Trieste post-guerra

L’esito del primo conflitto mondiale aveva segnato il confine orientale del Regno d’Italia sulle Alpi ma il decisivo confronto italo-austriaco fu combattuto in larga parte nel Friuli che scontò un prezzo amarissimo: 15000 soldati persero la vita, 5000 rimasero invalidi, chiese ed edifici erano stati abbattuti, il 55% della superficie agraria era inutilizzabile, la zona dell’Isontino minata e il cantiere navale di Monfalcone distrutto.
In tutta la regione le sole spese per la ricostruzione dei danni di guerra sarebbero ammontate a ben 3 miliardi e 100 milioni di lire, una cifra enorme per l’epoca.
Il grande porto di Trieste aveva perduto un terzo di imbarcazioni mercantili e il sistema protettivo che lo aveva sostenuto. La popolazione era sconvolta dai lutti e privata di tutto il suo tessuto strutturale ed economico si trovava in uno stato di estrema povertà.
Nell’autunno del 1918 i socialisti rivendicarono la funzione strategica di Trieste proponendo la creazione di un piccolo stato indipendente ma la conquista della vittoria bellica esaltava il ruolo centralista e unitario dell’Italia nel suo contesto europeo che predominava sull’Adriatico, sui Balcani e sull’Istria.
Fin d’allora Trieste venne considerata più una terra di confine da difendere più che da ricostruire e infatti non solo mancò un piano organico per la sua riorganizzazione ma furono anche fortemente ritardati i risarcimenti dei danni di guerra.
Iniziarono così gli affari localistici inquinati da interessi privati e politici che accantonarono quelli più urgenti per una popolazione già così tanto provata.
Il crollo dell’impero austro-ungarico aveva provocato il collassamento delle attività portuali, private da tutti gli sgravi doganali che avevano contribuito alla fortuna dei suoi commerci e dai privilegi assecondati dagli Asburgo fin dai tempi di Carlo VI.
La Yugoslavia amplierà rapidamente le proprie attrezzature in Dalmazia, La Polonia potenzierà lo scalo di Danzica, l’Austria fonderà una nuova compagnia di navigazione ad Amburgo mentre i porti dell’Italia rappresenteranno una forte concorrenza sul versante Adriatico. Alla fine della guerra anche le riparazioni delle navi erano destinate agli scali alleati creando non pochi problemi sui termini della loro futura gestione. Solamente dopo forti pressioni e trattative diplomatiche gli armatori locali riusciranno ad aggiudicarsi il ripristino di gran parte della flotta apportando lavoro quantomeno negli arsenali e nell’indotto collegato.

La conferenza di pace di Parigi che aveva fissato i confini dell’Italia vittoriosa lasciò comunque aperta la questione del confine orientale che sarebbe stato definito da una trattativa diretta tra Roma e Belgrado. Il compito del governo militare italiano nelle zone di confine doveva però attuare delle procedure italiane senza poter mutare il sistema giuridico e istituzionale che rimaneva ancora quello asburgico.
Nonostante l’indebolimento economico causato dalla guerra la Venezia Giulia godeva infatti di una buona alfabetizzazione e di strutture sociali avanzate o addirittura all’avanguardia come gli ospedali e i ricreatori comunali. Abituata al rigore della burocrazia imperiale, Trieste mal si adattava alla confusione dell’amministrazione italiana con frequenti sovrapposizioni di competenze con la presenza di un sottobosco di trafficanti.
Dopo la conversione nel marzo 1919 delle vecchie corone con un cambio fissato a 40 centesimi di lira per corona – portato poi a 60 centesimi per le proteste dei giuliani e trentini – iniziò l’erosione dei capitali aziendali e un generale impoverimento delle finanze personali.
Fu questo il primo tassello di un progressivo attacco all’economia giuliana che nell’arco di una dozzina di anni si sarebbe del tutto collassata.

(Enciclopedia monografica del FVG, Udine, 1978 – 130 ANNI, “Il Piccolo”, Finegil Ed., Trieste, 2012)

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