Archivio mensile:maggio 2015

I mulini del torrente Lussandra

Come si è scritto nei precedenti articoli dal versante a ovest della Val Rosandra (nota 1) sgorgavano diverse fonti d’acqua che si ricongiungevano a quelle più abbondanti della Fonte Oppia (chiamata anche Glinščica ) che vennero sfruttate fin dal I° secolo d.C. da tutto l’Agro romano stabilitosi nell’antica Tergeste. (nota 2)
Quando nel corso del VI e VII secolo il lunghissimo acquedotto venne distrutto dall’avvento dei barbari, le acque della Val Rosandra continuarono a scorrere liberamente scavando un alveo naturale e arricchendo la portata del fiume anche se dovettero trascorrere ancora molti secoli prima dello sfruttamento della loro energia.

A partire dal IX secolo finì la schiavitù e lo sfruttamento umano e animale mentre il progressivo aumento demografico necessitava di una maggiore produzione di farine.
Fu cosi escogitato un sistema per la macinazione delle granaglie mediante l’uso di grandi ruote che, spinte dall’energia delle portate fluviali, azionassero i torchi permettendo un forte aumento produttivo di farine.

Nei nostri territori la più antica testimonianza dell’esistenza dei mulini ad acqua risale all’anno 1085 quando il patriarca Wolrico destinò a una confraternita di frati l’antico monastero di San Giovanni in Tuba, vicinissimo quindi alle ricchissime risorgive del Timavo.

Come si è già scritto nelle vicinanze di Trieste l’unico corso d’acqua era quello del torrente Rosandra, sufficientemente ricco per azionare le pale delle macchine idrauliche sebbene durante i mesi estivi si verificassero dei periodi di siccità e in quelli invernali vi fosse il rischio delle gelate.
Le prime notizie scritte sull’uso dei mulini si trovano su un atto di compravendita della Vicedomineria di Trieste risalente al 1276 dove risultò l’esistenza di altri 3 in proprietà del Vescovado.

Negli statuti trecenteschi conservati nell’Archivio Diplomatico (presso la biblioteca Hortis di via Madonna del Mare) si trovano interessanti testimonianze dell’attivita molinaria presente a Trieste

Nei cinque secoli successivi i mulini aumentarono di numero e nel 1757 nel tratto del torrente tra Bollunz (Bagnoli) e il mare se ne contavano ben 16 a ruota singola, doppia o tripla.
Nella mappa sottoriportata si nota la collocazione dei mulini (segnati in rosa) lungo il fiume “Lussandra” e un canale parallelo che convogliava lungo la “Strada dei mulini” diretta a Trieste.

In questa mappa della metà del XVIII secolo è segnato il mulino di San Martino situato su un’ansa del Rosandra a monte dell’attuale frazione di Mattonaia e identificabile con quello che diverrà poi il mulino comunale di Trieste.

I mugnai che lavoravano in questi mulini erano anche esperti nello scolpire la pietra per le ruote e nella costruzione di supporti in legno, mentre le loro mogli si occupavano del commercio della farina, trasportata a dorso d’asino in città e in luoghi più lontani.
Nei canali di alimentazione scavati nella roccia, chiamati struge si trovavano anche gamberi e anguille cucinati nel sugo e serviti con la polenta durante le feste d’agosto.

Il progresso tecnologico causò l’interruzione dell’attività di molti mulini che furono abbandonati o trasformati in laboratori per fabbri mentre le struge vennero via via sepolte dalla vegetazione senza lasciare testimonianze delle attività un tempo svolte.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale tutta la zona si trovò su un confine conteso e subì un depauperamento che si protrasse fino agli anni Trenta quando l’avvento delle Scuole di Roccia rianimarono tutta la vallata.

Note:
1. Le due fonti di Botazzo e quella dell’Antro delle Ninfe
2. Vedi articolo http://quitrieste.it/lacquedotto-romano-di-val-rosandra/

Fonti:

Enrico Halupca, “Le meraviglie del Carso“, LINT Editoriale, Trieste, 2004

L’acquedotto romano di Borgo San Sergio

Tra il 1976 e 1977 durante gli scavi per la costruzione di nuove palazzine residenziali nella periferia di Borgo San Sergio (nota 1) emerse un tratto dell’ acquedotto romano proveniente dall’antro di Bagnoli, uno dei tre che serviva la Tergeste costruita tra il I° e II° secolo d.C.

La conduttura si trova a mezza a mezza costa della piccola collina sul versante a est della Val Rosandra, a 3,2 chilometri in linea d’aria dalla fonte Oppia, sorgente situata sotto il monte Carso e che all’epoca romana costituiva la principale fonte d’acqua.
Il segmento, lungo 216 metri con una pendenza dell’1,1 per mille a una quota di 74 metri s.l.m., era dotato di cinque pozzi posti ad una distanza variabile da 30 a 36 metri.

Intervenuta la Soprintendenza, fu provveduto a conservare una parte degli storici reperti in un locale protetto dagli agenti atmosferici titolato Antiquarium (nota 2). Qui sono visibili un tratto del canale ed uno dei cinque pozzetti di ispezione sulla volta della conduttura, nonché il materiale archeologico rinvenuto negli scavi.

Sul terrazzamento posto tra le abitazioni della zona, è tuttavia sempre visibile il segmento originario della conduttura romana (allora interrata) che è stato racchiuso in un parallelepipedo dalla base in cemento e ricoperto da lastre trasparenti.
Anche qui si può notare il piedritto costituito da blocchi irregolari di arenaria con la volta a sesto acuto che chiudeva il canalone e la malta idraulica sul fondo per permettere lo scorrimento delle acque.

Dagli studi seguiti a questa interessante scoperta venne stabilito che la lunghezza dell’acquedotto romano dovesse avere una lunghezza di ben 17 chilometri e mezzo di pendenza costante prima di giungere al fontanone collocato in zona Cavana.

Dai terrazzamenti di via Donaggio è visibile la collina dove recentissimamente sono stati scoperti i resti di una Tergeste romana risalente addirittura nel 178 a.C. e quindi precedente a quella sorta tra il I° e II° secolo d.C. intorno al colle di San Giusto di cui sono invece rimaste moltissime documentazioni.

Dagli studi eseguiti con il georadar su questo colle sono state individuate le strutture sepolte del principale campo militare di San Rocco e i forti più piccoli di Grociana piccola e Montedoro, forse edificati durante uno dei conflitti con gli Istri. (nota 3)
Per 2.200 anni i preziosissimi resti sono rimasti protetti in quelle zone talmente vegetate e battute dalla bora da essere usate solo per pascoli e che non sono state soggette a edificazioni che avrebbero compromesso la loro lunghissima sopravvivenza.

Note:
1. In via Donaggio n. 17

2. Visitabile il sabato mattina su richiesta alla Soprintendenza

3. Il campo grande si estendeva su 13 ettari, quanto 13 campi da calcio ed era strategicamente situato nei pressi della baia di Muggia, un porto naturale protetto.

Fonti:
– A.Halupca – L.Veronese – E. Halupca “Trieste nascosta”, LINT Editoriale, 2015, Trieste;
– “Il Piccolo” articolo del 16/3/2015;
– Musei del Friuli Venezia Giulia
– Archeocartafvg

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