Al castello di Duino il primo parafulmine della storia

Secondo la Storia le prime sperimentazioni sulla conduzione elettrica furono eseguite dal fisico tedesco George von Kleist e dal suo giovane allevo l’olandese Pietre van Musschenbroek nel 1745. I due scienziati appurarono che quando un conduttore caricato di elettricità statica veniva immerso in un flacone pieno d’acqua, questa ne conservava l’elettricità per poi restituirla con una forte e immediata scarica qualora il conduttore fosse stato “toccato” da un qualsiasi oggetto.
La scoperta che assunse il nome di “bottiglia di Leyda”, nome della città sul Reno olandese in cui fu presentata ufficialmente, suggerirono all’americano Benjamin Franklin (Boston 1706-Filadelfia 1790) degli ulteriori esperimenti sui fenomeni elettrici.
Lo scienziato esaminando la “bottiglia di Leyda” notò che quando si verificava la scarica elettrica questa emetteva una scintilla luminosa e un sonoro crepitio proprio come accadeva nel corso di un temporale.
Senza rendersi del tutto conto del possibile altissimo voltaggio di un fulmine, proprio nel corso di un temporale lanciò nell’aria un aquilone con una corda bagnata collegata a un’altra asciutta e dotata di un oggetto metallico. L’elettricità elettrostatica di quella bagnata veniva infatti propagata sull’altra accumulandosi poi sul metallo fintanto che questo non fosse stato “toccato” per scaricarne la corrente. Per la scarsa elettricità verificatasi in quel primo rischioso esperimento, Franklin rimase non solo fortunatamente illeso ma pure illuminato dalla certezza che la concentrazione elettrostatica si sarebbe dispersa qualora fosse stata collegata alla terra. Da qui nacque l’intuizione che per evitare i rischi e le possibili conseguenze dei fulmini propagati nell’aria satura di umidità si dovesse dotare gli edifici di un asta metallica collegata al suolo per scaricare così le notevoli portate elettriche nel corso delle buriane.
Eppure la scoperta dello scienziato americano fu accolta dallo scetticismo generale: un’asta metallica per preservare chiese, palazzi, case? Quando però le canoniche iniziarono a installarle sui campanili delle chiese anche il popolo iniziò a considerare l’importanza dei parafulmini adatti forse più delle preghiere a proteggere gli edifici durante i temutissimi temporali.

Sebbene a Benjamin Franklin fossero stati riconosciuti gli studi ufficiali sulla materia, lo scienziato Fortunato Bianchini in una lettera del 1758 indirizzata all’Accademia delle Scienze di Parigi attestò che sui bastioni del castello di Duino esisteva da tempo immemorabile (sembrerebbe addirittura dal XIII secolo) un’asta metallica verticale dotata di punta acuminata. La guardia di vedetta era infatti addetta a “toccarla” di tanto in tanto con una picca e qualora fosse scoccata una scintilla era preannunciato un temporale ben prima che si manifestasse. Così con i rintocchi di una campana si potevano avvertire i pescatori a rientrare per tempo nei porti mentre quella sottile lancia metallica avrebbe concentrato il potenziale elettrico scaricandolo sui solidi torrioni di quel bel castello sul mare.
(Fonti: Diz. Treccani – Cronologia leonardo.it/invenzioni)

Una Fiaba al castello di  Duino

La pianura a nord dell’Adriatico, alle spalle della costa orientale è attraversata dal fiume Timavo, che dopo un lungo percorso sotterraneo attraverso le grotte carsiche, riaffiora proprio lì, come un palmo aperto sulla folta macchia mediterranea.                              Nel corso dei secoli, intorno a quei placidi canali, si sviluppò un piccolo laborioso porto da dove andavano e venivano i naviganti con le loro merci e i pescatori con le loro reti.                                                                                                                           Lambite da quelle ricche e purissime acque, le rigogliose e fertili terre davano lavoro a braccianti e contadini.                                                                                                       In quell’incantevole natura si era così esteso il borgo di Duino, dove felicemente convivevano agricoltori e marinai.                                                                                Tutto il paese era sovrastato da un superbo castello medievale svettante sulle alte falesie che da levante abbracciavano il golfo di Trieste.                                                  In un tempo lontano, sulla più elevata torre di quel castello sul mare, una guardia di corte controllava i traffici marittimi per difenderli da pirati e predoni. Inoltre, quando avvistava l’arrivo di qualche tempesta, richiamava i natanti con i rintocchi di una campana fissata all’esterno del muraglione.                                                                  Nel borgo a valle viveva fra’ Matteo, un monaco giovane d’età ma indolente e pavido. Egli aveva il compito di battere la campana della chiesa non appena avesse sentito quella del castello per annunciare l’arrivo del maltempo ai lavoranti dei campi interni.   In un inverno particolarmente lungo e rigido però i temporali egli acquazzoni si susseguirono senza sosta e fra’ Matteo era costretto a correre ogni momento per suonare la campana. Stanco e seccato il monaco escogitò allora una soluzione che lo sollevasse da quel faticoso incarico. Si procurò un lungo filo di metallo e promettendo benedizioni e preghiere, riuscì a convincere la guardia a legarlo sul batacchio della campana nella torre per collegarlo poi su quello del campanile. Cosi,  quando sarebbero iniziati i rintocchi del castello sarebbero partiti anche quelli della chiesa.     Un giorno all’orizzonte avanzarono nubi pregne di poggia che oscurarono minacciosamente il cielo. Le due campane iniziarono a battere più vigorose che mai, sollecitando tutti i paesani a mettere in sicurezza merci e raccolti e a rientrare nelle loro case.                                                                                                                          Mentre fra’ Matteo osservava compiaciuto il perfetto funzionamento della sua invenzione, una saetta cadde sul filo di metallo e la scintilla di fuoco andò a incendiare la vegetazione sotto le mura del castello. Il frate pensò che Iddio si fosse adirato per la sua maliziosa indolenza e fuggì terrorizzato ripromettendosi di andare a lavorare nei campi per espiare le sue colpe.                                                                                 Intanto sotto la torre l’incendio di quel giorno aveva portato alla luce un grande scoglio bianco.                                                                                                                          Con il passare dei secoli furono tramandate le più fantasiose leggende su quella particolare pietra che aveva le sembianze di una dama avvolta in un lungo mantello bianco e in procinto di salire l’erta scogliera. Fu invece completamente dimenticato il povero fra’ Matteo che senza neppure rendersene conto aveva inventato il primo parafulmine della storia.

(Gabriella Amstici)

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