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INCONTRI Anna e il poeta

4b4b3c79448c432183cec8a066d0933a[1]Fu un incontro davvero fatale quello tra Scipio Slataper e le tre giovani amiche Anna Pulitzer, Elody Oblath e Luisa Carniel, i cui destini si intrecceranno nel corso delle loro vite con alterne e a volte tragiche vicende.

Se nel suo libro Confessioni e lettere a Scipio Elody ripercorrerà gli anni dell’affettuosa amicizia con il poeta (nota 1), la documentazione epistolare tra Slataper e Anna sarà brevissima quanto premonitrice del dramma che ne seguì.

I due giovani, 21 anni lui, 19 lei, s’incontrarono a Trieste nel gennaio del 1909 e come ci riferisce la storia, fu subito amore. Ma fu davvero così grande e poetica quella storia tanto esaltata nelle pagine delle Lettere alle tre amiche e de Il mio Carso?

Anna Anna sai che tu ami un poeta? Averti trovata è ormai la prova della mia vittoria. C’è un buon demone che mi vuol bene e tu mi puoi già incoronare” scriveva Slataper alla Pulitzer nel febbraio del 1910 e già ci sorgono dei dubbi.

Desiderai ardentemente di averla. Le preparavo un letto di gioia nella mia anima. Raccoglievo tutti i miei pensieri belli come petali di rosa per il suo guanciale.
Mi addestravo le mani sul musco e su l’erba dei prati per toccarla. Succhiavo fiori per poterle parlare. Aprivo la bocca al sole per darle un bacio. Gioietta tu sei qui… (nota 2) donna più divina di quello che io potessi sognare… Bisogna che tutto il mondo sia rifatto dal mio desiderio” raccontava con enfasi Scipio a Elody senza minimamente immaginare quanto lei soffrisse.

Tu riposi sul mio viso e i tuoi capelli e le tue mani mi difendono” scriveva ad Anna nell’aprile del 1910.
Stasera penso che ormai tu sai tutto e che io non posso più dir niente. Il bacio ha svelato tutto e io mi sento tutto nudo davanti a te. Anche tu anche tu; e hai nascosto il viso sul mio cuore, e ti coprivo con le mie mani. E ormai è un ritmo divino tra noi, come acqua che va al cielo e discende chiara sulla terra. Non c’è più disopra né disotto, ma tutto è buono e io posso accarezzare tutto.”
Non si percepisce forse tra le righe un’inquietante attenzione verso sé stesso anziché una delicata tenerezza verso la giovanissima donna che stringeva tra le sue braccia?

“Io capisco che qualcuno entrando non osi guardare. Qua dentro c’è una forza che obbliga tutti gli altri a rivolger lo sguardo dentro di essi e temere. Un dio è presente, e tutti pregano.” Quale irruenza, quanto Ego sconfinato! Non ci si sorprende se la povera Anna fosse turbata da quell’amore così irruento e carnale, e se giorno dopo giorno ne fosse rimasta sconvolta.
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Nella notte tra il 2 e 3 maggio 1910, chiusa nella sua stanza, sola e piena d’angoscia, in piedi davanti lo specchio, con la pistola puntata sulla tempia, Anna-Gioietta farà esplodere quel proiettile mettendo fine alla sua giovane vita.

La sera di quello stesso giorno Scipio sarà sconvolto e pieno di rabbia:
Lei diceva sempre: Tu non sai cosa è stato nella mia vita. Ma io non potevo sapere. Lei non m’aveva detto niente. Perché non m’ha detto tante cose? Poteva tenersi per sé tutto il dolore passato ora che mi amava? Credeva io fossi debole per sopportarlo? Che non glielo sapessi sciogliere?” scriveva all’amica Luisa Carniel (nota 3).
Odio la sua morte perché m’obbliga alla vita, a vivere con questo male eterno nell’anima. Lei sapeva questo: e s’è ammazzata lo stesso. E sapeva che dopo la sua morte avrei gustato a goccia a goccia tutto il suo dolore, dopo la sua morte, quando io non posso far più nulla.”

Struggendosi nei ricordi, incupito dalle notti insonni e dai sensi di colpa, rifiutando il conforto degli amici e della famiglia, nell’estate del 1911 deciderà di stabilirsi in una modesta casa nell’altopiano di Ocisla, alternando le forsennate corse per campi e ruscelli con la stesura de Il mio Carso.29a2a2c17e744c6ab3fa770d47bb834aQui il poeta rielaborerà la tragica morte di Anna-Gioietta rivivendo quell’amore spezzato in alcune indimenticabili pagine del libro:
Ella è in una tomba nella pietra liscia, nella bara, serrata con viti. Ella è con le mani distese lungo i fianchi. Di fuori c’è un nome e due date. Bisognerebbe strappare quella lapide. Bisogna portare tutti i ginepri del Carso sulla sua tomba”.
Era una pianta di timo. Sei venuto quassù, portato dal suo profumo. L’accarezzavi tanto. Le volevi bene. Era un dolce pianta di timo. Snella, con un ciuffo lieve, odorosa: tu l’hai strappata perché non hai capito cos’era. Tu non l’hai capita perché sei un letterato. L’avresti radicata più fonda nella terra, nessuno più l’avrebbe potuta strappare”.
La carnalità dei loro amplessi verrà così sovrapposta al contatto con la nuda terra, le sensazioni tattili del corpo di lei con quelle della natura e i profumi di timo e ginepro all’odore di quel ciuffo delicato come l’erba.

E venne anche il tempo dei rimorsi, dell’umiltà, dell’ammissione di essere un uomo, non solo il poeta che avrebbe voluto essere:
Lei non doveva morire. Credeva che io fossi tutto forza e bontà. Io non sono forte. Io ho bisogno di amare come tutti gli uomini. Io voglio la vita piena, completa, col suo fango e i suoi fiori. Io voglio bene alla carne sana, piena di sangue e di prosperità. […] Io avrei dovuto vigilare nel suo sonno come un cane nella camera del padrone perché nessuno v’entri.”
Gli si pure perdonano i suoi eccessi davanti a queste righe che ci commuovono:
Eri fresca e odorosa come l’alba. […] Cantavi a bassa voce, limpida come un filo d’acqua tra l’erbe. Dolce creatura! E quando chinavi la testa sulla mia spalla , io ti tenevo il mento nella mano, ti accarezzavo le guance e i fini capelli, e una tenerezza tremante mi prendeva…

Così ci si sorprende quando lo Slataper nella stesura finale de Il mio Carso inserirà un breve appunto (nota 4) che stravolgerà il senso di quella storia che ci ha fatto così tanto sognare:
Non ho mai amato veramente Anna. Ho terribile rimorso e schifo delle pagine false che le scrivevo. Io capisco tanto bene come peccai verso di lei” fu la sua inaspettata confessione.
Infatti dopo la lunga estate del 1911 trascorsa in Carso, in una lettera datata 21 ottobre dello stesso anno, Scipio scriverà all’amica Luisa/Gigetta:
Penso a te e ti bacio perché ho finito ora Il mio Carso.”

Scipio e Luisa Carniel si sposeranno nel settembre del 1913 e rimarranno uniti per soli due anni. Ma questa è un’altra storia.

Note:

1. Elody fu molto innamorata di Scipio e sofferse per il suoi legame con Anna e il successivo matrimonio con l’amica Luisa Carniel;

2. Così lo Slataper chiamò sempre Anna Pulitzer;

3. Gigetta fu il soprannome/pseudonimo di Luisa Carniel;

4. L’appunto è datato 5 settembre 1912. IMG_0047

IMG_0029Fonti:
Scipio Slataper, Lettere alle tre amiche, Edizioni Alet, Padova, 2007;
Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Libri, Milano, 2000.

INCONTRI Svevo e Joyce

IMG_0660Come si è scritto nel precedente articolo, il 27 maggio 1955 il professor Stanislaus Joyce volle congedarsi dalla sua lunga carriera universitaria con la lettura di “The meeting of Svevo and Joyce,” un breve testo che ripercorreva l’incontro a Trieste dei due scrittori e l’intreccio delle vicende che li portarono alla loro straordinaria fama letteraria.
L’incontro di Ettore Schmitz (nota 1) e James Joyce avvenne alla Berlitz School tra gli anni 1906/07 e la loro immediata quanto reciproca intesa fu seguita da una serie di scambi letterari che nel tempo portarono a clamorosi sviluppi.
Se il ventiquattrenne James durante le noiosissime lezioni svolte a villa Veneziani amava leggere i racconti appena scritti di Gente di Dublino Ettore gli raccontava dell’assoluta indifferenza di critica e di pubblico dopo la pubblicazione nel 1892 del suo libro Una vita constatando che “Uscì nato morto dalla tipografia”.
Ma fu la lettura di Senilità, stampato nel 1898 ancora senza successo, a suscitare l’interesse di Joyce che si espresse con una battuta poi rimasta famosa: “Ma lo sa che Lei è uno scrittore negletto?
Schmitz si commosse fino alle lacrime quando il suo giovane insegnante, squattrinato ma sicuro di sé, dotato di eccellente memoria, recitò brani del romanzo in questione, per il quale più tardi, quando venne tradotto in inglese, egli stesso suggerì il titolo As a Man Grows Older” riferì Stanislaus nel corso della sua lezione, seguitando a raccontare, con un pizzico di umorismo, che Ettore si entusiasmò a tal punto da aver voluto accompagnare James fin sotto casa parlandogli per tutto il tempo delle sue sventure letterarie.

Gli entusiasmi di entrambi furono però sminuiti da alcuni intellettuali triestini come il saggista Giulio Caprin o il presidente della “Minerva” Nicolò Vidacovich che sentendo il nome di Italo Svevo si espressero con un inappellabile dissenso. “Semi-illetterati!” fu il commento di Joyce ritenendo che: “un critico debba avere egli stesso una scintilla di genio in sé per scoprire la scintilla del genio di un altro”.
Nonostante tutto Ettore Schmitz, o meglio il suo irrinunciabile pseudonimo Italo Svevo, dopo lunghi anni di inattività letteraria, riprese a scrivere e ancora ad autopubblicare nel 1923 presso la casa editrice Cappelli il romanzo La coscienza di Zeno. 
“Un grande finanziere e un grande industriale” lo definirono sarcasticamente i critici, “Un fiore nato tra i barili di vernice per le carene delle navi” fu invece il commento di Joyce che dopo aver letto il libro consigliò l’amico, del tutto demoralizzato, a spedirlo con la sua raccomandazione a certi critici francesi.
Va notato che per mio fratello la cosa d’importanza primaria era la soddisfazione dell’artista per la propria opera: il successo presso il pubblico era, invece, una faccenda del tutto secondaria” volle specificare Stanislaus.

Ma finalmente un noto critico francese, provvisto di “qualche scintilla di genio”, apprezzò l’ironica originalità del libro di Zeno e l’anno successivo informò Ettore Schmitz del successo riscontrato nei circoli parigini.
Ottenuti i permessi di pubblicazione e trascorsi i tempi per le traduzioni, alcuni brani di Senilità e de La coscienza di Zeno vennero pubblicati su alcune autorevoli riviste francesi con ottime recensioni.
Italo Svevo, scrittore assai amato da alcuni dei migliori “italianisants” stranieri e ignoto un patria, costituisce il “caso” più singolare che offre oggi la nostra repubblica libresca” scrisse lo scrittore-poeta Eugenio Montale su un articolo del gennaio 1926 apparso su “Il Quindicinale” contribuendo al riconoscimento dei testi sveviani anche in Italia. (note 2 e 3)

Nel ripercorrere le vicende tra i due scrittori il professor Stanislaus Joyce volle però ribadire che buona parte dei riconoscimenti fu dovuta al fratello James, fatto ammesso dallo stesso Svevo con una frase dolce e nello stesso tempo amara: “Joyce mi ha regala to un tramonto dorato”.
Per contro ammise che fu Svevo a fornire a Joyce delle informazioni sull’ebraismo poi usate per il personaggio di Leopoldo Bloom dell’ Ulisse che sarà pubblicato nel 1922 tra un’alternanza di critiche.

Svevo e Joyce Ultimo atto

A Ettore Schmitz rimase poco tempo per assaporare il suo successo: il 12 settembre 1928 ritornando da un periodo di cure termali a Bormio fu coinvolto in un incidente stradale presso Motta di Livenza rimanendo ferito in modo apparentemente non grave (nota 4). Sopravvenuta una grave insufficienza cardiaca morirà 67enne il giorno successivo lasciando incompiuto il suo quarto romanzo che sarebbe stato il seguito de La coscienza di Zeno.
(Nella foto la cappella dei Veneziani al Cimitero Sant’ Anna di Trieste)HPIM0585HPIM0586Dopo l’uscita nel 1922 dell’ Ulisse e nel 1927 delle Poesie da un soldo, con una stesura protratta per 16 anni, nel 1939 James Joyce pubblicherà Finnegans Wake che fu accolto da durissime critiche.
La sua vita era ormai allo sfascio: la salute psico-fisica peggiorava, la figlia Lucia languiva in un ospedale psichiatrico, il figlio Giorgio divenuto alcolista aveva distrutto il suo matrimonio con una ricca ereditiera americana e la guerra era ormai alle porte.
Trasferitosi con Nora a Zurigo nel dicembre 1940, il 9 gennaio 1941 fu ricoverato in ospedale e sottoposto a un’operazione per un ulcera perforata quando già era in atto una peritonite che lo porterà alla morte alle 2.15 del 13 gennaio.
Le sue ceneri si trovano al cimitero di Fluntern a Zurigo (nota 5)4720658236_2d68ee926e[1]

Note:

1. Aron Hector Schmitz nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 da un padre ebreo di origine tedesca (il nonno Astolfo era giunto a Trieste come funzionario dell’ Impero asburgico) e da madre italiana. La conversione al cattolicesimo avvenne in occasione del matrimonio con Livia Veneziani nel 1896;

2. Già nel 1925 Montale pubblicando sulla rivista L’esame l’articolo “Omaggio a Italo Svevo” diede inizio alla popolarità dei suoi romanzi.
Il rapporto tra i 2 scrittori continuerà poi con una fitta corrispondenza proseguita fino agli ultimi anni di vita di Ettore Schmitz;

3. Dopo essere passato per i tavoli di vari altri editori il libro Senilità verrà pubblicato nel 1927 dall’editore Morreale;

4. Nell’incidente Svevo riportò una frattura al femore ma le complicazioni furono causate da un enfisema polmonare di cui soffriva da tempo;

5. Nel 1951 sarà sepolta la moglie Nora e nel 1951 il figlio Giorgio.

Fonti:

Stanislaus Joyce, JOYCE NEL GIARDINO DI SVEVO, MGS PRESS, Trieste, 1995
Il manoscritto di Stanislaus Joyce si trova alla Biblioteca Civica di Trieste;
Il testo venne pubblicato dall’Editore Del Bianco di Udine nel 1965.

Il professor Joyce

Menzionando il professor Joyce si penserebbe subito a James Joyce, che fu sicuramente un professore prima di essere riconosciuto come uno dei più grandi scrittori del Novecento, ma si vorrebbe qui ricordare il fratello, professor Stanislaus Joyce, insegnante per 33 anni di Lingua e Corrispondenza inglese all’Università di Trieste, città in cui visse per ben 50 anni e dove sono conservate le sue spoglie.da68c92ea7ff43498a22d472b67669ed (1)Stanislaus, secondogenito dopo James, nacque nel 1884 a Dublino dove passati i tempi di agiatezza, visse anni difficili assieme agli altri 10 fratelli e sorelle.
Il padre John, spendaccione e alcolista, perse tutte le proprietà ereditate e con il modesto lavoro da esattore delle tasse costrinse la numerosa famiglia a grandi ristrettezze, per di più peggiorate dopo la morte nel 1903 della moglie Mary Murray (nella foto)
0a69f23cf994a844bcef12afcc4da49644df7cf4[1]Nell’autunno del 1905 il giovane Stanislaus decise di raggiungere il fratello James a Trieste (nota 1) accettando un impiego come insegnante d’inglese alla Berlitz School (nota 2) dove in seguito divenne vice direttore.
(Nella foto il palazzetto sede della scuola)berlitz_school-trieste-turismoletterario[1]

Nonostante i problemi, le alterne vicende e gli anni di internamento, visse sempre a Trieste senza far più ritorno a Dublino.

Dal momento del suo arrivo in città fu costretto a dare gran parte dei suoi salari per sostenere il fratello con la sua compagna Nora Barnacle e i figli Giorgio e Lucia, che nasceranno rispettivamente nel 1905 e 1907, e per un certo periodo anche le sorelle Eileen ed Eva che James aveva invitato a Trieste senza lontanamente pensare al loro mantenimento.

Durante la Grande Guerra Stanislaus fu coinvolto dai movimenti politici e come cittadino di una nazione nemica dal 1915 al 1918 venne internato nel campo di Katzenau in Austria mentre James riuscì a rifugiarsi nella neutrale Zurigo.
(Nella foto il campo di concentramento austriaco)400px-KatzenauAustrianLager[1]Dopo il 1919 i 2 fratelli si riunirono per un breve quanto turbolento periodo in via Sanità (oggi via Diaz 2) dove viveva la sorella Eileen con il marito Frantisek Schaurek e i loro 2 figli.
Ma a Trieste erano ormai iniziati grandi cambiamenti e nel 1920 James decise di trasferirsi a Parigi permettendo al fratello di occupare il posto di professore d’inglese alla Scuola Superiore di Commercio di fondazione Revoltella (nota 3) che divenne poi sede universitaria e dove insegnò per 33 anni al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere.
Nella foto la sede della Scuola Superiore di Commercio in via del Torrente (oggi via Carducci 12).Autocertificazione 2978

Nel 1928, ormai 45enne, Stanislaus si sposò con Nelly Lichtensteiger, una sua giovane ex studentessa figlia di un ricco commerciante triestino di origine austriaca; nonostante la differenza di età e di censo, il loro legame fu solido e felice.

Con l’avvento del fascismo avanzarono nuove difficoltà e sebbene si fosse sempre astenuto da esporre qualsiasi posizione politica (nota 4) nel 1936 evitò solo grazie a delle conoscenze di perdere il lavoro all’Università e di essere espulso dall’Italia.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò e Stanislaus fu internato a Firenze dove assieme alla moglie Nelly sopravvisse a condizioni atroci. Nonostante le durissime ristrettezze i coniugi Joyce non solo rimasero uniti ma ebbero anche una grande sorpresa: nel 1943, dopo bel 15 anni di matrimonio, nacque il loro unico figlio a cui fu dato il nome di James, come lo zio morto due anni prima.

Per quanto i rapporti con il fratello fossero stati spesso burrascosi, Stanislaus risentì molto la sua scomparsa e se da una parte si fosse lamentato di sentirsi “il fratello bistrattato di un genio”, dall’altra raccolse i suoi manoscritti, salvò carte, lettere e documenti, rilasciando interviste e conferenze, scrivendo articoli su ricordi e aneddoti contribuendo alla raccolta di un materiale biografico che altrimenti sarebbe andato perduto.
A sua volta James, divenuto ormai famoso, nell’ultima lettera inviata al fratello prima di morire, gli trasmise nomi e indirizzi di quanti avrebbero potuto aiutarlo, dimostrando così un’affettuosa riconoscenza per tutti gli aiuti ricevuti durante i loro difficili anni vissuti a Trieste.

Ritornato con la moglie e il figlio a Trieste, Stanislaus riprese l’insegnamento alla facoltà universitaria di Economia e Commercio assumendo contemporaneamente l’incarico di interprete ufficiale del Governo Militare Alleato.

Negli anni Cinquanta, troppo anziano per portare a termine un testo soddisfacente su James Joyce, instaurò un intenso rapporto con Richard Ellmann occupato nella stesura di una colossale biografia dello scrittore.
Come cittadino straniero non ricevette nessuna pensione (nota 5) e trovandosi a 70 anni in una precaria situazioni finanziaria, riordinò tutti gli scritti e documenti del fratello iniziando delle trattative di vendita.

Ufficialmente “pensionato” dall’ottobre 1954 per limiti di età, tenne la sua ultima lezione all’Università il 27 maggio 1955 sull’argomento “The Meeting of Svevo ad Joyce”.
Ricoverato in ospedale pochi giorni dopo, morì il 16 giugno 1955, proprio per il Bloomsday, il giorno entrato nella storia della letteratura in cui svolge la trama dell’ Ulysses. (nota 6)
Dopo l’orazione funebre di Pierpaolo Luzzatto Fegiz il professore Stanislaus Joyce sarà sepolto al Cimitero Evangelico Di Confessione Augustana Ed Elvetica (nota 7)
(Nella foto la tomba di famiglia nel Cimitero Evangelico di via Slavich, 2).IMG_1082Le trattative di tutti gli incartamenti di James Joyce raccolti nel corso degli anni, saranno svolte da Nelly Lichtensteiger, vedova di Stanislaus, che si assicurerà così una sicurezza finanziaria per sé e il piccolo James.

Note:
1. Da una lettera di James al fratello nel settembre del 1905: “Potresti trascorrere qui soltanto un inverno […] e Trieste potrebbe anche risultarti non sgradevole”;

2. La Berlitz School, fondata da Almidano Artifoni nel 1901, si trovava al primo piano del palazzo di via San Nicolò 32 ed era composta da quattro aule.
In seguito divenne la sede storica di Zinelli & Perizzi; oggi si trovano i magazzini Zara;

3. La scuola fu istituita nel 1876 per volontà testamentaria del barone Pasquale Revoltella;

4. Nelle lettere al fratello James confidò però le sue simpatie per la causa italiana;

5. Gli venne comunque elargita una buona liquidazione;

6. “Sulle sue labbra c’era quel sorrisetto ironico che aveva ogni volta che diceva qualcosa di divertente” scrisse la moglie Nelly ricordando gli ultimi momenti di vita;
Era un tipo alto, vestito all’inglese, col frontino del berretto abbassato sugli occhi, un po’ eccentrico, ma spiritoso” scrisse di lui l’allieva Ilse Matisek;

7. Nel 1990 sarà sepolta anche la moglie Nelly Lichtensteiger.
IMG_1083Fonti:

Stanislaus Joyce, Joyce nel giardino di Svevo, MGS PRESS, Trieste, 1995
(Da un articolo del professor John McCourt, autore del saggio “Gli anni di Bloom. James Joyce a Trieste 1904-1920“)

Altre notizie e foto delle abitazioni dei fratelli Joyce su:
http://www.museojoycetrieste.it/joyce-stanislaus/
www.turismoletterario.com

Joyce in love (seconda parte)

$_57[1]Quando nel 1968 la Mondadori pubblicò Giacomo Joyce con il sottotitolo “Il racconto inedito di un suo amore triestino” fu immediatamente sollevata la questione sulla identità della misteriosa Lady che lo ispirò.
Dai labili indizi fu assodato si trattasse di una giovane allieva, figlia di una famiglia benestante residente su un colle, ma dopo la domanda iniziale sul “Chi” lei fosse, ci si pose anche quella sul “dove” lei abitasse.
Nella prima pagina del testo si trova una singolare descrizione:
L’aria invernale del castello, corazze di maglia appese, candelabri di ferro grezzo nelle curve della scala a spirale della torre.”
Quindi non si trattava di una villa ma addirittura di un castello con tanto di corazze a decoro delle pareti e se la torre richiamerebbe l’immagine dell’imponente residenza Irneri di via Bellosguardo non poteva però esistere la sua ricca collezioni di armi che fu acquistata dai de Galatti appena negli anni Sessanta. (nota 1)

Sicuramente Joyce frequentò la villa dei Popper in via Alice (oggi Don Minzoni 16) dove impartiva lezioni d’inglese alla loro giovane figlia Amalia e fu proprio Richard Ellmann, il biografo ufficiale di Joyce, a insinuare che la giovane amata da Giacomo fosse proprio lei. (nota 2)
Il fatto che la pubblicazione del testo Giacomo Joyce avvenne solo l’anno dopo la morte di Amalia Popper nel giugno del 1967 contribuì ad alimentare i dubbi sulla sua identificazione come la misteriosa Lady amata dallo scrittore.
i_029[1]A rimescolare l’interpretazione di Ellmann ci pensò nel 1982 il letterato triestino Stelio Crise (nota 3) che identificò in Anna Maria Schleimer, detta Annie, l’amore segreto di Joyce sostenendo che tra loro vi fossero stati persino dei progetti matrimoniali. In effetti all’epoca Joyce non era sposato con Nora Barnacle (nota 4) ma il loro era un legame forte, testimoniato non solo per il notevole tasso erotico delle lettere che si scambiavano, ma anche per la nascita dei figli Giorgio nel 1905 e Lucia nel 1907.
Comunque quando Annie espresse le sue intenzioni con il padre (nota 5) le lezioni del professore terminarono bruscamente provocandole una forma depressiva da cui non si riprenderà mai del tutto.
Qui una ventenne Annie Schmeimer in una foto di famiglia (Museo Joyce) JT-05-26-1024x657[1]

Nel 1996 il giornalista-scrittore Roberto Curci nel libro Tutto è sciolto, propose invece come possibile identificazione della misteriosa donna descritta nel Giacomo Joyce la giovane Emma Cuzzi basandosi sui seguenti indizi: il fatto che lei avesse subito un’operazione di appendicectomia (“il ferro del chirurgo è penetrato nelle sue carni e se ne è distaccato lasciandole sul ventre la cruda piaga sgraziata del suo passaggio. O Dio libidinoso!“), la certezza che lei, a differenza di Amalia Popper, andasse a cavallo e che fosse nata da un matrimonio ebraico-cattolico menzionato nel testo come “intermarriage“.
Emma[1]Sarebbe comunque da considerare il fatto che tra gli anni 1910 e 1914 molte furono le allieve del professore, notoriamente sensibile al fascino femminile e in questo contesto pure profuso di giovinezza e contornato da ricche residenze. Tra loro menzioniamo anche Maria Luzzatto Fegiz e Olivia Hannapel, entrambe ben più belle di Emma e Annie e noi vorremmo maliziosamente aggiungere anche “troppo belle” per un professore stravagante e squattrinato.Autocertificazione 2970(Nella foto una giovane Maria Luzzato)

Inoltre il fatto che nessuna delle eleganti ville dove si svolgevano le lezioni d’inglese corrispondessero alla descrizione sulla prima pagina del Giacomo Joyce contribuisce ad alimentare i molti dubbi.

“Chi” dunque fu l’amore triestino di James Joyce? Mah… Ci viene in mente una battuta di Miss Douce nelle “Sirene” dell’Ulisse:
Non far domande e non sentirai menzogne

Note:

1. Da un articolo su “Il Piccolo” del marzo 2013;
2. Da un articolo sul “Corriere della sera” del 27 febbraio 1969;
3. Durante la commemorazione del centenario dalla nascita di Joyce tenutasi nella sala del ridotto del Teatro Verdi il 1° febbraio 1982;
4. L’incontro di James e Nora avvenne nel 1904, il matrimonio nel 1931;
5. Andrea Schleimer era un ricco commerciante di spezie e agrumi (Renzo Crivelli);
6. Rimasta nubile morirà in una Casa di Riposo a Gorizia nel 1972.

Fonti:

James Joyce, Giacomo Joyce, EDB Edizioni, Milano, 2014
Renzo S. Crivelli, Una rosa per Joyce, MGS Press, Trieste, 2004
Roberto Curci, Tutto è sciolto, L’amore triestino di Giacomo Joyce, Edizioni LINT, Trieste, 1966
http://www.museojoycetrieste.it/opere/giacomo-joyce/
http://www.museojoycetrieste.it/popper-amalia/
http://www.museojoycetrieste.it/cuzzi-emma/

Joyce in love (prima parte)

IMG_0654Giacomo Joyce, l’enigmatico testo di James Joyce scritto negli anni in cui visse a Trieste, rivela qualche frammento di un’insopprimibile attrazione verso una sua giovane e non identificata allieva a cui impartiva lezioni d’inglese in una villa della città.
Lo scritto in forma di appunti fu rinvenuto dal fratello Stanislaus dopo la partenza di James nel 1920 (nota 1) e si ritenne fosse stato scritto tra il 1912 e il 1914.

Who?” la domanda che costituisce l’incipit di questa sorta di taccuino lascia intuire che lo scrittore non volesse affatto svelare di chi fosse quel “pallido volto circondato da pesanti pellicce odorose. I suoi movimenti sono timidi e nervosi. Lei usa il monocolo. Sì: una breve sillaba. Una breve risata. Un breve battito di palpebre”. Una donna affascinante sembra a noi, “una giovane persona di qualità” la definisce lui aggiungendo “Le lunghe palpebre battono e si aprono: una puntura che scotta e vibra sull’ iride vellutato”. Insomma quasi un folgorante coup de foudre descritto con una delicatezza che da Joyce non ci saremmo aspettati.

Quando la giovane Lady va a cavallo lui la osserva: ” Il grigio tramonto le modella delicatamente le esili anche proporzionate, il collo dai tendini docili e elastici, il capo dalla fine ossatura” e quando una sera la incrocia per strada parlandole di lezioni e orari s’accorge che: “lentamente le sue pallide guance si illuminano di un’accesa luce d’opale” come se quell’incontro inaspettato le avesse provocato un’emozione talmente intensa da farla impallidire.
Quindi il professore non le doveva essere indifferente, del resto James aveva allora trent’anni e doveva essere un uomo di grande fascino…

Ma un’altra scena colpisce il nostro “immaginario”, senza però capire se sia il nostro o il suo:
Lei alza le braccia in un tentativo di allacciarsi alla sommità del collo un abito di velo nero. Non ci riesce: no, non ci riesce. Indietreggia muta verso di me. Alzo le braccia per aiutarla: le sue braccia ricadono. Prendo i soffici e aggrovigliati orli del suo abito e, tirandoli per allacciarli, vedo attraverso l’apertura del velo nero il suo corpo sottile inguainato in una sottoveste arancione. Scivola sui nastri che glielo fermano sulle spalle e cade lentamente. Un corpo sottile, liscio e nudo che riluce di scaglie argentate. Scivola lentamente sulla natiche snelle d’argento levigato e sul loro solco, un ombra d’argento opaco… Dita, fredde e calme in movimento… Un contatto, un contatto”. Questo sottile, delicato erotismo svelerebbe un inconfessabile desiderio del professore dal momento che la sua presenza nella villa fosse giustificata per impartire lezioni di inglese e non certo per concupire la figlia dei padroni.
La scena comunque s’interrompe, per poi riproporne un’altra più castigata: “Una sottana ripresa per un improvviso movimento del ginocchio; un bianco orlo di pizzo per una sottoveste esageratamente sollevata, la tesa rete di una calza”, così ci sorge il dubbio che la giovane allieva ci mettesse un po’ di malizia…

Ma se fosse solo un sogno? Un desiderio irrealizzabile e consapevole che “quell’età è qui e ora” rendendosi conto che “gli occhi offuscano la luce dell’alba, il loro bagliore è la schiuma che copre la corte del bavoso James” quando si perdeva nelle osterie tra il vino e le prostitute sporche di sifilide:
Lei si appoggia ai cuscini addossati al muro: profilo di odalisca nella lussuriosa oscurità. I suoi occhi hanno bevuto i miei pensieri: e nell’umido caldo malleabile accogliente buio della sua femminilità il mio spirito, dissolvendosi, è sgorgato e si è versato e ha inondato di un seme liquido e abbondante… Ora la prenda chi vuole!...”

Certo che leggendo Joyce sembra di trovarsi su un Tagadà che si ferma all’improvviso causando una scombussolante perdita di equilibrio e ci si chiede se le descrizioni si riferissero a personaggi diversi come appunti preparatori di un testo non scritto:
Why?” si chiede anche lo stesso Joyce nell’ultima parte del taccuino:
“Scorrimento – spazio – anni – fogliame di stelle – e paradiso calante – quiete – e più profonda quiete – pace di annientamento – e la sua voce” concludendo il breve testo con un’immagine melanconica:
Un lungo pianoforte nero: bara di musica. In equilibrio sull’orlo un cappello da donna, rosso fiorito, un ombrello ripiegato”.

(continua nella seconda parte)

Nota 1: Il testo fu in seguito affidato dalla vedova di Stanislaus a Richard Ellmann, autore di una monumentale biografia di Joyce.
Tratto da: James Joyce, Giacomo Joyce

Rilke a Duino e altrove

Non dovrei permettermi di scrivere alcunché su Rainer Maria Rilke, ritenuto tra i più importanti poeti di lingua tedesca e oggetto di bibliografie planetarie ma sono stata attratta dalla sua complessa e poliedrica personalità e coinvolta dagli aspetti più introspettivi della sua esistenza e dalle nevrosi emerse nei numerosissimi carteggi epistolari.
helmut-westhoff-portrait-of-rainer-maria-rilke-19011[1](Nella foto un ritratto di Rilke dipinto nel 1901 da Helmut Westhoff)

Il suo nome originale era René Maria e fin da bambino fu convinto dalla madre Sophia Entz di essere l’ultimo rampollo di una nobile stirpe boema (le cui tracce risalivano al 1625) e che il suo ambiente dovesse quindi trovarsi tra gli aristocratici.
Se per il piccolo René le nobili origini rappresentavano un vanto da esibire, non altrettanto dovevano essere graditi gli abiti da femminuccia con cui lo vestiva l’amorevole madre, mai rassegnatasi alla morte a soli 8 mesi della primogenita. Forse ancora peggiori furono le conseguenze delle ambizioni del padre Josef che indirizzandolo a una detestata carriera militare, poi abbandonata a 16 anni, contribuì a innescare quelle sensazioni di inadeguatezza che non lo abbandoneranno più.
Mantenuto da uno zio paterno e successivamente da generose cugine, nel 1895 Rilke riuscirà a ottenere privatamente la maturità liceale seguita da svogliati studi di Legge e Letteratura alle Università di Praga e di Monaco.

La sua vocazione poetica sbocciò dopo l’incontro del 1897 con Lou Andreas-Salomé, un’eccentrica scrittrice tedesca di origini russe, di 14 anni più anziana di lui, conosciuta per un chiacchierato ménage “filosofico” con Nietzsche e Paul Rée prima di sposarsi e dedicarsi anima e corpo agli studi psicanalitici di Sigmund Freud.
Lou e Rilke rimarranno insieme per alcuni anni intensamente vissuti tra le tensioni dello spirito e quelle dei sensi testimoniate nelle liriche a lei dedicate del Libro d’ ore dove il poeta comporrà alcuni versi di insolito romanticismo:
Allora del suo canto le sorgenti / dalla sua rosea bocca dolcemente / si sciolsero e si spinsero sognando / a coloro che son pieni d’amore / e caddero nelle corolle aperte / e affondarono lente in fondo al fiore”.
Sarà ancora dedicate a Lou un’ appassionata poetica:
Spegni i miei occhi: io ti vedrò lo stesso / sigilla le mie orecchie: io potrò udirti / e senza piedi camminare verso te / e senza bocca tornare a invocarti.
Spezza le mie braccia e io ti stringerò / con il mio cuore che si è fatto mano /
arresta i battiti del cuore, sarà il cervello / a pulsare e se lo getti in fiamme /
io ti porterò nel flusso del mio sangue.”

Quell’amore da lei definito “debilitante” per l’amante- bambino si consumò dopo soli quattro anni trasformandosi lentamente in una sincera e affettuosa amicizia che continuò per 25 anni.
Dopo la fine di quella bruciante passione il poeta precipiterà in una sorta di “desertificazione interiore” dalla quale riuscirà a uscirne faticosamente e forse mai del tutto.
Fosti la più materna delle donne” le scriverà in una delle numerosissime lettere a testimonianza del loro indissolubile legame “Fosti un amico, come lo sono gli uomini. Una donna, sotto il mio sguardo. E ancora più spesso una bambina. Fosti la più grande tenerezza che ho potuto incontrare. L’elemento più duro contro il quale ho lottato. Fosti il sublime che mi ha benedetto. E diventasti l’abisso che mi ha inghiottito”. (Nota 1)

Rilke riprenderà così a viaggiare tra l’Italia, l’Austria, la Svizzera, la Germania e la Russia, alla ricerca di quella ispirazione che sembrava per sempre perduta.
Approdato a Worpwede, villaggio di artisti nei pressi di Brema, nell’aprile del 1901 si unirà in un breve matrimonio con l’allieva di Rodin Clara Westhoff, presto abbandonata nonostante la nascita della figlia Ruth. (nota 2)
Le donne saranno un punto fondamentale nella vita del poeta ma nessuna riuscirà a staccarlo dalla sua esigenza di una totale libertà che gli garantisse la creatività artistica e se i legami intellettuali riusciranno a prolungarsi nel tempo, molto più brevi saranno quelli passionali vissuti con la pianista Magda von Hattinberg e con la pittrice Baladine Klossowska.

Dopo ulteriori pellegrinaggi tra L’Europa e la Russia, Rainer approderà a Parigi dove gli sarà offerto un lavoro di segretario presso lo studio del maestro August Rodin (nota 3) presto interrotto per uno spiacevole malinteso.

Alloggiato in due modeste stanze in rue Varenne, in perenne attesa di ricevere i proventi dei suoi libri per campare, scriverà i Quaderni di Malte Laurids Brigge (nota 4) un romanzo a mezza via tra un diario autobiografico e un percorso retrospettivo con una serie di dissertazioni che alcuni critici definiranno “dissociative” ma che riveleranno il disperato smarrimento del poeta:
Non si ha più nulla e nessuno, si va per il mondo con una valigia e una cassa di libri, in fondo senza curiosità. Che vita è questa, in fondo, senza casa, senza oggetti ereditati, senza cani. Si avessero almeno i ricordi…” (nota 5)

In seguito a un fortuito quanto fortunato incontro a Parigi con la principessa Marie von Thurn und Taxis nel dicembre 1909 e alla successiva corrispondenza tra loro intercorsa, il 20 aprile 1910 Rilke sarà invitato al castello di Duino, sulle ultime falesie della costiera triestina.
painting1.1So di aver pensato che ci doveva essere da qualche parte un castello e dovunque esso fosse, sarebbe stato proprio quello che io allora avevo cercato” (nota 6) scrisse alla principessa, lusingato di essere ospitato in una così splendida e nobile dimora.

Dopo il breve soggiorno nell’aprile del 1910 , il poeta soggiornerà nuovamente al castello dall’ottobre 1911 al maggio del 1912; qui inizierà la stesura delle Elegie duinesi che si protrarrà per oltre dieci anni affiancata da varie profusioni letterarie ed epistolari a testimonianza della sua esistenza errabonda e inquieta, vissuta nella costante ricerca di quel “nessun dove” che cercava “da qualche parte nel profondo”.
Quest’anno sono ospite qui, in questo castello e solido castello (al momento completamente solo) che mi trattiene un po’ come un prigioniero, e del resto non può fare altrimenti” confiderà a Lou.
Infatti ti per quanto la memoria storica dei suoi lunghi soggiorni sulla costiera carsica vanti l’ispirazione delle sue celebri Elegie al fascino dell’antico castello sul mare, Rilke non lo amò mai veramente apprezzandone piuttosto la ricca biblioteca e le frequentazioni dei suoi coltissimi salotti dove poteva incontrare il fior fiore di nobili e letterati.
In una lettera del marzo 1912 Rilke si lamentava della desolazione che lo opprimeva e del pessimo clima della zona, incolpandolo (ma ironicamente compiacendosene) dello stato della sua salute. “Questa costante alternanza di bora e scirocco non fa bene ai miei nervi e perdo le forze nel subire ora l’una ora l’altra”.
E ancora: “È vero, Duino non mi ha mai fatto bene, quasi ci fosse qui troppa elettricità dello stesso segno che mi sovraccarica, proprio il contrario della sensazione che sento al mare” (nota 7)
Più spesso il poeta ammetteva però che i suoi malesseri provenissero da un male dell’anima, da un’irrequietezza incapace di fermarsi in un luogo e un’inquietudine che gli impediva di trovare una ragione per cui lottare: “Trovarmi un giorno riordinato sarebbe forse ancora più disperante di questo disordine” ammetteva poi, quasi negando una possibile soluzione alle sue sofferenze.

In alcuni frammenti dei suoi epistolari emergevano spesso anche malesseri di origini sconosciute, causati da un sistema nervoso molto sensibile o da una fisicità troppo reattiva.

E’ possibile che la costante distrazione interiore in cui vivo sia in parte dovuta a cause fisiche, è una rarefazione del sangue, e ogni volta che ne prendo atto mi rinfaccia di averla lasciata progredire fino a un punto così estremo” (nota 8) confidava ancora a Lou nel corso del lungo soggiorno nel castello di Duino messogli a disposizione della generosa principessa Marie.

Non troverà pace nemmeno nella solitaria fortezza di Muzot dove sceglierà di vivere nel 1921 ritenendo benefico il clima mite e secco del Vallese ma dove poi si sentirà chiuso e stregato come in un “cerchio malefico”.
Dentro il castello ci si immagina la favola di qualcuno estremamente vitale che trattiene la propria vita come alito prezioso che non deve mischiarsi all’aria nella sua ordinaria funzione poiché c’è qualcosa di invisibile accanto a lui a cui insufflerà lo spirito” immaginerà Lou Salomé in una delle ultime drammatiche lettere. muzot-1[1]

Il disamore per l’opera non realizzata intacca ora anche il mio corpo, come una ruggine, persino il sonno nega il suo sollievo, nel dormiveglia le tempie pulsano come passi pesanti che non trovano pace” scriverà Rilke nelle ultime pagine del Testamento del 1925.

Si potrebbe supporre che la grave malattia che lo condusse a miglior vita a soli 51 anni avesse dato i primi segnali ben prima del ricovero del 1923 al sanatorio di Val-Mont cui ne seguirono altri fino all’infausta diagnosi del 1926, ma solo nelle lettere spedite agli amici negli ultimi mesi di vita emergerà il suo rammarico e tutta la sua infinita tristezza verso una realtà ormai senza futuro.

Alla dolce principessa Marie che tanto lo aveva sostenuto e conclusa la sofferta stesura delle mitiche “Die Duineser Elegien“ Rilke, consapevole della sua imminente morte, le donerà la proprietà del manoscritto (nota 9) con una dedica che apparirà su tutte le edizioni dell’opera.lobianco872

Sulla sua lapide del suo sepolcro accanto alla chiesetta sulla collina di Raron, Rilke farà incidere lo stemma di famiglia e la frase: “Rosa, contraddizione pura, desiderio di essere il sonno di nessuno sotto tante palpebre.” Chissà cosa avrà voluto dire. Rainer-Maria-Rilke-Grab[1]

Note:

1. Rainer Maria Rilke – Lou Andreas Salomé, Epistolario 1897 – 1926, La Tartaruga edizioni (Baldini&Castoldi), Milano 2002;
2. Sarà Ruth Rilke a curare tutto l’espistolario del padre
3. Lo studio dello scultore si trovava all’Hotel Biron, riadattato nel 1919 come Museo Rodin;
4. pubblicato nel 1910;
5. Epistolario, ibid;
6. Marie von Thurn und Taxis, Ricordo di Rainer Maria Rilke, Edizioni Fenice, Trieste 2005;
7. Epistolario, ibid;
8. Epistolario, ibid;
9. Conservato presso l’Archivio di Stato di Trieste.

Gli anni della psicoanalisi a Trieste

Nel saggio Gli anni della psicoanalisi (nota 1) lo scrittore/saggista Giorgio Voghera (Trieste 1908 – 1999) sondò il legame tra la psicoanalisi e gli scrittori nella Trieste degli anni Venti e Trenta, città allora all’avanguardia per aver accolto con favore la psicoanalisi freudiana.
VogheraIn precedenza fu un padovano di origini ebraiche, Marco Levi Bianchini (1875 – 1961) il primo medico che aderì con entusiasmo alle dottrine di Sigmund Freud (Freiberg, Moravia 1856 – Londra 1939) fondando nel 1915 la “Biblioteca psichiatrica internazionale” e nel 1921 l’ “Archivio generale di neurologia, psichiatria e psicoanalisi”, divenuto in seguito l’organo ufficiale della Società psicoanalitica italiana. (nota 2)

Ma fu a Trieste che sorsero dei circoli di letterati dove venivano lette e discusse le nuove teorie freudiane e ancora a Trieste che vennero praticate le prime analisi psicanalitiche per il fatto che qui nacque e visse Edoardo Weiss (Trieste 1889 – Chicago 1970) (nota 3) che dopo la laurea in medicina a Vienna e la specializzazione in psichiatria venne attratto dai rivoluzionari studi del dott. Sigmund Freud. (note 4, 5, 6)
lobianco863lobianco862Assunto nel 1918 all’ospedale psichiatrico di Trieste, il dottor Weiss s’impegnò alle alterazioni psichiche e alle dinamiche della psicosi da lui definite “malattie dell’Io”. Le sue teorie furono talmente affascinanti da coinvolgere letterati e artisti in una vera e propria stagione culturale descritta nel sopracitato libro di Voghera Gli anni della psicanalisi di cui ci permettiamo riportare qualche breve passaggio.

Tra i primi scrittori suggestionati dall’imprintig dell’inconscio fu Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz (Trieste 1861 – Motta di Livenza 1928) uno dei principali esponenti della cultura mitteleuropea.
Attraverso Zeno Cosini, il protagonista del suo più celebre romanzo, Svevo narrò allo psicanalista le vicende della sua vita sviscerando le dinamiche mentali che lo avevano indotto alla nevrosi. Se il dottor Weiss negò di essere il medico menzionato nella Coscienza di Zeno non ravvisandone alcun metodo di analisi psicanalitica, lo stesso Svevo ne trattò gli aspetti con una bonaria se non a tratti paradossale ironia, da molti ritenuta indotta dal fallimento delle cure di un suo stretto parente.

Del tutto diverso fu invece il coinvolgimento alla psicanalisi di Umberto Saba (Trieste 1883 – Gorizia 1957) che, tormentato fin da giovane dalla nevrosi e in seguito sprofondato in una profonda crisi depressiva, si sottopose per lungo tempo alle cure analitiche del dottor Weiss.
Se nella raccolta poetica Il piccolo Berto il poeta analizzò i traumi della sua infanzia attraverso un immaginario dialogo tra il Saba adulto e il Saba bambino, il discusso libro Ernesto (scritto nel 1953) con la sua tematica dell’omosessualità (quasi sconfinante nella pedofilia) fu un vero coming-out ante-litteram.
Interpellato dal dott. Weiss in merito al caso Saba, Freud si espresse con un’inattesa quanto singolare teoria, scrivendogli:
«Non credo che il suo paziente potrà mai guarire del tutto. Al più uscirà dalla cura molto più illuminato su se stesso e sugli altri. Ma, se è un vero poeta, la poesia rappresenta un compenso troppo forte alla nevrosi, perché possa interamente rinunciare ai benefici della sua malattia”. 
In effetti Saba riuscì a esprimere la sua travagliata interiorità nei suoi versi indimenticabili dove la dolcezza poetica raggiunse le corde di un’intensa musicalità.

Quanto entusiastica fu l’adesione di Saba alle teorie psicanalitiche, tanto palesemente scettica fu quella di Roberto Bazlen (Trieste 1902 – Milano 1965) apprezzato consigliere editoriale e divulgatore di nuove correnti letterarie. Eppure Giorgio Voghera sostenne fosse un attentissimo lettore di tutte le riviste concernenti l’argomento anche se poi volse il suo interesse alla psicologia analitica di Gustav Jung (Kesswill, Svizzera 1875 – Zurigo 1961) dove si compenetravano i suoi prediletti studi riguardanti l’alchimia e l’astrologia, le filosofie e le religioni orientali.

Chi aderì in maniera fulminea e totale alle tesi freudiane fu lo scrittore Guido Voghera (Trieste 1908 – 1999) che come scrisse il figlio Giorgio ritrovò in sé stesso la verità di alcuni postulati freudiani.

Lo scrittore Giani Stuparich (Trieste 1891 – Roma 1961), seppure attento ascoltatore dei discorsi che animavano i circoli triestini, fu sempre molto scettico in merito a tutte le dottrine psicanalitiche mentre il poeta Virgilio Giotti (Trieste 1885 – 1957) si dimostrò nettamente contrario anche se non quanto il filosofo Giorgio Fano (Trieste 1885 – Siena 1963) che espresse una netta e a volte intemperante opposizione a quella che ritenne un’irrazionale suggestione collettiva.

Giorgio Voghera sostenne che ai tempi descritti nel saggio Gli anni della psicanalisi Trieste fosse veramente una città di nevrotici, insoddisfatti della realtà politica, economica e specialmente esistenziale e che quindi rappresentasse un terreno ideale per l’attecchimento delle teorie freudiane e la loro ricerca dell’ignoto.

Certo che per altri celebri letterati europei la psiche fu trattata come una scissione dell’IO, e se Marcel Proust la disintegrò del tutto abbandonandosi ai ricordi associativi, James Joyce si abbandonò alla descrizione di una sua particolare giornata senza trovarne il baricentro che reggesse la contorsione dei suoi pensieri.

Chi invece sprofondò nell’introspezione fu lo psicanalista tedesco Georg Groddek (1866 – 1934) ricercando la coscienza dell’IO e le energie psichiche degli istinti che definì l’ES (nota 8) descritte nel libro Lo scrutatore d’anime in cui il protagonista esternava i messaggi mentali dell’inconscio con i discorsi più strampalati.
Il termine nominato da Groddek fu poi introdotto dallo stesso Freud nel trattato Io e L’Es del 1923, dove sostenne che le pulsioni fossero estranee alla parte cosciente della personalità e che i conflitti e le nevrosi fossero provocati dal conflitto di questi due distinti elementi.

Concludendo (si fa per dire) da Gli anni della psicanalisi in poi gli studi sulla psiche hanno rappresentato una costante lotta per intravvedere quell’ignoto che ci logora ma che continua pur sempre ad affascinarci.

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Note:

  1. Giorgio Voghera, Gli anni della psicanalisi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1980
  2. Enciclopedia Treccani
  3. Nel 1931 Weiss abbandonò l’ospedale psichiatrico di Trieste per la sua opposizione al fascismo trasferendosi a Roma; nel 1939 dopo la promulgazione delle leggi razziali emigrò a Chicago dove si dedicò agli studi della psicosomatica
  4. Foto di Edoardo Weiss giovane studente di medicina a Vienna
  5. Foto del palazzo di Corsia Stadion (oggi via Battisti 18) dove abitò la famiglia Weiss
  6. Vedere articolo su Edoardo Weiss http://quitrieste.it/tag/edoardo-weiss/
  7. Autore (con lo pseudonimo di Anonimo triestino) del romanzo Il Segreto, che molti ritennero essere stato scritto a 4 mani con il figlio Giorgio.
  8. Il dott. Groddek si dedicò al simbolismo degli organi del corpo applicando la psicoanalisi per la cura delle affezioni somatiche

 

Un Ulisse a Trieste

lobianco779In seguito alle donazioni dell’ archivio privato di Giorgio Strehler da parte delle due eredi Andrea Jonasson e Mara Bugni al Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl” di Palazzo Gopcevich (3/2/2005) e alle successive catalogazioni del materiale rinvenuto, emersero dei fogli dattiloscritti e corretti per mano dello stesso Maestro concernenti un progetto cinematografico rimasto inedito fino allora. (qui la prima pagina dell’ “intelaiatura” del progetto cinematografico)

lobianco777Il libro Strehler privato, pubblicato dal Comune di Trieste in occasione del decimo anniversario dalla sua morte, ha reso pubbliche le pagine in cui fu elaborata una bozza per l’adattamento di un film tratto da La coscienza di Zeno, il più famoso romanzo di Italo Svevo.
Si riassume brevemente qui la sua storia.

Nel corso di una crisi con il mondo teatrale vissuta alla fine degli anni Sessanta, Giorgio Strehler preso da una “grande voglia di fare del cinema” si dedicò alla scrittura di soggetti cinematografici. La sua passione per la Settima Arte risaliva alle professioni del nonno materno Olimpio Lovrich, impresario lirico e gestore di alcuni cinema triestini e del padre Bruno, prematuramente scomparso, che ne continuò l’attività.
In un’intervista rilasciata a Tullio Kezich (“L’Europeo” n.12, 1967), Strehler parlò della sua intenzione a realizzare un film su La coscienza di Zeno di Italo Svevo da lui considerato “il” romanzo tout court, una “grande commedia” psicologica e di costume, una storia di vita narrata come “un gioco dei sentimenti, dei movimenti umani più segreti”. Questo progetto era stato ripreso e abbandonato più volte finché ritornando a Trieste riscoprì quasi “con violenza” i suoi odori, i suoi sapori e le sferzate di bora che riecheggiavano in quel romanzo.
“Il mondo di Svevo mi appartiene […] Un qualcosa sul filo della tragedia con un tanto di umoristico, di grottesco che lascia anche la bocca amara” scrisse a Piero Zuffi, testimoniando quanto quel testo rappresentasse anche il luogo e il tempo dei suoi ricordi.
Nel linguaggio narrativo di Svevo, Strehler percepiva anche la vicinanza letteraria di James Joyce, tanto che avrebbe voluto intitolare il film Un Ulisse a Trieste immaginandolo in varie gradazioni di bianco e nero con una tonalità contraddistinta da “una luminosità tenera e lancinante”.
La trama sarebbe iniziata con la scena di uno sbuffante treno a vapore che percorreva un paesaggio innevato tra Vienna e Trieste dove nell’ultimo scompartimento si trovava un Zeno ormai anziano e con l’immancabile sigaretta tra le dita. Le vetture deserte sarebbero state popolate dai fantasmi della sua vita: i parenti, le amanti, le istitutrici e le prostitute; defilata in testa al convoglio ci sarebbe stata la balia con in braccio lui in fasce.
Nel corso del viaggio la memoria del protagonista avrebbe ripercorso in continui flash back tutti gli episodi della sua esistenza suddivisi in episodi paralleli ai capitoli romanzeschi (Preambolo e psicanalisi, Il fumo, La morte del padre, Storia del mio matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di un’associazione commerciale) fino a richiudersi sulla stessa scena del treno che passava tra le pietraie carsiche con La morte di Zeno.
Durante il viaggio il protagonista avrebbe visto le tradotte dei soldati avviati al fronte compiacendosi della propria vecchiezza che lo preservava dal coinvolgimento in quella guerra dannata. Vedrà la moglie e la figlia allontanarsi verso la Svizzera, al sicuro, e al sicuro si sentirà anche lui, avvolto dal tepore del suo plaid e dal nulla che si sarebbe ormai aspettato dopo una vita che era già stata vissuta.
La romanzesca storia si snoderà fra stupide e tragiche casualità che si presenteranno in una sequelle di eventi inaspettati e dalle imprevedibili conseguenze con la godibile e umoristica leggerezza che i lettori di Svevo certo conosceranno.
Dopo le grottesche scene del funerale del tanto odiato cognato, il drammatico addio con la donna amata ma ormai diventata brutta e malata, a Zeno non sarebbe rimasto altro che rivivere gli accadimenti della sua vita in quello scritto che rileggerà nella solitudine di quel treno in corsa fra le nuvole rossastre della sera e gli scoppi lampeggianti delle granate. Forse quella lunga storia gli sembrerà ormai inutile e avrebbe gettato i fogli dal finestrino. Sarebbe stato molto meglio pensare di non dover fare nulla, di abbandonarsi al sonno immaginando l’esplosione della terra e il suo ritorno alla forma di nebulosa errante tra cieli privi di parassiti e malattie. E nel sonno quell’ultima sigaretta stretta tra le dita si consumerà, diverrà cenere e cadrà “grigia e fredda” precipitando nel vuoto.

Dopo una lunga rielaborazione sul testo con una serie di appunti, ricerche, meditazioni, Strehler consegnò al regista Carlo Ponti le cartelle che costituivano l’intelaiatura per l’adattamento cinematografico del romanzo di Zeno o “alla Zeno” che comprendesse anche tematiche su Trieste, l’Austria, lo sfascio dell’Impero e sulla trasformazione della storia narrata da una psicologia individuale.
Annoiata e deprimente fu però l’opinione del produttore che liquidò quel soggetto in poche parole: “L’ho letto sai, il tuo coso lì. Vedi, secondo me non va mica bene perché non è sexy, capisci? Manca la “donna”. Un film è la donna! La femmina.” (lettera del 7 settembre 1967 a Maria Teresa de Simone Niquesa).
Shockato dall’inappellabile rifiuto e rimasto senza argomentazioni da controbattere (Ponti non conosceva affatto il romanzo di Svevo) Strehler fece “il pesce in barile” sprofondando però poi in una sorta di “paralisi interiore” aggravata anche dai problemi di salute .
In una successiva lettera a Moravia (forse datata 1968 e mai spedita), Strehler ammise di essere seccato e di non voler parlare più nemmeno con i muri.
Chissà quali risate si sarebbe fatto il nostro Ettore Schmitz se avesse saputo che il suo romanzo era stato ritenuto “non sexy”. Ma allora erano certo altri tempi.

Nella foto di Marino Ierman la sala del Fondo “Giorgio Strehler a Palazzo Gopcevich

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Fonte articolo e foto:

Strehler privato, Ed. Comune di Trieste, 2007

Dicevano di noi

In un’intervista rilasciata a Tullio Kezich (“L’Europeo” n.12, 1967), Giorgio Strehler parlò della sua intenzione a realizzare un film su La coscienza di Zeno di Italo Svevo da lui considerato “il” romanzo tout court, una “grande commedia” psicologica e di costume, una storia di vita narrata come “un gioco dei sentimenti, dei movimenti umani più segreti”. Questo progetto era stato ripreso e abbandonato più volte finché ritornando a Trieste riscoprì quasi “con violenza” i suoi odori, i suoi sapori e le sferzate di bora che riecheggiavano in quel romanzo.
“Il mondo di Svevo mi appartiene […] Un qualcosa sul filo della tragedia con un tanto di umoristico, di grottesco che lascia anche la bocca amara” scrisse a Piero Zuffi, testimoniando quanto quel testo rappresentasse anche il luogo e il tempo dei suoi ricordi.
Nel linguaggio narrativo di Svevo, Strehler percepiva anche la vicinanza letteraria di James Joyce, tanto che avrebbe voluto intitolare il film Un Ulisse a Trieste immaginandolo in varie gradazioni di bianco e nero con una tonalità contraddistinta da “una luminosità tenera e lancinante”.
Dopo una lunga rielaborazione sul testo con una serie di appunti, ricerche, meditazioni, Strehler consegnò al regista Carlo Ponti le cartelle che costituivano l’intelaiatura per l’adattamento cinematografico del romanzo di Zeno o “alla Zeno” che comprendesse anche tematiche su Trieste, l’Austria, lo sfascio dell’Impero e sulla trasformazione della storia narrata da una psicologia individuale.
Annoiata e deprimente fu però l’opinione del produttore che liquidò quel soggetto in poche parole: “L’ho letto sai, il tuo coso lì. Vedi, secondo me non va mica bene perché non è sexy, capisci? Manca la “donna”. Un film è la donna! La femmina.” (lettera del 7 settembre 1967 a Maria Teresa de Simone Niquesa).
Shockato dall’inappellabile rifiuto e rimasto senza argomentazioni da controbattere (Ponti non conosceva affatto il romanzo di Svevo) Strehler fece “il pesce in barile” sprofondando però poi in una sorta di “paralisi interiore” aggravata anche dai problemi di salute .
In una successiva lettera a Moravia (forse datata 1968 e mai spedita), Strehler ammise di essere seccato e di non voler parlare più nemmeno con i muri.Chissà quali risate si sarebbe fatto il nostro Ettore Schmitz se avesse saputo che il suo romanzo era stato ritenuto “non sexy”. Ma allora erano certo altri tempi.

(Strehler privato, Ed. Comune di Trieste, 2007 – Gabriella Amstici, “Un Ulisse a Trieste”)

 

“Trieste ha una scontrosa grazia. / Se piace è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, / se mena all’ingombrata spiaggia / o alla collina cui, sulla sassosa cima /una collina, l’ultima, s’aggrappa. / Intorno circola ad ogni cosa / un’aria stana, un’aria tormentosa, l’aria natia. / La mia città che in ogni parte è viva, / ha il cantuccio a me fatto, / alla mia vita pensosa e schiva.”

“Una strana bottega d’antiquario / s’apre a Trieste, in una via secreta / d’antiche legature un oro vario / l’occhio per gli scaffali errante allieta. / Vive in quell’aria tranquillo un poeta. / Dei morti in quel vivente lapidario / la sua opera compie, onesta e lieta. / D’amor pensoso, ignoto e solitario. / Morir spezzato dal chiuso fervore / vorrebbe un giorno; sulle amate carte / chiudere gli occhi che han veduto tanto. / E quel che del suo tempo restò fuore / e del suo spazio, ancor più bello l’arte / gli pinse, ancor più dolce gli fe’ il canto.”

(Umberto Saba, Il Canzoniere)

“Avevo una città bella tra i monti rocciosi e il mare luminoso. Mia perchè vi nacqui più che d’altri, Mia che la scoprivo fanciullo e adulto, per sempre a Italia la sposai col canto”.
(Epitaffio di Umberto Saba)

“Noi vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha dato. Essa ci strappa da nostri piccoli dolori e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute. Essa ci ha tirato su per la lotta e il dovere. E se da queste piante d’Africa e Asia che le sue merci seminano fra i magazzini, se dalla sua Borsa dove il telegrafo di Turchia e Portorico batte calmo la nuova base di ricchezza, se dal suo sforzo di vita, dalla sua anima crucciata e rotta s’afferma nel mondo una nuova volontà, Trieste è benedetta d’averci fatto vivere senza pace né gloria.
Noi ti vogliamo bene e ti benediciamo, perché siamo contenti di magari morire nel tuo fuoco.
[…] Ah, fratelli, come sarebbe bello poter essere sicuri e superbi, e godere della propria intelligenza, saccheggiare i grandi campi rigogliosi con la giovane forza e sapere e comandare e possedere!
Ma noi, tesi di orgoglio, con il cuore che ci scotta di vergogna, vi tendiamo la mano e vi preghiamo d’esser giusti con noi come noi cerchiamo di essere giusti con voi.
Perché noi vi amiamo, fratelli, e speriamo che ci amerete.
Noi vogliamo amare e lavorare.”

(Scipio Slataper, Il mio Carso)

 

“Vien qua sul Carso fra rovi e pini / e case di pietra grezze / e tramonti azzurri de malinconia. / Ti no te pol, ti mio splendido viennese / capir questo Carso duro e forse scortese. / Xe ciaro cossa te porti dentro de tì, / un paese un mondo una storia senza fine / e me par de somigliarte. / Inveze mi go davanti ai oci / questa mia città affondada / la nave da battaglia rovesciada / su una secca nel Vallon de Muggia. / Senza lagrime gettò la sigaretta / – l’ultima diseva Ettore Schmitz – / impassibile emetto il fumo / mentre una stretta al cor me dà vertigine.

[…] “Adesso che agosto è vicino / e sul Carso spuntano i ciclamini / sotto l pino, fra ‘l muscio bagnà. / Pianzo de malinconia / per quela maledeta cità mia, / quella amada-odiada / come una dona mai più dimenticada.”
(Fery FölkelMonàde”)

“La città è impazzita: / nessuno vuol andare al lavoro / in fabbrica, negli uffici. / Tutti bevono acqua sorgiva, / masticano i raggi del sole, / si adornano di ciliege / e si ricoprono col vento. / Tutti si sdraiano sull’erba / e fanno l’amore / oppure s’arrampicano sugli alberi / e in silenzio guardano il mare. / Gli uffici postali sono stracarichi di fiori, / nei telefoni echeggiano solo canzoni, / i giornali sono stampati su tenere foglie / e i politici ascoltano il ronzio delle api. / Questo mondo, d’un tratto così pazzo e giovane, / è un mondo nuovo, veramente rivoluzionario. / Ognuno lo vive e lo sogna a modo suo, / questo mondo, così meravigliosamente primaverile.”
(Marko Kravos, “Vela triangolare”, 1972)

“Hohò Trieste! Del sì, del da, del ja, / tre spade de tormenti / tre strade tutte incontri: / O Trieste! Piazze, contrade, androne, piere del Carso, acqua de marina. / Tutte t’ingrazia, mettile in vetrina! / E mi insempià, col naso contro vetro / vardo e me godo le bellezze tue.”
(L. Cergoly, “Ponterosso”)

“Siamo il pianeta Trieste, popolato di miti buoni (eh sì) superman, e quando per sgranchirci un po’ le gambe usciamo dall’astronave, giriamo come fantasmi tra le poche antiche vie silenziose e vuote subito dietro il porto (silenzioso e vuoto).
E l’odore di bassa marea aumenta la convinzione che le decorazioni dei vecchi palazzi Liberty altro non sono se non formazioni corallifere, resti di una città sommersa nel tempo anziché dall’acqua.
Tutto un diluviare di anni, e noi quassù a contarli. Quassù, a Trieste.”
(Libero Mazzi,Queste mie strade”, Trieste 1967)

“Se si esclude Berlino, nessuna altra città del mondo ebbe al pari di Trieste, dopo il 1945 e per tanti anni, una sorte altrettanto infelice, un’esistenza altrettanto provvisoria e una altrettanto pericolosa instabilità per ciò che concerneva il mantenimento della pace generale.
Fino all’ottobre del 1954 il cosiddetto problema di Trieste non solo ostacolò in molteplici occasioni l’evoluzione politica dell’Italia, ritardandone il ritorno alla normalità e consentendo intorno ad esso continue speculazioni da parte dei partiti, ma fu anche usato nella partita di poker giocata dalle quattro massime Potenze mondiali, alla stregua di un jolly, che passava continuamente da una mano all’altra, facendo pendere l piatto oggi a favore dell’Occidente e domani a favore dell’Oriente europeo. Una volta, nel 1953, condusse l’Italia e la Jugoslavia sull’orlo di una guerra che, se fosse scoppiata, difficilmente si sarebbe potuta circoscrivere allo scacchiere dell’Alto Adriatico.”
(Vladimiro Lisani, “Good-bye Trieste”, Mursia, Milano)

“Trieste è una città che veramente non se l’è mai meritata tanta retorica, perché i suoi cittadini sono stati alieni sempre della retorica. I suoi traffici, il suo campanilismo, manifestatosi perfino nell’ “Indipendentismo” è sempre stato legato ad una sorta di cosmopolitismo.
Convivevano cattolici e israeliti, c’erano una chiesa ortodossa e templi protestanti. Uomini che venivano da ogni parte con le loro famiglie: una città in cui i triestini erano prima di tutto triestini e qualche volta poi venivano a sapere che nel “Regno” erano usati per altro.
Io non voglio certo negare che Trieste, malgrado queste venature di indipendentismo e malgrado la presenza non solo di sloveni ma, in passato, di cecoslovacchi, di ungheresi e di tanta nazionalità dell’impero asburgico, è città italiana e di cultura italiana. Ma non vi dice niente, almeno per respingere questo rigurgito di retorica, che, se c’è una cultura italiana non retorica, quella è proprio la cultura triestina? Una letteratura scarna, severa, magari melanconica, ma non mai esasperata ed esaltata: le poesie di Saba e le pagine di Stuparich, di Slataper, di Benco, di Svevo. Pagine di italiani severi, rigorosi, abituati ad una vita molto concreta, che però, anche se fatta di traffici, non dimenticava che un libraio, come era Saba, potesse scrivere le poesie di un poeta come Saba fu.”
(Onorevole Giancarlo Pajetta, deputato al Parlamento)

“Il Carso è un pietroso altopiano / una sorta di piccola pianura / appena più alta della terra. / Quando il vento percorre l’altopiano / si può fingere di essere in aria. / Il Carso è un luogo povero di gente / si può per molto tempo non incontrare nessuno. / Da un certo punto di vista / sei un poco fuori dal mondo, isolato./ Sai che ti trovi soprattutto nello spazio. / Il Carso è pieno di cose curiose / oggetti strani che in altri luoghi non trovi. / Sassi col buco, alcuni con molti buchi / scavati nell’acqua, chissà quando. / Nello spazio pietra e silenzio creano la bellezza. / Sono strani anche i vegetali del Carso / si direbbe che non hanno idea di cosa è un bosco, né di cosa è un prato. / L’erba qui è poca e si ficca tra i sassi / talvolta trascura di crescere / dove mucchietti di terra sono disponibili. /
Per tutti questi aspetti messi insieme / il Carso pare uno di quei luoghi / di cui qualcuno ha detto che sono pieni di dei. / Piccoli dei nascosti / che ti guardano, anche ridono, / e non si capisce perché. / Ma questi dei li capisce / chi sul Carso è stato nell’infanzia / e sa benissimo che la storia di un uomo / può essere la stessa cosa della storia di un sasso.”
(Elio Apih, Poesie tenute nascoste)

“Vorrei dirvi”

Con queste due parole, incipit di Il mio Carso e ripetute poi per tre volte, Slataper riesce a catturare l’immediata attenzione del lettore: “una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo, la foresta di roveri coperta dalla neve, la pianura morava dalla terra piena di barbabietole” come se questi tre luoghi, rispettivamente del Carso, della Croazia e della Boemia volessero attestare il suo sentirsi italiano, slavo e tedesco insieme.
Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste” asserisce poi l’autore: “E’ meglio ch’io vi confessi d’esservi fratello, anche se talvolta io vi guardo trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra cultura e ai vostri ragionamenti”: quasi un’umile asservimento all’ideologia irridentista che pulsava nei salotti liberal-letterari di Trieste.
Ma presto s’inoltrerà in liberi spazi: “Penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento, penso avidamente al sole sui colli…” iniziando il lungo racconto che si svolgerà nelle mutevoli scenografie delle nostre terre, fra i calcari e i ginepri avvolti dalla bora e dal sole o nell’ombrosa vallata di Strugnano con i ricordi felici dei bagni infantili, degli odori dolciastri svaporati dai mosti durante le allegre vendemmie.

Le pagine dove più si percepisce l’anima nascosta di Scipio, avida di emozioni e di un’intensa sensualità, inizieranno in una piccola casa di pietra nel cuore del carso, in quella zona aspra e selvaggia del monte Kâl, sopra la val Rosandra e il grande golfo di Trieste. In convalescenza dopo una malattia cerebrale e improvvisamente libero dagli impegni scolastici, il ragazzo si immergerà in quella natura selvatica che descriverà con immagini di grande poesia: “Correvo col vento espandendomi a valle, saltando allegramente i muriccioli e i gineprai” sarà il ricordo di quei giorni solitari “e ansante mi buttavo a capofitto nel fiume per dissetarmi la pelle, inzupparmi d’acqua la gola, le narici, gli occhi e m’ingorgavo di sorsate enormi, notando sott’acqua a bocca spalancata come un luccio. Andavo controcorrente abbrancando nella bracciata i rigurgiti che s’abbattevano spumeggianti contro il mio corpo, addentando l’ondata vispa, come un ciuffo d’erba fiorita quando si sale in montagna. …Il sole sul mio corpo sgocciolante! Il caldo sole sulla carne nuda, affondata nell’aspre eriche e timi e mente, fra il ronzo delle api tutt’oro! Allargavo smisuratamente le braccia per possedere tutta la terra, e la fendevo con lo sterno per coniugarmi a lei e rotare con la sua enorme voluta nel cielo, fermo, come una montagna radicata dentro al suo cuore da un’ossatura di pietra, come un pianoro vigilante solo nell’arsura agostana e una valle assopita caldamente nel suo seno, una collina corsa dal succhio d’infinite radici profondissime, sgorganti alla sommità in mille fiori irrequieti e folli.
E a mezzo mese nell’ora in cui la luna emerge dal lontano cespuglio e si fa strada fra le nubi, candida e limpida come un prato di giunchiglie in mezzo al bosco, io mi sentivo adagiato in una dolce diffusità misteriosa, come in un tremor di quieto sogno infinito.”
Quel “tremor di quieto sogno infinito” ci emoziona come fosse anche un nostro ricordo di gioventù vissuto altrove.
“…la terra ha mille patimenti. Su ogni creatura pesa un sasso o un ramo stroncato o una foglia più grande o il terriccio d’una talpa o il passo di qualche animale… Tutto m’era fraterno. Amavo le farfalle in amore impigliate nella trama nerastra del rovo, sbattenti disperatamente le ali in una pioggia di bianco pulviscolo. Ronzava disperata nel mio pugno la mosca colta al volo; accarezzavo il bruco liscio e fresco che si raggrinziva come una fogliolina secca; tenevo avvinta per le grandi ali cilestrine la libellula; affondavo il braccio nell’acqua per sollevar di colpo in aria il rospicino dalla pancia giallonera; tentava di ritorcersi l’addome della vespa contro le mie dita e partorirvi il pungiglione: Squarciavo a sassate le biscie. Sorridevo agli sbalzelli alati dei moscerini, tagliati dal colpo imperioso d’una mosca smeraldina, al pispillare roteante delle rondini, alle nuvole che si trastullano nella luce, rabbrividenti pudiche sotto le fredde dita curiose del vento, alla foglia navigante con rulli e beccheggi nell’aria, alle stelle germoglianti nel cielo quando col vespero si diffonde sul mondo un tepore leggero come fiato primaverile.
Scivolando negli arbusti, tenendomi agganciato al masso dirupante con due dita artigliate in una ferita muscosa della pietra, palpeggiando e sguazzacchiando con la palma aperta sull’orlo degli stagni, andavo spiando la nascita della primavera. Nel nascondiglio più benigno del boschetto, in un calduccio umido di seccume, ancora ancora quasi riscaldato dal sonno di una lepre, io frugando trovavo la prima primula, il primo raggio di sole! L’occhio stupito della piccola primavera svegliata! E seguivo l’ondeggiar lieve del suo passo, annusando come cane in traccia, fra radici gonfie e germogli diafani, dietro un alioso sbuffo di rugiade erbose, di terra umida, di lombrichi, di succhi gommosi; un odor di latte vegetale, di mandorle amare – eccolo qui il sorriso roseo dei peschi, incerto com’alba invernale, cara, cara! e scuoto freneticamente questo tronco e quello e questo, spargendomi di petali e di profumo. ….”
Immagini tenere e fresche che ci fanno sentire lì, nel cuore del carso e sembra proprio di annusare l’odore della terra, di percepirne i fruscii, lo stordimento di quell’aria pura e incontaminata.

Il monte Kâl è una pietraia. … La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Bella è la bora. E’ il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo.” Quelle sferzate fredde e violente lo sveglieranno dal suo torpore pigro e spaesato: “All’alba rinacqui. Non so come fu. Il cielo era puro e io scorsi la bella bianca città laggiù e la terra arata. E di un balzo, come chi abbia visto Dio, mi buttai su di lei. Sparito era il sogno e l’incubo. Tremando mi caccio nel solco e mi ricopro della terra gravida, sconvolgendo le sementa. E questo tocco di zolla ghiacciata io l’addento come pane. Sotto, pulsano le radici. E la mia anima veramente s’allarga come acqua in una conca immensa, e sento che un albero lontano sussulta per il vento comprimendo intorno a sé la terra e certo quest’idea che mi nasce è la prima primola nei campi.
A carponi e a tentoni cerco le cose, sbarrando gli occhi, e i rami invernali pingui di gemme contenute, gli stecchi senza linfa del vigneto, la terra ghiaiosa che mi preme i calzoni sul ginocchio, tutto freme com’io lo tocco, perché son io la primavera.”

Andiamo per i prati senza sentieri” un andare senza mete, senza seguire delle tracce che portassero da qualche parte, un andare libero “perché oggi un tiepido sole ci carezza le palpebre”.
“…E’ un giorno che l’anima è portata in alto dal proprio fiato. Se respiriamo, lasciamo bianca, vaporosa traccia di noi nell’aria.”

Ecco come il nostro poeta descrive l’estate, quando gli umori delle terre carsiche si rinsecchiscono sotto la ventosa calura e il paesaggio diviene improvvisamente brullo: “Carso, che sei duro e buono! Non hai riposo e stai nudo al ghiaccio e all’agosto, mio carso, rotto e affannoso verso una linea di montagne per correre a una meta; ma le montagne si frantumano, la valle si rinchiude, il torrente sparisce nel suolo.
Tutta l’acqua s’inabissa nelle tue spaccature; e il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, gli occhi vacillano nell’inferno d’agosto. Non c’è tregua.
Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.
Egli è senza polpa. La sua poca terra rossastra sa ancora di pietra e di ferro.
Il carso è un paese di calcari e ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontorti, fenduti aguzzi. Ginepri aridi.
Lunghe ore di calcare e ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole.
La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.
Grotte fredde, oscure. La goccia portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila.
Ma se una parola deve nascere da te, bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.”

Il mio Carso uscì alla fine di maggio del 1912 sui Quaderni della voce  raccolta di Giuseppe Prezzolini stampati nello Stabilimento Tipografico Aldino di Firenze. Il testo fu accolto a Trieste con diffusa ostilità e il ferreo silenzio della stampa, l’unica recensione essendo quella del foglio scandalistico “La Coda del Diavolo” con il titolo “Triestini degenerati”, con il perverso gusto di disprezzare chi non appartenesse a una certa élite letteraria e le sue storiche fobie del “pericolo slavo”.

Assieme a Giani e Carlo Stuparich Scipio partirà al fronte il 2 giugno 1915. Dopo una ferita al braccio trascorrerà la convalescenza a Roma per ripartire in novembre verso le trincee di guerra con il grado di sottotenente della Brigata Re dei Granatieri di Sardegna. Il 3 dicembre invierà l’ultima lettera alla moglie informandola di un prossimo rischioso pattugliamento sul Podgora. Qui sarà colpito a morte dalla pallottola di un soldato dell’impero da cui nacque come suddito.
Slataper verrà sepolto fra i cipressi di un viottolo ai piedi del monte Calvario sotto una semplice pietra con la croce bianca su cui sarà ricordato il suo eroico sacrificio. A noi che l’abbiamo perduto piace ricordare una sua dolce e toccante frase:

Vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri piccoli dolori e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute”.La lapide in ricordo della morte di Slataper sul Monte Calvario

(Da: Scipio Slataper, Il mio Carso, RCS Libri S.p.a., Milano, 2000)
Il testo integrale è anche disponibile su LiberLiber

Il caso Michelstaedter

Nell’anno 1910 le cronache della Venezia-Giulia si occuparono di un suicidio che molto interessò i letterati dell’epoca sollevando diatribe a non finire. Non vorremmo rilevare che le glorie postume siano le più celebrate ma spesso le morti violente sopraggiunte in giovane età vengono risaltate con editoriali giornalistici avvezzi a cogliere l’onda emotiva per creare un mito nell’immaginario collettivo.
Fu così per la morte di Carlo Michelstaedter, un promettente studente di filosofia giunto all’ultima riga di una tesi divenuta poi famosissima: “La persuasione e la rettorica”. Le pagine schizzate con il sangue sgorgato dalla pistolettata al cervello suscitarono grande impressione e uno spasmodico interesse per quel testo. Ancora oggi fior di letterati cercano di decifrare lo scritto redatto in un metalinguaggio di greco antico con una lunga serie di note.
Non è di più facile lettura neppure il “Dialogo della salute e altri dialoghi” ma almeno qui si trovano alcune dissertazioni in cui si percepivano ancora i piaceri della vita e un suo possibile senso sebbene non del tutto compiuto. “[…] L’occhio non considera più le cose vicine e distanti a difesa del corpo ma si dà alla pazza gioia per il proprio gusto, così l’orecchio, così il tatto…” “[…] Ogni attimo della sua vita è prezioso a questo artista, egli sa che basta che lo scriva, lo dipinga lo canti e l’ha reso immortale” declama Rico nel corso della lunga disputa con l’amico Nino presupponendo che nell’esistenza umana una salvezza pur ci fosse. Ma poi enuncia che “l’emozione personale” e la capacità di “foggiarsi una vita” frantumano ogni altra forma esistenziale che non sia alimentata da quegli aliti divini aldilà dei quali c’è solo la noia, il vuoto infinito e i bisogni insoddisfatti. Così quando arriva la frase fatale: “La morte mi darà la libertà e la pace” non ci si meraviglia più che tanto anche se dispiace che Rico si sia lasciato convincere funeree dialettiche filosofico-matematiche dell’amico Nino.
Si potrebbe continuare a disquisire sul folle dialogo dei due ragazzi dove la ragione si perde tra le farneticanti elucubrazioni di Napoleone, Diogene, Socrate e perfino della cometa-parlante Halley che illuminò una notte di maggio di quello stesso anno.
Ma è quel sangue schizzato sulle pagine che ci turba, quella gelida canna puntata sulle meningi surriscaldate e forse esauste. “La teoria che l’autore svolge e che ha la conclusione pratica nel suicidio è insomma la teoria che soltanto l’impossibile è necessario” scrisse Benco in un editoriale del “Piccolo della sera”(dd. 10/8/1913). “Non è certo qui dato riassumere un libro denso, rigoroso e strano come il suo libro postumo” asserì poi e non ce lo permetteremo certo noi. Ma tra cotanti illustri contesti letterari vorremmo ricordare che il giovane Carlo fu anche un dolcissimo poeta e forse tra le righe e perfino negli spazi bianchi delle sue composizioni traspare una parte della sua anima, una chiave di lettura intima e segreta che “tocca” i fili di una sensibilità non comune e di una voglia di vita espressa, dolorosamente espressa, fino agli ultimi versi scritti un solo mese prima del gesto estremo.
“Salve o vita! Dal cielo illuminato/ dai primi raggi del sorgente sole/ all’azzurra compagna!” scrisse quando era ancora adolescente. “…il mio pensiero vola alla luce pura, trionfante/ vola al sole del vero, vola esultante” e ancora: “Sete di gloria e sete di sapere, desiderio d’azione e di piacere” declamano i suoi versi nei primi giorni dell’estate del 1905.
Ma alle porte dell’inverno l’euforia è già scomparsa: “Un brivido mi corre per la nebbia/ la vita è fredda, piena di sgomento/ triste isolato debole mi sento”.
Passano i mesi e i tempi di scuola sono già rimpianti. Il ragazzo sta diventando uomo e la ragione inizia a perdersi negli oscuri meandri filosofici “…e un bisogno amaro di certezze”.
I tormenti si susseguono giorno dopo giorno: “ Ahi! Che svanita come nebbia bianca/ nell’ombra folta della notte eterna/ è la natura e l’anima smarrita/ palpita e soffre orribilmente sola/ sola e cerca l’oblio.”.

Nell’inverno del 1908 qualcosa si spezza nella mente di Carlo. Una pagina bianca, un titolo emblematico: “Il canto delle crisalidi”, un jingle che ripete per 16 volte la parola “morte” seppure compensata con 17 ripetizioni della parola “vita”.
Quando fiorirà l’ultima primavera della sua vita i versi saranno ormai pregni di dolore: “Ed ancor io così perennemente/ e vivo e mi tramuto e mi dissolvo/ ad ogni istante soffro la mia morte” per poi bramarla: “Tu mi sei cara mille volte, o morte/ che il sonno verserai senza risveglio/ su quest’occhio che sa di non vedere/ sì che l’oscurità per me sia spenta”.
Eppure nei “Figli del mare”, un poemetto scritto a Carsia nel settembre 1910, si leggono ancora delle liriche molto belle, come se i pensieri si concentrassero in una reminiscenza epica e perfino catartica. Appare una donna giovane et eterea: “…le vesti al vento, ritta sullo scoglio, … nel mare ondoso/sulla brulla costiera solitaria” Ma non sarà il suo fascino ad attrarlo: “[…] Più forte sullo scoglio/l’onda lontana s’infranse/ e nel fondo una nota pianse/ nei perduti figli del mare.” E fatalmente ritornerà il mortale refrain: “ Il vento e l’onde intanto lentamente/ come un rottame verso la scogliera/ mi spingono alla rovina senza scampo”.
Nel settembre 1910 Carlo inizierà il suo lento commiato: “Ne giorni del dolore e nelle notti/ senza riposo, nella valle triste/ della sorda fatica e del tormento/ senza speranza, nel mio dubitare/ cieco, quando l’abisso dell’inerzia/ dell’abbandono m’era aperto ai piedi.”“Né più mi giova mendicare i giorni/ né chiedere altro più dal dio nemico/ se non che faccia mia morte finita” scrive nell’ultimo poema datato 17 settembre 1910.
“Dopo aver provato essere la vita un inganno, resta ancora da dimostrare se a conti fatti non valga la pena d’essere ingannati” scrisse ancora Benco, “Vi sono inganni più belli della morte” asserendo già nel titolo dell’editoriale che si fosse trattato di un “suicidio filosofico” o “metafisico” come lo definì Papini. Si vociferò anche su un dissidio o, piuttosto, di un malinteso con la madre, alcuni medici, fra cui l’amico Gaetano Chiavacci, avanzarono l’ipotesi di una grave prostrazione nervosa.
A noi modesti lettori, il giovane Carlo non ci ha persuaso affatto e lo avremmo apprezzato di più come poeta se non avesse così tanto attinto, oltre ad alcuni passaggi del Vecchio Testamento (Michelstaedter era di origini istraelite), alle liriche di Leopardi e alle teorie di Schopenhauer, che peraltro non si fece scrupolo di arrivare alla vecchiezza con tranquilla gaiezza.

( Le poetiche di Michelstaedter sono riportate su LiberLiber – Gli scritti sono pubblicati dalla Piccola Biblioteca Adelphi)

Arturo Fittke

A volte però l’ars gratia artis non compensa le fatiche perseguite con tanta passione né appaga gli animi più inquieti provocando sensi di inadeguatezza e frustrazione.
Vorremmo qui ricordare la triste storia di un artista talmente umile e modesto da essere schernito e infine abbandonato nella disperazione della sua breve, infelice vita.

Arturo Fittke nacque a Trieste il 16 dicembre 1873 da genitori nativi di Bredow (a Nord-est dell’attuale Germania, ma all’epoca territorio polacco). Svogliato studente della Scuola Superiore del Commercio, seguì le lezioni di Eugenio Scomparini, insegnante di disegno alle Scuole Industriali (e dal 1907 curatore del Museo Revoltella) scegliendo poi di iscriversi all’Accademia di Monaco, fucina di tutti gli artisti alla ricerca di un’identità autonoma rispetto alle correnti di moda a Parigi.
Ma a soli 23 anni Arturo fu costretto ad abbandonare gli studi per l’improvvisa morte del padre. Costretto al sostentamento della madre e della cognata, abbandonata da un fratello irresponsabile, ritornò a Trieste accettando un misero impiego alle Poste.
Oppresso dall’odiato lavoro, Arturo riservò alla pittura tutte le sue solitarie domeniche che trascorreva in mezzo alla natura riprodotta con colori vividi e luminosi. sfumature di colore.
Il suo carattere timido e modesto, la sua estrema sensibilità, forse “borderline” già in giovane età, lo isolarono però sempre di più dalle intraprendenti vite dei più fortunati colleghi artisti.
Di anno in anno Fittke sprofondò così in una debolezza di nervi accentuata da una salute instabile e da un globale “mobbing” ante litteram che lo condusse a manie psicotiche e persecutorie.
Durante un viaggio di ritorno dall’Austria, nei pressi di Divaccia, dopo l’ultima, tragica notte insonne, il suo cervello implose ben prima del proiettile che lo perforò.
L’incapacità di risolvere i suoi problemi esistenziali, la progressiva perdita della vista e forse l’infausta diagnosi di un medico di Gratz, lo indussero a quel gesto estremo, forse da tempo meditato e solo in parte provocato dalla derisione delle due donne presenti nello scompartimento.(1)
Quando i pochi amici si ritrovarono ammutoliti davanti alla sua bara, solo allora qualcuno ripensò alla sua anima dolce e gentile e ai suoi dipinti pieni di poesia.
A due mesi dalla sua morte i colleghi allestirono un’esposizione dei suoi quadri nelle sale della “Permanente” (l’attuale Caffè degli Specchi in Piazza dell’Unità) e finalmente fu riconosciuto il suo talento.

(1) L’esistenza delle due donne che saltuariamente viaggiavano sulle linee ferroviarie frequentate da Fittke, è riportata in un articolo commemorativo di Livia Veneziani, che assieme al marito Italo Svevo, ospitò spesso l’artista nella loro villa.

Grazie al generoso lascito testamentario della prof.ssa Carlotta Rebecchi, figlia del dott. Giuseppe Piperata che collezionò i quadri di Fittke, 56 dipinti dei 220 eseguiti furono donati ai Civici Musei e nel 2007 collocati stabilmente al Museo Sartorio.

Chiunque si trovasse nelle due stanze a lui dedicate, avvertirà una grande emozione visiva e quasi tattile per le suggestioni che Arturo Fittke seppe imprimere nella sua pittura, anche quando si serviva di semplici cartoni ricoperti in biacca.

Alla prof.ssa Carlotta Rebecchi e alla Sig.ra Fulvia Costantinides, anima mecenate del Museo Sartorio, la nostra riconoscenza per la bellissima raccolta.

Fonte:

Renata da Nova, Arturo Fittke, CRT, 1979

Nella foto la lapide nel Cimitero evangelico donata dagli amici

Sulla triste storia di Arturo ho dedicato un lungo racconto di cui riporto alcuni passaggi (tratti dal libro Sonnenball).

Gli ultimi giorni di Arturo Fittke

Via dello Scoglio, aprile 1910

Dopo aver lavato le poche stoviglie della cena, Arturo le ripose sullo scolapiatti. Aprì un’anta della finestra e guardò se la luna fosse già apparsa sopra le colline di San Giovanni, ma dal bagliore intorno alle nubi più basse si intuiva che doveva ancora alzarsi dagli umidi vapori della valle.
Appoggiò i gomiti sul davanzale e guardò melanconico il viale deserto e privo di suoni. Pensò che sulle fronde degli alberi gli uccelli si fossero stretti negli umili nidi e riscaldandosi con il tepore delle piume, protetti dai pericoli della terra, si fossero abbandonati in sonni tranquilli. Da lassù forse il mondo non appariva loro così ostile.
Purché alla mia pupilla questa luce che pur guarda la tenebra si spenga e più non sappia questo vano tormento senza via né speranza…” (1)
Ripassando i versi del giovane poeta, Arturo avvertì una gran voglia di pace, di un lento abbandono verso un sonno profondo, una discesa verso un tempo non trascorso, dove il dolore non potesse lasciare la sua impronta e la sofferenza potesse sciogliere le sue fitte trame disperdendole negli spazi infiniti del cielo.
Tu mi sei cara mille volte, o morte! Verserai il sonno senza risveglio su quest’occhio che sa di non vedere, così che l’oscurità per me sia spenta…”(2)
Le nubi erano divenute dense ed estese e ogni debole raggio di luna scomparve nel buio della notte.
Osservò la misera cucina illuminata da una fioca lampada a petrolio, e sospirò tristemente.
Dietro la tenda a fiori la piccola dispensa era quasi vuota: il cesto di vimini conteneva tre patate grinzose, due carote rinsecchite e delle foglie di sedano ammosciate. Sullo scaffale erano accatastati i barattoli vuoti delle conserve di salsa e marmellata. In una scatola di latta piena d’acqua biancastra, un pezzo di margarina galleggiava tra le mosche affogate.
Sedutosi sulla seggiola di paglia, poggiò i gomiti sul tavolino e si prese la testa fra le mani. Come poteva essersi illuso di raffigurare le nebbie trafitte dai raggi solari, il riflesso del cielo sulle foglie luccicanti di bruma, i riverberi crudi del mezzogiorno o quelli morbidi del tramonto? I suoi dipinti erano solo macchie di colore, immagini deformi di una natura inanimata e come morta.
Quali inutili mete lo avevano indotto a scrutare valli sazie di sole e di pioggia? Quali distorte visioni erano impresse nei suoi cartoni intrisi di biacca? Quanti volti aveva dipinto fissando il loro immobile silenzio? Mai un sorriso nelle loro espressioni, mai un cenno d’amicizia, di complicità, di allegria.
Tenebre, luce… Ogni ombra fatta dal corpo ombroso minore del lume originale manderà le ombre derivative tinte dal colore della loro origine…” (*)
Gli scritti del Maestro impressi nel suo quaderno di appunti, scorrevano veloci nella sua mente come un rullo in movimento.
Ogni ombra fatta dai corpi si drizza colla linea del mezzo a un solo punto fatto per intersezione di linee luminose ne mezzo dello spazio“. (*)
Ombra maestra, lume incidente e riflesso… Ombra primitiva, ombra derivativa… Luce, tenebre. Pagine su pagine di ombre, linee apparenti, riflessi di luce. Ogni visione percepita dall’occhio poteva essere sezionata in mille possibili frammenti di lumi e ombre. Qualunque rifrazione sui profili dei corpi doveva essere corretta con delle sovrapposizioni di colore per creare i rilievi e dare profondità alle immagini dipinte.
Corpo, figura, colore… Che complessa struttura per rappresentare una sola infinitesimale parte del mondo e racchiuderla in un piccolo spazio quadrato.
Doveva rinunciare a dipingere una natura così mutevole, sottrarsi alle luci violente e accecanti della sfera solare che penetrava nei suoi occhi malati come un inesorabile globo infuocato.
Luce, tenebre… Ombre primitive, ombre derivative. Luci incidenti su corpi ombrosi… Tenebre riflesse su sofferenze infinite.
Arturo levò le mani dalla fronte accaldata e lasciò penzolare le braccia lungo il corpo, standosene immobile sulla sedia con il mento reclinato sul collo.
All’improvviso un vortice di immagini passò per la sua mente. Cumuli di nubi esplosero come masse in rilievo, si trasformavano in pennellate striscianti per poi svanire in lunghe falde sempre più evanescenti fino a lasciare uno sterminato cielo azzurro.
Ma ecco che delle polveri si sollevano dal suolo intorbidendo la trasparenza dell’aria. Un’ansia crescente gli strinse la gola e un getto di sudore gli imperlò la fronte. Percepiva le gocce scivolare sulla pelle, infilarsi nel colletto e scendere sul petto.
Un alito leggero gli rinfrescò le tempie. L’erba dei prati seguiva il flusso delle folate, le foglie si scompigliavano sui rami con un fruscio sempre più forte finché dei sibili si infiltrarono tra i rami piegandoli con le crescenti raffiche e in poco tempo la furia del vento gonfiò i nembi all’orizzonte che avanzavano saturi d’acqua.
Piccole stille uscirono dalle sue palpebre abbassate, scesero lente sulle gote scavate e caddero sulle ginocchia serrate in una tensione senza tregua. La tempesta annunciata scomparve dal quadro ormai avvolto dalle tenebre.
Un gran gelo pervase il suo corpo. Con immensa fatica si sforzò di muovere le braccia ancora pendenti e le gambe appesantite. Volgendo la testa vide che un raggio di luna rifletteva sul pavimento il telaio della finestra, formando una grande croce. Tremante di freddo, trovò la forza di alzarsi e chiudere l’imposta rimasta socchiusa.
Luce… Tenebre… Un’eterna sequenza senza alcun fine. Tenebre spazzate dalle luci del giorno, dall’implacabile sfera solare che dominava il mondo e accecava i suoi occhi malati.
Con le spalle protese, ingobbito sulla schiena scheletrica, si diresse verso il suo stanzino in punta dei piedi per non far scricchiolare le vecchie assi del corridoio. Da una porta socchiusa sentì il respiro tranquillo dell’anziana madre e il silenzio nella stanza dove dormivano la cognata e la bambina.
Troppo stremato e infreddolito per spogliarsi, si stese vestito sulla branda e si coprì con la coperta.
A volte quella condizione di provvisorietà lo induceva a un sonno rapido e profondo, così poteva riposare per qualche ora senza sogni né pensieri. Ma se la notte fosse stata lunga, allora immaginava di dipingere dei quadri perfetti. Poteva osservare i chiaroscuri delle foglie sovrapposte, il verde più intenso del lato superiore e quello più pallido del lato inferiore, scorgere le loro punte drizzarsi verso l’alto per trarre forza dalla luce del sole e nutrimento dagli umori del cielo. Quando il calore del sole avesse bruciato la loro linfa, si sarebbero flesse verso i rami più bassi, per cercare l’ombra e la frescura vicino a quelli più vecchi, già inclinati per cogliere gli umori della terra e la rugiada dell’erba. Immaginava che l’aria delle valli salisse liberamente aggregandosi in deboli nuvole ora dissolte dal calore del sole, ora condensate dal vento da loro stesse causato.
Era bello essere altrove. Seguire le luci e le ombre sul paesaggio che mutava di colore e densità, come in un quadro animato dove potersi abbandonare e trovare pace.
Ma l’angoscia di quella notte lo avvolgeva con le sue perfide spire e se avesse ceduto al sonno, gli incubi non gli avrebbero dato tregua fino ai chiarori dell’alba.
Il debole riverbero della mezzaluna impallidiva sulle crepe dei muri ingialliti dall’umidità fino a spegnersi del tutto, lasciando la stanza nella penombra diffusa dai lampioni del viale.
In preda a un’incontenibile agitazione, si alzò e appoggiando la coperta sulle spalle, si diresse a tentoni verso il tavolino. Acceso il paralume, rovistò fra la risma di cartoni appoggiati al muro scegliendone due di piccole dimensioni.
In un vaso vuoto versò della biacca di zinco, mezza lamina di colla di pesce e uno spruzzo di scagliola. Aggiungendo poche gocce d’acqua alla volta, miscelò il tutto fino ad ottenere un liquido opaco e sufficientemente denso che poi stese con il pennello piatto sulle superfici dei cartoni. La polvere di gesso avrebbe assorbito i colori mentre l’aggiunta della colla ne assicurava una maggiore trasparenza.
Sentendosi alla fine molto stanco, decise di rimettersi a letto.
Il tepore della coperta e lo sfinimento della sua mente lo accompagnarono dolcemente in un sonno profondo.

(1) – (2) Carlo Michelstaeder “Dialogo della salute e altri dialoghi“, Adelphi, Milano, 1988)

(*) L. da Vinci “Trattato della pittura

[…]

Seduto accanto al tavolino della sua stanza, Arturo fissava la finestra con sguardo assente.

Era notte, una notte come altre tante notti, senza luci né suoni. Una rotazione di 180 gradi in quarantatremiladuecento secondi se fosse stata una notte di equinozio, ma mancavano esattamente sessanta giorni al solstizio estivo e l’angolo di luce sarebbe stato inferiore di 60 gradi nella rotazione delle 24 ore del giorno, cioè quattordicimilaquattrocento secondi di più oscurità. Ma anche nelle brevi notti del solstizio estivo, il tempo sarebbe trascorso troppo lento, nell’attesa di quel sonno che gli sfuggiva o sfiorava appena i suoi occhi.
Osservò il grosso libro delle Sacre Scritture appoggiato sul tavolo e attirandolo a sé, lo aprì sulla pagina segnata dal nastro rosso.
Che vantaggio ha l’uomo di tutta la sua fatica e dell’affanno del suo cuore onde si travagliò sotto il sole?
Son pieni di dolore e di cruccio tutti i suoi dì e neppure la notte non riposa col cuore”
Con l’indice della mano destra si asciugò l’occhio inumidito.
Breve e molesto è il tempo della nostra vita … e non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine“.
“Quando per uno è giunta la fine…” ripeté a bassa voce. Sollevò lo sguardo verso la finestra e fissò la croce fra i quattro rettangoli delle lastre. Una luce azzurra filtrò obliquamente sfumandosi sul grigio della parete. “Il passar di un’ombra è la nostra vita…”
Millequattrocentoquaranta ore al solstizio d’estate. “Non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine” pensò sospirando.
Appoggiando il libro sulle ginocchia, Arturo passò più volte l’indice sulla riga sottolineata con la matita rossa:
Saremo poi come non fossimo mai stati“. Saremo poi…, mormorò sottovoce. Lasciando il dito sul foglio, continuò a pensare a quelle parole con gli occhi chiusi.
Le fioche luci della stanza filtravano appena sotto le palpebre e fluttuavano nell’oscurità come piccole stelle.
Se saremo come non fossimo mai stati non potrà esserci che il Nulla, l’Eterno Nulla, anche se quel “Saremo poi” lascerebbe presupporre un futuro a quello che saremo dopo la fine… Un noi diverso da quello che eravamo prima, un noi sconosciuto, che forse non sarebbe nemmeno esistito.
Con il respiro divenuto affannoso, aperse le labbra contratte per cercare un po’ d’aria.
Ridestandosi dopo un tempo indefinito, riprese la lettura, sulla riga ancora segnata dall’indice:
Si ridurrà in cenere nostro corpo, lo spirito si dissiperà come aria leggera.”
Ecco, non saremo che cenere… Piccole, insignificanti scaglie di cenere, talmente impalpabili da disperdersi nell’aria, mescolate con altre inerti particelle di cenere, sofferenze dissolte e tramutate assieme alla decomposizione del corpo.
Passerà la nostra vita come una nube … e si scioglierà come nebbia spinta dai raggi del sole.”
Un brivido lo attraversò lungo il dorso e un sussulto fece tremare la sua mano. Una nube di cenere …una nube impregnata da tutto il nostro dolore. Ma i raggi del sole l’avrebbero perforata trasformandola in tanti piccoli cristalli che avrebbero riflesso la loro luce e le polveri di immonda materia, priva di anima e compassione, sarebbero svanite nel riverbero della loro purezza.
Sotto le dita appoggiate a palmo sul libro, Arturo avvertì che la pagina si era inumidita dalle sue lacrime.
Milletrecentonovantadue ore al solstizio d’estate. Non c’era rimedio quando per uno era giunta la fine.

(Versi da Lettere di SanPaolo)

[…]

Scompartimento della linea ferroviaria Gratz – Divaccia. 24 aprile 1910

Uno sghignazzo sovrapposto ai rumori del treno in corsa, lo fece trasalire. Nella panca di fianco alla sua, una donna parlottava con la sua vicina che ascoltandola, emetteva dei risolini intervallati da sghignazzi più sonori. A tratti però si fermava e lo guardava con faccia ilare come se il suo parlare fosse esilarante anche per lei, seppure non quanto lo fosse per l’amica.
Arturo non si era accorto della loro presenza. Forse stava sonnecchiando quando erano salite, o avevano parlato sottovoce. Ma ora qualche imperscrutabile motivo da lui indotto, aveva destato il loro sollazzo. Assalito da un’incontenibile angoscia, chiuse con un colpo secco il suo libro appoggiandolo rovesciato sul sedile. Ciò sembrò divertire le due sciocche comari che esplosero in un’ilarità senza ritegno.
L’enorme peso della sua sofferenza repressa stava per esplodere davanti gli sguardi di quelle miserabili donnine che non smettevano di osservarlo. Le loro bocche volgari si aprivano a dismisura lasciando intravedere le lunghe lingue sprezzanti ma ancora troppo corte per soffocare quelle ugole malvagie.
Ma presto il loro urlo avrebbe strozzato quelle gole avvezze alla maldicenza, la sconvolgente visione riuscirà a violentare i loro occhi indiscreti turbando per sempre le loro anime ingenerose. L’orrore di quel che vedranno non sarà mai cancellato dalle loro povere vite, inconsapevoli provocatrici del suo coraggio disperato.
Annichilito da quanto ormai stava per accadere, Arturo non si alzò.
Chinandosi appena, prese la valigia di legno e l’appoggiò sulle ginocchia, roteando l’apertura verso il finestrino. La mano tremante strinse la canna d’acciaio. Era rigida e fredda.
Guardò la lastra del finestrino e vide riflessi i suoi occhi infossati sotto le tempie madide e bianche.
Un assoluto silenzio avvolse per un attimo lo scompartimento prima dell’esplosione.

Gabriella Amstici