Dicevano di noi

In un’intervista rilasciata a Tullio Kezich (“L’Europeo” n.12, 1967), Giorgio Strehler parlò della sua intenzione a realizzare un film su La coscienza di Zeno di Italo Svevo da lui considerato “il” romanzo tout court, una “grande commedia” psicologica e di costume, una storia di vita narrata come “un gioco dei sentimenti, dei movimenti umani più segreti”. Questo progetto era stato ripreso e abbandonato più volte finché ritornando a Trieste riscoprì quasi “con violenza” i suoi odori, i suoi sapori e le sferzate di bora che riecheggiavano in quel romanzo.
“Il mondo di Svevo mi appartiene […] Un qualcosa sul filo della tragedia con un tanto di umoristico, di grottesco che lascia anche la bocca amara” scrisse a Piero Zuffi, testimoniando quanto quel testo rappresentasse anche il luogo e il tempo dei suoi ricordi.
Nel linguaggio narrativo di Svevo, Strehler percepiva anche la vicinanza letteraria di James Joyce, tanto che avrebbe voluto intitolare il film Un Ulisse a Trieste immaginandolo in varie gradazioni di bianco e nero con una tonalità contraddistinta da “una luminosità tenera e lancinante”.
Dopo una lunga rielaborazione sul testo con una serie di appunti, ricerche, meditazioni, Strehler consegnò al regista Carlo Ponti le cartelle che costituivano l’intelaiatura per l’adattamento cinematografico del romanzo di Zeno o “alla Zeno” che comprendesse anche tematiche su Trieste, l’Austria, lo sfascio dell’Impero e sulla trasformazione della storia narrata da una psicologia individuale.
Annoiata e deprimente fu però l’opinione del produttore che liquidò quel soggetto in poche parole: “L’ho letto sai, il tuo coso lì. Vedi, secondo me non va mica bene perché non è sexy, capisci? Manca la “donna”. Un film è la donna! La femmina.” (lettera del 7 settembre 1967 a Maria Teresa de Simone Niquesa).
Shockato dall’inappellabile rifiuto e rimasto senza argomentazioni da controbattere (Ponti non conosceva affatto il romanzo di Svevo) Strehler fece “il pesce in barile” sprofondando però poi in una sorta di “paralisi interiore” aggravata anche dai problemi di salute .
In una successiva lettera a Moravia (forse datata 1968 e mai spedita), Strehler ammise di essere seccato e di non voler parlare più nemmeno con i muri.Chissà quali risate si sarebbe fatto il nostro Ettore Schmitz se avesse saputo che il suo romanzo era stato ritenuto “non sexy”. Ma allora erano certo altri tempi.

(Strehler privato, Ed. Comune di Trieste, 2007 – Gabriella Amstici, “Un Ulisse a Trieste”)

 

“Trieste ha una scontrosa grazia. / Se piace è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, / se mena all’ingombrata spiaggia / o alla collina cui, sulla sassosa cima /una collina, l’ultima, s’aggrappa. / Intorno circola ad ogni cosa / un’aria stana, un’aria tormentosa, l’aria natia. / La mia città che in ogni parte è viva, / ha il cantuccio a me fatto, / alla mia vita pensosa e schiva.”

“Una strana bottega d’antiquario / s’apre a Trieste, in una via secreta / d’antiche legature un oro vario / l’occhio per gli scaffali errante allieta. / Vive in quell’aria tranquillo un poeta. / Dei morti in quel vivente lapidario / la sua opera compie, onesta e lieta. / D’amor pensoso, ignoto e solitario. / Morir spezzato dal chiuso fervore / vorrebbe un giorno; sulle amate carte / chiudere gli occhi che han veduto tanto. / E quel che del suo tempo restò fuore / e del suo spazio, ancor più bello l’arte / gli pinse, ancor più dolce gli fe’ il canto.”

(Umberto Saba, Il Canzoniere)

“Avevo una città bella tra i monti rocciosi e il mare luminoso. Mia perchè vi nacqui più che d’altri, Mia che la scoprivo fanciullo e adulto, per sempre a Italia la sposai col canto”.
(Epitaffio di Umberto Saba)

“Noi vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha dato. Essa ci strappa da nostri piccoli dolori e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute. Essa ci ha tirato su per la lotta e il dovere. E se da queste piante d’Africa e Asia che le sue merci seminano fra i magazzini, se dalla sua Borsa dove il telegrafo di Turchia e Portorico batte calmo la nuova base di ricchezza, se dal suo sforzo di vita, dalla sua anima crucciata e rotta s’afferma nel mondo una nuova volontà, Trieste è benedetta d’averci fatto vivere senza pace né gloria.
Noi ti vogliamo bene e ti benediciamo, perché siamo contenti di magari morire nel tuo fuoco.
[…] Ah, fratelli, come sarebbe bello poter essere sicuri e superbi, e godere della propria intelligenza, saccheggiare i grandi campi rigogliosi con la giovane forza e sapere e comandare e possedere!
Ma noi, tesi di orgoglio, con il cuore che ci scotta di vergogna, vi tendiamo la mano e vi preghiamo d’esser giusti con noi come noi cerchiamo di essere giusti con voi.
Perché noi vi amiamo, fratelli, e speriamo che ci amerete.
Noi vogliamo amare e lavorare.”

(Scipio Slataper, Il mio Carso)

 

“Vien qua sul Carso fra rovi e pini / e case di pietra grezze / e tramonti azzurri de malinconia. / Ti no te pol, ti mio splendido viennese / capir questo Carso duro e forse scortese. / Xe ciaro cossa te porti dentro de tì, / un paese un mondo una storia senza fine / e me par de somigliarte. / Inveze mi go davanti ai oci / questa mia città affondada / la nave da battaglia rovesciada / su una secca nel Vallon de Muggia. / Senza lagrime gettò la sigaretta / – l’ultima diseva Ettore Schmitz – / impassibile emetto il fumo / mentre una stretta al cor me dà vertigine.

[…] “Adesso che agosto è vicino / e sul Carso spuntano i ciclamini / sotto l pino, fra ‘l muscio bagnà. / Pianzo de malinconia / per quela maledeta cità mia, / quella amada-odiada / come una dona mai più dimenticada.”
(Fery FölkelMonàde”)

“La città è impazzita: / nessuno vuol andare al lavoro / in fabbrica, negli uffici. / Tutti bevono acqua sorgiva, / masticano i raggi del sole, / si adornano di ciliege / e si ricoprono col vento. / Tutti si sdraiano sull’erba / e fanno l’amore / oppure s’arrampicano sugli alberi / e in silenzio guardano il mare. / Gli uffici postali sono stracarichi di fiori, / nei telefoni echeggiano solo canzoni, / i giornali sono stampati su tenere foglie / e i politici ascoltano il ronzio delle api. / Questo mondo, d’un tratto così pazzo e giovane, / è un mondo nuovo, veramente rivoluzionario. / Ognuno lo vive e lo sogna a modo suo, / questo mondo, così meravigliosamente primaverile.”
(Marko Kravos, “Vela triangolare”, 1972)

“Hohò Trieste! Del sì, del da, del ja, / tre spade de tormenti / tre strade tutte incontri: / O Trieste! Piazze, contrade, androne, piere del Carso, acqua de marina. / Tutte t’ingrazia, mettile in vetrina! / E mi insempià, col naso contro vetro / vardo e me godo le bellezze tue.”
(L. Cergoly, “Ponterosso”)

“Siamo il pianeta Trieste, popolato di miti buoni (eh sì) superman, e quando per sgranchirci un po’ le gambe usciamo dall’astronave, giriamo come fantasmi tra le poche antiche vie silenziose e vuote subito dietro il porto (silenzioso e vuoto).
E l’odore di bassa marea aumenta la convinzione che le decorazioni dei vecchi palazzi Liberty altro non sono se non formazioni corallifere, resti di una città sommersa nel tempo anziché dall’acqua.
Tutto un diluviare di anni, e noi quassù a contarli. Quassù, a Trieste.”
(Libero Mazzi,Queste mie strade”, Trieste 1967)

“Se si esclude Berlino, nessuna altra città del mondo ebbe al pari di Trieste, dopo il 1945 e per tanti anni, una sorte altrettanto infelice, un’esistenza altrettanto provvisoria e una altrettanto pericolosa instabilità per ciò che concerneva il mantenimento della pace generale.
Fino all’ottobre del 1954 il cosiddetto problema di Trieste non solo ostacolò in molteplici occasioni l’evoluzione politica dell’Italia, ritardandone il ritorno alla normalità e consentendo intorno ad esso continue speculazioni da parte dei partiti, ma fu anche usato nella partita di poker giocata dalle quattro massime Potenze mondiali, alla stregua di un jolly, che passava continuamente da una mano all’altra, facendo pendere l piatto oggi a favore dell’Occidente e domani a favore dell’Oriente europeo. Una volta, nel 1953, condusse l’Italia e la Jugoslavia sull’orlo di una guerra che, se fosse scoppiata, difficilmente si sarebbe potuta circoscrivere allo scacchiere dell’Alto Adriatico.”
(Vladimiro Lisani, “Good-bye Trieste”, Mursia, Milano)

“Trieste è una città che veramente non se l’è mai meritata tanta retorica, perché i suoi cittadini sono stati alieni sempre della retorica. I suoi traffici, il suo campanilismo, manifestatosi perfino nell’ “Indipendentismo” è sempre stato legato ad una sorta di cosmopolitismo.
Convivevano cattolici e israeliti, c’erano una chiesa ortodossa e templi protestanti. Uomini che venivano da ogni parte con le loro famiglie: una città in cui i triestini erano prima di tutto triestini e qualche volta poi venivano a sapere che nel “Regno” erano usati per altro.
Io non voglio certo negare che Trieste, malgrado queste venature di indipendentismo e malgrado la presenza non solo di sloveni ma, in passato, di cecoslovacchi, di ungheresi e di tanta nazionalità dell’impero asburgico, è città italiana e di cultura italiana. Ma non vi dice niente, almeno per respingere questo rigurgito di retorica, che, se c’è una cultura italiana non retorica, quella è proprio la cultura triestina? Una letteratura scarna, severa, magari melanconica, ma non mai esasperata ed esaltata: le poesie di Saba e le pagine di Stuparich, di Slataper, di Benco, di Svevo. Pagine di italiani severi, rigorosi, abituati ad una vita molto concreta, che però, anche se fatta di traffici, non dimenticava che un libraio, come era Saba, potesse scrivere le poesie di un poeta come Saba fu.”
(Onorevole Giancarlo Pajetta, deputato al Parlamento)

“Il Carso è un pietroso altopiano / una sorta di piccola pianura / appena più alta della terra. / Quando il vento percorre l’altopiano / si può fingere di essere in aria. / Il Carso è un luogo povero di gente / si può per molto tempo non incontrare nessuno. / Da un certo punto di vista / sei un poco fuori dal mondo, isolato./ Sai che ti trovi soprattutto nello spazio. / Il Carso è pieno di cose curiose / oggetti strani che in altri luoghi non trovi. / Sassi col buco, alcuni con molti buchi / scavati nell’acqua, chissà quando. / Nello spazio pietra e silenzio creano la bellezza. / Sono strani anche i vegetali del Carso / si direbbe che non hanno idea di cosa è un bosco, né di cosa è un prato. / L’erba qui è poca e si ficca tra i sassi / talvolta trascura di crescere / dove mucchietti di terra sono disponibili. /
Per tutti questi aspetti messi insieme / il Carso pare uno di quei luoghi / di cui qualcuno ha detto che sono pieni di dei. / Piccoli dei nascosti / che ti guardano, anche ridono, / e non si capisce perché. / Ma questi dei li capisce / chi sul Carso è stato nell’infanzia / e sa benissimo che la storia di un uomo / può essere la stessa cosa della storia di un sasso.”
(Elio Apih, Poesie tenute nascoste)

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