Michel

Tutto quello che sapevo di lui era il suo nome e l’età.
Soltanto una settimana prima l’associazione di volontariato di cui facevo parte mi aveva contattato per chiedermi la sostituzione di un’assistente presso un convitto di ragazzi senza famiglia. Dopo l’iniziale perplessità e la sensazione di essere forse l’unica persona disponibile, guardai oltre, già interessata, e molto, al caso in questione.

Non appena scesi dalla corriera, fui stupita dall’aria fresca che mi accolse. L’umida e opprimente calura di quel giorno d’agosto era rimasta giù in città, mentre sulla collina arrivava una piacevole brezza di mare il cui profumo si mescolava a quello dei cedri del Libano.
Il prato oltre le aiuole di bosso che affiancavano il breve sentiero era ricolmo di violette selvatiche mescolate alle spighe di gramigna.
Alzai lo sguardo verso la torretta del castelletto e notai che i muri erano stati recentemente ridipinti a calce. Il primo piano era occupato da una rinomata scuola privata, chiusa per le vacanze estive, dalle cui lucenti finestre trasparivano ricchi tendaggi azzurri mentre quelle del secondo piano apparivano opache e oscurate da tele blu.

Dopo un po’ di tempo dalla scampanellata, lo scatto automatico sbloccò il portone che si rinchiuse veloce alle mie spalle.
Mi ritrovai in un elegante atrio con il pavimento di ardesia e i muri trattati con una pittura a cera color avorio e decorati con fregi floreali in gesso. Sulla sinistra una soave Madonna illuminata dalle luci dorate del giorno tendeva le mani a due bambini intenti al gioco.
Per raggiungere il secondo piano, sede dell’Istituto, salii le scale di pietra a destra dell’ingresso trovandomi poi in un lunghissimo corridoio il cui pavimento di linoleum verde rifletteva come uno specchio deforme una fila di porte chiuse.

Dal fondo, davanti all’unica finestra che dava luce a quel posto triste e buio, apparve Michel.
Era un bel ragazzo, alto e piuttosto robusto, ma incurvito e come affossato nelle spalle un po’ cadenti. Mi venne incontro con passi lenti e uno sguardo tristissimo e io d’istinto gli presi la mano stringendola nelle mie.
Non aveva che dodici anni Michel ma la sottile peluria sopra le labbra annunciavano ormai prossima la pubertà. Sollevandogli il mento incontrai dei dolcissimi occhi nocciola incorniciati da folte ciglia scure.
– Dobbiamo andare dalla Direttrice – mi bisbigliò con un filo di voce – La stanza è laggiù.
La signora ci fece entrare indicando con il palmo della mano le due sedie di fronte a lei porgendomi un foglio dov’erano evidenziati i giorni e gli orari in cui avrei prestato il servizio sostitutivo comunicando a voce le materie da ripassare.
Il suo viso privo di espressione e la freddezza dei suoi occhi grigi fissi su di me mi provocarono un improvviso getto di sudore e mi chiesi con un senso di disagio se avesse notato le mie impronte sul piano della scrivania.
Senza pormi nessuna domanda né darmi modo di farne io, mi congedò e rimanendo seduta mi congedò allungando una mano fredda e ossuta stringendomi appena la punta delle dita.
Uscì con Michel con il cuore in tumulto, realizzando sgomenta che del ragazzo non sapevo che l’età e il suo nome.

Ci fu assegnata una stanza arredata spartanamente ma illuminata da due grandi finestre affacciate sul giardino che subito spalancai per farci entrare il sole e i profumi della terra. Disponevamo di un tavolo, 4 sedie, uno scaffale dove si trovavano i libri e i quaderni di scuola, un block quadrettato, una penna e 2 pennarelli.

Compresi ben presto che Michel non conosceva nulla di Trieste, né il suo mare o le colline del Carso e che non gradiva domande né aveva voglia di farle. Ma gli piaceva ascoltarmi dimostrandosi molto attento alle lezioni di tutte le materie dimostrandosi perfino bravo nell’aritmetica.
Il primo giorno uscì turbata. Come poteva nascondere una realtà così desolante quel bellissimo castelletto che spaziava tra terra e cielo? L’aria che vi si respirava sembrava risucchiare tutta la bellezza della natura e delle stagioni ma soprattutto l’allegria che così giovani vite avrebbero diritto di aspettarsi.
L’anima infelice di Michel era entrata nella mia mente e nei miei pensieri. Avrei voluto scuoterlo da quell’apatia penetrando nel suo piccolo mondo fatto di nulla. Avrei voluto portarlo via con me correndo tra i boschi del Carso e le vedette della Val Rosandra, tra le terrazze e i sentieri della Costiera, tra i palazzi del centro e le strade di cittavecchia. Lo avrei voluto immergere nella calda acqua di mare o spingerlo sotto docce freddissime, strizzarlo di paura sulla ruota di un Luna-park, sventolarlo sulla prua di una motonave, intontirlo con la musica dei Rasta Mens e saziarlo con enormi pizze e gelati alla panna.

Invece per tutto il mese di agosto dovevamo starcene chiusi in quella torrida stanza dell’Istituto ripassando le lezioni prescritte e guardando dalle finestre la vita che scorreva.

Passarono veloci quelle quattro settimane e giunse l’ultimo, triste giorno.
– Vola alto Michel! – gli dissi alzando la mano per batterla contro la sua come si fa tra giovani amici. Poi non seppi resistere e lo abbracciai forte annusando quel suo odore che sapeva di sabbia.
– Tornerai? – mi chiese e senza aspettare la risposta mi sfiorò il viso con un dolcissimo bacio.
Dal giardino mi volsi guardando la finestra del secondo piano e con gli occhi pieni di lacrime vidi Michel con il capo chino. Sapevamo tutti e due che non avremmo potuto rivederci mai più. Gabriella Amstici: Racconto ispirato a una storia vera

L’immagine è di ioarte.org.

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