Archivio mensile:maggio 2014

Santa Croce

Dopo un lussureggiante bosco di acacie e betulle, alcune doline che costeggiano la strada provinciale e una serie di splendide ville, si giunge nel piccolo paese di Santa Croce dove si respira un’aria d’altri tempi.

 Oltre l’antica porta vecchie case abbandonate, altre riadattate, con le panchette di pietra e tanti vasi fioriti. Tra le viuzze un grande silenzio, un senso di pace e un profumo di legni bruciati e di erba tagliata.
Una piccola Osteria, un vecchio bazar, un’agraria in una tavernetta dismessa, le donne che vanno verso il cimitero, qualche chiacchera tra i vicini, alcuni gatti di passaggio. La chiesa di Santa Croce sembra risalire al XIII secolo anche se ma la più antica iscrizione, riportata sulla torre campanaria risale al 1543 e su un’ altra lapide murata è inciso l’anno 1584.
La sua consacrazione avvenne nel 1613 per volere del vescovo Reinaldo Scarlicchio come attesta la scritta latina sopra la porta d’ingresso. All’interno si trovano dei begli altari barocchi, alcune statue, un notevole affresco sul catino dell’abside e un organo aggiunto in tempi recenti. Divenuta parrocchia nel 1847, ha avuto diversi restauri nel corso del Novecento e oggi si presenta ancora in un buon stato di conservazione.
Accanto alla chiesa si trova un piccolo e lindo cimitero dall’aria romantica e profumata di mare. Sopra il cancello di ferro e su un vecchio pozzo di paese spicca la nostra orgogliosa alabarda.
Dietro la chiesa si trova una piccola costruzione in pietra adibita fino qualche tempo fa ad abitazione del parroco ma fino all’ottocento sede della scuola. Sulle mura di questa costruzione a due piani sono visibili delle interessantissime incisioni che non sono state del tutto decifrate. Alcuni vi hanno ravvisato dei segni cabalistici, altri delle scritte risalenti al tempo dei Templari e dunque ben precedenti al 1308, data di scioglimento dell’Ordine.
Sul breve saggio di Aristide Buffalini “Santa Maria di Grignano e i Templari” (nota 1) risulta una possibile spiegazione della seconda scritta che riportando:
HOC OPUS MAGISTER GEORGYUS FECIT
potrebbe richiamare alla mente un maestro muratore che ai quei tempi poteva essere sia un monaco benedettino sia un costruttore Magister Militiae Templi che avesse indicato i suoi possedimenti con dei segni criptici.
La scritta MCCCC89 ha invece dei caratteri diversi che presuppongono una datazione postuma come forse il rosone di lato.
Altre curiose incisioni sulle mura della vecchia scuola parrocchiale:

Appena fuori dal paese la piccola chiesa gotica dedicata a San Rocco, protettore dei viandanti, dei mendicanti e degli appestati. Costruita nel 1646 come ex-voto quando la comunità venne risparmiata da una pestilenza che aveva colpito l’intero territorio. Di lato la statua del vecchio questuante, opera di uno scalpellino locale di nome J. Dousak, sistemata dopo i restauri di fine Ottocento quando le offerte inserite nella sua borsa confluivano in uno sportellino all’interno della Cappelletta.
Attualmente l’edificio è interamente transennato per lavori iniziati diversi anni fa e non conclusi.

Sulla piazzola- belvedere, appena sotto il paese è rimasto l’antico lavatoio di recente ristrutturazione ma purtroppo deturpato dalle scritte.

Per chi gradisse un paesaggio di più largo respiro c’è un sentiero lungo il margine della collina e tra piccole doline, solcati carsici e una bella pineta si avverte un sentore di resina frammisto a quello del mare e da lì si spazia con lo sguardo dalle terre d’Istria fino alle lagune venete.

Nota 1:
Tratto da: Comunità religiose di Trieste, Civici Musei di Storia e Arte, 1978;

Fonti: ibidem; Carlo Chersi, Itinerari del Carso Triestino, 1962; Dante Cannarella, Guida del Carso triestino, 1975.

Prosecco, il territorio, il vino

Fin dalla metà del Duecento il toponimo “Prosech” o “Prosecum” ma anche nel più moderno “Proseco” si è sempre riferito a un piccolo centro confinante a nord con la signoria di Duino e verso sud-est con il territorio del Vescovado di Trieste.
Le prime citazioni del luogo provengono dall’atto di locazione per 4 vigne con un certo Romano, di professione muratore, stipulato nell’anno 1289 e rinnovato nel 1308. Da un documento del 1344 si apprese che tale Romano era figlio di un Michaelis de Prosecho, presupponendo l’esistenza delle vigne in epoca retrodatata alla metà del secolo XIII. Altri documenti del 1311 attestano l’esistenza di vigneti sulla zona barcolana in proprietà dei signori Muchor, Vidrich e Larencio Colorico tutti “de Prosecho”.
E’ dunque certo che le coltivazioni viticole fossero collocate lungo i pendii soleggiati e digradanti verso il mare, quindi al riparo dei freddi venti di bora, e soprattutto dove si trovava un terreno marnoso terreno marnoso-arenaceo favorevole alla maturazione di uve molto particolari.
Nel Trecento questo vino si chiamava “Ribuolla” o “Raibiola” e veniva coltivato anche nei pressi del centro di Trieste e poiché costituiva un’attività molto redditizia era soggetto a precisi regimi tributari dovuti a Venezia (fin dal 1202) e dopo il 1382 al duca d’Austria. L’imperatore Federico III d’Asburgo (1415 – 1493) ne pretese addirittura le migliori produzioni d’annata, ufficialmente per curare i malati.
Altrettanto entusiasta ne fu l’arciduca Massimiliano d’Austria (1459 – 15199 che proibì l’introduzione nel nostro territorio di altre qualità di uva e vitigni per evitare il rischio di contaminazioni.
Dalle quantità di orne di vino che venivano consegnate si può senz’altro presumere l’eccellenza di questo vino fornito esclusivamente dalle uve del nostro territorio.
Ma se si trattava di Ribolla, come e quando si trasformò in Prosecco?
Agli inizi del Trecento il Comune di Trieste sulla sommità della collina, a circa 500 metri dall’abitato di Prosecco e vicino al cimitero di Contuel, costruì un castello nominato Castrum montis Collani o Moncholano destinandolo al controllo delle strade e delle aree produttive.
Per la posizione strategica del luogo, collocato alla confluenza della “via publica romana” con la strada che dal valico di Contovello portava a Trieste, sia i forestieri che i confinanti duinesi, ancora soggetti a un regime feudale, iniziarono ad acquistare terreni nella zona allargando sempre di più le coltivazioni del pregiato vino.
Considerata l’attività di presidio, il castello era di dimensioni piuttosto ridotte e già alla fine del Trecento venne definito Torre di Moncholano.
Con l’atto di Dedizione all’Austria del 1382, a Trieste subentrarono i delegati e amministratori austriaci e dopo pochissimo tempo sulle note-spese per il castello e la sua guarnigione fu apposto il nome di Prossek, evidentemente di più facile fonetica e scrittura.
Nel luglio del 1413 fu deciso di costruire un nuovo centro abitato vicino alla Torre chiamato prima “Villa San Gerolamo” per la vicinanza con l’omonima chiesa, e successivamente Contovello. Alla fine del Quattrocento il toponimo Moncholano scomparve dai documenti divenendo Castello di Prosecco.

Agli inizi del Cinquecento, quando si diffuse progressivamente la stampa con la riscoperta dei grandi classici, entrò negli onori delle cronache cittadine un illustre personaggio, Pietro Bonomo, (145 – 1546) segretario e consigliere di 3 sovrani austriaci: Federico III, Massimiliano I e Ferdinando I.

Poeta e uomo di grande cultura Bonomo studia la Naturalis Historia del prolifico Plinio il Vecchio (23 – 79 d.c.) interessandosi particolarmente, e non a caso, alla storia del leggendario vino pucino amatissimo dai romani e molto apprezzato da Livia, moglie del potente imperatore Ottaviano Augusto, che si assicurò così una lunga oltreché piacevole vita (Nota 1)
La storia fu riportata poi dal famoso medico Galeno (129 – 216 d.c.) che contribuì a diffondere la fama terapeutica del vino Pucino proseguita poi anche nei secoli successivi.

I Bonomo erano infatti proprietari di ampi vigneti vicino al Castello di Prosecco e il fatto che Plinio si riferisse ai vigneti del Castrum Pucinum intorno all’abitato di Duino e che la prelibata bevanda derivasse da uve rosse (Nota 2) divenne irrilevante davanti alla possibilità di compiere un’autentica operazione di marketing ante-litteram proclamando che fosse proprio il dolce e delicato Prosecco l’erede dello storico Pucino.
Tale asserzione fu incredibilmente condivisa da quasi tutti gli eruditi dell’epoca e il brand Prosecco iniziò la sua inarrestabile fortuna.
Pietro Bonomo dedicò perfino dei versi in onore di questo vino che a sua volta venne menzionato anche da altri compiacenti letterati e in seguito addirittura esaltato dal vescovo umanista Andrea Rapicio nel suo poema Histria del 1556. (nota 3)
Divenuto vescovo di Trieste nel 1502, Bonomo distribuì generosamente il suo vino alla corte di Vienna tentando pure, ma senza fortuna, di farsi concedere la custodia del castello di Prosecco che invece nel 1524 l’arciduca Ferdinando concesse con tanto di solenne cerimonia al suo segretario di Trieste Pietro Giuliani.
Nel documento apparve la scritta: “Chastelo montis Pucini, vulgariter nuncupato turri Porsechi sive Contovelli” rivendicando così l’antica discendenza da quel famoso Pucino che dalla metà del Cinquecento venne identificato assieme a quella del Prosecco (denominato Proseck o Prosecho) come identificazione geografica comprendente assieme la zona sui declivi costieri anche quella di Grugnano.
Ancora a metà dei Seicento il vescovo di Cittanova Giacomo Filippo Tommasini nei Commentari storico-geografici della provincia dell’Istria attestava che l’antico vino coltivato nelle vigne tra Giovanni da Duino, Santacroce e Grignano era identificato proprio con il pregiato Prosecco.
Verso la fine del secolo XVII il ricercatore- scrittore storico Johann Weichard Valvasor (1641 – 1693) stabilì che il Prossegker-vein o vino di Prosecco si identificasse con la Ribolla, Reinfall in tedesco, Rifolium nelle antiche carte o anche Raywol in scritta arcaica.

Dopo il Settecento per garantire la qualità del Prosecco fu fissata la data delle vendemmie al 18 ottobre per far maturare al punto giusto le pregiate uve la cui produzione continuò sui pendii marnoso-arenacei sotto Contovello e in parte sul tratto costiero del territorio comunale mentre il vecchio castello (o torre) di Moncholano, ormai privo di una funzione difensiva e mai trasformato in residenza signorile, venne abbandonato andando lentamente in rovina.

Con la proclamazione del Portofranco del 1719 e la progressiva espansione delle aree urbane con i diversi interessi di Trieste, i vitigni che ancora esistevano intorno al centro abitato poco a poco scomparvero. Pur continuando la produzione del prosecco essenzialmente sui pendii marnoso-arenacei sotto Contovello e in parte sul tratto costiero del territorio comunale, gli interessi di Trieste vennero sempre più convogliati sui traffici marittimi.
Inoltre come spesso accade, la fortuna di questo vino dovette fare i conti con le  invidie  e soprattutto con le inevitabili adulterazioni. Così il ricercato Prosecco, definito dal Mattioli “lucido, color dell’oro, odorifero e di gusto graditissimo” interessò gli imprenditori di altre terre confinarie come il nobile Ferdinando Giuseppe d’Attems che importò alcuni vitigni a Lucinico e Podgora, ottenendo un vino giovane, dal sapore più dolce e delicato ben presto molto apprezzato.

La potente Venezia intanto, per incrementare le importazioni e alzare i prezzi, pretese dei trattamenti per stabilizzare il vino durante i trasporti iniziando di fatto una serie di inarrestabili contaminazioni.

Verso la metà del Settecento in Veneto si verificarono degli eventi molto simili a quelli che costituirono la fortuna del vescovo Pietro Bonomo, ossia un nobile canonico di nome Jacopo Ghellini produsse un vino di qualità che venne esaltato dal poeta Aureliano Acanti con versi molto accattivanti:
Ed or ora immolarmi voglio il becco con quel melaromatico Prosecco. Di Monteberico questo perfetto Prosecco eletto ci dà lo splendido Nostro Canonico” e se pur il vino fosse dichiarato “un po’ fosco e torbido” fu definito “un balsamo puro e sano, sguaiato, impazzato che non potrebbe essere cambiato con l’Ambrosia degli Dei”.
Come dunque resistere a questo vino addolcito con il miele e con un’ accattivante quanto sostenuta gradazione alcolica? Infatti dopo il 1770 fu importato sulle colline di Conegliano dando inizio alle grandi coltivazioni viticole.

Il Prosecco diventa veneto

Un ulteriore evoluzione dell’ormai noto vino fu apportata a Conegliano da Antonio Carpenè (1838 – 1902) fondatore della Società enologica e del Consorzio agrario di Treviso. Con la riduzione del contenuto alcolico, un’ elaborazione chimica per renderlo più secco, e una consistente produzione, il Prosecco divenne un ambito prodotto da tavola che definito “ambrato, asciutto e leggermente aromatico” e con l’etichetta “Prosecco 1870” ottenne un lusinghiero successo all’Esposizione internazionale di Vienna.
Brevettato il nuovo metodo vinicolo, nel 1876 Carpenè fondò con il socio Angelo Malvolti la floridissima azienda dall’inconfondibile brand presentato come “PROSECCO Vino pregiato Amabile dei Colli di Conegliano”.
Il destino della viticoltura triestina fu così segnato e con l’ascesa dei vini veneti la produzione del Prosecco triestino si ridusse sempre di più fino a uscire di scena.

Dopo un lungo periodo di storia e le alterne vicende che mutarono il nostro territorio, fu ripreso un certo interesse verso lo storico vino prodotto nel Consorzio fondato a Conegliano che con gli anni Sessanta acquisì il titolo di Denominazione Controllata (DOC) estendendosi poi ad altre province del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.

Con gli anni Settanta il Prosecco venne inserito nell’elenco dei “Vini da tavola a Indicazione Geografica” (IGT) con un progressivo incremento delle produzioni.
Il successo per il vino con le bollicine, riproposto per un certo periodo addirittura in lattine, fu riprodotto persino nel lontano Brasile con la dicitura “Prosecco espumante natural brut 2007” presentato entusiasticamente ai Vinitaly di Verona nel 2008. E a questo punto esplose il “casus belli

La guerra del Prosecco
L’informazione inizia così a interessarsi della questione in merito al Prosecco, anche perché era entrato ormai nell’interesse delle Regioni, in primis ovviamente quella del Veneto con a capo Luca Zaia, nel frattempo nominato Ministro dell’Agricoltura.
Dopo il caso del Prosecco brasiliano, l’imprenditore vicentino Gianni Zonin rilasciò un’intervista sul Correre Vinicolo (nota 4) riportata poi su tutti i media e che sollevò la questione della salvaguardia del celebre brand con la sua ricollocazione delle sue origini, cioè:
In quel territorio vicino Prosecco dove era nato e dove era prodotto fin dai tempi della Roma antica”. Quindi il nome del vino doveva essere identificato con la zona d’origine ridefinendo i confini della DOC”. 

Così, l’efficace sinergia tra i Ministero, la Regione Veneto, Friuli Venezia Giulia, i Consorzi di categoria e di tutela insieme alle Amministrazioni locali nel luglio del 2009 ha riordinato la classificazioni della Denominazione Origine Controllata e ha stabilito che nell’etichetta poteva essere aggiunto il nome di Trieste e di Treviso con il riconoscimento della DOCG (origine garantita) per la specificazione “Superiore di Cartizze”.
Un insperato successo per la nostra città che nel 2011 ha visto cancellata la definizione del Prosecco come vitigno anziché come vino derivato esclusivamente da uve “glera” sulle zone costiere triestine e già identificate sulle documentazioni del Cinquecento.

Insomma una bella occasione per Trieste: una leggenda, un mito da assecondare e il rilancio di un brand prestigioso con il nome della nostra città.
E allora Prosit Trieste!

NOTE:

(1) Carnorum haec regio iunctaque lapudum, amnis Timavus, castellum nobile vino Pucinum, Tergestinus sinus, colonia Tergeste, XXXIII ad Aquileia;

(2) “Nasce nel seno del mare Adriatico non lontano dalla sorgente del Timavo, su un colle sassoso; il soffio del mare ne cuoce poche anfore, medicamento che è superiore ad ogni altro. […] La vite del Pucino è di colore nerissimo. I vini de Pucino cuociono nel sasso”.

(3) “Te veneriamo o padre Pucino, che a Livia serbasti tanto a lungo una volta i suoi anni felici di vita / Questo è merito tuo, o Pucino, che abiti i colli aridi e l’alte rupi scoscese e i lidi giapidi / e ch’ogni altro frutto sorpassi in valore ed in fama

(4) Il Corriere vinicolo, anno 81, n. 14 del 7 aprile 2008;

FONTI:

Fulvio Colombo, Prosecco, patrimonio del Nordest, luglio editore, Trieste, 2014;
Dante Canarella, Guida del Carso Triestino, Edizioni Svevo, Trieste, 1975;
Carlo Chersi, Itinerari del Carso Triestino, Stab. Tipografico Nazionale, Trieste, 1962;