La Passio di San Giusto

In un articolo pubblicato nel 1972 sull’ “Archeografo Triestino” il professor Giuseppe Cuscito riporta i suoi studi sulle origini cristiane di Trieste asserendo che i primi cristiani della colonia tergestina non fossero affatto soliti a radunarsi all’interno delle mura cittadine in quella casa di Eufemia e Tecla dove in seguito al loro martirio sorse l’oratorio e poi la chiesa di San Silvestro come venne sempre riportato nella storiografia.
Secondo il testo Tergeste, scritto nel 1951 dallo storico V. Scrinari, fu supposto che i primi devoti al cristianesimo usassero invece raccogliersi e pregare in luoghi esterni alle mura, lì dove avvenivano i supplizi e le sepolture dei martiri e dove in seguito sarebbero sorte le prime chiese.
Le notizie riguardanti il processo e la morte di Justus, il Patrono di Trieste San Giusto, furono riportate nella Passio, la più importante documentazione dell’epoca raccolta in 3 manoscritti medievali (1), senza però specificare l’anno (2) e il posto preciso in cui il corpo sarebbe stato tumulato.
Nonostante un errore sulle datazioni relative agli imperi romani, venne in seguito accertato che l’anno di riferimento del martirio fosse il 303, coincidente con quello dell’editto per la persecuzione dei cristiani emanato dall’imperatore Massimiano a cui seguì l’uccisione in terre siriane di San Sergio come riportato nel precedente articolo.
Nella Tergeste del III secolo D.C. l’esecuzione del decreto fu affidata al prefectus Mannacius che dando seguito alle denunce di alcuni cittadini fedeli all’Impero romano, convocò il giovane Giusto, reo di aver palesato il segno della croce, imponendogli di abiurare la sua fede cristiana e di offrire dei sacrifici agli dei pagani.
Dopo un deciso rifiuto e secondo l’osservanza delle procedure, Giusto fu rinchiuso in carcere per indurlo alla riflessione ma poiché continuò a ignorare le proposte del magistrato romano, fu flagellato e alla fine condannato a morte per annegamento (3). Avvolto dalle corde e con il cappio al collo fissato da una pietra fu gettato in mare al largo della costa.

Nella foto il Martirio di San Giusto dipinto nel 1900 da Carlo Wostry e conservato in Cattedrale nella navata della Pietà.img383La notte stessa in cui il suo destino fu compiuto il martire apparve in sogno al presbitero Sebastiano e rivelando il luogo dove giaceva il suo corpo gli chiese che quando fosse riemerso dalle profondità del mare di seppellirlo in un luogo nascosto dalle pubbliche autorità. (4)
I fedeli cristiani si recarono così verso quel tratto di costa e rinvenuto il corpo prodigiosamente libero da corde e piombi lo cosparsero di aromi avvolgendolo in tele pregiate.
La Passio riportò solo che i fedeli lo seppellirono non lontano dal luogo del ritrovamento (5) ma tutti gli studi successivi identificarono nell’antica area cimiteriale che si trovava tra l’attuale riva Grumula e il palazzo Revoltella nella zona identificabile dei SS. Martiri.

Trascorsero però molti secoli trascorsero prima di avere un riscontro di quanto riportato sulla Passio poiché solo nel 1963 in seguito agli scavi sulla via Madonna del Mare fu rinvenuta una Basilica Paleocristiana dalla pianta a forma di croce contenente delle iscrizioni databili tra la fine del IV secolo e l’inizio del VI e che di fatto costituirono i primi documenti della più antica comunità cristiana.
Sul presbiterio elevato rispetto all’aula e sotto il piano dell’altare venne scoperto un loculo in pietra per le reliquie che si ritenne avesse contenuto le ossa di San Giusto dopo la sua prima sepoltura.

Foto da Atlante dei Beni CulturaliPresbiterio Madonna del Mare
Dopo l’editto di Costantino del 313 si estese la libertà di culto che sotto la “Sancta Ecclesia Tergestina” proseguì fino all’epoca delle invasioni barbariche quando per il pericolo delle loro razzie profanatrici fu necessario trasferire i beni sacri entro le mura della città.
Nel V° secolo il culto cristiano si trasferì così sulla sommità del colle dove vicino alle rovine dei tempi pagani di Giove, Giunone e Minerva sorse la Basilica di Santa Maria Assunta.

Le reliquie di San Giusto vennero traslate nel IX secolo nella chiesa adiacente (6) dove rimasero fino agli inizi del Milletrecento quando per volere del vescovo Rodolfo Pedrazzani i due edifici vennero uniti in unica chiesa a 5 navate (7) con successivi adattamenti eseguiti dal vescovo Enrico von Wildenstein che nel 1385 la consacrò con un nuovo altare maggiore.
La preziosa urna in lamina d’argento sbalzato e dorato (8) sarà rinvenuta dopo la ricognizione sotto l’altare effettuata nel 1624 dal vescovo Rinaldo Scarlicchio; lo splendido dipinto del Santo con la simbolica palma del martirio sarà invece rinvenuta assieme le reliquie di San Servolo nel luglio del 1825.

Nella foto (di Marino Jerman) la capsella di San Giusto istoriata con girali di vite e un piccolo crocifisso risalente al Milleduecentoimg389

L’immagine del giovane Justus con il prezioso velo in seta di reminiscenza bizantina datato alla metà del Trecento e attribuito a un pittore itinerante tra Creta e Venezia. (foto M. Jerman) img388

Nel 1650 la custodia delle reliquie dette il Tesoro del Santo furono sistemate dietro una splendida cancellata nella cappella di Sant’Antonio Abate, eretta nel 1364, in seguito dotata di un grande armadio ligneo a 18 nicchie sovrapposto a un altare commissionato dal vescovo Pompeo Coronini.

Foto CMSAimg391

 

I bellissimi affreschi affreschi del XIV secolo con le Storie di San Giusto saranno apposti sulla parete della Cappella di San Giovanni con l’antico Battistero del IX secolo.img390
Come scritto alla fine della Passio il martirio di San Giusto e il ringraziamento per il ritrovamento del suo corpo sarà ricordato il 2 novembre di tutti gli anni, data che dal 1931 sarà spostata al giorno successivo per consentire la Commemorazione di tutti i Defunti.

Note:
1. La Passio, che comprende anche quelli scritti su Vienna e Venezia, fu editata da G. Van Hooff nel 1879;
2. Venne invece stabilita la data del 2 novembre;
3. Per le crudeli imposizioni delle leggi romane di allora i credenti cristiani venivano in massa bruciati vivi ma per evitare che fossero venerate le loro ceneri, erano legati con corde e pietre e gettati in mare.
4. Recollige et sepeli me cum diligentia in occulto loco propter tyrannorum illusionem ut decendit in profundum maris, mox funes ipsi cum plumbo dirupti sunt ad litius huius tergestinae civitatis, priusquam in occasum sol declinaret”
5. “Sepelierunt eum (Justum) non longe ad eodem litore, ubi inventum est sancti martyris corpus”
6. Nell’architettura cristiana la chiesetta o cappella costruita con particolari caratteristiche e destinazioni devote era chiamata “Sacello”.
7. Tra il 1302 e il 1320;
8. Il reliquiario ad urna di bottega cividalese fu ritenuto risalire al XIII secolo.

Notizie tratte da:
Giuseppe Cuscito, San Giusto e le origini cristiane a Trieste, estratto dall’Archeografo Triestino Serie IV, 1969-70
Marzia Vidulli Torlo, SAN GIUSTO Ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003

San Sergio, guerriero e martire

Al tempo dell’ Impero di Diocleziano e Massimiano, tra il III e IV secolo d.C., il giovane cristiano Sergio insignito del grado di tribuno militare giunse nella romana Tergeste stringendo sincere amicizie con i correligionari cittadini.

Richiamato a Roma e consapevole di poter essere martirizzato per la sua fede cristiana, promise di dare un segno alla città nel momento della sua morte.
Giunto all’Urbe fu accolto dagli imperatori e nominato primicerio con un’importante carica all’interno delle gerarchie militari ma condividendo nel contempo la sua devozione a Cristo con il soldato Bacco a cui fu poi legato da profonda amicizia.

Inviati entrambi in Oriente per affrontare la riscossa di Valerio Galerio Massimiano dopo la sconfitta con i persiani, Sergio e Bacco contribuirono a ottenere la vittoria romana, ma la loro gloria fu di breve durata. A seguito dell’emanazione di un decreto per la persecuzione dei cristiani, alcuni vili legionari che aspiravano ai loro prestigiosi ruoli, li denunciarono alle autorità. Convocati al cospetto dell’imperatore, Massimiano Sergio e Bacco rifiutarono l’adorazione degli dei pagani riaffermando l’appartenenza alla fede cristiana.
Degradati come militari e in sprezzo alla loro virilità i due amici furono vestiti con abiti femminili e costretti a percorrere incatenati le strade più frequentate tra lo scherno della popolazione. Portati nella provincia dell’Eufrate al cospetto del prefetto Antioco, ricusarono l’abiura riaffermando ancora la loro cristianità. Il giovane Bacco venne immediatamente flagellato a morte mentre Sergio fu legato al cocchio dello stesso Antioco e trascinato per miglia e miglia nel deserto siriano con calzari foderati di aculei fino alla città di Resafa (1) dove il 7 ottobre dell’anno 303 gli fu mozzata la testa.
Fu allora che secondo la leggenda tramandata a Trieste sul piazzale del Foro romano a San Giusto cadde dal cielo la lancia alabardata di San Sergio come segno della sua morte.

Il martirio fu dunque sicuramente dovuto alla tremenda persecuzione anticristiana scatenata dagli imperatori romani ma sorprende che la storica leggenda abbia tramandato il particolare degli abiti femminili con cui i due guerrieri vennero vestiti.
Per quanto nell’antica Roma i costumi sessuali fossero liberamente praticati e accettati quello che veniva invece schernito era la palese caduta del mito virile dell’uomo soprattutto quando avesse riguardato un soldato di alte cariche.

Se fino al VII secolo Sergio e Bacco venivano ancora rappresentati uniti dalle fede cristiana nei secoli successivi l’immagine con le aureole compenetranti voleva forse suggerire la loro componente omosessuale.

Nella foto un’icona del VII secolo con Sergio e Baccoicona VII secolo

In un dipinto del XIII secolo con un’immagine femminile e le aureole unite  anno
In tempi più recenti i due guerrieri romani divennero un simbolo per le comunità cristiane omosex e negli anni Novanta la loro icona dipinta dall’artista francescano Robert Lenz’s fu addirittura portata alla sfilata del Gay Pride di Chicago, dimostrando ancora una volta come le leggende storiche possano essere riadattate nel corso dei secoli.Gay Pride

Nota 1. Resafa, in aramico Ruṣāfa, si trovava a 35 km da sud dell’Eufrate, lungo la “strada lastricata” costruita da Costantino, fu un centro di controllo delle carovaniere verso Aleppo. Chiamata Sergiopoli dopo il martirio del santo a cui venne dedicata una basilica divenne una meta di pellegrinaggi cristiani e in seguito un luogo di transito dei Cavalieri del Tempio verso le Crociate. Dopo la seconda metà del Milleduecento l’invasione dei Mongoli prima e dei Turchi poi la cittadina cadde in rovina e divenne terra di pastori nomadi.

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste, spunti dal suo passato, Edizioni LINT, Trieste, 1971 – Progetto Gionata

San Sergio: una chiesa, una via

Le prime tracce di una chiesa intitolata a San Sergio appare su un documento del 1278 dove il vescovo Arlongo concesse la sua costruzione in contrada Caboro. (1) (2)
Nel 1338 l’edificio risultò distrutto ma otto anni dopo fu trovata la notizia del ricevimento di un vessillo donato dalla chiesa di San Giusto e negli anni 1351-52 ebbero luogo 2 processioni.
Il 7 ottobre 1366 fu segnalata per la prima volta una festa con canti e musiche per celebrare la ricorrenza della condanna a morte del Santo, avvenuta in questo giorno d’ottobre dell’AD 303, tradizione rimasta nella Sancta Ecclesia Tergestina e rispettata ancora nei nostri giorni. (3)
La chiesa ubicata in Caboro (4) venne ancora menzionata in documenti del Codice Diplomatico Istriano datati 1414 e risultò ancora esistente nel 1494 (5) ma in seguito non vennero riportate altre notizie in merito.

Nella foto un settore dell’affresco di G.G. Cosattini (1678) conservato nel Battistero della Cattedrale di San Giusto (Cappella di San Giovanni)  con la mano di San Giusto sulla Tergeste medievaleimg320

Nel 1442 fu invece attestata la costruzione di un’altra chiesa dedicata al Santo in una zona ben lontana dalle mura che rinchiudevano la città e a quei tempi ricoperta dai boschi che dal colle di San Giusto si estendevano sino alle future vie del Bosco e Madonnina.
In quell’anno infatti fu depositato alla Sede vescovile di via Castello un atto testamentario sul quale per volontà del defunto signor Andrea Covaz venivano donate le sue 2 vigne proprio alla nuova chiesa di San Sergio, che sarebbe stata terminata 2 anni dopo.
Altre documentazioni sull’edificio proseguirono fino al 1494 ma ancora due secoli dopo i campi vicini venivano identificati con il nome del Martire come fu attestato su una pergamena conservata negli archivi comunali. (6)

La memoria storica venne comunque conservata mantenendo il nome come indicazione della zona dove si trovava l’antica chiesa e quando furono tracciate le nuove strade, nel 1835 fu deciso di intitolare al santo il tratto di congiunzione tra le vie del Bosco e Madonnina.

Un settore di una stampa ottocentesca dove si notano le zone verdi sotto il castello di San Giusto con la via Mulino a Vento in primo piano – sotto una mappa del 1850 stampa 1850

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Un tempo nella Cattedrale di San Giusto esisteva la Cappella di San Sergio con una mensa risalente al 1731 e in parte modificata nel 1769.

Nel 1835 venne inserita una pala di Giovanni Kandler (7) raffigurante il martire davanti all’imperatore Massimiano, opera in seguito perduta e documentata in un bozzetto presso i Civici Musei. (8)
Durante i lavori strutturali effettuati nella Cattedrale negli anni Venti l’altare fu però smantellato e portato nella chiesa di Lanischie (oggi Lanišće in Croazia).

Nella foto CMSA del luglio 1928 la cappella e l’altare di San Sergio prima della demolizioneimg319
Come dedica a San Sergio, nell’anticappella del Tesoro sulla navata sinistra di San Giusto, appare il grande dipinto di Carlo Wostry raffigurante il giovane santo e la scena della caduta dell’alabarda sul piazzale davanti il Propileo romano narrata nell’antica leggenda.

Nella foto (GA) il grande pannello di Carlo Wostry corr. 2

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Sulla parete sinistra della navata dell’Addolorata, limitrofa alla cappella di San Giovanni, è appeso il bel quadro di Benedetto Carpaccio (9) Madonna che allatta il Figlio tra San Giusto e San Sergio risalente al 1540 e sottoposto a un restauro nel 1913.  (10) Il nostro comprotettore appare qui vestito da soldato con in mano la lancia-alabarda riportata anche sul fondo rosso dello scudo.Madonna
Una statua di San Sergio in corazza con l’alabarda in pugno si trova anche in un camminamento del castellosss ss
Un altro San Sergio fu invece scolpito da Francesco Bosa nel 1842 ed è collocata tra gli altri cinque protettori di Trieste nell’attico della Chiesa di Sant’Antonio Nuovo. (11)trip advisor
In uno dei medaglioni appesi sulla navata della chiesa di Montuzza è custodito invece un dipinto di Pompeo Randi (Forlì 1827 – 1880). L’immagine di questo San Sergio guerriero è molto bella e mi ha colpito per un particolare ben visibile nell’ingrandimento e che, se mi si scuserà per l’ignoranza, non mi sarei proprio aspettata.sergio

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Così questo personaggio combattente ma così tanto devoto cristiano da divenire un martire e per di più un nostro protettore, mi ha incuriosito e ho cercato la sua storia che riproporrò in sintesi nel prossimo articolo.

Note:
1. Notizia tratta da triestestoria.altervista
2. Secondo Silvio Rutteri su carte del Quattrocento il luogo indicato come “soto Sancti Serci” sarebbe collocabile tra la via Rota e la via dell’Ospitale dove un certo Paris Pellegrini possedeva dei fondi
3. Da Diocesi di Trieste
4. Il Caboro fu anche identificato come la zona sul fianco sottostante al Castello, nome che poi rimase sulla via lungo la collinetta di Montuzza
5. Notizia riportata da Luigi de Jenner
6. Notizia riferita da Silvio Rutteri
7. Soprannominato Nane, fu fratello dello storico-letterato Pietro Kandler, Trieste 1805-1865
8. Da Atlante dei Beni Culturali
9. Figlio del più famoso Vittore, Venezia 1500 – Capodistria 1560
10. Il dipinto fu realizzato per la sala del Consiglio Maggiore di Trieste, esposto sotto il portico della Torre del Porto, in seguito nella chiesa San Pietro di piazza Grande e dopo la sua demolizione nel 1870 affidato alla Cattedrale di San Giusto
11. La statua di San Sergio, caduta durante il terremoto del 1976, venne restaurata nel 1988

Notizie tratte da: Silvio Rutteri, Trieste Storia e Arte tra vie e piazze, Ed. LINT, Trieste, 1981 – Trieste – Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1971;
Marzia Vidulli Torlo, San Giusto, ritratto di una Cattedrale, Civici Musei di Storia e Arte, Trieste, 2003;
Articolo sulla Rivista “la Bora”, 1979 – Triestestoria.altervista – Wikipedia – Wikisource

Ricordo di Giulio Perotti

Perotti è un nome che a Trieste viene ricordato per il raffinato e purtroppo non più esistente negozio di fiori presso Palazzo Modello con le sue belle vetrine in Capo di Piazza e via del Teatro (1)Palazzo Modello
L’attività commerciale iniziò nel lontano anno 1879 in via San Nicolò 28 riscuotendo gli apprezzamenti della clientela che ordinava e acquistava i suoi freschissimi fiori importati dall’estero e in parte forniti dai giardini di villa Perotti nel rione di Chiadino. (2)

Il cartellone pubblicitario dipinto da Ugo FlumianiPerotti

Il titolare Giulio Perotti, nato 1841 a Ueckermünde (3) come Julius Prott, fu infatti talmente ammaliato dalle bellezze di Trieste che decise di acquistare una casa in un colle di periferia e di trasferirsi qui.
JuliusIl nostro concittadino aveva intrapreso sin da giovane degli studi musicali a Berlino, Firenze e Parigi e nel 1863 iniziò una sfolgorante carriera di tenore e con il nome d’arte Giulio Perotti si esibì in numerosi repertori operistici nei più grandi teatri nazionali e internazionali.
TeatroNonostante gli impegni artistici, il Perotti trovò il tempo di ristrutturare la sua villa arredandola con preziosi libri, quadri e oggetti d’arte dedicandosi anche all’allestimento dei giardini che dotò di una decina di pozzi per le irrorazioni e di una serie di serre per la coltivazioni di pregiate piante provenienti da Brasile, Giappone, Egitto e Indie.

Foto collezione Sergio Traccanelli sepiaGli ospiti rimanevano stupefatti dallo spettacolare panorama che si godeva dallo spazioso terrazzamento della residenza, dalle rigogliose vegetazione e dalle varietà floristiche nelle serre.
Nelle note biografiche di Giulio Perotti reperibili sul Web viene riportata la sua particolare passione per le rose che nel 1892 lo indusse a creare con una serie di innesti e riproduzioni una nuova rosa dai petali bianchi e dall’intenso profumo.

Dopo più di un secolo il professor Vladimir Vremec, l’ideatore dello splendido Roseto di San Giovanni (4) ricercando delle specie antiche per arricchire le collezioni del parco, scoprì che in un catalogo della rivista Rosenzeitung pubblicata nel 1893 era inserita la Rosa Emlékezés Deák Ferencz (5) nome attribuito come ricordo dell’illustre politico ungherese ma specificando la proprietà di Giulio Perotti.Catalogo rosa deak

Traducendo dal tedesco la presentazione sulla rivista si apprende che si trattava di una magnifica ibridazione di una Rosa Thea che riuscì a conservarsi perfetta dopo tutto il lungo viaggio da Trieste a Budapest  permettendo di essere copiata in un acquerello.  La vera rosa perottiSulla didascalia della Deák Ferencz venne descritta come un fiore grande con una ricca e durevole fioritura con un profumo intenso  simile al thè bianco.Rozsa

Con il sorprendente nome di “Souvenir de Francois Deak” questa rosa bianca fu presente anche sul catalogo relativo alla Esposizione Agricola-Forestale della Ditta di floricultura di Antonio Ferrant tenutasi a Gorizia nel 1891 e premiata con una medaglia d’oro.32684101_2062362537311725_3709348359161511936_ndeak
Secondo un articolo della giornalista Ivana Suhadolc pubblicato su “Il Piccolo” in data 2 luglio 2016 la Rosa bianca Ferencz Deák – Perotti  sarebbe sopravvissuta a più di 120 anni di storia continuando a fiorire in una corte di una casa di Pregara in Istria e adesso anche nel Roseto di San Giovanni.

Il nostro celebre concittadino Giulio Perotti concluse la sua carriera operistica nel 1900 e la sua vita a Milano il 21 febbraio del 1902; nella sua città d’origine sul Mar Baltico, al confine con l’attuale Polonia, si tiene ancora oggi un concorso di canto lirico a lui intitolato.

La bella villa di Chiadino fu venduta e l’ultimo proprietario, un principe del Foro romano, la rinvedette intorno agli Sessanta e dopo il suo abbattimento sorsero dei moderni condomini; l’attività floristica della Ditta Perotti continuò invece fino ai primi anni del XXI secolo.Perotti 2

Note:
1. Oggi sostituito da una frequentata Caffetteria
2. Villa Perotti aveva l’ingresso principale in vicolo degli Scaglioni 30 e uno secondario in via dei Porta 55
3. Sul mar Baltico, al confine dell’attuale Polonia
4. Il Roseto nel Parco di San Giovanni fu creato nel 2009 e oggi accoglie ben 3.000 varietà di rose
5. Ferenc Deák (1803 – 1876) in Italia noto anche come Francesco Deak, lottò per l’autonomia del paese all’interno dell’Impero che fu ottenuta con il Compromesso austro-ungarico del 1867

Fonti tratte da:
Un articolo di Ivana Suhadolc pubblicato il 2 luglio 2016 su “Il Piccolo” – Alessandro Goracuchi, Attrattive di Trieste, Ed Svevo, Trieste, 1977 – internationaler-perotti-gesangswettbewerb.de – Wikipedia

Lampiere, ferai e lampioni

Al calar del sole la piccola città di Trieste, rinchiusa tra le mura fino al XVI secolo, veniva avvolta dall’oscurità e le poche migliaia di abitanti si tappavano nelle case alla luce dei focolari e delle candele.
Solo nel 1551 nei punti di maggior passaggio furono installate le prime 6 lampiere a olio mentre le strade limitrofe erano parzialmente illuminate dai fanaletti delle guardie civiche che giravano in ronda. Le fiammelle dei soprannominati “lampareti” erano molto flebili e tremolanti ma davano un senso di sicurezza ai pur pochi avventori che transitavano nella cittadella ancora medievale.fanale gas

Due secoli dopo, nelle piazze e negli angoli delle strade di una Trieste ormai allargata verso il Porto e il Borgo Teresiano, vennero posti dei treppiedi in legno o in pietra sui quali si appoggiavano le lanterne. Nel 1793 se ne contavano un centinaio e la loro manutenzione, pagata dai proprietari delle case, prevedeva il riempimento dei ferali con un olio di buona qualità e lo spegnimento alle prime luci dell’alba e nelle notti di luna piena. (1) 

Mezzo secolo dopo l’inglese Guglielmo Murdoc e il francese Philippe Lebon fondarono una società che diretta dal francese Pietro Prix Franquet sfruttava il carbone per ricavarne il gas illuminante.
Le prime strade dotate dei nuovi lampioni furono il Corso e la via Nuova (l’attuale via Mazzini) e in poco tempo i nuovi “ferai” sostituirono quelli a olio estendendosi in tutto il centro città; nel 1864 se ne contarono più di 1900 gestiti da un’azienda municipalizzata. Aumentò così il numero dei cosiddetti “impizaferai” impegnati ad accenderli dopo il tramonto e spegnerli all’alba.

Nella foto un braccio di sostegno per il fanale a gasimg280FeraiNel 1870 fu posto un grande candeliere a 8 fiamme in piazza Grande e sei anni dopo il Municipio venne illuminato dalle mitiche Tinza e Marianza. Tuttavia le luci diffuse dai coreografici lampioni erano ancora troppo deboli.UnitàLuciano Emili
I bellissimi fanali a gas in fiamma libera sul Belvedere di passaggio Sant’andrea img281

Piazza Giuseppina

ridottaLa prima illuminazione elettrica apparve ventotto anni dopo e quel primo Novembre 1898 fu un grande giorno per Trieste: nonostante il freddo e la pioggia la gente si riversò sulle strade dimostrando l’orgoglio di abitare nella seconda città europea dotata di un impianto a vapore che generava una corrente trifasica. Le prime cabine di distribuzione, collocate tra piazza della Borsa e l’Acquedotto, erano costruite in ferro con elementi decorativi e decorazioni floreali; i nuovi lampioni in ghisa, chiamati “pastorali” per la loro caratteristica sagoma, sostituirono i fanali a retina. Le installazioni avvennero però con molta lentezza.

Nella foto l’ultima cabina elettrica conservata in piazza della Borsa img287
Sul molo San Carlo i fanali elettrici detti “pastorali” vennero inseriti tra i preesistenti fanali a gasMolo
Alla vigilia della Grande Guerra infatti le nuove lampade non superavano le 150 unità e fuori dal centro, oltre la Portizza e in tutta Cittavecchia continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.città vecchia
Per ordine del comando austriaco durante il conflitto tutti i fanali rimasero spenti per timore di bombardamenti o incursioni aeree e si riaccesero dopo il crollo dell’Impero.
Dopo il 1923 la distribuzione di energia elettrica venne erogata dall’ “Azienda Comunale Elettricità e Gas
A Barcola, Grignano, Prosecco e Contovello, Santa Croce e Opicina la luce elettrica arrivò appena nel 1925 ma in città ardevano ancora 1463 fanali e non si contavano più di 1555 lampioni.
Quando il 28 ottobre 1931 fu solennemente acceso il Faro della Vittoria, tra Cittavecchia e le vie periferiche si aggiravano ancora gli “impizaferai” che accendevano e spegnevano le misere fiammelle a gas  e molto tempo doveva passare ancora prima di essere spente per sempre.

Sui lampioni in ghisa risalenti alla fine dell’Ottocento e ancora presenti in piazza Unità, si trova ancora lo stemma di Trieste austriaca. img288

Sulle vie e piazze centrali di Trieste come anche in zone più periferiche, sopravvivono ancora diverse strutture in ferro di vecchie lampiere, di fanali e lampioni. In piazza Perugino sono sono stati persino conservati 3 originali fanali in ghisa con un piacevolissimo riadattamento in fontanelle.Perugino

Lo storicissimo fanale sul Canal GrandeSilvio Mase

Così Trieste conserva ancora i ricordi del suo passato imperiale assumendo quella certa aria retrò che piace tanto sia a noi che la viviamo che ai numerosi turisti che la scoprono.

(1) Nel breve dominio di Napoleone l’illuminazione fu estesa anche sul molo San Carlo e in piazza Ponterosso.

 

Carrozze e tram

Con il progressivo allargamento della città fu necessario ampliare l’offerta dei trasporti urbani rendendoli fruibili da tutta la popolazione.

Nella foto d’epoca (da “Il Piccolo”) le carrozze attendono i clienti in piazza della Borsaimg264
Già intorno al 1860 cominciavano a circolare i primi Omnibus ma solo dopo il 1875 l’impresa Cimadori & Vitturelli organizzò un servizio più esteso e confortevole con vetture aperte in estate e chiuse d’inverno. Inizialmente il metodo per segnalare le fermate richieste dei clienti era per così dire un po’ grezzo basandosi sullo strappone di una corda in dotazione del bigliettaio e collegata al braccio del guidatore, ma insomma le prestazioni erano comunque assicurate.
Ancora nel 1874 fu proprio la ditta Cimadori a proporre delle linee di trasporto su rotaia e dopo i primi rifiuti del Comune che non voleva “rovinare le strade” il progetto venne attuato e il 30 marzo del 1876 fu inaugurata la prima linea di tram a cavalli seppure limitata dal Boschetto ai Portici di Chiozza.

Foto Franco Dilica (da Trieste che non c’è più)Tram

 

Trieste ne fu orgogliosissima in quanto la tramvia cittadina seguiva di un solo anno la linea di Parigi e anticipava di ben sei anni quella di Milano.
Altri impresari si aggiunsero alla ditta Cimadori e nell’arco di un decennio divennero raggiungibili i rioni periferici di Barcola e Sant’Andrea.

Alla fine del secolo l’arrivo della corrente elettrica trasformò rapidamente l’aspetto della città con l’illuminazione delle strade e un innovativo metodo di trasporto urbano approntato dalle officine della Grazen Union Fabrik che riuscirono ad alimentare i motori delle vetture mediante un’asta collegata con una rotella ai fili aerei su cui veniva propagata l’elettricità.
Il 2 ottobre del 1900 apparve così il primo tram elettrico con rimorchio che dalla Rotonda del Boschetto marciando alla velocità di ben 30 km. percorreva le vie Giulia, Stadion, Torrente alla volta di Barcola tra gli applausi dei cittadini.

Passaggio del tram in via Giulia (foto “Il Piccolo”) img265
In pochi anni la Società triestina Tramway estese la rete dei trasporti verso San Sabba, Servola e Roiano crescendo ulteriormente dopo il 1909.

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Il 9 gennaio 1901 venne approvato il progetto della Società elettrica Union di Vienna per l’allestimento di una funicolare che collegasse il centro città con Opicina
La linea tramviaria a un unico binario, che diveniva doppio solo in 7 punti di incrocio, venne terminata nell’aprile del 1902 e inaugurata il 9 settembre tra l’entusiasmo dei cittadini.

Nella foto (collezione Di Matteo) le maestranze davanti alla carrozza in partenza; vicino al palo l’ideatore ingegner Eugenio Geiringer, scomparso 2 anni dopoimg270
Il deposito del tram in via Nazionale a Opicina nei primi anni del Novecento (foto collezione Ancona)img269

Notizie tratte da:
Silvio Rutteri, Spunti dal suo passato, Ed. LINT, Trieste, 1975
Il Piccolo, Sull’orlo dell’abisso, Finegil Ed., Trieste, 2014

 

I tempi delle diligenze

Verso la metà dell’Ottocento c’era una grande attività nella vecchia piazza della Dogana (1) da cui partivano i carri delle merci e le diligenze per le consegne della posta o per i lunghissimi viaggi della ricca borghesia triestina.

Piazza della Dogana (da Edizioni Brezza)img236

Nell’indaffaratissimo piazzale cittadino il vociferare degli stallieri e le canzonacce che uscivano dalle vicine e maleodoranti taverne si mischiavano ai rumori degli zoccoli ferrati sul selciato, agli improperi dei vetturini impazienti e alle sonagliere dei cavalli che si apprestavano a partire.

Nella foto (collezione Luciano Emili) un particolare di piazza della DoganaDogana
I carrozzoni di vecchia data erano destinati a trasportare le mercanzie importate dall’Oriente e avviandosi per la strada di Opicina s’incrociavano con le carrette trainate da ansanti giovenche o con le aristocratiche carrozze guidate da impettiti cocchieri.

Foto da Enciclopedia Monografica del FVG Strada nuova per Opicina

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Allora i viaggi erano considerati delle inquietanti incognite talmente piene di pericoli e disagi che il nostro Ricciardetto asseriva che prima di ogni partenza era consuetudine ascoltare messa e farsi il segno della croce prima di salire sulle diligenze: “Sepolti tra scatole, scatoline e scatoloni delle madame, pigiati come acciughe tra tabacconi e fumatori di pipa, sferzati dal freddo oppure oppressi dalla canicola, il viaggio non finiva mai”.

Se per raggiungere Gorizia s’impiegavano 8 ore per arrivare a Vienna servivano dagli 8 ai 15 giorni, insomma un vero supplizio. Già le carrozze direttissime chiamate – si fa per dire – “le veloci”, dovevano cambiare i cavalli ogni 15 chilometri, immaginarsi poi l’allungamento dei tempi in caso di incidenti come le rotture di ruote o gli sbandamenti nei fossati!
A volte qualche ricco quanto impaziente passeggero osava sferzare malamente i cavalli, tanto che venne proibito portare con sé fruste e bastoni ma in seguito si verificarono invece problemi con i “postiglioni”, cocchieri, vetturini o come dir si voglia, che se non ricevevano opportuni oboli per ungere le ruote dei calessi o per dissetare le loro fauci nelle bettole lungo la strada, allungavano a dismisura le partenze provocando cori di lamentele… Poi magari riprendevano il viaggio correndo a briglia sciolta terrorizzando i malcapitati e se qualcuno avesse osato protestare erano capaci di redarguirlo di non possedere un biglietto valido e persino di scaricarlo in aperta campagna!
Come se tutto ciò non bastasse, considerato che le diligenze viaggiavano anche di notte, si verificavano pure gli assalti di impavidi briganti che provvisti di maschere e tromboni arraffavano borse, valige e quanto trovassero all’interno.

Insomma che stress tremendo dovevano essere quei viaggi! Ma presto sarebbero arrivate delle grandi novità…

Nota 1: Poi Piazza delle Poste e in seguito Piazza Vittorio Veneto  

Fonte: Articolo “Il Piccolo” del 25 aprile 1915 – Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930

Il Giardino Pubblico

Nella prima metà dell’Ottocento lungo la strada allora chiamata “Carrozzabile per il Boschetto” scorreva ancora il torrente Starebrech (o Scoglio) , chiamato “patòc” dal popolo, che veniva usato dalle lavandaie per risciacquare le lenzuola nonostante il sudiciume maleodorante delle sue acque. Interrato dopo il 1845, iniziò l’allargamento della strada a valle intitolata 2 anni dopo Corsia Stadion (dal cognome del Luogotenente) mentre quella a monte dopo il 1879 prese il nome di Corsia Giulia. (1)
Nel 1854 tra la fine della Corsia Stadion (oggi via Battisti) e la futura via Giulia venne inaugurato un giovane “Giardino Popolare” che terminava presso la casetta in stile svizzero dell’Ispettore municipale (2) ma nove anni dopo il Comune acquistò il fondo delle Monache Benedettine di San Cipriano estendendo il parco fino al padiglione affiancato da 2 gallerie con annessa Caffetteria, costruito fin dal 1857.
Il giardino venne sempre più arricchito con alberi, siepi e piante e tramite pubbliche elargizioni iniziarono le annuali Esposizioni di fiori curate da Nicolò Bottacin, Presidente della Società di Ortocultura. Durante la bella stagione grazie  al lavoro di un certo signor Benzini, la Caffetteria divenne un posto alla moda sulla cui terrazza si gustavano i caffè con la panna montata e gli “storti” o fresche granite di frutta.
Nelle sere d’estate si svolgevano delle feste notturne con musiche e balli o applauditissime rappresentazioni di filodrammatici mentre al chiosco della musica le orchestrine suonavano marcette, walzer o brani d’opera.
Le passeggiate tra i viali erano deliziate dai canti di cinciallegre, pettirossi e canarini che svolazzavano in una grande uccelliera e da impettiti pavoni che passeggiavano intorno al bel laghetto dove nuotavano cigni bianchi e neri.

Foto Edizioni Italo Svevoimg215
Durante l’autunno e l’inverno il giardino accoglieva delle mostre-mercato di frutta dove erano offerte le uve nere dell’Istria e quelle bianche del Collio, le deliziose mele del Goriziano e le bionde pannocchie delle pianure friulane.
All’entrata principale del Giardino Pubblico intitolato con il nome del podestà Muzio Tommasini (3) nel 1883 venne posto il “Monumento a Trieste” raffigurante la dea Minerva sopra una fontanella con scolpiti due angeli a cavallo di un delfino.

Nella foto (collezione Giorgetti) la statua di Minerva abbattuta dopo “La Redenzione”img218
Il Giardino Pubblico nel 1890 (foto di Mauro Zoch nel gruppo Fb Trieste che non c’è più)Zoch 2

Il Padiglione municipale (foto CRT) 10658934_1523577074523610_5019149659428439944_o
Nella foto (collezione de Leitenburg) l’inaugurazione del monumento di Domenico Rossetti il 25 luglio del 1901img211
Qualche anno prima dello scoppio della Grande Guerra nel bel giardino cessarono tutte le musiche, le feste e i balli, il signor Benzini si ritirò, il caffè fu sostituito da una latteria, e i vialetti erano frequentati solo da soldati o da mamme con i bambini. (4)
Durante i tempi di guerra nel padiglione centrale fu installata una cucina di guerra e in seguito una mensa popolare.
Il “Monumento a Trieste” con la dea Minerva venne abbattuto e nel 1921 sostituito con quello della “Finis Austriae” di Riccardi Ripamonti rappresentante un’allegorica figura femminile sulle cui spalle portava un’aquila bicefala.

Foto Rete CivicaFinis Austriae
Oggi nel Giardino Pubblico, esteso in 30.000 mq., si trovano 368 esemplari arborei di grandi dimensioni: platani, olmi, ippocastani, querce con alcune specie esotiche come cedri, araucaria, gynkgo e koelreuteria. Lungo i vialetti, tra i molti arbusti come bossi, allori, ligustri, viburni, allori, pittosfori, aucube, tassi e agrifogli sono stati collocati 31 busti scultorei di illustri cittadini di Trieste. (5)
Il padiglione con le strutture laterali, oggi sede dell’A.R.A.C. , il bar e il grande terrazzo e l’area per la proiezioni di film esistono ancora come le zone attrezzate per i giochi dei bambini.

Note:

  1. Divenne via Giulia nel 1885. Le notizie sono tratte dal testo di Dino Cafagna “I torrenti di Trieste”, edizioni Luglio, Trieste, 2017;
  2. Oggi sede del III Distretto della polizia Municipale;
  3. Muzio Giuseppe Spirito de’ Tommasini, Trieste 1794-1879, fu anche un apprezzato botanico;
  4. Il giornalista Riccardo Gurresch scrisse che vennero allontanati tutti gli uccelli della voliera, i cigni, i pavoni, 2 giovani orsi e i caprioli;
  5. Da Rete Civica, Comune di Trieste.

Notizie e consultazioni tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930 – Fabio Zubini, Borgo Franceschino, Edizioni Svevo, Trieste, 2001 – Rete Civica di Trieste –  Dino Cafagna, I torrenti di Trieste, edizioni Luglio, Trieste, 2017.

Il teatro di Piazza Grande

Già nel 1705 il Consiglio della città ritenendo “Esser necessaria per esercitio della gioventù ad attioni virtuose l’erettione d’un Teatro” concesse in via provvisoria l’uso di una sala sopra la Loggia comunale per rappresentazioni sceniche e balli.

Il primo vero teatro dotato di palcoscenico, platea e due ordini di palchi fu allestito nel 1751 in un Palazzo esistente fin dal 1707 in Piazza Grande e collocato tra le carceri e la chiesa di San Pietro da cui prese il nome.

Carlo Rieger: la Piazza nel 1765 con la Cancelleria del Magistrato e la Loggia sulla destra, la fontana dei Quattro Continenti di fronte, la porta di Vienna sul fondo, le chiese San Pietro – San Rocco, il Teatro San Pietro con a fianco le antiche prigioni e la Torre del Porto sulla sinistraimg187

Il teatro era illuminato in centro da un grande candelabro di cristallo e disponeva di una piccola orchestrina composta da violini e 3 ottoni che insieme accompagnavano le ariette e le melodie di famosi baritoni, avvenenti contralti nonché di “emasculati”, per dirla con eleganza, i cui virtuosismi vocali mandavano in visibilio il pubblico.

Nella foto (da Wikipedia) il celebre cantante Farinelli Farinelli

Dopo il 1793 le rappresentazioni disponevano di uno scenografo, un coro di 6 o 12 persone e un’orchestra composta da 19 strumenti musicali diretta dal primo violino e dal maestro concertatore.
Per le “prime” l’ingresso costava uno zecchino ed erano riservati alla élite dei patrizi che giungevano a cavallo avvolti nei tabarri rossi con tanto di tricorno sul capo e spadino sul fianco e alle eleganti, profumatissime dame che celate da ventagli in piume di struzzo con candide parrucche cosparse di polveri dorate, scarpette luccicanti sotto le larghissime gonne scendevano graziosamente dalle portantine rette dai loro servi.
Sul palcoscenico del Teatro San Pietro si esibirono famose compagnie di prosa che restavano in cartellone anche per 40 recite, abili prestigiatori ma anche guitti, comici e mimi circensi. A grande richiesta venivano organizzati anche degli allegri balli popolari chiamati “petizza” dal soprannome della moneta (un terzo di Fiorino) che si pagava per l’ingresso.
Il linguacciuto Ricciardetto, da cui abbiamo attinto queste notizie, aggiunge che durante gli intervalli l’eterogeneo popolino alzasse un po’ il gomito creando una bolgia ciarliera e fumosa.
Negli ultimi anni del Settecento venne aperta anche una sala del ridotto e furono messe a disposizione delle carrozze pubbliche per accogliere e riaccompagnare i partecipanti ai balli e agli affollatissimi veglioni di Carnevale.

Nella piazza retrostante al teatro San Pietro, ormai chiamato “Vecchio” il ricchissimo conte Antonio Cassis Faraone commissionò agli architetti Giannantonio Selva e Matteo Pertsch la costruzione del “Teatro Nuovo” che fu solennemente inaugurato nell’aprile 1801.teatro 2

Dopo la chiusura il vecchio teatro settecentesco venne del tutto abbandonato fino al suo abbattimento nel 1822 mentre la piazza di Trieste a lungo nominata anch’essa con il nome dell’antica chiesetta, riacquistò nuovi spazi trasformandosi in Piazza Grande.P San Pietro

Notizie tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930

 

Verdi a Teatro Grande di Trieste

Il Teatro Grande in una stampa del 1840, Civici Musei di Storia e Arteimg169
Giuseppe Verdi (foto “I Grandi della musica” Edizioni RCS)img167
Quando l’11 gennaio 1843 al Teatro Grande di Trieste venne rappresentato il Nabucodonosor (poi intitolato Nabucco) del giovane Giuseppe Verdi (1), il pubblico si dimostrò entusiasta per quella musica giudicata “nuova, smagliante, incantevole” e commosso dallo splendido coro del popolo ebraico che invocando “Oh mia patria sì bella e perduta” rappresentava il desiderio di ottenere la propria.

Foto del Museo Teatrale Carlo SchmidlMuseo teatrale
Due anni dopo l’ Ernani ottenne un trionfo talmente clamoroso da essere riproposto per ben venti sere con ripetuti bis del coro “Evviva! Beviam!”

Nell’ottobre del 1848 Verdi volle affidare al pubblico triestino il verdetto per Il Corsaro, la sua nuova opera, ma non riuscì a essere presente trovandosi ammalato a Parigi. Nonostante le aspettative l’opera non piacque e dopo 3 rappresentazioni scomparve dalle scene.

Foto beni culturali.itbeniculturali.it
Calorosi applausi furono invece riservati al Macbeth, presentato pochi mesi dopo e nella stagione successiva la Luisa Miller e l’ Ernani si disputarono la permanenza nel cartellone del sempre frequentatissimo Teatro Grande.

In quello stesso anno si svolsero anche le concitate prove della “prima” dello Stiffelio, opera scritta dal librettista Francesco Maria Piave ma il testo sia per l’argomento trattato (2) che per alcune allusioni non gradite al governo austriaco, fu contestato dai censori con tanto di divieti e minacce.
Grazie all’interessamento dei direttori del teatro dott. Moulon e Angelo Vivante che contattarono il Luogotenente imperiale Francesco Wimpffen (3) venne concordato un compromesso con tagli e modifiche di alcuni versi.
L’ormai celebre Verdi volle quindi ancora una volta affidare al pubblico triestino il primo giudizio di una sua opera e giunto a Trieste prese alloggio all’ Hotel de la Ville partecipando a tutte le prove eseguite da artisti di grande fama sotto la direzione musicale del maestro Luigi Ricci.

Foto “I Grandi della Musica “ edizioni RCSimg166
Nella spasmodica attesa della première andavano a ruba i ritratti e le litografie di Verdi e la sera del debutto, il 16 novembre 1850, il teatro era stracolmo.

Foto del Museo Teatrale C. Schmidlstriffelio
L’opera fu alla fine un successo più di stima che di vero entusiasmo (4) seppure alcuni brani furono comunque apprezzati e applauditi per l’inconfondibile impronta del Maestro che fu omaggiato con una corona di alloro e richiamato per 10 volte sul proscenio. (5)

Il musicista rimase ancora qualche tempo a Trieste stringendo amicizia con molte persone qui conosciute tra cui il letterato e ricco commerciante signor Giovanni Severi che lo invitò nella sua casa domenicale in via delle Mandrie (6) allora allietata dalla nascita di un bambino. In ringraziamento dell’ospitalità ricevuta Verdi compose una berceuse, Romanza per canto e pianoforte il cui spartito originale è tuttora conservato al Museo teatrale Carlo Schmidl.

Nella stagione del 1850-51 furono rappresentate altre 6 opere di Verdi sulle quali continuava a vigilare la censura imperiale per impedire non gradite manifestazioni patriottiche.
Anche le successive composizioni verdiane come il Rigoletto, il Ballo in maschera, La forza del destino e la Traviata continuarono a raccogliere straordinari successi con il solo incomprensibile insuccesso del Trovatore presentato nel 1954.

Invitato a Trieste dal Podestà ad assistere alla prima dell’ Aida (7) Verdi rispose con delle scuse gentili ma inappellabili:
Ora “Aida” è incamminata ed io l’ho abbandonata al suo destino… Desidero solo che sia eseguita con cura e intelligenza e soprattutto secondo le mie intenzioni… Non è di mio gusto andare per i teatri col solo e semplice scopo di farmi vedere per curiosità…
L’opera fu accolta trionfalmente come più tardi l’Otello e il Falstaff e tutte le opere verdiane portate in scena negli anni successivi al Teatro Comunale, così intitolato dal 1961 e consacrato come Teatro Verdi dopo la morte del grande compositore avvenuta il 27 gennaio 1901.

Nel centenario della nascita, il 10 ottobre 1913, sulla facciata del vecchio Hotel de la Ville fu apposta la lapide commemorativa in gratitudine e ricordo del suo soggiorno a Trieste.

Foto del Comune di Triestetarga
Le cronache di città riferirono che in questa occasione, nonostante le proibizioni e le pesanti reazioni della Polizia, la folla avesse intonato il coro del Nabucco accompagnato dal grido “Viva VERDI!” che voleva significare anche “ Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia!”

Foto dai “Grandi della Musica” Edizioni RCSimg168
Nel maggio del 1915 il monumento marmoreo del musicista, posto in piazza San Giovanni e inaugurato il 27 gennaio 1906, fu lesionato da un gruppo di fanatici, smantellato per ordine del commissario imperiale Krekich-Strassoldo e sostituito con una rozza fontanella.
Nel 1926 il Comune affidò allo scultore Laforêt un secondo identico monumento in bronzo che fu inaugurato il 24 maggio tra un’incredibile folla.

Foto Comune di Triestemonumento
Note:
1. La prima assoluta fu data nel 9 marzo 1842 alla Scala di Milano con la parte di Abigaille affidata al soprano Giuseppina Strepponi che da allora iniziò il suo cinquantennale legame con il Maestro. Figlia del musicista Feliciano Strepponi, trasferitosi a Trieste nel 1827 come assistente del maestro di cappella Giuseppe Farinelli, visse gli anni giovanili in una casa di piazza Piccola, oggi non più esistente.
2. A quei tempi il tema dell’adulterio era ritenuto un argomento scottante.
3. Il Ricciardetto sostenne vi fosse stato l’intervento di due deputati e del bibliotecario-poeta professor Giuseppe de Lugnani.
4. “Un mezzo fiasco coi guanti” fu il commento del nostro Ricciardetto e “Una maccheronata” fu quello del giornale satirico il “Diavoletto”.
5. Lo Stiffelio fu rappresentato nuovamente nel 1852 ma in seguito Verdi volle rimaneggiare l’ambientazione dell’opera ripresentandola nel 1857 con il titolo Aroldo. 
6. La via delle Mandrie, allora circondata da un grande campo arativo e alberi da frutto, si trovava nei pressi dell’attuale via Severi, tra la via Settefontane e il futuro viale Sonnino-D’Annunzio. Negli ultimi decenni dell’Ottocento la residenza fu sede di un circolo di filodrammatici; nei primi anni del Novecento fu smantellata.
7. L’ Aida fu rappresentata in prima assoluta il 24 dicembre 1871 al Teatro dell’Opera a il Cairo e alla Scala di Milano l’8 febbraio 1872

Notizie e consultazioni tratte da:
Riccardu Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930 – “Rivista mensile della Città di Trieste” , Ed. Comune di Trieste, 1937 – studi verdiani.it

Una taverna di Cittavecchia

Ci sono quadri che sembrano rappresentare delle storie e racconti che sembrano quadri per come lascino immaginare le luci e persino gli odori dell’ambiente in cui si svolgono; uno di questi è “La taverna dei fenomeni” di Riccardo Gurresch, soprannominato Ricciardetto dal titolo della rubrica che pubblicava i suoi articoli su “Il Piccolo” e “Il Lavoratore” nei primi decenni del Novecento.

Questo godibilissimo abstract scritto sulle pagine del Lavoratore il 9 settembre del 1917, coglie con arguzia e humor i tempi che precedettero lo scoppio della Grande Guerra quando si iniziarono a sentire i primi rombi dei cannoni e a vedere degli strani bagliori nel cielo notturno.
Per le strade di quella estate del 915 gli uomini trascinavano vecchi carri con cianfrusaglie d’ogni tipo, le donne vendevano gli scarsi ortaggi dei loro orti al grido di “Cinque deca, cinque soldi!”, i ragazzini offrivano mazzi di fiori o cartocci di zucchero d’orzo mentre nell’aria afosa e maleodorante si diffondevano le note di violini e organetti.
Nei locali si aggiravano venditori di zolfanelli, di balocchi e cartoline illustrate o poveri diavoli in cerca di una monetina o di un pezzo di pane.
uggo 2Accaldati, coperti di polvere, tormentati dalle pulci e dalle incognite del futuro, i manovali si rintanavano nella più misere osterie di Cittavecchia per bersi il loro gotto di vino con il sottofondo dei lugubri lamenti delle fisarmoniche.
Nella “Taverna dei fenomeni”: “Le tremule fiammelle del gas e la rossa vampa del focolare rischiaravano fantasticamente le grottesche figure, curve sul piatto o intente a numerare gli spiccioli attaccaticci” e tra gli avventori “un povero cieco e quasi sordo variava un’aria del “Trovatore” straziandola in tutti i toni senza mai azzeccarne la melodia”.
C’era poi lo zoppo con il muto, il paralitico col sordo, il collotorto con uno che per fare due passi metteva l’eternità: una galleria di fenomeni viventi che destavano uno strano sorriso e un senso d’immensa pietà… E vicino a loro, bevendo e schiamazzando, sedevano i venditori ambulanti improvvisati: nani, gobbi, mutilati; chi aveva il volto fasciato, a chi pendeva la mano inerte, uno, dalla larga schiena ricurva, somigliava a una tartaruga; un altro, dalla faccia pelosa e mobilissima, imitava la scimmia, facendo sganasciare i disgraziati compagni”.

uggoNei tavoli della fumosa penombra della taverna alcuni vecchi tracannavano bicchieri di vino, alcune coppie silenziose masticavano qualche crosta di formaggio, negli angoli più bui nascevano idilli grotteschi e tra i tavoli saltellava il gobbo di turno che stuzzicava qualche cavaliere sussurrando ardite galanterie alle loro compagne.
La fumosa taverna era infatti frequentata anche da donne ma la penna irriverente del Ricciardetto sosteneva che nelle loro culle fossero state sfiorate da fate maligne per divenire così orripilanti: “Quella lì, alta, grossa, grassa e mustacchiuta, era un’autentica donna cannone; vicino a lei una biondina, pallida ed emaciata, dalle gambe ridevolmente raccorciate, seduta sembrava più alta che in piedi; una terza, loquace e irrequieta come una trottola, pareva un campione spedito dal paese dei nani”.

cdfQuando le sghignazzate e i suoni stonati della fisarmonica esageravano i toni appariva l’oste, grasso come un otre, che battendo le mani annunciava con voce possente la chiusura della taverna, così “la grottesca carovana usciva alla spicciolata nella via già oscura e le coppie andavano rasente i muri, in cerca delle loro umide e luride tane…”

Leggendo i racconti di Riccardo Gurresch raccolti nel libro Vecchia Trieste pubblicato nel 1930, non avremmo mai immaginato che fosse stato un impiegato dell’Avvocatura erariale anziché uno scrittore o quantomeno un giornalista di cronache cittadine, ma forse fu proprio quel serioso e burocratico lavoro a stimolare il suo spirito bohémien, immerso in un mondo dalle scenografie pittoresche dove la storia dei tempi passati si confondeva con le più surreali leggende.

Gli articoli del Ricciardetto pubblicati su “Il Piccolo” furono da subito seguitissimi dai triestini che sebbene ne avessero passate di tutti i colori non disdegnarono mai quel certo spirito goliardico del “sempre allegri e mai passion, viva là e po’ bon!”

Fonte: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, 1930

Le foto sono tratte dai quadri di Abraham Teniers e di Adriaen Brouwer

Cronache burlesche di Trieste

 

corettoVerso la metà dell’Ottocento, quando le strade notturne erano illuminate dalle flebili fiamme dei fanali a olio e percorse solo da pochi viandanti muniti di lanternino, si vociferava che dopo la mezzanotte in contrada Prandi si aggirasse un’eterea e silenziosa dama bianca in cammino verso il vecchio cimitero di San Giusto. Quando un celebre artista scritturato al Teatro Grande (1) attestò la sua esistenza le apparizioni della dama furono riportate sui giornali diventando cronaca di città per poi durare fino alla comparsa dei nuovi fanali a gas illuminante. (2) 

 

HydeIn contemporanea alla “dama bianca” non poteva mancare “l’uomo nero” che però non fuggiva alla luce diurna ma anzi si specificava che all’ora del liston passeggiasse addirittura lungo il Corso tra il fuggi-fuggi dei cittadini terrorizzati dal suo sguardo iettatore.

damaneraMa la più surreale leggenda di quei tempi riferiva la presenza di una misteriosa signora velata giunta a Trieste durante la Quaresima dell’anno 1852 e alloggiata nella Locanda Grande. Nessuno l’aveva vista ma con la celerità del telegrafo, allora appena introdotto, si diffuse la notizia che fosse una nobile gentildonna, colta, ricchissima e in cerca di marito. I numerosi pretendenti che si presentavano al suo cospetto, venivano accolti nella sua stanza dove costei, elegante e slanciata appariva nella penombra. I suoi modi erano cortesi e la sua voce angelica ma quando si toglieva dal volto il fitto velo (per alcuni un drappo di velluto nero) appariva la spaventosa faccia di un morto.
corrNaturalmente gli spasimanti fuggivano a gambe levate, alcuni sarebbero addirittura svenuti per la scale e rianimati con la Melissa dei Frati scalzi, però poi nessuno udì la loro testimonianza in quanto rimasero sempre irreperibili.

Allora un curioso quanto intraprendente giornalista deciso a scrivere un articolo sulle Cronache e a tacitare cotanti pettegolezzi, si presentò alla Locanda Grande chiedendo il permesso di fare un’intervista alla misteriosissima dama. L’albergatore ridendo a crepapelle ammise il soggiorno di una una forestiera che secondo la sua cameriera cercava marito velandosi il viso per un sua personalissima ragione specificando che queste informazioni erano state da costei confidate a uno sguattero che poi le riferì al portinaio il quale le riportò a una “tabacchina” per essere subito raccontate, con tanto di aggiunte e di ricchezza di particolari, al marito barbiere. Così, come nel tradizionale ruolo del Figaro rossiniano, non solo la notizia venne diffusa in un battibaleno ma fu pure esageratamente dettagliata e diffusa per tutte le contrade di città.
“A Trieste si fa di ogni mosca un elefante” asserì il giornalista nel suo articolo, ciononostante la signora dalla testa di un morto riapparve a più riprese a Gorizia, a Fiume e di nuovo a Trieste.

Dopo solo 2 anni dall’arrivo in città della enigmatica signora velata, lo scrittore Adalberto Thiergen (3) si ispirò alla sua storia scrivendo il tragicomico racconto “L’avventura di un barbiere triestino” dove il ruolo del Figaro concittadino era affidato a un certo signor Leone Spaccagnocchi.
Da allora la terrificante dama velata divenne una delle leggende della città che ci siamo divertiti a raccontare.

Note:
1. Non è dato sapere chi mai fosse stato
2. Dopo il 1864 quando nacque l’Officina Comunale del gas illuminante
3. Adalberto Thiergen, pseudonimo di Tito Delaberrenga, nacque nel 1822 a Landstrom in Boemia ma 2 anni dopo si trasferì a Trieste con la famiglia. A soli 18 anni iniziò a collaborare con la rivista “La Favilla” che tra il 1842/43 pubblicò tutti i suoi racconti.
Nel 1844 scrisse il romanzo popolare La Marinella, figlia del garzone gobbo dell’usuraio Falco in una storia ispirata dalla famiglia Marinellis che intorno al Cinquecento visse in un’androna di Cittavecchia.
Il romanzo non solo ebbe uno strepitoso successo ma fu rielaborato in un dramma teatrale e in un libretto d’opera musicato da Giuseppe Sinico.
In seguito Thiergen scrisse I misteri di Trieste raccolti in 4 volumetti pubblicati nel 1858, anno della sua morte.

Notizie tratte da: Riccardo Gurresch (Ricciardetto), Vecchia Trieste, Anonima Libraria Italiana, Trieste, 1930img156