Carlotta a Miramare

II parte

Già il 18 ottobre, cioè pochi giorni dopo il suo arrivo a Miramare, i medici Augusto Jilek e Riedel decisero di rinchiuderla nel Gartenhaus ufficialmente per proteggerla e impedire qualche suo atto di autolesionismo.
Non vi possono essere dubbi che la giovane Imperatrice fosse rimasta scossa dai tremendi fatti accaduti in terra messicana dopo aver assistito impotente al crollo di un regno, alla misera caduta del suo amatissimo marito con cui aveva diviso grandi sogni di gloria, potere e denaro, alla perdita di ogni privilegio con cui pur era nata e vissuta da figlia prediletta nella corte reale belga. Da giovane, innamorata sposa nel potente Impero degli Asburgo fu poi costretta a percorrere centinaia, migliaia di chilometri elemosinando un aiuto per evitare la catastrofe avendo ricevendo invece solo rifiuti e disinteresse. Certamente la sua mente agitata sarà stata tormentata dal rimorso di essere stata complice con il debole, sognante e irresoluto coniuge, di aver condiviso con lui l’ambizione di una Corona e di averlo dissuaso dall’abdicazione quando la situazione era già irrimediabilmente perduta. Sarà certamente intervenuta una smisurata rabbia per il fallimento delle sue richieste e l’umiliazione del suo orgoglio ferito. Ma furono umani i medici che l’avrebbero dovuta curare? Ebbe qualche utilità quel terribile isolamento nel castelletto con porte e finestre sbarrate?
Quali fonti informative avrebbero avuto le voci riportate dalla cronaca circa le disperate corse nel parco fino al molo dove avrebbe aspettato la nave di Massimiliano? Oppure quelle in cui si sosteneva che lei riempisse compulsivamente delle intere brocche con l’acqua della fontana per non bere quella somministratale dalla servitù che lei temeva essere avvelenata ?
Quanto peso ebbero invece le oppressive presenze di cotanti medici ai quali si affiancò presto Karl de Bombelles, il fidato aio di Francesco Giuseppe, di fatto coordinatore di tutta la servitù e definito da alcuni storici un personaggio subdolo e sicuramente detestato dall’Imperatrice?
Alla corte dei medici Jilek e Riedel si aggiunsero ben presto anche il dott. Bohulavek e il dott. Alessandro de Goracuchi, amico del barone Revoltella, confermando la sensazione che il caso dell’infelice Carlotta fosse davvero molto, molto difficile.
Eppure, almeno all’inizio della reclusione, sembra che le sue condizioni non fossero così drammatiche come cotanti medici facessero supporre, e addirittura ci fu persino chi sostenne che Carlotta non fosse affatto demente ma che rassegnata a quella imposta clausura trascorresse le sue giornate tra i libri, le stesure di lettere o ricordi di viaggio, dipingendo ad acquerello o suonando il pianoforte.

(Nelle foto 2 acquerelli di Carlotta)

Ma poco tempo dopo, con le notizie che giungevano dall’Impero messicano, tutta la situazione sembrò precipitare.
Ecco quanto il console Garcìa Miranda riferisce nella lettera del 16 dicembre 1866:

Le notizie contraddittorie che sulla questione del Messico pubblicano giornalmente le gazzette sia nazionali che estere e specialmente gli organi francesi che dovrebbero essere i più autorevoli, mi hanno impedito di partecipare alle notizie che circolano sopra una tanto importante questione poiché non mi arrischiavo di manifestarle nel timore che potessero essere false.
Oggi che non vi resta la minima speranza di riorganizzare l’Impero Messicano, m’affretto a trasmettere a Vostra Eccellenza il passaggio di una lettera ricevuta da un alto personaggio messicano che si trova a Parigi (Don José Lopez Uraga) in cui risulta l’abdicazione formale dell’Imperatore:
“Le indirizzo la presente per comunicarLe che data la brutta piega che hanno preso gli avvenimento politici, ho rassegnato ad essa il potere e costituzione e intraprenderò di conseguenza il viaggio di ritorno al mio focolare domestico tra uno o due giorni”
La partenza del Conte de Bombelles per Gibilerra con l’ordine di attendere l’Imperatore e un recente dispaccio telegrafico ricevuto a Miramare, convalidano le notizie che circolano sopra la partenza dal Messico per l’Europa dell’Imperatore Massimiliano.
Lo stato dell’Imperatrice non ha avuto alcun peggioramento: essa continua a rimanere nel più completo isolamento e sin dall’inizio della sua malattia è del tutto estranea a quanto succede nel Messico.”

Se la determinazione di Massimiliano ad abdicare venne presto ritirata per le pressioni del suo consigliere padre Fischer, esponente del partito conservatore cattolico, non si può ignorare che il 4 febbraio 1867 Garcìa Miranda informava il Ministro degli Esteri a Madrid che quattro giorni prima era giunto a Trieste un piccolo Yacht di 105 tonnellate e 50 cavalli che sarebbe partito per l’Avana qualora le trattative dell’Imperatore Massimiliano fossero fallite costringendolo a soggiornare a Corfù.
Francesco Giuseppe aveva infatti già ordinato al comandante della corvetta “Dandolo”, ancorata al porto di Veracruz, di rifiutare a bordo il fratello in caso di sua abdicazione dimostrando ancora una risoluta durezza nei suoi confronti.
Ma ormai la sorte di Massimiliano era segnata: nel gennaio 1967 avevano abbandonato il Messico tutte le truppe francesi, in aprile tutto il contingente austriaco con i legionari.
Accerchiato da ogni parte l’Imperatore si rinchiuse con le sue truppe nella piazzaforte di Querétaro e dopo una strenua difesa durata 72 giorni, il 15 maggio fu costretto ad arrendersi. Gettato in un’orrida cella del convento dei cappuccini, disfatto moralmente, sfinito dalla dissenteria e dalle febbri, fu processato da un consiglio di guerra e condannato a morte assieme ai suoi fedeli generali don Miguel Miramòn e don Tomàs Mejia.
Solo allora l’Imperatore Francesco Giuseppe che fino allora non aveva mai ritenuto possibile che un Juarez potesse uccidere un Asburgo, cercò con tutti i mezzi di ottenere la liberazione del fratello. Dopo la sua solenne incoronazione in Ungheria, il 20 giugno riunì il consiglio di famiglia ed impose la reintegrazione di Massimiliano nei diritti successori certo di ottenere l’intercessione degli Stati Uniti ma tutto era ormai avvenuto: il 30 giugno apprese che il giorno 19 era già avvenuta la fucilazione al Cerro de las Campanas di Querétaro.

“Tanti avvenimenti, tanti colpi inattesi hanno distrutto le mie speranze” scrisse Max nell’ultima lettera inviata a Carlotta. “La morte non è per me che una fortunata liberazione: cadrò gloriosamente da soldato, sovrano vinto ma non disonorato. Se le tue sofferenze sono troppo gravi e Dio ti chiamerà presto a raggiungermi, io benedirò la mano del Signore che tanto gravò su di noi. Addio Carlotta, addio. Il tuo povero Max.” (4)

La notizia della sua morte fu diffusa in città il 2 luglio 1967 dall’ “Osservatore Triestino” e già il giorno 7 dello stesso mese la Regina del Belgio Maria Enrichetta d’Austria partiva per Miramare per ricondurre Carlotta nelle sue terre. .

(Nella foto: il fratello di Carlotta re Leopoldo II del Belgio e la moglie regina Maria Enrichetta)

Come riferisce il console Garcìa Miranda al Ministro degli Esteri a Madrid, Sua Altezza Reale alloggiò al Grand Hotel de la Ville e annunciandosi alla corte del Castello, riuscì a conferire con la cognata che pur dimostrandosi lieta della visita, rifiutò di partire perché era in attesa dell’arrivo del suo Max. A convincerla fu il dott. Bolken, il medico che poi esternò il suo convincimento sulle cause che scatenarono i disturbi della povera Imperatrice.
Ecco quanto riporta il console Garcìa Miranda nella lettera del 3 agosto 1867 al Ministro degli Esteri a Madrid: (5)

Secondo il dott. Bolken non sembrerebbe ora dubbio che l’Imperatrice Carlotta fosse stata oggetto di un tentativo di avvelenamento prima della sua partenza dal Messico mediante qualche tossico che facendo salire il sangue viziato al cervello produce il disordine nelle facoltà mentali. Per questo alcune gazzette messicane, immesse senza dubbio nel segreto, annunciarono prematuramente tale avvelenamento alcuni giorni dopo l’imbarco di Sua Maestà da Vera Cruz per l’Europa.
E che questi sospetti non sembrano infondati lo prova che persino la stessa Augusta Inferma comprendeva nei suoi momenti di calma, che qualcosa di veramente straordinario passava nelle sue idee e che doveva trovarsi sotto la pressione di qualche agente morbifero estraneo, il quale provocava il disordine. Del pari è possibile avvertisse alcuni indizi più diretti sopra i quali la prudenza impediva che si spiegasse.
Il fatto è che sino al suo ritorno a Miramare un mistero incomprensibile circondava l’Augusta inferma. Questo mistero, fino ad oggi impenetrabile, ma che la storia senza dubbio chiarirà, lasciava trasparire di quando in quando qualche piccolo indizio che permetteva d’indurre le più tristi supposizioni. Il suicidio imprevedibile e tuttora inesplicabile di una delle dame belghe che per anni accompagnarono S.M., suicidio avvenuto nelle stanze del palazzo di Miramare circa 4 mesi fa. Alcune dichiarazioni del dott. Rield, che con frequenza veniva da Vienna per visitare l’Augusta Inferma, inducevano a dubitare che lo stato di S.M. fosse quello che apparentemente si pretendeva e che il rigido isolamento al quale è stata assoggettata per dieci mesi davano esca all’opinione pubblica alle più strane congetture. […]
L’Imperatrice, lungi dal mostrare qualche emozione violenta o un’aberrazione nelle sue idee, è rimasta perfettamente tranquilla ed oltremodo amabile con le persone che l’attorniavano. Sembrava quasi che intraprendesse questo viaggio con una vera soddisfazione.
Devo partecipare a Vostra Eccellenza che tanto nelle visite quanto per il viaggio si ha omesso il lutto, ciò dimostra che non si ha creduto ancora prudente informarla della tragica fine del suo Augusto Consorte. Tale fatto è oggetto dell’indignazione pubblica.”

Dunque non solo tali affermazioni permettono dunque di analizzare più in dettaglio la scottante querelle ma gettano inquietanti ombre sulla Corte di Miramare, dominata come si è già scritto dal conte de Bombelles il quale si oppose fino all’ultimo istante e anche con scene violente, alla partenza di Carlotta dal Castello. “Ostacoli di persone interessate, miserie vergognose, frutto di intrighi e cupidità di Corte” furono definiti i trattamenti alla povera Imperatrice nell’entourage belga.
Ma prescindendo dai velenosi articoli apparsi su giornali belgi circa un ipotetico interesse sulla ricchissima dote di Carlotta portata agli Asburgo, quale oscura ragione potrebbe essere data per quella lunga e crudele segregazione nel castelletto avvallata dall’Imperatore Francesco Giuseppe? Perché nessuno riprese quanto fu presupposto dal dott. Bolkens, autorevole scienziato e direttore del frenocomio di Gheel al quale la Corte belga affidò le successive cure di Carlotta? Si ricorda ancora che alcune gazzette americane diffusero la notizia della follia di Carlotta ben prima del suo manifestarsi e che su un clamoroso articolo pubblicato in data 1°agosto 1867 dal “Figaro” veniva riportato che da un’inchiesta svolta in Messico una certa persona al seguito dell’Imperatrice le avesse lentamente somministrato delle dosi di veleno. Il citato articolo menzionava sia il “totache” o il “toloatzin” (datura stramonium) sostanza letale ma che in piccole dosi privava della ragione, sia il terribile “Vaudoux” dagli identici effetti e del tutto inodore e insapore. Tali sostanze provocavano una grande sovraeccitazione, delle crisi violente, un rifiuto degli alimenti, un imperioso bisogno di solitudine ma soprattutto l’ossessione di essere stati avvelenati, tutti sintomi realmente poi riscontrati nella cosiddetta “malattia” della giovane Imperatrice.
Il console Garcìa Miranda avanzò dei sospetti su Amalia Stöger, la bellissima quanto stimata camerista viennese separata dal legittimo marito, che si suicidò la notte tra l’uno e il due giugno 1867, lo stesso giorno in cui l’ “Osservatore Triestino” pubblicò la notizia che l’Imperatore Massimiliano, dopo la resa di Querétaro, era stato imprigionato. Il servitore di corte Domenico Armič riferì che la donna fu trovata impiccata con otto giri di corda sulla finestra della sua stanza, contrassegnata con il numero 18, al secondo piano del castello.
La nobile letterata Aurelia Cimino Folliero de Luna (6) nel breve saggio “Massimiliano e Miramare” (Firenze, 1875) scrisse che:
Dopo la di lei morte, l’amore nascosto ad ogni vivente fu reso palese da molti residui d’indirizzi di lettere a lei dirette dal Principe, da vari oggetti nascosti con cura gelosa” lettere che comunque non furono affatto rese palesi, non solo, ma la romantica nobildonna osò aggiungere pure che il suicidio della Stöger sarebbe forse stato causato dal rimorso di aver ella stessa somministrato il veleno all’Imperatrice dopo l’impossibile liason con il biondo arciduca. In alcuni romanzi storici venne anche ipotizzato che Carlotta avesse sospettato della bellissima dama di corte per l’idea dei veleni che per gelosia femminile, essendo ben consapevole dei tradimenti del bel Massimiliano fin dagli anni in cui vennero meno i loro rapporti fisici.
Sui terrificanti effetti delle “erbe della follia” parlò con dovizia di particolari il Journal d’un missionnaire au Mexique, volumetto pubblicato a Parigi nel 1857, quindi ben sette anni prima che Massimiliano cingesse la corona di Montezuma. E l’ipotesi che all’Imperatrice Carlotta fossero stati somministrati i “poisons des Vaudoux” venne riportata in un articolo del dott. D’Auvergne sul “ Figaro” del 3 agosto 1867 a seguito di un’accurata inchiesta svolta da specialisti in Messico.

Comunque, Sebbene il console Garcìa Miranda fosse convinto che la storia avrebbe chiarito tutte le ipotesi avanzate sull’infelice Imperatrice, ancora oggi la sua triste storia è avvolta dai misteri, storia che per Carlotta continuò ancora per altri sessanta lunghissimi anni.

Note:

(4) conte E. Corti, La tragedia di un Imperatore, Mondadori, Milano 1936;

(5) Questo rapporto si trova nell’archivio del Consolato di Spagna di Trieste, ora conservato nell’ “Archivio General del Ministerio de Asuntos Exteriores” a Madrid;

(6) La Folliero de Luna fu ospite al Castello di Miramare nel 1875 in occasione del suo soggiorno nella villa di Antonio Caccia, illustre e informatissimo personaggio dell’élite triestina.

Nelle foto sopra: La Pianta del parco di Miramar siglata da Massimiliano a  Puebla; – I giardini di Miramare all’epoca di Carlotta – Il luogo dell’uccisione di Max al “Cerro de las Campanas” (foto di Aubert scattata il giorno successivo all’esecuzione conservata al Musée Royal de l’Armée, Bruxelles)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *