nota 3)

Il Lazzaretto San Carlo in una nota stampa di Rieger img445

Il Lazzaretto Santa Teresa in una cromolitografia dei primi decenni dell’Ottocentoimg441

Negli anni 1835, 1849 e 1855 Trieste fu duramente colpita anche dalle epidemie di colera provocando a ogni ondata dai 3.000 ai 4.500 casi e la morte del 40% degli infettati.

Nella foto (dal Museo Scaramangà) il portale d’ingresso del Lazzaretto Vecchio come si presentava nel 1840img446

Tra il 1867 e il 1869 sulla costa tra Punta Grossa e Punta Sottile venne allestito il terzo Lazzaretto detto “San Bartolomeo” , rimasto attivo fino alla prima guerra mondiale (nota 4)Lazzaretto san bartolomeo

Nella foto l’iscrizione sul portale d’ingresso che si trovava nel Lazzaretto di Santa Teresaimg454

Gli ultimi devastanti contagi di colera si manifestarono nel 1885 quando era già stato attivato l’Ospedale per malattie infettive S. Maria Maddalena, con padiglioni per colerosi dotati di appositi sistemi igienici di smaltimento dei liquami e dove nel 1886 si registrò il ricovero dell’ultima persona contagiata.

Solo alla fine del XIX secolo lo scienziato Louis Pasteur (1822 – 1895) dimostrò la natura biologica della fermentazione acetica indicando nel Mycoderma aceti l’agente del processo di tale formazione arrivando a identificare i microrganismi.

Con il miglioramento delle condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie di gran parte della popolazione le tremende epidemie del passato furono progressivamente debellate e alla fine del XIX secolo scomparvero dallo scenario europeo.

L’ingresso del Lazzaretto Vecchio in una foto di Pietro Opigliaimage

Note:

  1. Sull’origine del nome “Lazzaretto” ci sono due ipotesi: la prima potrebbe riferirsi al Lazzaro, il lebbroso della parabola evangelica, la seconda al primo Lazzaretto sorto a Venezia il cui titolo di Santa Maria di Nazareth sarebbe stato foneticamente distorto con il nome di “lazzaretto”.
  2. Il “Lazzaretto San Carlo”, così nominato in onore di Carlo VI d’Asburgo (Vienna 1685-1740) aveva all’interno un’area medica, una chiesa dedicata a san Carlo Borromeo e un cimitero. In seguito venne chiamato “Lazzaretto vecchio” e trasformato in un arsenale di artiglieria. Nel grande edificio limitrofo nel 1904 venne allestito il “Museo del Mare”, ancora esistente nell’attuale via di Campo Marzio assieme ad alcune strutture. Il portale e l’edificio retrostante vennero demoliti nel 1950/51 dagli angloamericani.
  3. Nel Lazzaretto “Santa Teresa” esistevano 2 edifici per la quarantena, un ospedale, la cappella, 4 magazzini, 2 stalle e un cimitero. Dopo la costruzione della Ferrovia Meridionale il Lazzaretto verrà parzialmente interrato e nel 1880 definitivamente chiuso.
  4. Il nuovo Lazzaretto, che disponeva del collegamento ferroviario con la città e di un forno crematorio interno, rimase attivo fino al 1918. Attualmente è di proprietà del demanio militare.

Fonte: Renato Zanolli, Guida insolita di Trieste e della Venezia Giulia, Newton & Compton Editori, Roma, 2005
Alcune notizie sono state tratte da Wikipedia e dalla relazione “Un Lazzaretto dell’Ottocento nell’alto Adriatico” di Euro Ponte

Il Prosecco alla triestina

Nei primi decenni dell’Ottocento illustri personaggi sfuggiti dalla rivoluzione francese e alla successiva disfatta di Napoleone si stabilirono a Trieste per trascorrervi i loro dorati esili.
Abituati ad alti tenori di vita amavano banchettare con bottiglie di pregiato Champagne che dalle campagne francesi veniva trasportato sulle navi provenienti da Marsiglia. Non sorprende quindi che alcuni zelanti locandieri triestini tentassero di mantenere più possibile le caratteristiche frizzanti dei vini ottenuti dalle uve bianche coltivate nelle terre del Carso.
Se a pensar male si potrebbe supporre che versandolo nelle bottiglie di vero “Champagner Flaschen” si favoriva la suggestione del prodotto certo è che i tappi venivano poi sigillati con del fil di ferro, evidentemente per salvaguardare quella certa “frizzosità” del vino nostrano, seppure aiutata con qualche energico scuotimento.
Non solo, ma la fresca bevanda veniva spesso servita con un piatto di burro e prosciutto rendendo un semplice pasto talmente gustoso da essere citato nelle guide francesi del primo Ottocento.

Nella foto (ibtimes.com) una rarissima bottiglia di vero Champagne recuperata da una nave ottocentesca diretta a San Pietroburgo e affondata nel mar Baltico, venduta poi in Cina a cifre stratosferiche20228226_1497010637031505_1242652634744103513_n

Questa usanza fu anche riportata in un articolo (nota 1) del bibliotecario bavarese Joachim Heirich Jäck che giunto in città nel settembre del 1821 e fermatosi in un Osteria ai piedi del Boschetto (nota 2) si rifocillò proprio con burro, prosciutto e un bicchiere di frizzante Prosecco (scritto proprio così) riportandone evidentemente un piacevole ricordo.
!cid_A1A5B7FC00CB4E1781B3722720260186@COMPHP3132f1df0f554a65b7af9a4ee47b8501Le prime notizie sulla viticoltura carsica furono scritte nel 1844 da un certo Matija Vertovz che nel testo in sloveno Vinoreja asseriva che già molti anni prima un francese avesse acquistato ben “100 mastelli di Prosekar”.
img343Il Vertovz descrisse con precisione come venissero vendemmiate le bianche uve carsiche e gli speciali trattamenti riservati per ottenere una fermentazione leggera che mantenesse il gusto dolce della bevanda, conservata poi nei tini collocati in luoghi freschi.
Il Prosecco così ottenuto veniva venduto a prezzi piuttosto alti e doveva essere gustato prima dell’arrivo della stagione estiva per evitare alterazioni.

Nel 1858 nella Grande illustrazione del Lombardo-veneto di Cesare Cantù fu riportato che Trieste spediva a Venezia delle “regalie di olio e ribolla, cioè vino bianco spumante che oggi dicesi Prosecco”.

Nel 1873 l’esperto viticoltore di Prosecco Ivan Nabergoj riportò maggiori dettagli sul ciclo per la produzione delle diverse tipologie del vino: Prosecco spumante e Prosecco bianco triestino, quelle del Prosecco fine e del Prosecco comune, in seguito elencati nel testo “L’Amico dei Campi” stampato nel 1888. img344

Nello stesso anno alla “Fiera dei vini” svoltasi a Trieste, furono presentati i vari tipi di Prosecco con riscontri non sempre entusiasmanti mentre il Prosecco bianco di Marino Luxa ottenne una medaglia di bronzo sebbene si trattasse di una produzione d’élite come venne già riportato sul Vošnjak, Umno Kletarstvo pubblicato nel 1873 da Josip Vošnjak (in traduzione):

Un vino ancora migliore si può produrre dall’uva bianca di Prosecco se questa si asciuga (sulla pianta) sino a Natale e quindi viene raccolto tagliando acino per acino (non strappandoli perché il picciolo che rimane da un piacevole aroma del vino, questo viene pressato quindi senza raspo e immediatamente travasato nella botte e sigillato, in modo tale da restare per un anno e un giorno in una fredda cantina e solo allora imbottigliato.
Questo è un tale nettare che supera il Tokayer ungherese.
Da noi purtroppo in questo modo lo produce solo qualche benestante per proprio uso personale perché costa molto tempo, cosa che i nostri viticoltori non possono sopportare, ma speriamo che col tempo questa cosa volga al meglio”.

Questo veniva scritto nel lontano 1873 e incredibilmente nel 2017 si sta ancora discutendo sulla produzione del Prosecco DOC, il delizioso vino frizzante ottenuto dalle particolarissime vigne del Carso triestino.

Note:
1. Riportato nel “Reise nach Wien” 
2. È stato riportato il nome di “Osteria del querceto” ma si potrebbe dedurre trattarsi di quella “Al Boschetto” (nell’attuale via Pindemonte) a quei tempi molto frequentata

Fonte: Fulvio Colombo, Prosecco, Patrimonio del Nordest, luglioeditore, Trieste, 2014