Archivio mensile:marzo 2013

Arturo Fittke

A volte però l’ars gratia artis non compensa le fatiche perseguite con tanta passione né appaga gli animi più inquieti provocando sensi di inadeguatezza e frustrazione.
Vorremmo qui ricordare la triste storia di un artista talmente umile e modesto da essere schernito e infine abbandonato nella disperazione della sua breve, infelice vita.

Arturo Fittke nacque a Trieste il 16 dicembre 1873 da genitori nativi di Bredow (a Nord-est dell’attuale Germania, ma all’epoca territorio polacco). Svogliato studente della Scuola Superiore del Commercio, seguì le lezioni di Eugenio Scomparini, insegnante di disegno alle Scuole Industriali (e dal 1907 curatore del Museo Revoltella) scegliendo poi di iscriversi all’Accademia di Monaco, fucina di tutti gli artisti alla ricerca di un’identità autonoma rispetto alle correnti di moda a Parigi.
Ma a soli 23 anni Arturo fu costretto ad abbandonare gli studi per l’improvvisa morte del padre. Costretto al sostentamento della madre e della cognata, abbandonata da un fratello irresponsabile, ritornò a Trieste accettando un misero impiego alle Poste.
Oppresso dall’odiato lavoro, Arturo riservò alla pittura tutte le sue solitarie domeniche che trascorreva in mezzo alla natura riprodotta con colori vividi e luminosi. sfumature di colore.
Il suo carattere timido e modesto, la sua estrema sensibilità, forse “borderline” già in giovane età, lo isolarono però sempre di più dalle intraprendenti vite dei più fortunati colleghi artisti.
Di anno in anno Fittke sprofondò così in una debolezza di nervi accentuata da una salute instabile e da un globale “mobbing” ante litteram che lo condusse a manie psicotiche e persecutorie.
Durante un viaggio di ritorno dall’Austria, nei pressi di Divaccia, dopo l’ultima, tragica notte insonne, il suo cervello implose ben prima del proiettile che lo perforò.
L’incapacità di risolvere i suoi problemi esistenziali, la progressiva perdita della vista e forse l’infausta diagnosi di un medico di Gratz, lo indussero a quel gesto estremo, forse da tempo meditato e solo in parte provocato dalla derisione delle due donne presenti nello scompartimento.(1)
Quando i pochi amici si ritrovarono ammutoliti davanti alla sua bara, solo allora qualcuno ripensò alla sua anima dolce e gentile e ai suoi dipinti pieni di poesia.
A due mesi dalla sua morte i colleghi allestirono un’esposizione dei suoi quadri nelle sale della “Permanente” (l’attuale Caffè degli Specchi in Piazza dell’Unità) e finalmente fu riconosciuto il suo talento.

(1) L’esistenza delle due donne che saltuariamente viaggiavano sulle linee ferroviarie frequentate da Fittke, è riportata in un articolo commemorativo di Livia Veneziani, che assieme al marito Italo Svevo, ospitò spesso l’artista nella loro villa.

Grazie al generoso lascito testamentario della prof.ssa Carlotta Rebecchi, figlia del dott. Giuseppe Piperata che collezionò i quadri di Fittke, 56 dipinti dei 220 eseguiti furono donati ai Civici Musei e nel 2007 collocati stabilmente al Museo Sartorio.

Chiunque si trovasse nelle due stanze a lui dedicate, avvertirà una grande emozione visiva e quasi tattile per le suggestioni che Arturo Fittke seppe imprimere nella sua pittura, anche quando si serviva di semplici cartoni ricoperti in biacca.

Alla prof.ssa Carlotta Rebecchi e alla Sig.ra Fulvia Costantinides, anima mecenate del Museo Sartorio, la nostra riconoscenza per la bellissima raccolta.

Fonte:

Renata da Nova, Arturo Fittke, CRT, 1979

Nella foto la lapide nel Cimitero evangelico donata dagli amici

Sulla triste storia di Arturo ho dedicato un lungo racconto di cui riporto alcuni passaggi (tratti dal libro Sonnenball).

Gli ultimi giorni di Arturo Fittke

Via dello Scoglio, aprile 1910

Dopo aver lavato le poche stoviglie della cena, Arturo le ripose sullo scolapiatti. Aprì un’anta della finestra e guardò se la luna fosse già apparsa sopra le colline di San Giovanni, ma dal bagliore intorno alle nubi più basse si intuiva che doveva ancora alzarsi dagli umidi vapori della valle.
Appoggiò i gomiti sul davanzale e guardò melanconico il viale deserto e privo di suoni. Pensò che sulle fronde degli alberi gli uccelli si fossero stretti negli umili nidi e riscaldandosi con il tepore delle piume, protetti dai pericoli della terra, si fossero abbandonati in sonni tranquilli. Da lassù forse il mondo non appariva loro così ostile.
Purché alla mia pupilla questa luce che pur guarda la tenebra si spenga e più non sappia questo vano tormento senza via né speranza…” (1)
Ripassando i versi del giovane poeta, Arturo avvertì una gran voglia di pace, di un lento abbandono verso un sonno profondo, una discesa verso un tempo non trascorso, dove il dolore non potesse lasciare la sua impronta e la sofferenza potesse sciogliere le sue fitte trame disperdendole negli spazi infiniti del cielo.
Tu mi sei cara mille volte, o morte! Verserai il sonno senza risveglio su quest’occhio che sa di non vedere, così che l’oscurità per me sia spenta…”(2)
Le nubi erano divenute dense ed estese e ogni debole raggio di luna scomparve nel buio della notte.
Osservò la misera cucina illuminata da una fioca lampada a petrolio, e sospirò tristemente.
Dietro la tenda a fiori la piccola dispensa era quasi vuota: il cesto di vimini conteneva tre patate grinzose, due carote rinsecchite e delle foglie di sedano ammosciate. Sullo scaffale erano accatastati i barattoli vuoti delle conserve di salsa e marmellata. In una scatola di latta piena d’acqua biancastra, un pezzo di margarina galleggiava tra le mosche affogate.
Sedutosi sulla seggiola di paglia, poggiò i gomiti sul tavolino e si prese la testa fra le mani. Come poteva essersi illuso di raffigurare le nebbie trafitte dai raggi solari, il riflesso del cielo sulle foglie luccicanti di bruma, i riverberi crudi del mezzogiorno o quelli morbidi del tramonto? I suoi dipinti erano solo macchie di colore, immagini deformi di una natura inanimata e come morta.
Quali inutili mete lo avevano indotto a scrutare valli sazie di sole e di pioggia? Quali distorte visioni erano impresse nei suoi cartoni intrisi di biacca? Quanti volti aveva dipinto fissando il loro immobile silenzio? Mai un sorriso nelle loro espressioni, mai un cenno d’amicizia, di complicità, di allegria.
Tenebre, luce… Ogni ombra fatta dal corpo ombroso minore del lume originale manderà le ombre derivative tinte dal colore della loro origine…” (*)
Gli scritti del Maestro impressi nel suo quaderno di appunti, scorrevano veloci nella sua mente come un rullo in movimento.
Ogni ombra fatta dai corpi si drizza colla linea del mezzo a un solo punto fatto per intersezione di linee luminose ne mezzo dello spazio“. (*)
Ombra maestra, lume incidente e riflesso… Ombra primitiva, ombra derivativa… Luce, tenebre. Pagine su pagine di ombre, linee apparenti, riflessi di luce. Ogni visione percepita dall’occhio poteva essere sezionata in mille possibili frammenti di lumi e ombre. Qualunque rifrazione sui profili dei corpi doveva essere corretta con delle sovrapposizioni di colore per creare i rilievi e dare profondità alle immagini dipinte.
Corpo, figura, colore… Che complessa struttura per rappresentare una sola infinitesimale parte del mondo e racchiuderla in un piccolo spazio quadrato.
Doveva rinunciare a dipingere una natura così mutevole, sottrarsi alle luci violente e accecanti della sfera solare che penetrava nei suoi occhi malati come un inesorabile globo infuocato.
Luce, tenebre… Ombre primitive, ombre derivative. Luci incidenti su corpi ombrosi… Tenebre riflesse su sofferenze infinite.
Arturo levò le mani dalla fronte accaldata e lasciò penzolare le braccia lungo il corpo, standosene immobile sulla sedia con il mento reclinato sul collo.
All’improvviso un vortice di immagini passò per la sua mente. Cumuli di nubi esplosero come masse in rilievo, si trasformavano in pennellate striscianti per poi svanire in lunghe falde sempre più evanescenti fino a lasciare uno sterminato cielo azzurro.
Ma ecco che delle polveri si sollevano dal suolo intorbidendo la trasparenza dell’aria. Un’ansia crescente gli strinse la gola e un getto di sudore gli imperlò la fronte. Percepiva le gocce scivolare sulla pelle, infilarsi nel colletto e scendere sul petto.
Un alito leggero gli rinfrescò le tempie. L’erba dei prati seguiva il flusso delle folate, le foglie si scompigliavano sui rami con un fruscio sempre più forte finché dei sibili si infiltrarono tra i rami piegandoli con le crescenti raffiche e in poco tempo la furia del vento gonfiò i nembi all’orizzonte che avanzavano saturi d’acqua.
Piccole stille uscirono dalle sue palpebre abbassate, scesero lente sulle gote scavate e caddero sulle ginocchia serrate in una tensione senza tregua. La tempesta annunciata scomparve dal quadro ormai avvolto dalle tenebre.
Un gran gelo pervase il suo corpo. Con immensa fatica si sforzò di muovere le braccia ancora pendenti e le gambe appesantite. Volgendo la testa vide che un raggio di luna rifletteva sul pavimento il telaio della finestra, formando una grande croce. Tremante di freddo, trovò la forza di alzarsi e chiudere l’imposta rimasta socchiusa.
Luce… Tenebre… Un’eterna sequenza senza alcun fine. Tenebre spazzate dalle luci del giorno, dall’implacabile sfera solare che dominava il mondo e accecava i suoi occhi malati.
Con le spalle protese, ingobbito sulla schiena scheletrica, si diresse verso il suo stanzino in punta dei piedi per non far scricchiolare le vecchie assi del corridoio. Da una porta socchiusa sentì il respiro tranquillo dell’anziana madre e il silenzio nella stanza dove dormivano la cognata e la bambina.
Troppo stremato e infreddolito per spogliarsi, si stese vestito sulla branda e si coprì con la coperta.
A volte quella condizione di provvisorietà lo induceva a un sonno rapido e profondo, così poteva riposare per qualche ora senza sogni né pensieri. Ma se la notte fosse stata lunga, allora immaginava di dipingere dei quadri perfetti. Poteva osservare i chiaroscuri delle foglie sovrapposte, il verde più intenso del lato superiore e quello più pallido del lato inferiore, scorgere le loro punte drizzarsi verso l’alto per trarre forza dalla luce del sole e nutrimento dagli umori del cielo. Quando il calore del sole avesse bruciato la loro linfa, si sarebbero flesse verso i rami più bassi, per cercare l’ombra e la frescura vicino a quelli più vecchi, già inclinati per cogliere gli umori della terra e la rugiada dell’erba. Immaginava che l’aria delle valli salisse liberamente aggregandosi in deboli nuvole ora dissolte dal calore del sole, ora condensate dal vento da loro stesse causato.
Era bello essere altrove. Seguire le luci e le ombre sul paesaggio che mutava di colore e densità, come in un quadro animato dove potersi abbandonare e trovare pace.
Ma l’angoscia di quella notte lo avvolgeva con le sue perfide spire e se avesse ceduto al sonno, gli incubi non gli avrebbero dato tregua fino ai chiarori dell’alba.
Il debole riverbero della mezzaluna impallidiva sulle crepe dei muri ingialliti dall’umidità fino a spegnersi del tutto, lasciando la stanza nella penombra diffusa dai lampioni del viale.
In preda a un’incontenibile agitazione, si alzò e appoggiando la coperta sulle spalle, si diresse a tentoni verso il tavolino. Acceso il paralume, rovistò fra la risma di cartoni appoggiati al muro scegliendone due di piccole dimensioni.
In un vaso vuoto versò della biacca di zinco, mezza lamina di colla di pesce e uno spruzzo di scagliola. Aggiungendo poche gocce d’acqua alla volta, miscelò il tutto fino ad ottenere un liquido opaco e sufficientemente denso che poi stese con il pennello piatto sulle superfici dei cartoni. La polvere di gesso avrebbe assorbito i colori mentre l’aggiunta della colla ne assicurava una maggiore trasparenza.
Sentendosi alla fine molto stanco, decise di rimettersi a letto.
Il tepore della coperta e lo sfinimento della sua mente lo accompagnarono dolcemente in un sonno profondo.

(1) – (2) Carlo Michelstaeder “Dialogo della salute e altri dialoghi“, Adelphi, Milano, 1988)

(*) L. da Vinci “Trattato della pittura

[…]

Seduto accanto al tavolino della sua stanza, Arturo fissava la finestra con sguardo assente.

Era notte, una notte come altre tante notti, senza luci né suoni. Una rotazione di 180 gradi in quarantatremiladuecento secondi se fosse stata una notte di equinozio, ma mancavano esattamente sessanta giorni al solstizio estivo e l’angolo di luce sarebbe stato inferiore di 60 gradi nella rotazione delle 24 ore del giorno, cioè quattordicimilaquattrocento secondi di più oscurità. Ma anche nelle brevi notti del solstizio estivo, il tempo sarebbe trascorso troppo lento, nell’attesa di quel sonno che gli sfuggiva o sfiorava appena i suoi occhi.
Osservò il grosso libro delle Sacre Scritture appoggiato sul tavolo e attirandolo a sé, lo aprì sulla pagina segnata dal nastro rosso.
Che vantaggio ha l’uomo di tutta la sua fatica e dell’affanno del suo cuore onde si travagliò sotto il sole?
Son pieni di dolore e di cruccio tutti i suoi dì e neppure la notte non riposa col cuore”
Con l’indice della mano destra si asciugò l’occhio inumidito.
Breve e molesto è il tempo della nostra vita … e non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine“.
“Quando per uno è giunta la fine…” ripeté a bassa voce. Sollevò lo sguardo verso la finestra e fissò la croce fra i quattro rettangoli delle lastre. Una luce azzurra filtrò obliquamente sfumandosi sul grigio della parete. “Il passar di un’ombra è la nostra vita…”
Millequattrocentoquaranta ore al solstizio d’estate. “Non c’è rimedio quando per uno è giunta la fine” pensò sospirando.
Appoggiando il libro sulle ginocchia, Arturo passò più volte l’indice sulla riga sottolineata con la matita rossa:
Saremo poi come non fossimo mai stati“. Saremo poi…, mormorò sottovoce. Lasciando il dito sul foglio, continuò a pensare a quelle parole con gli occhi chiusi.
Le fioche luci della stanza filtravano appena sotto le palpebre e fluttuavano nell’oscurità come piccole stelle.
Se saremo come non fossimo mai stati non potrà esserci che il Nulla, l’Eterno Nulla, anche se quel “Saremo poi” lascerebbe presupporre un futuro a quello che saremo dopo la fine… Un noi diverso da quello che eravamo prima, un noi sconosciuto, che forse non sarebbe nemmeno esistito.
Con il respiro divenuto affannoso, aperse le labbra contratte per cercare un po’ d’aria.
Ridestandosi dopo un tempo indefinito, riprese la lettura, sulla riga ancora segnata dall’indice:
Si ridurrà in cenere nostro corpo, lo spirito si dissiperà come aria leggera.”
Ecco, non saremo che cenere… Piccole, insignificanti scaglie di cenere, talmente impalpabili da disperdersi nell’aria, mescolate con altre inerti particelle di cenere, sofferenze dissolte e tramutate assieme alla decomposizione del corpo.
Passerà la nostra vita come una nube … e si scioglierà come nebbia spinta dai raggi del sole.”
Un brivido lo attraversò lungo il dorso e un sussulto fece tremare la sua mano. Una nube di cenere …una nube impregnata da tutto il nostro dolore. Ma i raggi del sole l’avrebbero perforata trasformandola in tanti piccoli cristalli che avrebbero riflesso la loro luce e le polveri di immonda materia, priva di anima e compassione, sarebbero svanite nel riverbero della loro purezza.
Sotto le dita appoggiate a palmo sul libro, Arturo avvertì che la pagina si era inumidita dalle sue lacrime.
Milletrecentonovantadue ore al solstizio d’estate. Non c’era rimedio quando per uno era giunta la fine.

(Versi da Lettere di SanPaolo)

[…]

Scompartimento della linea ferroviaria Gratz – Divaccia. 24 aprile 1910

Uno sghignazzo sovrapposto ai rumori del treno in corsa, lo fece trasalire. Nella panca di fianco alla sua, una donna parlottava con la sua vicina che ascoltandola, emetteva dei risolini intervallati da sghignazzi più sonori. A tratti però si fermava e lo guardava con faccia ilare come se il suo parlare fosse esilarante anche per lei, seppure non quanto lo fosse per l’amica.
Arturo non si era accorto della loro presenza. Forse stava sonnecchiando quando erano salite, o avevano parlato sottovoce. Ma ora qualche imperscrutabile motivo da lui indotto, aveva destato il loro sollazzo. Assalito da un’incontenibile angoscia, chiuse con un colpo secco il suo libro appoggiandolo rovesciato sul sedile. Ciò sembrò divertire le due sciocche comari che esplosero in un’ilarità senza ritegno.
L’enorme peso della sua sofferenza repressa stava per esplodere davanti gli sguardi di quelle miserabili donnine che non smettevano di osservarlo. Le loro bocche volgari si aprivano a dismisura lasciando intravedere le lunghe lingue sprezzanti ma ancora troppo corte per soffocare quelle ugole malvagie.
Ma presto il loro urlo avrebbe strozzato quelle gole avvezze alla maldicenza, la sconvolgente visione riuscirà a violentare i loro occhi indiscreti turbando per sempre le loro anime ingenerose. L’orrore di quel che vedranno non sarà mai cancellato dalle loro povere vite, inconsapevoli provocatrici del suo coraggio disperato.
Annichilito da quanto ormai stava per accadere, Arturo non si alzò.
Chinandosi appena, prese la valigia di legno e l’appoggiò sulle ginocchia, roteando l’apertura verso il finestrino. La mano tremante strinse la canna d’acciaio. Era rigida e fredda.
Guardò la lastra del finestrino e vide riflessi i suoi occhi infossati sotto le tempie madide e bianche.
Un assoluto silenzio avvolse per un attimo lo scompartimento prima dell’esplosione.

Gabriella Amstici

 

 

Ars gratia artis

Non vi sembrano belle queste tre semplici parole dedicate all’arte? Non è forse dolce il termine gratia per definire quel certo turbamento, quell’indefinibile piacere che sfiora, prende, assale, avvolge e coinvolge la nostra mente, i nostri sensi e tutto il nostro “sentire”? A quale “stato di grazia” più intenso dell’emozione potremmo aspirare? Quale spazio più sconfinato dell’andare “altrove” vivendo un tempo dedicato alle nostre passioni?
Si può certo disquisire sul concetto di “arte”, sui dik-tat delle mode o sui corrispettivi venali di uno Star-system ormai planetario, ma mai, mai sul valore dell’ars gratia artis, del  concupire le muse dell’arte per un diletto privo di fini e refenzialità.
Il suo percorso potrebbe tuttavia presentare alcune pericolose insidie capaci di scombinare l’assioma e le sue sensibilissime dinamiche.

Autoritratto in gesso

Sulle varianti delle possibili conseguenze vorrei qui brevemente ricordare mio padre Mario Amstici, un artista che volle usare il suo talento sfidando le incognite della sorte.
Ottenuto il diploma al liceo artistico di Venezia, città d’origine di un suo bisavolo, e interrotti gli studi all’Accademia di Belle Arti, venne infatti preso da un insopprimibile furore per l’arte che non si placò nemmeno quando, per sopravvenute esigenze familiari, fu costretto ad accettare un impiego presso la sede dell’ lNAIL.
Sopportando il lavoro con spirito di dovere ed eroica costanza, egli sfruttò tutto il tempo libero per dedicarsi ai suoi interessi diversificati tra temerarie scalate in montagna e le creazioni svolte nello scantinato-laboratorio di casa.
La sua vita attiva e operosa sarebbe stata più che soddisfacente se non gli si fosse presentata un’occasione per mettersi in gioco e tentare la fortuna. Nel 1954 il Comune di Trieste indisse un concorso per un monumento mariano nella centralissima piazza Garibaldi di Trieste. Dalla presentazione dei bozzetti ne sarebbero stati scelti 5 per la successiva elaborazione delle opere secondo le modalità previste.
Con l’aiuto dell’amico-scultore Tullio Tamaro, Amstici creò la sua piccola madonna di gesso ricoprendola poi con sottili lamine dorate anticipando così l’effetto della scultura definitiva. Sia per la soavità dell’immagine che per l’inganno della sua lucentezza, la Madonna di papà riuscì a entrare nella cinquina delle finaliste.
Galvanizzato dall’insperato riconoscimento, organizzò il lavoro per creare la statua nell’altezza stabilita in ben 2,20 metri dal piedistallo.
Presa in affitto una serra in disuso, acquistò delle incredibili quantità di argilla, stucco, gesso, oli minerali e arnesi vari, iniziando la plasmatura con grande entusiasmo e indicibile fatica.

Le statue finaliste

Dopo un avventuroso trasporto nella palestra della scuola Manna di Roiano, i cinque candidi monumenti in gesso furono esposti per le valutazioni del sindaco Gianni Bartoli e del vescovo monsignor Santin. Nonostante la Madonna di papà fosse stata la più ammirata, forse per quel suo bel viso o per il tenero gesto delle braccia rivolte alla terra, venne scelta quella di uno scultore di origine polacca, Franco Atscho (italianizzato poi in Asco, 1903 – 1970) già conosciuto in città.
La sua moderna Madonna con le braccia al cielo fu poi ritrattata nel bronzo fuso, ricoperta d’oro zecchino e innalzata su un’altissima colonna dove rimase per l’eterna gloria.

Statua in gesso di Mario Amstici

Più che per il mancato compenso per mio padre la sconfitta fu talmente bruciante che non riuscì più a sopportare la vista della sua creatura plasmata con tanto fervore. E così, in un momento di sciagurata follia, la distrusse con violente martellate e i mille frammenti furono sepolti nell’intercapedine della cantina-laboratorio dove ancora giacciono.

Da allora decise di dedicarsi alle sue molte passioni secondo le ispirazioni e gli estri del momento senza nessuna finalità che non fosse quello dell’ars gratia artis.

Vent’anni dopo l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo pubblicò nel libro “Carso triestino” (con i testi di Sergio Pirnetti, Ed. Lint, 1975) le belle foto di Mario Amstici scattate nei dintorni di Trieste con l’avvicendarsi delle stagioni.

lobianco785 La presentazione al Circolo della Stampa di tutta la serie di diapositive accompagnate dalla musica delle Quattro stagioni di Vivaldi emozionò moltissimo il pubblico che acquistò con piacere quel libro dedicato alla nostra amata città.
Fu un momento davvero felice per mio padre che, commosso, non disdegnò la gratificazione di quel successo.
Chissà se allora si fosse un po’ pentito della sua insensata furia su quella povera, innocente Madonna.

Le sue passioni creative furono perseguite anche nel corso della sua lunga malattia fino agli ultimi giorni di vita conclusasi il 17 marzo 1997.

La storia del monumento mariano è stata ricordata da Fabiana Salvador  sull’ Archeografo Triestino del 2015

e  su un articolo della rivista Conrad http://www.konradnews.org/madonnina-devota-allitalia/

In ricordo di Mario Amstici per i 100 anni dalla sua nascita.

Mario Amstici: volto di Cristo in gesso

Il sentiero Rilke

 

Foto Mario Amstici

Fino agli anni Settanta del secolo scorso il sentiero che si snodava sul ciglione carsico raggiungendo il castello dei Torre e Tasso era definito Passeggiata Duinese ed era meta di pochi coraggiosi escursionisti.
Con l’installazione del campeggio Marepineta nel 1973 e il conseguente aumento di gitanti sorsero i problemi di viabilità e sicurezza per le zone più esposte ma solo nel 1985 l’Amministrazione Provinciale di Trieste deliberò la ristrutturazione di tutto il sentiero allargando i margini e dotandoli di adeguate protezioni.
Nell’aprile 1987 la bella passeggiata venne inaugurata con il nome di Sentiero Rilke in omaggio al poeta boemo che visse lunghi mesi al castello dedicando le sue mitiche Elegie duinesi alla principessa Marie Thurn und Taxis.
La panoramica promenade inizia dalla palazzina dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Sistiana, posta sullo svincolo che della statale 14 conduce alla baia, e costeggiando le falesie per 1700 metri termina in un fitto bosco con la recinzione che delimita il parco del Castello.
Superata la zona adibita a campeggio e una curvatura ad angolo retto, si presenta un esteso campo solcato coperto da piccole macchie vegetative che in autunno si trasformano in un quadro carsico di grande bellezza: gli intensi rossi del sommacco tra il candore delle pietre carsiche e il mare come sfondo.
Dopo una piccola salita serpeggiante ora tra le rocce ora all’ombra di una pineta, si raggiunge una piazzola delimitata da un muretto dove al tempo della seconda guerra mondiale fu costruito un basamento in calcestruzzo per alloggiarvi un cannone antiaereo in difesa dei sommergibili stazionati negli anfratti della sottostante baia di Sistiana.
Da questa sommità il panorama è davvero incantevole: aguzzi pinnacoli e sottili lame si alternano fra i torrioni di pietra e cespugli di vegetazione mediterranea che sparsi su quegli erti pendii rocciosi sembrerebbero privi di terra eppure vi sono abbarbicati crescendo con incredibile forza e freschezza nonostante gli spruzzi salati del mare.
Percorrendo il Sentiero Rilke potranno essere osservati tutti i tipi di carsismo epigeo, dalle grize alle morfologie a banchi e a blocchi che sono le forme più evidenti dei solcati carsici lentamente erosi e flessurati dall’azione delle piogge. Tra scannellature di corrosione e fori di dissoluzione le cosiddette “rupi a mare” sono la caratteristica più visibile su questo particolare tratto di costa molto suggestivo qualora fosse scorso proprio dal mare.
Percorso un breve tratto a margine della pineta e superati i gradini di dislivello, tra le pareti di roccia appare un belvedere naturale dove se ci si abbandonasse allo spirito del Creato sembrerebbe di essere proprio sospesi fra cielo e mare. Eppure quanti conflitti in questa piccola parte di mondo che sembra non essersi accordata sulla sua natura: il dolce clima mediterraneo che circonda Duino è dominato ora dai gelidi venti continentali ora dalle correnti sciroccali del sud in alternanza con quelle umide provenienti da ovest. E così anche la vegetazione ha dovuto sottostare alle diversità atmosferiche sviluppando una flora essenzialmente mediterranea con quella di origine balcanico-illirica con caratteristiche tipiche del centro-Europa e perfino di natura alpina, il tutto su un territorio di dimensioni modeste.
Superato anche il terzo belvedere e scendendo appena verso il sentiero si giunge al culmine della falesia carsica che si presenta come un lungo solcato a strapiombo sul mare: da qui e dalla vedetta successiva si può ammirare uno scenario di grande emozione.
Proseguendo tra i massi e le rocce ci si troverà davanti un bivio: un tratto di circa 250 metri attraversa una folta pineta fino all’uscita sulla statale 14, un altro ci conduce sul ciglio delle ultime falesie. Dal promontorio più sporgente, attraverso i rami di pino si scorge finalmente il castello con uno dei torrioni e la torre romana svettante sopra il complesso degli edifici.
Percorso l’ultimo tratto tra la fitta macchia costituita da lecci, pini neri, arbusti di sommacco e viburno, si giunge all’ultima piazzola del sentiero Rilke da dove si potranno scorgere le lagune di Grado. Dopo qualche decina di metri un largo viottolo addentrato nella pineta giungerà nuovamente sulla statale 14, proprio al bivio con la provinciale per Duino mentre la bella passeggiata sul costone sarà interrotta dal reticolato che delimita il parco del castello.

Chissà se il poeta Rainer Maria Rilke si fosse davvero  ispirato alle storie di vita e di morte che aleggiano su questa dimora millenaria… O se il castello di Duino fosse  stato uno dei tanti “nessun dove” che cercò per tutta la sua esistenza tormentata.
Lo spirito del tempo si crea vasti sili di forza, informi, come l’incalzante tensione ch’esso d’ogni cosa desume” scrisse nella VII Elegia. Ma forse il suo sentire lo si trova più negli ultimi versi scritti negli ultimi mesi della sua vita: “Lui da solo s’interna su per i monti del dolore originario. E dall’atona sorte non risuona nemmeno il suo passo”. ( X Elegia)

(Fonte: Dante Cannarella, Il sentiero Rilke, Ed. Svevo, Trieste, 1989)

Rilke e la Passeggiata Duinese

Foto Mario Amstici

“Mentre al castello fervevano i preparativi del concerto, Rainer si apprestò a uscire per una passeggiata nei dintorni.
Non sarebbe certo ridisceso dalla parte dell’antica rocca, protetta dall’arrogante sparviero e abitata da inquieti spiriti che giravano in tondo. Avrebbe invece scelto il sentiero sul lato opposto della scogliera, per quanto era prudente percorrerlo solo per un breve tratto.
Seguendo le indicazioni di Carlo, sforzando il gancio del portone in fondo al cortile, si trovò in un antro con il selciato di terra battuta.
Sulla sinistra, in un corridoio stretto e maleodorante, scorse delle porte provviste di grossi chiavistelli e piccole aperture quadrate con le ante semichiuse. Nella poca luce che filtrava, osservò le tele di ragno che pendevano come macabri sipari di quelle celle, ultime dimore di chissà quanti filibustieri.
“ Bell’ingresso davvero per una passeggiata all’aria aperta.” pensò rabbrividendo.
Per fortuna l’uscita sul grande terrazzo era abbastanza vicina, ma il colpo d’occhio che gli presentò, fu distolto dalla spiacevole convinzione che quel passaggio sotterraneo arrivasse direttamente al mare, o peggio ancora, all’interno della terra.
Il sentiero sopra le falesie non era troppo agevole per un cammino rilassante ed era necessario prestare più attenzione a dove si mettessero i piedi che alla vista, peraltro magnifica.
L’aria umida che saliva dal golfo era trattenuta da una leggera corrente che proveniva dall’altopiano. Era singolare vedere cespugli di ginepro, fiori di genziana e myosotis, vegetazione che si sarebbe aspettato di trovare nei boschi della Svizzera o della Baviera e non certo sulle coste dell’Adriatico.
Avvicinandosi a una piazzola di sassaie, si ritrovò sopra uno strapiombo di rocce curiosamente scannellate. Un senso di vertigine lo fece ritrarre di qualche passo, ma la brusca mossa gli provocò uno stiramento alla caviglia, costringendolo a sedersi su una pietra a ridosso di uno scoglio verticale.
Come pensò di estrarre il suo taccuino per segnarsi degli appunti, fu investito da un improvviso sibilo e una trafittura d’aria fredda. Allibito si guardò intorno, ma si vide circondato da massi bucherellati e apparentemente inerti, eppure qualcuno tra loro sembrava proprio respirare dalle profondità della terra. Il fischio si attenuò appena ma poi prese ancora più vigore, divenendo quasi uno spaventoso grido spinto da una forte pressione.
Scordandosi del dolore alla caviglia e più che mai del libretto delle note, si alzò di scatto, deciso a ritornare indietro in gran fretta, ma azzoppato com’era, il sentiero sembrava più lungo e scomodo di quanto gli fosse apparso all’andata.
Un’improvvisa folata di vento lo fece sbandare ancora, provocandogli un brivido di freddo e di paura.
Ma in quale parte di mondo si trovava? In queste strane terre convivevano due nature diverse e contrapposte: acque marine protette dalle colline, ma sferzate dai gelidi venti del nord, acque dolci nascoste da rocce e sassaie, ma percosse dai furiosi tumulti della terra.
Tra gli alberi ormai sbattuti dalle raffiche, scorse da lontano il castello e sebbene fosse consapevole di allungare il percorso, s’inoltrò nel bosco, sperando di giungere nei pressi dell’ingresso.”

(Da “Le terre di Leidland“, inedito di Gabriella Amstici)

 

 

 

Al castello di Duino il primo parafulmine della storia

Secondo la Storia le prime sperimentazioni sulla conduzione elettrica furono eseguite dal fisico tedesco George von Kleist e dal suo giovane allevo l’olandese Pietre van Musschenbroek nel 1745. I due scienziati appurarono che quando un conduttore caricato di elettricità statica veniva immerso in un flacone pieno d’acqua, questa ne conservava l’elettricità per poi restituirla con una forte e immediata scarica qualora il conduttore fosse stato “toccato” da un qualsiasi oggetto.
La scoperta che assunse il nome di “bottiglia di Leyda”, nome della città sul Reno olandese in cui fu presentata ufficialmente, suggerirono all’americano Benjamin Franklin (Boston 1706-Filadelfia 1790) degli ulteriori esperimenti sui fenomeni elettrici.
Lo scienziato esaminando la “bottiglia di Leyda” notò che quando si verificava la scarica elettrica questa emetteva una scintilla luminosa e un sonoro crepitio proprio come accadeva nel corso di un temporale.
Senza rendersi del tutto conto del possibile altissimo voltaggio di un fulmine, proprio nel corso di un temporale lanciò nell’aria un aquilone con una corda bagnata collegata a un’altra asciutta e dotata di un oggetto metallico. L’elettricità elettrostatica di quella bagnata veniva infatti propagata sull’altra accumulandosi poi sul metallo fintanto che questo non fosse stato “toccato” per scaricarne la corrente. Per la scarsa elettricità verificatasi in quel primo rischioso esperimento, Franklin rimase non solo fortunatamente illeso ma pure illuminato dalla certezza che la concentrazione elettrostatica si sarebbe dispersa qualora fosse stata collegata alla terra. Da qui nacque l’intuizione che per evitare i rischi e le possibili conseguenze dei fulmini propagati nell’aria satura di umidità si dovesse dotare gli edifici di un asta metallica collegata al suolo per scaricare così le notevoli portate elettriche nel corso delle buriane.
Eppure la scoperta dello scienziato americano fu accolta dallo scetticismo generale: un’asta metallica per preservare chiese, palazzi, case? Quando però le canoniche iniziarono a installarle sui campanili delle chiese anche il popolo iniziò a considerare l’importanza dei parafulmini adatti forse più delle preghiere a proteggere gli edifici durante i temutissimi temporali.

Sebbene a Benjamin Franklin fossero stati riconosciuti gli studi ufficiali sulla materia, lo scienziato Fortunato Bianchini in una lettera del 1758 indirizzata all’Accademia delle Scienze di Parigi attestò che sui bastioni del castello di Duino esisteva da tempo immemorabile (sembrerebbe addirittura dal XIII secolo) un’asta metallica verticale dotata di punta acuminata. La guardia di vedetta era infatti addetta a “toccarla” di tanto in tanto con una picca e qualora fosse scoccata una scintilla era preannunciato un temporale ben prima che si manifestasse. Così con i rintocchi di una campana si potevano avvertire i pescatori a rientrare per tempo nei porti mentre quella sottile lancia metallica avrebbe concentrato il potenziale elettrico scaricandolo sui solidi torrioni di quel bel castello sul mare.
(Fonti: Diz. Treccani – Cronologia leonardo.it/invenzioni)

Una Fiaba al castello di  Duino

La pianura a nord dell’Adriatico, alle spalle della costa orientale è attraversata dal fiume Timavo, che dopo un lungo percorso sotterraneo attraverso le grotte carsiche, riaffiora proprio lì, come un palmo aperto sulla folta macchia mediterranea.                              Nel corso dei secoli, intorno a quei placidi canali, si sviluppò un piccolo laborioso porto da dove andavano e venivano i naviganti con le loro merci e i pescatori con le loro reti.                                                                                                                           Lambite da quelle ricche e purissime acque, le rigogliose e fertili terre davano lavoro a braccianti e contadini.                                                                                                       In quell’incantevole natura si era così esteso il borgo di Duino, dove felicemente convivevano agricoltori e marinai.                                                                                Tutto il paese era sovrastato da un superbo castello medievale svettante sulle alte falesie che da levante abbracciavano il golfo di Trieste.                                                  In un tempo lontano, sulla più elevata torre di quel castello sul mare, una guardia di corte controllava i traffici marittimi per difenderli da pirati e predoni. Inoltre, quando avvistava l’arrivo di qualche tempesta, richiamava i natanti con i rintocchi di una campana fissata all’esterno del muraglione.                                                                  Nel borgo a valle viveva fra’ Matteo, un monaco giovane d’età ma indolente e pavido. Egli aveva il compito di battere la campana della chiesa non appena avesse sentito quella del castello per annunciare l’arrivo del maltempo ai lavoranti dei campi interni.   In un inverno particolarmente lungo e rigido però i temporali egli acquazzoni si susseguirono senza sosta e fra’ Matteo era costretto a correre ogni momento per suonare la campana. Stanco e seccato il monaco escogitò allora una soluzione che lo sollevasse da quel faticoso incarico. Si procurò un lungo filo di metallo e promettendo benedizioni e preghiere, riuscì a convincere la guardia a legarlo sul batacchio della campana nella torre per collegarlo poi su quello del campanile. Cosi,  quando sarebbero iniziati i rintocchi del castello sarebbero partiti anche quelli della chiesa.     Un giorno all’orizzonte avanzarono nubi pregne di poggia che oscurarono minacciosamente il cielo. Le due campane iniziarono a battere più vigorose che mai, sollecitando tutti i paesani a mettere in sicurezza merci e raccolti e a rientrare nelle loro case.                                                                                                                          Mentre fra’ Matteo osservava compiaciuto il perfetto funzionamento della sua invenzione, una saetta cadde sul filo di metallo e la scintilla di fuoco andò a incendiare la vegetazione sotto le mura del castello. Il frate pensò che Iddio si fosse adirato per la sua maliziosa indolenza e fuggì terrorizzato ripromettendosi di andare a lavorare nei campi per espiare le sue colpe.                                                                                 Intanto sotto la torre l’incendio di quel giorno aveva portato alla luce un grande scoglio bianco.                                                                                                                          Con il passare dei secoli furono tramandate le più fantasiose leggende su quella particolare pietra che aveva le sembianze di una dama avvolta in un lungo mantello bianco e in procinto di salire l’erta scogliera. Fu invece completamente dimenticato il povero fra’ Matteo che senza neppure rendersene conto aveva inventato il primo parafulmine della storia.

(Gabriella Amstici)