Scrittori alla ricerca dell’io perduto

Le teorie psicanalitiche di Weiss non assunsero comunque una particolare importanza nella produzione letteraria dell’epoca.
Mentre Marcel Proust in uno stato di sonnambulismo si abbandonò senza inibizioni alle associazioni e ai ricordi disintegrando la totalità della psiche, James Joyce girò intorno ai particolari di una giornata senza trovare un centro psicologico sul quale reggere i pensieri.
Zeno Cosini, il personaggio in parte autobiografico di Italo Svevo, dopo aver soffertamente sondato le cause del suo malessere esistenziale con un certo psicanalista, volle tornare a godere pienamente della vita ritenendo le somatizzazioni del corpo gli spiacevoli effetti di una malattia che si alimentava da sé.
A rigor di storia sarebbe opportuno ricordare che lo stesso Edoardo Weiss, pur ammettendo il rapporto di amicizia con Ettore Schmidt, negò seccamente di essere il medico menzionato nella Coscienza di Zeno non avendone ravvisato il benché minimo metodo riconducibile alla psicanalisi.
Il matematico-narratore Guido Voghera, pur fortemente suggestionato da certi postulati freudiani che riconobbe nella sua stessa coscienza, li ritenne una sorta di “metànoia” il cui stacco era imprescindibile.
Negli Anni della psicanalisi il figlio Giorgio Voghera sostenne invece che le nevrosi allora dilaganti fossero imputabili alla complessità della realtà politica ed economica di quei tempi e lo stesso Bobi Bazlen, consigliere editoriale e divulgatore di nuove correnti letterarie non prese troppo sul serio i fanatici di Freud e Weiss, ritenendo che il raziocinio e la logica fossero buone armi per le loro rigorose teorie psicanalitiche.
Ma essendo dotato di mente acutissima e curiosa si aggiornava costantemente su tutte le dissertazioni di tali argomenti trovando infine delle risposte negli sconfinati orizzonti di Karl Jung.
Ancora più scettico fu Giani Stuparich, seppure attento e silenzioso ascoltatore, mentre Virgilio Giotti volle esprimere sempre apertamente la sua più ferma opposizione.

Si ritiene comunque interessante una considerazione espressa dal giornalista Bruno Lubis che in un articolo del Piccolo illustrato scrive:
Uno scolaro che non si interessa delle materie insegnate, né intende accattivarsi la benevolenza del maestro, si colloca nell’ultimo banco. Qui trova il disprezzo dei compagni di classe per la sua autoemarginazione, ma altresì può passare il tempo della scuola indisturbato. Pressappoco è questa la situazione di un personaggio descritto da Thomas Mann, ed è questa la situazione degli artisti rispetto alla società”.
Dall’”ultimo banco” si poteva così assistere allo sgretolarsi degli Assoluti da qualsiasi provenienza essi giungessero e la decisione di rimanere emarginati sarebbe dunque stato il presupposto per affinare la funzione critica, astrarre presentimenti e valutare la realtà.

Senza addentrarci ulteriormente in queste difficilissime argomentazioni, ci piace riportare un piccolo compendio del nostro amato Scipo Slataper: “Leggo tedesco, scrivo italiano e parlo triestino” che configura con grande semplicità la fantasiosa, versatile e poliedrica vita di quegli anni indimenticabili.

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